SCENA TERZA.

Dalla porta sinistra entra Tibaldo. Simonetto ammutolisce. Le donne restano in silenzio.

Tibaldo, convulso e smarrito.

Nessuno parla più... Questo silenzio...

Entra un'ombra? uno spettro v'apparisce?

Tutti muti, di pietra.

Eri tu che parlavi, Simonetto...

Ti sei levato... Come stai? Ti senti

meglio?

Simonetto.

Così, sempre così.

Tibaldo.

Ma oggi

t'è ritornata quella febbricina?

Simonetto.

Non è l'ora. Più tardi. Tornerà.

Il padre gli s'avvicina e fa il gesto per accarezzarlo. Egli scansa la mano con un moto istintivo, reclinando la testa contro la spalla della sorella.

Tibaldo.

Non soffri ch'io ti tocchi?

Donna Aldegrina.

È nervoso, inquieto.

Sussulta ad ogni soffio.

Lascia che vada, Tibaldo. Voleva

uscire un poco all'aria. L'accompagna

Annabella. Su, va,

Simonetto, che non si faccia tardi.

Simonetto.

Vieni, Gigliola, con me!

Gigliola.

Ti raggiungo,

se posso. Vado a preparar la stanza

con Benedetta, a trasportar le tue

cose, i tuoi libri...

Simonetto.

Sì, sì.

Gigliola.

Quando torni,

trovi tutto già pronto.

Simonetto.

Sì, sì.

Gigliola.

Caro,

cammina adagio: fa che non ti stanchi,

che non ti scalmi. Passa

per la viottola, èvita la polvere.

Stagli attenta, nutrice.

Benedetta,

vieni.

Benedetta.

Ecco, vengo. Raccolgo il filato.

Salgono per la scala, spariscono.