SCENA QUINTA.

Angizia chiude il cancello di ferro, e il colpo rimbomba sotto il voltone.

Angizia.

O Tibaldo,

hai sentito? Era là!

Era tornato l'accattone, ancóra!

Sai? quel serpàro di Luco. Hai sentito?

Gli ho scagliato la pietra nella schiena.

Ma, se si ardisce di tornare un'altra

volta, bisogna scacciarlo col manico

della granata... Non tu,

che soffii. Mi ci metto

io, con Bertrando; e vedi...

Oh! Signora mia suocera, e che hai?

Hai avuto paura?

Tibaldo.

Io col bastone

come una bestia immonda

scaccerò te...

Angizia, volgendosi inviperita.

Ah! ricominci?

Tibaldo.

Chiama

tuo padre, ch'io ti riconsegni a lui

perché ti schiacci il capo con la pietra

che gli hai scagliata alle spalle.

Angizia.

Ma dunque

non ti passa la smània? Ti rimorde

la taràntola? Quello

non è mio padre. Non ho padre.

Tibaldo.

È vero.

Nasci dal putridume senza nome.

Angizia.

E m'hai raccolta?

Tibaldo.

Per averti spinta

col piede, fuor del mucchio

lurido, son rimasto

infetto.

Angizia.

E m'hai legata a te per sempre?

Tibaldo.

Non v'è legame tra la bestia e l'uomo.

È sacrilegio quel che ho fatto. Avevo

perduto il senso umano.

Angizia.

Supplicata

m'hai, piangendo, torcendoti per terra,

quando volevo andarmene; m'hai presa

ai ginocchi, hai posata

la faccia nella polvere perché

ti premessi il calcagno su la nuca.

Tibaldo.

E che tu mi rinfacci le vergogne,

e che tu mi ricordi le viltà,

ora, che importa? Ho rialzato il capo.

Lo vedi.

Angizia.

Sì. Per poco.

Per mostrarti a costoro che t'aizzano

contro di me. Dianzi

ti sei messa la maschera dell'uomo

forte davanti alla tua figlia; ed ora

te la metti davanti alla tua madre.

Ma non m'inganni. Sotto,

veggo il tuo viso senza sangue.

Tibaldo.

Oh, ecco,

tu mi rendi il mio viso

cotidiano. Alfine, lo ritrovo.

È vero. Non conviene ch'io sia tanto

terribile. Ora abbasso

la maschera e la voce. E quel che deve

esser fatto, sarà

fatto con un sol gesto e senza grido.

Angizia.

Quando tu sarai solo

con me, ti gitterai

per terra, un'altra volta;

e piangerai, e mi supplicherai.

E nulla sarà fatto,

perchè tu sei legato a me per sempre

e legato due volte.

E il legame segreto è palesato

omai. E tu non osi,

e nessuno oserà

toccarmi.

Tibaldo.

Tu ripeti la menzogna

inutile.

Angizia.

Che l'odano altri orecchi

qui dentro.

Tibaldo.

Infàmia a vòto.

Angizia.

Veramente?

Persuadi a tua figlia

che la serva mentisce

quando ti chiama complice e consorte.

Guarda la vecchia, là.

Tibaldo.

È l'orrore di te,

che l'impietra.

Angizia.

O Tibaldo, io non credevo

che tu potessi impallidire ancóra

di più.

Tibaldo.

E se mia madre

parlasse e ti chiedesse

una prova... che prova le daresti

tu?

Angizia.

Che prova era contro

di me quando tua figlia

dianzi ripeteva a me: «Ti guardo»?

E la vecchia ti guarda.

E non hai più colore

di vita e non hai gocciola

di sangue che non sia ghiaccia nel tuo

cuore; e fai uno sforzo disperato

per non battere i denti

— anzi, ecco, la mascella ti tradisce —

come la notte d'or è l'anno, quando

salisti a piedi scalzi, di nascosto,

nella mia stanza buia e mi cercasti

brancolando e venisti

a coricarti accanto a me, perché

non potevi star solo;

ed io sapevo il tuo consentimento

coperto e tu sapevi il compimento

della mia mano pronta.

E ci stringemmo; e fummo

due, per la vedovanza e per le nozze.

Non ti ricordi? Sei convinto? Basta,

ora. Questo doveva

esser detto, per pegno del silenzio...

che si poteva rompere.

Tibaldo.

Madre, hai udito? Resti

immobile.

La madre non può parlare.

Hai creduto?

Credi?

La madre resta immobile.

Io sono il tuo figlio

folle e vile e perduto. E costei mescola

la sua colpa alla mia follìa così

ch'io non potrò dissepararne l'anima

mia giammai né salvarmi innanzi a te.

Lo so. Perduto sono.

Ma costei che m'accusa,

che m'incatena al suo

delitto, che s'aggrava

con tutto il peso della sua perfidia

sopra ciascuna sillaba

della menzogna sua

come sopra la vittima,

costei, costei è quella

che mistura i rimedii

dell'ammalato...

Angizia.

Non è vero! Come

lo sai? Chi te l'ha detto?

Tibaldo.

che apre e fruga

per tutto e ruba con le chiavi false...

Angizia.

Non è vero!

Tibaldo.

che scaglia

la pietra nella schiena

del suo padre...

Angizia.

Non è mio padre, no!

Non lo conosco.

Tibaldo.

che s'accoppia dietro

gli usci e nei ripostigli

col mio fratello nemico...

Angizia.

Non è

vero! Diglielo in faccia,

chiedilo a lui, affróntalo.

Tibaldo.

che insozza

tutta la casa, corrompe, avvelena,

appesta tutto...

Angizia.

E ieri t'aggrappavi

alla mia gonna come

un bàmbolo!

Tibaldo.

costei

è la bestia selvaggia senza nome,

è la devastatrice che bisogna

distruggere.

Si getta su la femmina come per strangolarla.

Angizia.

Ah! Sei pazzo? Che mi fai?

Pazzo! Pazzo! Ti penti.

Chiamo Bertrando. O vecchia,

gridagli!

La vecchia rompe l'immobilità dell'orrore e si leva con un grido. Tibaldo lascia la presa.

Donna Aldegrina.

No, Tibaldo.

Tibaldo, indietreggiando.

No, no, madre.

Lascio. La lascio. Non davanti a te.