SCENA QUINTA.

Tibaldo de Sangro rimane seduto, tra le cartapecore, a capo chino, ancora affannato dalla lotta e pallidissimo. Gigliola leva il capo, guarda il padre, cammina verso di lui. S'odono le voci di fatica lontane.

Gigliola.

Vattene, Annabella.

Si sofferma e segue con lo sguardo la nutrice che; se ne va silenziosamente, su per l'ombra della scala. Poi s'accosta al padre, e la voce le trema.

Padre,

son io. Non c'è nessuno più. Son io

sola, con te.

Egli si leva, timidamente, vacillando un poco, senza osare di guardare in viso la figlia.

Tibaldo.

Gigliola!

Gigliola.

Oh no, non devi

sorridere così. Tu mi faresti

meno male, se tu mi calpestassi.

Tibaldo.

Non ti devo sorridere... Perché?

Ti faccio male... Non so... Lascia allora

ch'io mi metta in ginocchio avanti a te,

figlia. Non so che altro potrei, figlia,

ora. Tu no, non mi faresti male

se tu mi calpestassi.

Ma ti benedirei.

Gigliola.

No, no, non in ginocchio. Sta diritto.

Una pausa. Corruga le ciglia.

Chi ti voleva piegare la nuca

a terra?

Tibaldo.

Figlia, abbi pietà del tuo

padre se tu sei stata testimone

della vergogna.

Gigliola.

Tremi tutto. Sei

più bianco della tua camicia.

Tibaldo.

Soffro

un poco.

Gigliola.

Certo, tu non tremi... è vero?

tu non tremi... per quello.

Tibaldo.

Per quello?

Una pausa.

Gigliola.

Padre!

Tibaldo.

Di': che hai? che vuoi,

Gigliola? Parla.

Gigliola.

Tu non hai paura.

Tibaldo.

Di chi?

Una pausa.

Gigliola.

Gli hai morso la mano.

Tibaldo.

Gigliola...

Gigliola.

Forte?

Tibaldo.

Che mi domandi!

Gigliola.

Forte dovevi. Tu non hai paura;

è vero?

Tibaldo, balbettando.

Ma che hai?

Che mi domandi! Se tu hai veduto

quello che non doveva esser veduto

dagli occhi tuoi, perdónami, perdónami.

Gigliola.

Tutto ho veduto, veggo.

Non ho più ciglia: sono senza pàlpebre:

gli occhi miei non si serrano

più, non battono più.

Veggo, terribilmente.

Tibaldo.

Gigliola sei? Che mai

avvenne? Chi ti dà

questa forza? Che gridi, quanti gridi

nella tua voce sorda!

Gigliola.

Dimenticato avevi

il suono della mia gola ferita.

Tibaldo.

Rimasta eri velata

per me, tutta velata

dal tuo lutto, in disparte.

Gigliola.

T'è nuova la mia voce?

Per un anno in silenzio

ho portata la piaga

senza sangue, la piaga

che fu fatta anche a me

in un punto, lo sai,

qui d'intorno al respiro...

Tibaldo.

Come ti guarderò?

Eri velata. Vivere ho potuto,

esiliato dall'anima tua,

con l'amore dell'esule

pel piccolo giardino ove non entra

più...

Gigliola.

Tutto è arso. Non aver parole

di tenerezza per la creatura

abbandonata nell'orrore, sola,

come in fondo al burrone,

come in mezzo al ghiacciaio.

Ma guardami; ma leva gli occhi. Guardami

quale sono: non più

piccola e neppure più

dolce... Nulla di giovine è rimasto

in me. Passata in un anno è la mia

primavera. Mi sono maturata

non al sole ma all'ombra,

all'ombra d'una sepoltura. Guardami;

ché devo interrogarti,

e il tempo incalza. Ho fretta.

Con uno sforzo angoscioso il padre solleva le palpebre, la fisa.

Tibaldo.

Oh, l'orrore, l'orrore

nella tua faccia, gli occhi senza pàlpebre!

Figlia, e m'odii anche tu?

E chi t'ha fatta così dura? Dimmi.

Gigliola.

Ti ricordi? Fra poche

ore viene quell'ora:

verso sera. Mia madre fu chiamata;

e la povera entrò

nella stanza già scura.

E, poco dopo, quell'altra, la serva

tortuosa, la femmina di Luco,

escì gridando. E già

la vittima non si moveva più...

Tibaldo.

No, no, non seguitare!

Gigliola.

Bisogna che tu m'oda,

e che tu mi risponda.

Quell'altra è la tua moglie

oggi. Tu me l'hai data per padrona.

Mi fu tolta la madre e mi fu data

per padrona colei che con lo straccio

lavava il pavimento.

Non è vero? Ma guardami!

Tibaldo.

Non posso più. Non ho più forza.

Gigliola.

Eppure

bisogna che, con gli occhi

negli occhi, a viso a viso,

tu mi risponda.

Tibaldo.

Sùbito

parla. Dimmi che vuoi.

Ti guardo.

Gigliola.

Sai la verità?

Tibaldo.

Ma quale?

Gigliola.

No, padre, no, non mi sfuggire. Tieni

ferma l'anima tua nella pupilla

come ho ferma la mia.

Chi la fece morire?

La verità! La verità!

Tibaldo.

Non fu

la sorte iniqua? la percossa cieca?

Gigliola.

Oh ti supplico, padre!

Non mi mentire. Parlami

come s'io fossi moribonda, come

se dopo io mi dovessi

avere negli orecchi e nella bocca

il suggello per sempre. Non lo sai?

Non sospetti? Quell'altra

che uscì gridando...

Tibaldo.

No, no!

Gigliola.

Ma sei tutto

bianco.

Tibaldo.

Oh! Oh! E tu pensi,

figlia, tu pensi di me questa infàmia:

ch'io t'avrei sottoposta

a tanto orrore nella casa dove

mi nascesti, ch'io complice

avrei congiunto col legame orrendo

la bestia criminosa

e la tua purità,

qui nella casa dov'è custodita

quella che fu sepolta...

Gigliola.

Silenziosamente

sepolta fu, silenziosamente:

ed ogni viso intorno

era come la pietra sepolcrale,

come la pietra che si pone sopra

la cosa buia e segreta. E il tuo viso...

Tibaldo.

Il mio viso...

Gigliola.

Pareva

che avesse un marchio d'onta.

Oh che pietà di te, padre! Ma tutto

dire debbo. Pareva

che già lo difformasse

l'obliquità che poi ho riveduta

mille volte, la maschera convulsa

che t'ha messa la femmina e che tu

non puoi strapparti...

Tibaldo.

Me la vedi? qui?

l'ho qui? Se piango, non si fende? Ma

chi t'ha fatta così crudele? Chi

t'ha mutata, anche te?

t'ha convulsa, anche te?

Tu non sei più Gigliola.

Gigliola.

Non sono più Gigliola. Maturata

sono, disfatta, e non dall'ombra sola

di quel sepolcro ma dal fiato impuro

che m'alita su l'anima continuo,

e da quel tuo sorriso, dal sorriso

di vergogna, che per un anno fu

il segno della tua bontà paterna!

Tibaldo.

Mi struggevo d'amore

per te, con un rimpianto senza fine,

esiliato dall'anima tua,

esiliato da tutte le dolci

cose che conoscevo

in te che m'eri il fiore

di questo tronco guasto.

Gigliola.

E perché l'hai gittato,

il fiore, sotto i piedi assuefatti

a camminare scalzi

nell'immondezza?

Tibaldo.

Come

potresti tu comprendere il mio male

disperato, la mia miseria senza

riparo?

Gigliola.

Ah che pietà di te! Non sono

crudele.

Tibaldo.

Me n'andrò, scomparirò.

Non mi vedrai. Vuoi questo?

Gigliola.

Scàcciala.

Tibaldo.

Tu non puoi, non puoi comprendere!

Gigliola.

Scàcciala.

Tibaldo.

Me n'andrò.

Gigliola.

Scàcciala. Il laccio è teso anche per te.

Cieco tu sei. Io vedo.

Tibaldo.

Il ribrezzo ti va

innanzi alla parola. Di': che vedi?

Gigliola.

La turpitudine ovunque, la frode

servile, il tradimento. Profanàti

sono i miei occhi; e chiuderli non posso.

Tibaldo.

Con ogni tua parola

come con una branca

m'afferri il cuore e me lo serri. Dimmi

tutto.

Gigliola.

Sì, tutto debbo dire come

chi sta per trapassare.

Di tutte queste cose che m'insozzano

mi purificherò.

Una pausa.

Scàcciala. L'uomo

che ti voleva piegare la nuca

a terra, e tu l'hai morso

alla mano... Oh sozzura!

Si copre la faccia.

Tibaldo.

No, no, no!... Che sai tu? Come sai tu?

O figlia, tu vedere... No, no. L'odio...

l'odio t'abbaglia.

La voce di Angizia, nell'ombra della scala.

Tibaldo! Tibaldo!