SCENA TERZA.

Entrano, per la scala che dà su la loggetta, sotto l'armatura di travi e di corde, Tibaldo de Sangro e Bertrando Acclozamòra, i fratellastri.

Bertrando.

Dunque rifiuti? È l'ultima parola?

Tibaldo.

Non ho manco un tornese!

Non so come farò

a pagar la giornata

dei manovali. E se non pago, Mastro

Domenico di Pace

lascia che tutto vada a precipizio:

leva i puntelli. Intendi?

Bertrando.

Tu mentisci.

Tibaldo.

Vedi: mia madre fruga

tutte le cartapecore

degli scaffali, mette sottosopra

l'archivio, lo riscontra a filza a filza,

ci si logora gli occhi...

Ah, se si ritrovasse l'istrumento

di quel vincolo fidecommissario,

nella lite che abbiamo coi Mormile!

Bertrando.

Non divagare. Ti domando ancóra

una volta: mi dài quella miseria?

Tibaldo.

Ma se ti dico che non ho un tornese!

Credimi.

Bertrando.

Tu mentisci.

Non riscotesti ieri

da Crescenzo Castoldo

centoventi ducati di caparra

pel grano che gli devi consegnare

dopo la mietitura?

Tibaldo.

Non è vero.

Bertrando.

Hai coraggio di negarlo!

Bene ti s'è indurato

il sangue su cotesto viso giallo,

come la sugna ràncida

nella vescica risecchita.

Tibaldo.

Ancóra

cerchi di sopraffarmi con l'ingiuria.

È il raccolto del campo di Malvese,

ch'è di mio figlio, dell'eredità

di sua madre.

Bertrando.

Ma il frutto è tuo.

Tibaldo.

Non posso

toccarlo.

Bertrando.

Tu! tu che conficchi ovunque

le tue granfie ed hai solo

lo scrupolo del tarlo

che ha roso il Cristo e non voleva rodere

il chiodo! Razza dei Sangro.

Tibaldo.

Ma chi,

ma chi è che mi succhia,

chi è che mi dissangua da vent'anni

senza tregua?

Bertrando.

Di tutto il mio ti sei

impossessato con l'usura.

Tibaldo.

Quali

erano i beni degli Acclozamòra?

Bertrando.

Incominciò tuo padre

a spogliarci.

Tibaldo.

Di che?

Fra la Serra dei Curti

e il Sirente avevate

i vostri latifondi?

Ovìndoli è paese

di pecorai.

Bertrando.

Avevamo Celano,

avevamo Paterno,

Aielli...

Tibaldo.

Al tempo degli Aragonesi,

sotto il buon re Alfonso.

Ti ripigliò mio padre nella casa,

te con tua moglie, quando

non t'era altro rimasto

se non un branco di cinquanta pecore,

le formelle di faggio e le casciaie.

Bertrando.

Nominarmi il tuo padre

tu osi e rinfacciarmi il benefizio!

Qual benefizio? A me restituire

doveva quel che a me minore avea

frodato. La tutela

fu il latrocinio guarentito. Parli,

parli quella che è vedova due volte...

Tibaldo.

Tu di tutte le infamie

ti lordi la tua bocca di mastino;

e sempre tu sei pronto

ad addentare fino al sangue e all'osso,

se non ricevi l'offa.

Bertrando.

Non aizzare il mastino, Tibaldo.

Tibaldo.

Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legato

mani e piedi? vuoi darmi

la sorte di Giovanna? seppellirmi

vivo fra quattro mura?

e gavazzare poi con le tue scrofe

e coi tuoi bardassoni

su gli avanzi dei Sangro?

Metti almeno un bavaglio

alla vittima, ché troppo si sente

gridare; e v'è taluno

che volge il capo in su.

Bertrando.

Guardami fiso, guardami negli occhi,

tu che parli di vittime.

Ben una t'è stampata

in fondo alla pupilla,

o vedovo di Mònica, marito

della femmina marsa.

Tibaldo.

Oh! Oh! Una mi vedi

nella pupilla? Sono io stato fiso?

E certo m'hai veduto impallidire.

Ride sardonico.

Bertrando.

Sei la vescica di grassume smorto

che non si muta.

Tibaldo.

Almeno

tu mi vedi tremare.

Guarda come mi tremano

le due mani. Ho il parlético.

Bertrando.

La malattia ti rode

le vertebre. Finito sei.

Tibaldo.

O Giudice

profondo, e che farai

se l'assassino è pallido e tremante

anche quando gli dici che hai veduto

una milza di bue

penzolare alla porta d'un macello?

Bertrando.

Non ridere, non ridere così;

o ti schiaccio su i denti

il ghigno.

Tibaldo.

E che farai,

Giudice, se ogni sera l'assassino

scaccia di sotto al letto con la scarpa

il rimorso importuno?

Con una vecchia scarpa,

come si scaccia un sorcio.

Bertrando.

Ridi, ridi;

e nel bianco degli occhi hai lo spavento.

E il tuo riso di dentro

cigola, peggio che una vecchia imposta

sconquassata lassù

nell'ultima finestra

lassù perduta sotto la grondaia

rotta. Il vento la strappa dagli arpioni.

E ti casca sul collo e te lo stronca.

Bada che la tua beffa

non ti ritorni sopra

d'un colpo.

Tibaldo.

Sì, mi bado.

Non passo già per gli anditi

scuri né per le scale strette, quando

sei nella casa.

Bertrando.

T'odio,

con ogni goccia del mio sangue contro

ogni goccia del tuo.

Intendi? Tu m'ingombri.

Il tuo fiato m'attossica

l'aria che serve al mio polmone. Fino

nel ventre di mia madre

tu m'hai preso il mio posto: sei venuto

dopo di me nel conio

della mia razza, tu mollume senza

scheletro, nato dal seme d'un vecchio.

E l'essere tu nato

mi fu sempre un sopruso

che mai non seppi perdonarti. Intendi?

E di nessuna carne umana sento

ribrezzo come della tua; né so

perché. L'ho dentro le midolle, cieco

e bestiale. Tutto

di te m'offende: il passo, il gesto, il riso,

il respiro, lo sguardo.

Quella bolla bianchiccia di saliva

che ti nasce nel canto

delle labbra se ciarli, mi fa ira,

m'esaspera. Ho un rancore

mortale contro le tue mani flosce

che mostrano l'enfiore

del mal cardìaco...

Tibaldo subitamente s'accascia.

Tibaldo.

Ohimè! È vero, è vero.

È l'edema, è l'edema molle e freddo

che cede al dito e resta là col cavo.

Il mio cuore è ammalato. Morirò

di sùbito passando quella porta.

E tu prendilo e gettalo

nel letamaio, questo

mio cuore, come un fico putrefatto;

e una gallina lo trovi raspando

e se lo porti nel becco a pollaio...

Bertrando, io t'ho negato

quei cinquanta ducati,

mentre debbo morire!

Te li darò. Aspetta.

Bertrando gli si avvicina.

Bertrando.

Soffri? Hai tremor di cuore?

Io non voleva farti violenza.

Ma tu lo sai: mi lascio trascinare

dalla collera... Soffri?

Tibaldo.

Te li darò. Ma non li ho qui. Bisogna

che tu venga con me...

Bertrando.

Dove?

Tibaldo.

Dove ho

accumulato...

Bertrando.

Dove?

Tibaldo.

Ah, se potessi confidarmi in te

come nel mio fratello!

Bertrando.

Non sono il tuo fratello?

Tibaldo.

M'odii, con ogni goccia del tuo sangue.

L'hai detto.

Bertrando.

Sì, nell'impeto dell'ira.

Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffe

di me... Ma poi tu stesso

ridi della mia furia.

Tibaldo.

Non m'hai più odio! Posso confidarmi

dunque?

Bertrando.

Parla.

Tibaldo.

Il tesoro...

Bertrando.

Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere.

Tibaldo.

Tu sai la vecchia diceria che corre

tra la gente d'Anversa,

e per tutta la valle

del Sagittario, e dalla Forca d'oro

alla Terrata fra i pastori.

Bertrando.

Sì,

la so.

Tibaldo.

La casa magna

dei Sangro, quella delle cento stanze,

tutta crepacci e tutta ragnateli,

che da tutte le bande

si sgretola, e nessuno ci rimette

pur una mestolata di calcina...

Bertrando.

Si, sì, la so.

Tibaldo.

E la famiglia fa

magra cucina. E dentro un muro cieco

è nascosto il tesoro

di Don Simone; ed ogni primogenito

eredita il segreto e l'avarizia...

Bertrando.

Ebbene?

Tibaldo.

Quanto sei

impaziente, fratello!

Vuoi che ti dica come

stride ogni chiave arrugginita? come

cigola ogni uscio sgangherato? Vuoi

che ti nòveri tutto

quel che si macchia, quel che si scolora,

quel che si sloga, si curva, si sfalda,

s'ammolla, cola, marcisce?

Bertrando, oscurandosi.

Tibaldo,

non divagare.

Tibaldo.

Ascolta. Ho un po' d'affanno.

Ansa e soffia, simulando.

Ascolta. Il mio figliolo

Simonetto è infermiccio, ed è svanito,

anch'egli — ahimè — di vita troppo breve.

E se ne va la primogenitura...

Ah se tu non mi fossi

tanto nemico! Acclozamòra

contro Sangro.

Bertrando.

Io nemico? Oh no!

Tibaldo.

M'ingiurii

sempre.

Bertrando.

Ma senza fiele.

Per caldezza di sangue.

La stessa madre ci portò. Se tu

non mi rinneghi, io sono il tuo fratello,

a cuore aperto. Le parole volano.

Dimentica, ti prego. Ecco la mano.

Tibaldo rompe con uno scoppio di scherno la sua simulazione.

Tibaldo.

Tieni: un ducato, un ducato! Non vale

di più questo tuo sùbito

amor fraterno. Tieni.

Per un ducato, lo compero.

Bertrando.

Ah mulo!

Tibaldo.

Prendilo dalla mano floscia. Ancóra

mi regge al riso il cuore

ammalato. Anzi questo

mi giova meglio che la digitale.

Bertrando.

Non ti giova. Ti metto sotto i piedi,

ti spezzo quel tuo dosso di buffone!

Ah, per dio, questa volta

non ti salvi da me. Ti faccio mordere,

giuro, i tuoi calcinacci.

Tibaldo.

Lasciami! Bruto! Bruto!

Bertrando.

Giù! La nuca

a terra! Acclozamòra

contro Sangro.

Tibaldo.

No! Lasciami! Assassino!

Bertrando.

Mordi come una femmina...

Tibaldo.

Assassino!