SCENA SESTA.
La femmina appare.
Angizia.
Non rispondi? Che hai?
Ma sei di sasso? È vero
che c'è stato litigio
col fratellastro? che siete venuti
alle mani?
Vede Gigliola.
Ah, tu stavi
qui con la tua taràntola...
Tibaldo.
Con mia figlia Gigliola.
Parlavo con mia figlia. Abbiamo ancóra
qualche cosa da dirci...
Angizia.
Ch'io non posso
stare a sentire?
Tibaldo.
Vieni,
figlia, con me. Andiamo altrove.
Angizia.
No.
Tu resta qui. Lascia che vada.
Tibaldo.
Angizia,
non alzare la voce.
Non sei tu che comandi
nella casa dei Sangro.
Angizia.
Il pollo mette i denti?
Che novità! Rideremo. Ma intanto
io sono la tua moglie: e la figliastra
deve obbedire. Vattene,
Gigliola. Ho da parlare
col mio marito.
Gigliola.
Serva,
se — ora che hai le chiavi — puoi
senza sotterfugio intrattenerti
a scemar le caraffe
nella dispensa, almeno
èvita di mostrarti
alticcia innanzi a noi
e di farci sentire nella tua
arroganza l'odore del tuo vizio.
Angizia.
Tibaldo, e non le dài una ceffata
tu che sei presso? Da costei mi lasci
ingiuriare? O taràntola, bada,
ch'io non ti metta il mio calcagno sopra.
Tibaldo.
Taci, taci. Va via,
va via di qui. Non voglio che tu parli
così alla mia figlia. Non sei degna
di scuoterle la polvere dall'orlo
della veste.
Angizia.
Impazzisci? Credi tu
d'essere ancóra il mio padrone? Voglio
sapere quel che dicevate. Certo
costei ti sobillava
contro di me, come fa sempre. Ma
il veleno si spegne col veleno.
Gigliola.
Serva, tu sei esperta di veleni.
Lo so. Tu sei dei Marsi. Porti il nome
della montagna amara. E ieri sera
vidi il tuo padre che ti cerca, che
ti richiama col sufolo di canna.
È un ciurmadore di vipere.
Angizia.
Questo
t'ha detto? Non è vero, non è vero,
Tibaldo. No, colui non è il mio padre.
Non lo conosco. È un uomo
di Luco, che passava per di qui
e voleva da me
l'elemosina.
Gigliola.
Via, non t'affannare.
Vedremo poi. L'uomo di Luco è ancora
qui ne' pressi, e ti spia.
Ma non questo dicevo.
Angizia.
E che dicevi?
Gigliola.
Serva, che oggi è l'anno.
Angizia.
Bene, sì. Oggi è l'anno. E tu mi guardi.
Gigliola.
Ti guardo.
Angizia.
Bene, sì. Eccomi. Guardami.
Credi ch'io abbia paura?
Gigliola.
Ti guardo.
Angizia.
Che hai da dire? Su via, di', di' tutto.
Parla. Credi che abbassi gli occhi? No,
no, non li abbasso. Credi ch'io non sappia
quel che dicono sempre gli occhi tuoi
quando mi fissi? Dicono:
«Sei tu! Sei tu! Sei tu!.» Ebbene, sì,
è vero.
Tibaldo.
No, Gigliola,
non l'ascoltare. È pazza
di furore, è la bestia
furente: ha la vertigine dell'odio.
L'hai provocata. Non sa quel che dice.
Non l'ascoltare. Vattene, Gigliola.
Costei mentisce per esasperarti.
Angizia.
No, non mentisco. È vero, è vero. Sono
io. Te lo grido, e non abbasso gli occhi.
Eccomi. T'ho risposto,
senza tremare. Io l'ho fatto. Oggi è l'anno.
Tibaldo.
Non è vero! La vedi: è fuor di sè;
è la bestia impazzata.
Gigliola.
Madre mia, madre mia, anima santa,
questo è il punto. Sostienimi. Ho promesso;
manterrò. Sarò forte.
Angizia.
E che farai?
Che mi potrai tu fare?
Sono coperta dal tuo padre. Due
siamo, due fummo.
Tibaldo.
Taci,
cagna rabbiosa. Vattene. Ti scaccio.
Se ancóra parli, ti trascino fuori
pei capelli, ti sbatto al pavimento.
Angizia.
Non hai forza: ti tremano i ginocchi;
ora stramazzi. Due
(tu che ancora mi chiami serva, intendimi
intendimi!) due fummo. Te lo dico
perchè tu sappia bene
che per toccarmi devi
passare sul tuo padre.
Tibaldo, piegando i ginocchi, curvandosi a terra.
Non la credere!
Ha mentito, ha mentito, per vendetta.
È frenetica d'odio. Te lo giuro,
figlia. Ma passa, ma passa su me.