SCENA QUARTA.

Restano la madre e il figliuolo, l'uno di fronte all'altra.

Tibaldo.

E tu non te ne vai,

mamma? Non fuggi il lebbroso anche tu?

Non ti turi la bocca

per non bevere l'aria

infettata?

Donna Aldegrina.

Figliuolo,

non ti lagnare. Sei passato sopra

i cuori che t'amavano.

Tibaldo.

E non v'è più speranza?

non v'è pietà?

Donna Aldegrina.

Li lasci calpestare

da un piede assuefatto

allo zòccolo ignobile.

Tibaldo.

Son calpestato io stesso.

Donna Aldegrina.

Gli altri sono innocenti.

Tibaldo.

Io sono l'assassino?

Si leva, tremando, nel raccapriccio dell'accusa.

Tu lo credi? Gigliola te l'ha detto?

M'accusa innanzi a te?

Donna Aldegrina.

Figlio, figlio, che tristo giorno è questo!

È come un sogno nero che ci sòffoca

Tremiamo tutti sotto una minaccia.

Il sospetto s'acquatta in ogni canto.

Tu te lo vedi innanzi, te lo senti

alle spalle; e non puoi

afferrarlo. Hai spavento di te stesso;

e gridi le parole irreparabili.

Tibaldo.

Ho gridato? Che ho gridato, madre?

La mia voce non è più dentro a me.

Ho guardato il mio viso nello specchio

e non mi son riconosciuto. Allora

gli ho dato un colpo e l'ho spezzato. L'anima

è andata in mille pezzi,

s'è sparpagliata giù pel pavimento;

e mi rivedo mille,

e non mi riconosco. E veramente

non so la verità

che mi fu dimandata, non la so,

madre. E tu che m'hai data questa povera

anima, e tu m'aiuta a raccattarla,

a rappezzarla. Pensa

che il giorno in cui tu mi mettesti al mondo

non vale più; ma questo

giorno mi vale per l'eternità,

se tu m'aiuti.

Donna Aldegrina.

Come

t'aiuterò? Parliamo

per coprire lo strepito

ch'è in fondo ai nostri cuori.

E ciascuno di noi è solo attento

a quel che l'altro non ha detto. E sembra

che il dolore abbia il volto dell'inganno.

Tibaldo.

Chiedi, interroga, frugami

dentro, strappa da me

la verità che sfugge agli occhi miei

loschi. Per non vedere

si sono torti; e avrò lo sguardo obliquo

fin su la bara. Dimmi

tu quel che vedi in questa

miseria che ti trema innanzi.

Donna Aldegrina.

Ahimè,

non v'è miseria eguale

a quella che patisce

la madre che non può più consolare!

Una pausa.

Tibaldo.

Dunque... lo credi?

Donna Aldegrina.

Che

debbo io credere, figlio?

Tibaldo.

Gigliola... t'ha parlato...

Donna Aldegrina.

Quando? Dianzi?

E può essere vero?

No, no, non ho voluto

comprendere.

Tibaldo.

Ma come

t'ha detto?

Donna Aldegrina.

Era discesa

allora dalla stanza del fratello:

aveva tolto via

tutte le medicine...

Tibaldo.

Ebbene?

Donna Aldegrina.

Ho indovinato

che il sospetto terribile era in lei;

ma non dalle parole,

perché s'è rattenuta

davanti a Simonetto inconsapevole.

Ho indovinato dalla tenerezza

mortale ch'era in lei quando stringeva

al petto quella povera

creatura... corrosa di nascosto...

Può essere? No, no,

non può essere. Troppo grande infamia!

Tibaldo.

Oh! Oh! Perché son nato?

Madre, perché m'hai messo al mondo? Questo

mi serbavi nell'ora

che ho fatto grido verso te perdutamente

per essere aiutato all'ultimo

passo! Scopriti gli occhi.

Anche tu guarda dunque l'altra faccia

dell'orrore.

Le prende le mani e le scopre il viso.

Sì, certo,

quello che non può essere

è. Non sapevo: e tu m'hai rivelato,

non sapendo. Ma, certo,

quello che non può essere

è. Nè io so perché ma me l'attestano

le mie vèrtebre stesse nel mio corpo

frollo, ma me lo giura

tutto il mio sangue che si risovviene

nel mio cuore disfatto.

La bestia velenosa

è all'opera di morte e non si sazia.

Donna Aldegrina.

Abominio! Abominio! E tu lo dici!

Ma allora?

Tibaldo.

Allora ascoltami,

madre: se tu mi salverai nell'anima

della mia creatura disperata,

io farò quello a cui la mia viltà

e il mio vizio ripugnano

nel più profondo della mia radice,

io compirò la liberazione

incredibile, l'atto che nessuno

attende... Hai tu compreso?

Donna Aldegrina.

Ah, non so, non comprendo. Tutto è buio.

Un flagello implacabile disperde

nella notte i superstiti tremanti.

Beata quella che riposa in pace!

Tibaldo.

Ascoltami. Non ho voluto mai

leggerti nelle pupille, per paura

della risposta alla domanda cruda.

Quella ch'è in pace, da qual mano fu

sospinta d'improvviso nel silenzio?

La madre si copre la faccia novamente.

E ancóra mi nascondi

il tuo dubbio o la tua certezza! Qui,

dianzi, quella che Gigliola chiama

serva con una voce

che taglia il viso peggio della sferza,

la femmina di Luco,

la mia moglie legittima,

in una frenesia

d'odio, in una vertigine di còllera,

a viso a viso le ha gridato: «Sì,

è vero. Sono io. L'ho fatto.»

La madre tenta di alzarsi, fa l'atto di scostarsi.

No!

Resta. Non mi fuggire. Non è tutto.

Non è nulla, anzi, questo che t'ho detto.

L'accusa era nell'aria, in ogni soffio,

esalava da tutte le pareti,

si celava nell'ombra delle vôlte,

si disegnava nelle fenditure

e nelle crepe come su le labbra

vive, come negli occhi palpitanti.

Il grido della bestia

impazzata ha risposto ad un silenzio

lungo che le diceva fissamente:

«Sei tu.» Gigliola non ha dato crollo.

Pareva che serrasse

l'anima sua nelle sue mani ferme

come un'arme affilata.

Madre, madre, e dinanzi a lei, dinanzi

a quell'anima nuda

(la fronte gli occhi il mento,

l'impronta mia, la simiglianza mia,

il segno del mio sangue

su quel viso figliale

si palesava a me come non mai,

in quell'attimo eterno

con non so quale forza

nuova, non so che rilievo mordace,

comprimendomi, entrando nel mio petto

spossato come un suggello di vita

indelebile) o madre, e la nemica

additandomi...

S'inginocchia ai piedi della vecchia, rotto dall'ambascia.

Scopriti la faccia,

ti supplico! Ch'io veda quel che fa

il tuo dolore! Guardami. Ecco, sono

più tremante, più debole,

più bisognoso d'aiuto che quando

ti nacqui del tuo spasimo,

brandello miserabile di carne

animato dal gemito. Ch'io veda

se puoi salvarmi o se sono perduto

anche per te!

La madre lo guarda.

Sì, così.

Egli esita un istante.

La nemica

additandomi ha detto: «E che farai?

Sono coperta dal tuo padre. Due

siamo, due fummo.»

La vecchia tenta ancora di alzarsi.

Madre,

non mi lasciare. Stendimi le mani

Ha creduto, ha creduto!

Ho visto nella faccia disperata

che la menzogna era creduta!

E tu?

S'ode la voce di Angizia nel giardino.

La voce di Angizia.

Non ti conosco. Vattene, pezzente!

Non so chi sei. Ti gitterò le pietre.

Ti farò divorare dal mastino.

Ora lo sciolgo. Vattene! Va via!

O grido al ladro. Fuori!

Fuori! Non so chi sei.

Vuoi dunque che ti scacci con le pietre?

Di là dal cancello, si scorge la femmina chinarsi a terra per lapidare.

Donna Aldegrina.

Eccola, viene. Portami di là.

Reggimi, ché le gambe non le sento

più. Non le posso muovere. Non posso

più levarmi, non posso camminare.

Che è mai questo? Reggimi, Tibaldo,

portami tu, trascinami

là fino all'uscio. Eccola, viene.

Tibaldo.

Madre,

è il destino. Rimani.

Vinci l'orrore. Sii

testimone del mio combattimento

mortale. Per la morte e per la vita

giudica tu. Non ho più nulla dietro

di me. Son solo. Tutta la mia razza

è scomparsa con tutta la sua forza

cieca. I forti che m'hanno generato

non m'aiutano più. Questa rovina

non degna pure di schiacciarmi, tanto

io sono poco per la sua grandezza.

Tu stessa, madre, non sei mia: son nate

da te due geniture avverse; e il tuo

cuore diverge. Non t'ingannerai

giudicando. Rimani.

Devi. Questo è il giudizio senz'appello

a cui mi serra il destino.