SCENA SECONDA.

Gigliola discendendo la scala esce dall'ombra del voltone, vestita di gramaglia, in atto d'inseguire perdutamente qualcuno che le sfugga, pallida, anelante, con gli occhi allucinati. S'arresta e vacilla. Ha la voce rotta.

Gigliola.

Nonna, sei qui? sei tu?

Donna Aldegrina.

Gigliola!

Gigliola.

Sei

qui, nutrice, Annabella! Benedetta!

Donna Aldegrina.

Che hai? Dove correvi?

Annabella.

Perchè tremi?

Benedetta.

Chi t'ha fatto spavento?

Gigliola.

Nonna, nonna,

non l'hai veduta? Dimmi!

Donna Aldegrina.

Chi, cuor mio? Chi?

Gigliola.

Non era avanti a me?

Non è passata?

Donna Aldegrina.

Chi?

Annabella a bassa voce.

Non dimandare,

Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare!

Guardale gli occhi.

Gigliola, subitamente dominando l'ambascia, mentre la visione le si spegne nelle ciglia.

Sono pazza. Questo

tu vuoi dire, nutrice?

Ho la pazzia negli occhi.

Me l'ha data in contagio

quella povera zia Giovanna, forse;

che lassù, che lassù nella prigione

urla, e nessuno l'ode.

Ancora un giorno, un giorno solo, e poi...

Nonna, domani è il dì di Pentecoste.

Questa notte è la festa

delle lingue di fuoco.

Se lo Spirito viene anche su me,

io che ho sempre taciuto, parlerò.

Si siede presso la fontanella.

Donna Aldegrina.

Non t'appenare. Non ti divorare

così l'anima tua.

Giovine sei. Pensa a una casa nova,

pensa al nido ove un giorno

tu ricomincerai la tua canzone

con la tua gola fresca.

Gigliola.

Oh, che dici? che dici? La parola

più crudele! L'orrore

su le labbra più care! Dove soffro

tu mi tocchi. E lo sai.

Non ho qui nella gola

anch'io la lividura

e il gonfiore e la piaga,

e la secchezza sempre?

Io non porto le stìmate di Cristo,

i segni della passione santa.

Ma le stìmate porto

di quella carne che mi generò.

E ne sanguino e brucio.

Non mi fu medicina il mio silenzio.

Oggi fa l'anno che mia madre cadde

nella tagliuola orrenda, tratta fu

all'insidia impensata, presa fu

dall'astuzia selvaggia

nell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno!

Oggi parlo, se il dubbio è verità.

Si solleva agitata.

Donna Aldegrina.

O Gigliola, mio cuore, tenerezza

e spina del cuor mio

desolato, o Gigliola,

o tu piccola, sempre,

pe' capelli miei bianchi,

non mi fare paura,

non m'affannare così! D'improvviso

divampi. Tutta m'appari affocata

dalla tua febbre nascosta, agitata

dal tuo sogno furente;

e la tua faccia si muta, e si muta

la tua voce; e più nulla

di quel che in te fu la grazia del primo

fiore e fu il pane mio dolce fra tanta

amarezza, più nulla

rimane. E più non so se tu sii quella

che appoggiava la gota a questi poveri

ginocchi ed ascoltava

senza batter le ciglia

la mia favola lunga.

Gigliola.

T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla.

Mi si svanisce il capo,

qualche volta, non so.

Tutto va, tutto passa.

L'ombra è là, e nessuno

deve guardarla. I giorni

sono eguali, e si vive.

È vero. Si può vivere

in pace, e avere gioia

da un fil d'erba che trema

sul davanzale al soffio

che viene non si sa

di dove, non si sa

di dove! Si può vivere

in pace e avere gioia

dalla piuma che cade,

dal volo d'una rondine...

Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattina

Assunta della Teve

seduta su la sedia sua di paglia,

laggiù nel vano della sua finestra,

che cuce le lenzuola, ed è tranquilla;

e i giorni sono eguali;

ed ella s'alza quando il padre torna;

e non si sente ella mancare il cuore

per pietà di quel povero sorriso

che l'uomo fa con le sue labbra smorte

quando gli passa nella schiena il freddo

della vergogna...

Donna Aldegrina.

Oh perchè, se sei dolce,

mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembra

che ogni parola tua traversi un mare

di pianto, prima d'arrivare a me.

Sièditi.

Gigliola.

Sì. Ecco, mi siedo. Sono

in pace. Appoggerò la gota ai tuoi

ginocchi, come allora. Non si deve

soffrire. Cucirò

i teli, come Assunta della Teve,

seduta accanto alla finestra. E quando

verrà mio padre, non lo guarderò,

perché non faccia quel sorriso. E quando

verrà la moglie di mio padre, allora

m'alzerò come innanzi alla padrona

mia legittima. O nonna,

sì, lo so: per ciascuno

viene la volta del servire. Quella

spazzava tra due porte, con le braccia

nude e la gonna rialzata ai fianchi,

e il vento del riscontro

le sollevava intorno l'immondezza

e glie la rigettava contro il viso...

Mi ricordo. La vedo.

Donna Aldegrina.

Ora il tuo capo pesa come il bronzo;

ch'era così leggero!

Gigliola.

Pesa? Dimmi: perché

mille pensieri insieme

non hanno il peso d'un pensiero solo,

quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero.

Si può vivere in pace.

Che cosa mai accade? Nulla. I giorni

sono eguali, e si vive.

Il mio fratello è ancóra nel suo letto

con la fronte voltata verso il muro.

È sempre stanco, e pieno di terrore.

Ma vive. Ascolta i passi

che fa la zia Giovanna

nella stanza di sopra,

rinchiusa a doppia chiave;

i passi e i balzi e i gridi sordi conta,

ch'ella fa per sfuggire

a quello sconosciuto

ch'è rinchiuso con lei,

a quell'essere enorme

e beffardo ch'è nato

a poco a poco dalla malattia,

che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed ora

è il compagno e il nemico,

il custode e il padrone;

che ha più carne di lei,

che ha più soffio di lei,

che la guarda, le parla,

le s'accosta, la tocca,

le rifiata vicino

intollerabilmente,

visibile e palpabile

per lei sola...

Donna Aldegrina.

No, no!

Taci.

Ella pone le sue mani scarne su la bocca di Gigliola.

Sei devastata,

sei disperata fino a dentro, sei

bruciata fino alta radice. Tutto

quel che è misero e offeso

e rotto e agonizzante

parla per la tua bocca. Sei la voce

della nostra ruina,

di tutte le ruine senza scampo.

O mia povera povera

povera creatura,

piccola anima mia,

per me piccola sempre,

chi ti consolerà?

chi t'inumidirà un'altra volta

queste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè!

Una pietra, una terra calcinata,

una stoppia riarsa.

E che farò per te io vecchia e lógora?

Chi mai chi mai farà per te nel mondo

alcuna cosa, o piccola mia sola?

Gigliola.

Io, io farò. Fare bisogna, fare

bisogna. Alzarmi debbo,

restar diritta in piedi fino all'ora

di coricarmi. Baciami la fronte.

Mi bacerai a sera un'altra volta.

Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla.

Stanotte i manovali

lavoreranno al lume delle fiaccole.

Non lo sai? Tutta notte.

Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte,

ho una fiaccola rossa

nascosta sotto il moggio,

sotto un moggio vecchissimo nascosta

che non misura più perché non tiene

più né grano né orzo.

Entro i cerchi di ferro rugginoso

ha le doghe sconnesse.

Quella terrò nel pugno, a rischiarare

il travaglio notturno

intorno alla ruina.

E se la casa crolla

io sono certa che una sepoltura

resterà ferma e immune.

Lo prometto.

Donna Aldegrina.

Gigliola, dove vai?

Gigliola.

A promettere.

Entra sotto l'arcata dei mausolei: sparisce per la porta della cappella.

Donna Aldegrina.

Séguila, Annabella.

Séguila in ogni passo.

Non la lasciare mai.

Ho paura, ho paura.

Annabella.

Signorìa, non m'attento.

Vuol sempre stare sola quando scende

alla Cappella e s'inginocchia

a quella sepoltura.

Posso mettermi là, dietro la porta.

Donna Aldegrina.

Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta,

guarda chi è su per la scala bassa.

Benedetta, origliando.

È la voce di Don Bertrando. Sale

col fratellastro. Sento anche la voce

di Don Tibaldo.

Donna Aldegrina.

Si sarà levato

Simonetto? Che ora

è?

Benedetta.

Quasi ventun'ora, Signorìa.

Donna Aldegrina.

Va, va di sopra. Guarda

se dorme ancóra. Non lo risvegliare

se dorme. Ma se è sveglio

fa che si levi, e prenda

la medicina.

Benedetta.

Signorìa, non vuole

la sorella che prenda medicina

se non glie la prepara

con le sue mani.

Donna Aldegrina.

Perché?

Benedetta.

Io non so.

Ha il suo pensiero.

Donna Aldegrina.

Salgo anch'io fra poco.

Annabella! Annabella!

La vecchia scompare sotto l'arcata chiamando sommessamente la nutrice. Con lei entra nella cappella. Benedetta si avvia su per la scala, sospirando.