SCENA QUARTA.
La sorella corre verso la porta. L'apre. Simonetto giunge e si getta nelle braccia della sorella, perdutamente.
Gigliola.
Sono qui. Che hai? Che hai?
Simonetto.
Gigliola!
Gigliola.
Ma che hai? Ma che t'accade?
Come ti batte il cuore!
Hai la fronte sudata.
Perché hai corso? Parla.
Annabella dov'è? Càlmati.
Simonetto.
Nulla,
non ho nulla... Ma un'ansia,
un'ansia m'è venuta all'improvviso,
non so perché, un'ansia
verso di te... per te... non so... Gigliola!
Gigliola.
Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Sopraggiunge la nutrice.
Annabella.
Ah, figlia, un'altra volta
non lo conduco, se non vieni tu
anche. M'ha fatto prendere spavento.
D'un tratto mi s'è messo
a corsa disperata...
Gigliola.
Ma perché?
Simonetto.
Non so. Lascia. Annabella,
non mi gridare. Ora sto bene qui.
Gigliola.
Ti sei scalmato. Asciùgati.
Simonetto.
M'avevi detto che mi raggiungevi.
Gigliola.
Non ho potuto. Sai? T'ho preparata
la stanza.
Simonetto.
Ah, veramente?
Gigliola.
Ho spedito un corriere a Cappadòcia,
che zia Costanza venga
sùbito a prenderti ella stessa...
Simonetto.
E tu
non vieni? E nonna Aldegrina?
Gigliola.
La nonna
si sente un poco male.
Annabella.
Che dici, figlia?
Gigliola.
Si, s'è coricata.
Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiesto
più volte.
Annabella.
E come mai?
Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.
Simonetto.
Allora aspetto che si levi. Intanto
tu mi tieni con te.
Gigliola.
Stai meglio; è vero?
Simonetto.
Nella stanza tua
non entra mai la femmina; non può
entrare. Tu la chiudi...
Gigliola.
Sta certo, sta sicuro:
non entrerà mai più. Te lo prometto.
Simonetto.
Da quella volta che la vidi a faccia
a faccia, risvegliandomi
sùbito in un sussulto tra il sudore
freddo, da quella notte
che me la vidi appresso,
china sul mio guanciale,
quasi nel mio respiro,
a spiare il mio sonno tra i miei cigli
— dura come una maschera di bronzo
con lo smalto nel bianco de' suoi occhi,
orrida, come l'incubo apparito —,
ah Gigliola, da quella volta, sempre
mi sono addormentato col terrore
di rivederla...
Gigliola.
Non la rivedrai.
Stai meglio; è vero?
Simonetto.
Si, un poco meglio.
Gigliola.
Non ti senti più forte?
Simonetto.
Sì, un poco.
Gigliola.
Hai camminato. Anche hai potuto correre.
Simonetto.
È bello il Sagittario, sai? Si rompe
e schiuma, giù per i macigni, mugghia,
tuona, trascina tronchi, tetti di capanne,
zàngole, anche le pecore e gli agnelli
che ha rapinato alla montagna. È bello,
sai?
Gigliola.
Ah, ti si ravviva
l'anima!
Simonetto.
Tutti i vetri delle case
di Castrovalve ardevano, sul sasso
rosso.
Gigliola.
Hai guardato il sole?
Simonetto.
I manovali
hanno acceso le fiaccole e le ciotole
di pece sotto le logge. Hanno infisso
le fiaccole nei bracci
di ferro, nei torcieri nostri, in mezzo
alla travata. E un gruppo
stava chino a guatare
tra le faville il buono Re Roberto
venuto giù dalla sua nicchia, tutto
armato con la testa mozza...
Gigliola si leva agitata e s'aggira.
Dove
vai?
Gigliola.
Simonetto!
Simonetto.
Sorella, che vuoi
dirmi! Perché sei tanto
smorta?
Gigliola.
La casa crolla.
Tu senti la ruina
grande. L'hai vista al lume delle fiaccole,
fùnebri. La tua casa
muore. E non le ami tu, queste tue vecchie
muraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangro
d'Anversa: sei l'erede.
Simonetto.
Gigliola, anche l'erede muore; e in tutte
queste carte è l'odore della morte.
Ho freddo e sono stanco.
La sorella gli s'inginocchia dinanzi.
Gigliola.
Perdonami, fratello. T'ho parlato
sempre come a un bambino
dolce. Non ti ricordi
quando la sera, nella stanza nostra,
t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe?
E rimanevo innanzi a te così
come son ora, lungo tempo, lungo
tempo, a parlare. E tu mi trattenevi
quando volevo alzarmi
e mi dicevi: «Resta un altro poco!»
E si faceva tardi. E nostra madre
allora, udendo le voci, veniva
all'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!»
E tu le rispondevi: «Un altro poco!»
Te ne ricordi?
Simonetto.
Sì.
Gigliola.
«Che ti racconta
Gigliola?» ella diceva.
«La favola del Re dai sette veli?»
E s'affacciava all'uscio
con quel suo viso tenero,
con quel suo collo èsile che pareva
quasi azzurrino, tanto era venato...
La gola le si chiude.
Te ne ricordi?
Simonetto.
Sì, sì.
Gigliola.
Oh perdónami,
caro! Un bambino dolce
sei ancóra per me.
E sono qui, sono qui come allora,
ai tuoi piedi; e ti parlo.
Simonetto.
Dimmi, dimmi.
Gigliola.
Ma fa che tu m'ascolti
con un'anima forte.
Bisogna che nel fondo
del tuo buon sangue tu ritrovi il tuo
coraggio.
Simonetto, ansiosamente.
Nonna Aldegrina si sente
molto male? è in pericolo?
Gigliola.
No, non è questo.
Dimmi: oggi sei stato
nella cappella a pregare?
Simonetto.
Gigliola,
tu sai: senza di te, non posso. Andremo
ora, insieme.
Gigliola.
Hai pensato
oggi a Lei?
Simonetto.
Sì, sorella.
Gigliola.
L'hai veduta?
Simonetto.
Dimmi tu come debbo
chiudere gli occhi per vederla.
Gigliola.
Sempre
io la vedo.
Simonetto.
Nei sogni, anch'io.
Gigliola.
La vedo
ad occhi aperti.
Simonetto.
Dove?
Gigliola.
Dovunque. Non riposa,
non ha requie. La pietra
greve non basta a imprigionarla giù
nel buio. Non la placano i suffragi.
Non può giacere in pace, e non mi lascia
prender sonno. Fratello,
in quest'anno di lutto e di vergogna
tante cose ho sentito
morire andando andando
per la casa che tutta quanta è in fine,
ed una sola vivere
(quella che non potrebbe)
una sola, ma forte
come si sente il battito
della febbre nel polso,
come si sente il brivido
nelle ossa, di continuo.
E sai tu quale? Quella sepoltura.
Simonetto.
Oh Gigliola, Gigliola, non andrò,
non me n'andrò, non ce n'andremo più.
Come lasciarla se non ha riposo?
È per quella che ha preso il posto suo,
per la femmina intrusa; non è vero?
E che faremo? Chi la scaccerà?
Io sono troppo debole, sorella;
e il nostro padre è servo
di quella che serviva.
Gigliola.
Simonetto...
Simonetto.
Parla. Come ti trema
il tuo povero ménto
così smagrito!
Gigliola.
Non avesti mai
sospetto?
Simonetto.
Ma di che?
Gigliola.
Quando ti tennero
lontano, quando ti fu detto il modo
del suo morire... per pietà di te,
per pietà detta tua
anima ignara... Fu menzogna.
Simonetto.
Parla!
Toglimi quest'angoscia. Vedi: spiro.
Gigliola.
Perdónami, perdónami, fratello.
È necessario ch'io ti faccia questo
male.
Simonetto.
Ma dimmi!
Gigliola.
Nostra madre fu
uccisa.
Con un gran sussulto di tutto il suo corpo estenuato, Simonetto si leva; poi vacilla, e ricade a sedere, balbettando.
Simonetto.
Hai detto? hai detto? hai detto?
Gigliola.
Fu
uccisa. Abbi coraggio, abbi coraggio.
Serra i denti.
Simonetto.
Sì. Parla.
Gigliola.
Aspetta, aspetta. Il palpito ti sòffoca.
Simonetto.
No. Parla. Voglio sapere. Di' tutto.
Gigliola.
Aspetta.
Simonetto.
Voglio sapere.
Gigliola.
Di fuoco,
di gelo sei. Andiamo,
andiamo nella nostra
camera, Simonetto.
Vieni. Ti porto.
Simonetto, imperiosamente, con una forza improvvisa.
No. Voglio sapere.
Gigliola.
È l'ora, questa è l'ora. Ecco la notte.
Una pausa.
Fu nella stanza d'Alcesti. La femmina
era là che cercava nel cassone
panni; e pareva non trovasse. Allora
si fece all'uscio, in agguato; e chiamò.
Il cassone era aperto;
sollevato il coperchio,
la tagliuola era pronta,
preparato l'ordegno
allo scatto mortale.
Chiamò dall'uscio; nostra madre venne,
entrò senza sospetto; si chinò
a cercare. Il carnefice
la prese d'improvviso, le calò
il coperchio sul collo;
premette, soffocò
l'ultimo grido...
Novamente, con un gran sussulto, Simonetto si leva, trasfigurato.
Simonetto.
Ah, morte, morte! Dammi
dammi... qualcosa per ferire, dammi
da uccidere... Gigliola, ora vado,
ora corro... Mi sento
forte. Lasciami!... E tu sapevi, tu
sapevi. E m'hai mentito
anche tu, m'hai tenuto
nella menzogna orrenda. E tutto un anno,
per la tua anima un'eternità
di tortura e d'infamia,
tu hai potuto vivere, m'hai fatto
vivere a fronte a fronte,
vivere quasi tra le mani che hanno
strangolato... Oh! Oh! Oh!
E mio padre, mio padre...
Su, dammi, dammi qualcosa... Ch'io corra,
ch'io la cerchi... Dov'è? La prenderò
per i capelli, la trascinerò
sino alla pietra, su la pietra stessa
la sbatterò, la finirò...
La violenza lo soffoca. Egli vacilla e manca.
Ahi! Ahi!
Che è questo? Gigliola,
Gigliola, questo spasimo...
Se ne va l'anima... Aiutami tu!
Non potrò... non potrò...
La forza! Dammi la forza! Gigliola!
Un singulto gli schianta il petto.
Oh! Oh! Oh! Sono un povero malato...
Oh! Oh! Altro non posso che morire...
Si lascia cadere tra le braccia della sorella singhiozzando disperatamente.