SCENA TERZA.

Ella ha udito un fruscìo giù per le scale. Entrambe sobbalzano. Appare d'improvviso Gigliola, irriconoscibile. Le donne sbigottite gettano un grido.

Benedetta.

Oh, figlia, e che hai fatto?

Gigliola.

Annabella, Annabella,

dove hai lasciato Simonetto? dove

l'hai tu lasciato?

Annabella.

Nella stanza.

Gigliola.

Quando?

Annabella.

Or ora. Son venuta per cercarti.

Chiama; ti vuole.

Gigliola.

E non s'è mosso mai

dal suo letto?

Annabella.

No, mai.

Finora sono stata al capezzale.

E prima di me c'era Benedetta.

Gigliola.

E allora?

Annabella.

Figlia, figlia, ma che hai

fatto?

Benedetta.

Dio, Dio, le mani!

Che t'hanno fatto alle mani?

Gigliola.

Dov'è

mio padre? Chi l'ha uccisa? chi l'ha uccisa?

Annabella.

Di chi parli? Dell'anima

santa?

Gigliola.

No: della femmina. È là morta.

Benedetta.

Ha la febbre. Delira!

Gigliola.

Io l'ho trovata morta sul suo letto.

Annabella.

Delira. E queste piaghe

su le mani... Oh sciagura

nostra!

Gigliola.

No, non deliro, non deliro

ancóra. Io l'ho trovata morta.

Il padre appare alla porta sinistra. Vedendolo, in un lampo ella comprende.

Tu!

Il suo sangue è su te.

Il padre è mortalmente pallido. La sua voce è sommessa ma ferma.

Tibaldo.

Io, sì, l'ho spenta.

Il suo sangue è su me. T'ho vendicata.

Gigliola.

Tu non potevi, non potevi. Il vóto

era mio solo. Vittima per vittima!

Tu l'hai sottratta al mio diritto santo.

Tibaldo.

Perché la mano tua

non si contaminasse,

figlia, io l'ho fatto.

Gigliola.

Ma la tua non era

pura per questo sacrifizio.

Tibaldo.

In questo

sacrifizio ho lavata

la mia vergogna.

Gigliola.

Hai suggellato il tuo

segreto nella bocca accusatrice.

Tibaldo.

Quella bocca mentiva

in rigùrgito d'odio

per ch'io fossi perduto anche nell'anima

tua...

Gigliola vacilla, vinta dal malore che la torce. Subitamente il suo volto si scompone come nel principio dell'agonia. Le donne la sorreggono.

Annabella.

Dio, Dio, che è questo?

Tibaldo.

Gigliola!

Benedetta.

Dio! Le mani sono livide,

s'annérano...

Tibaldo.

Gigliola!

Annabella.

Enfiati i polsi,

le braccia... Che hai fatto?

Parla!

Gigliola si riscuote, vince lo spasimo; allontana da sé le due donne.

Gigliola.

Non mi toccate!

Benedetta.

O sciagura, sciagura nostra!

Annabella.

Parla!

Tibaldo.

O figlia, abbi pietà!

Gigliola parla come chi entri nel delirio.

Gigliola.

Non mi toccate!

Io lo so, io lo so.

Non potete aiutarmi.

Medicina non vale.

Quando mi mossi, io volli

non più tornare in dietro.

M'ha chiamata, mi chiama.

Andare debbo. Ho il letto

per l'agonia: la pietra

che fu chiusa da due...

Tibaldo.

Implacabile, ascoltami!

Il mio cuore è schiantato.

Anch'io non sopravvivo.

Ti parlo già dall'ombra.

Gigliola.

Misera, che accendesti

le lampade, e ora spegnile!

Fa l'ombra, tutta l'ombra

su chi non potè compiere

il suo vóto.

Si volge verso il cancello, dietro a cui si vedono rosseggiare le fiaccole dei manovali.

Spegnete

le fiaccole, volgetele,

spegnetele nell'erba,

o uomini. Agitare

la mia nel mio pugno

non potei. Tutto fu

in vano.

Cammina verso la cappella.

Addio, addio.

Il padre le attraversa il passo, barcollando come chi sia sul punto di stramazzare.

Tibaldo.

Gigliola!

La figlia si sofferma, per non abbattersi in lui.

Gigliola.

No. Nessuno

mi segua. Addio.

Tibaldo, cadendo a terra di schianto.

Passa, passa su me!


ADOLPHVS DE-KAROLIS
ORNAVIT

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.