IL PRIMO EPISODIO.
Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di Virginio Vesta, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata, tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra è a man ritta, una porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane, gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una tavola robusta è presso la finestra; e sopra vi sono i larghi fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v'è anche di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette. Non questi fiori soltanto interrompono la semplicità rigorosa ma anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro fluviatile dell'Ilisso attico.
È un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo erboso, le vecchie muraglie coperte di edera.
Virginio Vesta è in piedi, contro la tavola del suo lavoro, nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. Corrado Brando si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una scranna e poi di sùbito balza e riprende a far le volte del leone. Qualcosa di violento e di subitaneo è in tutte le sue movenze, e un'aspra passione gli dirompe la voce.
Corrado Brando.
La linea retta, quella che tu segni là con la tua riga d'acciaio: una mèta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo stroncamento dei due gomiti e delle due ginocchia; ma un sì o un no. Intendi? Questo volevo dalla vita.
Virginio lascia il tiralinee e la riga, alzando il capo.
Virginio Vesta.
E la vita non ti ha già risposto?
Corrado.
Come?
Virginio.
Sei ancora di qua dai trent'anni, e hai già potuto compiere una grande azione.
Il rancore indurisce lo sguardo dell'inquieto e gli contrae la bocca.
Corrado.
Senza gloria, a beneficio altrui.
Virginio.
Che importa? Sei tu di quelli che hanno bisogno della fanfara per muovere all'assalto e della mercede per combattere?
Corrado, impetuosamente.
Sono di quelli che portano dentro di sé la bestia selvaggia e, lontani dal deserto, nella ressa degli uomini, non hanno altra scelta se non tra la cupidigia e la mortificazione, tra il crimine e l'ignavia.
Egli si sofferma davanti alla maschera che l'attira.
Virginio.
Guardala bene, la maschera del sordo Beethoven. T'insegna il coraggio e la solitudine, la pazienza e la lotta silenziosa. Più la vita è constretta, più è alta; più s'inalza e più diventa dura.
Corrado.
Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine. Quando tua sorella suona qualcuna di quelle musiche, la tempesta solleva tutte le forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito; oppure, lo sai, un artiglio ostinato ti scava nel vivo del cuore per ritrovarti e lacerarti le radici del sogno più nascoste. Tu stesso allora diventi pallido.
Virginio.
Perché sento sorgere dentro di me la mia vera vita che non è quella mediocre di tutti i giorni, in cui mi curvo e mi logoro.
Corrado.
Che chiami tu la tua vera vita?
Virginio.
Una potenza velata dalla sua stessa bellezza.
Corrado.
Una potenza senz'atti, senza regno?
Virginio.
Che trasfigura gli atti, che non ha limiti al suo regno; che di me, umile ingegnere idraulico irto di moduli logaritmici di formule trigonometriche e di equazioni generali, fa il regolatore dell'Elemento inesauribile che circola in tutte le creature viventi dalla pianta all'uomo, il signore dell'acqua mediatrice e macchinatrice, comune a tutto ciò che vive, mista alla nostra carne e alla fibra dell'albero, eguale nel nostro cuore e nell'acino d'uva, nella nuvola e nella lacrima. E m'avviene di ripetere in me il cominciamento del Trattato di Leonardo, come una preghiera della mia infanzia, perché l'acqua è il sangue e la linfa del mondo. E, per più conoscerla, più l'amo, obbedendo alla sentenza di quel primo maestro; e quanto più l'amo tanto più so dominarla, perché l'amore mi trasmuta la mia scienza in arte e l'arte mi trasfonde nella cosa amata, di modo che l'intuito talvolta mi precorre il calcolo come se fosse nato in me un senso nuovo e in tutti i miei spiriti fosse qualcosa di simile a quell'acume che portano nell'udito i cercatori di sorgenti.
Corrado.
Così tu dici che la tua vita vera è la poesia.
Virginio.
Ma la poesia è la realtà assoluta, è l'essenza stessa dell'Universo; e la trovi qua in questa arida tabella di valori come là nelle linee dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa un'arte. Per ciò io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti nel mio tubo di ghisa e la conduco alla città distante, quando traggo la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la mia turbìna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi; e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor più profondo e pio; perché la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor più certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno delicata di quella che circoscrive quel tòrso ammirabile, io sento il mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perché la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a questa imprime il moto della mia volontà per condurla a un'opera più varia e più vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione, non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la furia del torrente è constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata moltiplica il pane, ecco che la città si disseta si terge s'illumina si abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre io considero l'opera che non è fissa come quella statua ma è mobile come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che «dall'acqua vien l'anima» e che quella è la stessa per cui la mia sete comunica con la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto.
Corrado.
Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti.
Virginio.
No. Il mio sogno è stabile e regge il mio peso. È il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze.
Corrado.
Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a ciò che riluce. Il mio più gran sogno aderiva alla mia vita, una notte di marzo, laggiù nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo campo il grido di guerra rimbombante d'altura in altura giù pel fiume sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volontà la mèta come un cùneo, tutta vivente intorno a me l'immensità del Continente nero, nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai più il cervello di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima più che i fuochi dei Galla sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei miei Sudanesi e dei miei Somàli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo: era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il secondo anniversario.
Virginio.
Devi averlo santificato.
Corrado.
Sì, passando la notte in una bisca, tentando per l'ultima volta la fortuna ignobile con qualche biglietto untuoso.
Virginio.
Perché cerchi di offendere e di scacciare così crudamente l'eroe che è dentro di te?
Corrado.
È dentro di me? Dunque è prigioniero. E ogni prigioniero si fa astuto e malvagio; o diventa folle, ritrova la sua libertà nella follia. L'aria vivida, il pericolo prossimo, il cuore pieno d'allegra temerità: ecco quel che gli converrebbe.
Virginio.
E non sai dunque aspettare?
Corrado.
Aspettare che cosa? Quando l'albero è divenuto grande, che cosa aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai.
Virginio.
Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza.
Corrado.
Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa attitudine. È ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma, finché non si sentano bruciare le dita. I più accorti, invece della miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano di tratto in tratto: «È tempo. I tempi sono prossimi». Tempo di che?
Virginio.
Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale è segno che i grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondità della stirpe.
Corrado.
O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita è una specchiera publica per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i suoi fatti ma è l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza del tempo. Com'è d'un popolo, così è d'un uomo. E io mi vergogno d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i marciapiedi urbani. «L'uomo dalle spalle quadre» dicono «è Corrado Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato per la sua abilità nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo. Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e della Società geografica, in questue; e passa le notti nelle bische per veder di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?»
Nel riso acre sembrano stridergli i denti.
Virginio.
No, non ridere di quel riso cattivo. Tu affermi che la contraddizione e la guerra sono per la tua natura gli stimoli più efficaci a vivere e ad amare la vita. Ed ecco, l'impedimento ti esaspera e ti disgusta! Ma non v'è eroismo senza impedimento: l'una cosa e l'altra sono indissolubili, come la natività e il dolore.
Corrado.
L'impedimento formidabile da abbattere o da sormontare; non l'inciampo, l'impaccio, l'intrigo.
Virginio.
La povertà, le miserie domestiche, i fastidii cotidiani, le bisogne umilianti ed estenuanti, la malattia, l'ingiustizia, l'ingratitudine, il dileggio: non sono queste le ombre di tante vite illustri a cui domandiamo ogni giorno il segno di luce per andar più oltre?
Corrado.
Pronto io sono, per la mia mèta, a prendere su me quel che v'ha di peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani. Tu mandami là dove io ho lasciato la mia virtù, e poi dammi da compiere quel che è più difficile e più atroce: io lo compirò senza mai volgermi indietro né mai mettermi a giacere. Quel che non mi fa morire mi rende più forte. Ma pur mandami e dimmi che io vado a morire, che avrò il mio tumulo in una regione non mai calpesta da uomo bianco. Andrò senza esitare, cantando. La sera che giunse a Roma la notizia della morte di Eugenio Ruspoli, il sentimento dell'invidia soverchiò ogni altro e mi divorò il cuore. A Burgi, su la via del Daua che primo aveva percorso, egli ha per monumento un ramo secco fitto in un mucchio di terra, agguagliato nel sepolcro ai capi della gente Amarr. Per quella via io voglio ritrovare le sue tracce, ma andar più oltre, assai più oltre, risalire il Daua, cercar di sciogliere l'enigma del fiume Omo... E poi... Ho il mio pensiero, anzi ho il mio impero, una parola romana da rendere italica: Teneo te, Africa. Ah, se tu potessi comprendere! Ah, se tu avessi provato una volta quel che io provai quando di là da Imi entrammo nella regione ignota, quando stampammo nel suolo vergine l'orma latina! Ancora vedo i branchi d'avoltoi e di cicogne levarsi sul Uebi, odo il fischio dell'aquila pescatrice...
Virginio.
Ti comprendo. Comprendo la tua passione e la tua nostalgia; e, non so perché, m'aiuta un ricordo della nostra adolescenza, il ricordo di quella sera su la via Cassia quando ci smarrimmo e a notte ci ritrovammo su l'Arrone e tu volesti salire la rupe vulcanica per entrare nelle rovine di Galera e tutta notte errasti aprendoti la via tra i pruni fitti, e all'alba eri stillante di sangue e di rugiada quando ti addormentasti sul tufo... Ti rammenti?
Corrado.
Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dòmini e la governi e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono ancóra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, sì, c'è là il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco più piccolo potrebbe forse anche entrare in un museo...
Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza.
Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli il silenzio per dire al fiume: «Ora il mio cómpito è di seguirti fino all'Oceano». Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente. Dammi un tal cómpito; e ti giuro che gli sarò pari. Io sono un Italiano della razza dei Caboto, e la terra della mia virtù si chiama anch'essa Primavista.
Virginio.
Attendi. La passione e la volontà affascinano l'evento.
Corrado.
Non posso più attendere. La passione, quando non si esalta ed esala in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialità più greve o ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta: un coraggio lucido in un corpo disciplinato. Dico: «Adoperatemi. Mandatemi al segno». Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che è divenuto il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone, invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul muletto... Ti confesso il mio rammarico.
Virginio.
No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza. Ti so generoso come nessun altro.
Corrado.
Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per me l'orgoglio. Ma dimmi: chi è il capo se non il più forte? Quando nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono su la nostra torma già decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidità o grinzi come i sacchi vuoti, cadevano a terra, sùbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere labbra attaccate alle gengive non passava più se non la parola sepolcrale: «Kalas, basta!», chi fu che solo non cessò mai dal gridare l'altra parola: «Avanti!» ed ebbe animo di trascinare verso la mèta la sua stessa carne miserabile?
Virginio.
Che temi dunque, se ti resta quell'animo?
Corrado.
Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico che così mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento soltanto contro il mio gómito il gómito altrui, sento l'orrore del contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso sguardo tra le palpebre gonfie dei bari.
Virginio.
Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza di ascendere, discendi più basso, sempre più basso! Quando tu penetri nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai?
Corrado.
E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle?
Virginio.
E, se non riesci, che ti rimane? Quel che dispregi negli altri: una spina dorsale fiaccata, un cuore stanco e impudente, una volontà instabile, un'ala monca per svolazzare...
Corrado.
No; perché io ho affrettata la mia caduta, volendo giungere in alto.
Virginio.
Parola sibillina.
Corrado.
Forse. Te l'ho già detto. Non esito a prendere su me stesso quel che v'ha di peggio.
Virginio.
Più degno di te era, nell'attesa, riprendere la tua arte: non giocare ma fondare, non rischiare ma edificare.
Corrado.
La mia arte! Fondare, edificare! Sogni tu sempre? Ingegnere idraulico, tu signoreggi il sangue e la linfa del mondo. Ma, in realtà, ora tu distruggi una bellezza creata dalla vicenda delle alluvioni, dalla miseria degli uomini, dalla crosta dei secoli; in realtà, tu cancelli i segni d'una scrittura venerabile, per sostituirvi un muraglione biancastro e brutale, che nulla esprime e nulla commemora. E io? che potrei io fare? tornare in Sardegna, al Monteferru, a saggiar qualche miniera esausta? o mettermi al servigio d'un intraprenditore ladro? costruirgli su false fondamenta riempite di macerie una grossa gabbia crivellata di buchi per ingabbiare la scrofola e l'epilessia dei proletarii?
Virginio.
Le nuove materie — il ferro, il vetro, i cementi — domandano di essere inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura.
Corrado.
Un popolo ha l'architettura che meritano la robustezza delle sue ossa e la nobiltà della sua fronte. Nell'arco romano non senti tu la prominenza del sopracciglio consolare? Se tu fossi sostenuto e sollevato dalla piena vita della tua gente, la tua muraglia tiberina non sarebbe destituita d'ogni stile ma — come il valore di uno spirito crea l'aria d'un volto — sotto le mani delle tue maestranze libere una grande idea si manifesterebbe nelle linee nei rilievi nelle commettiture delle pietre: Roma esprimerebbe anche una volta, col linguaggio lapideo che solo le conviene, la sua volontà di ricongiungersi al Mare che solo di lei è degno.
Virginio.
È vero. Ogni alto sforzo oggi è solitario, ogni armonia è contrariata dalla sterile inquietudine.
Corrado.
O Virginio, invece di mendicare da un burocràte sonnacchioso la licenza d'immolarmi, allora io potrei forse divenire un costruttore di città su terre di conquista, ritrovare quell'architettura coloniale che i Romani piantarono nell'Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nòmadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale, alzata dalle coorti dei veterani! Ebbene, io sono modesto: oggi mi contento di rischiare la pelle per sapere se l'Omo appartenga al sistema del Nilo o sbocchi nel lago Rodolfo. Non domando neppure gli augurii per viatico. Vado solo.
Virginio.
Parti?
Corrado.
Parto.
Virginio.
Quando?
Corrado.
Senza indugio.
Virginio.
Per dove?
Corrado.
Per Brava, per la Costa Orientale, dove m'aspetta Ugo Ferrandi. La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar.
Virginio.
Hai dunque tutto ottenuto?
Corrado.
Nulla.
Virginio.
E allora?
Corrado.
Gaetano Casati andò a raggiungere Romolo Gessi coi soli mezzi necessarii per arrivare a Kartum.
Virginio.
Hai vinto al giuoco?
Tace il violento per alcuni attimi; si allontana, poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso.
Corrado.
L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta di duecento àscari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno, anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di burro che avevo veduta al mercato di Bèrbera. Il denaro s'accumulava dinanzi a lui; ed egli lo radunava senza fretta, separando la carta dall'oro, con una mano di quadrùmane mezzo nascosta dal polsino inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelmàl, aggirato come un guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi. Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente — non so perché — il modo che tennero i Somàli nell'uccidere Pietro Sacconi mentre parlamentavano: uno gli gettò in viso una manata di sabbia, un altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu così forte che mi comunicò ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa della volontà riescì a trattenere il braccio che era per scagliare la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non così che il mio gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui levò gli occhi bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo e non aveva osato. Non so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perché da una banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo la paura fisica di me, e in me la facilità di annientarlo. Sapevo che avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei scosso dicendogli: «Lascia là il bottino che non è tuo, bestia immonda; serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti». Ma allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola, vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio, chiara e ferma: «Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti la mia effigie». Sussultai con un po' di freddo nella radice dei capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era rimasta in me.
A poco a poco, nel racconto egli s'è lasciato trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto con straordinaria potenza nell'orrore di quella tentazione notturna. Ora si arresta, preso da un fugace smarrimento. Ma sùbito riacquista il dominio di sé; e riafferra l'ironia contro l'amico sconvolto.
Virginio.
Corrado!
Corrado.
Che hai? Sei commosso.
Virginio.
Sì. Mi fai pena.
Corrado.
Mi hai visto pronto alla rapina? Che pensiero t'è passato per la mente? Ti aspetti ora una confessione terribile?
Il riso gli riluce sui denti.
Virginio.
Tu mi sembri malato.
Corrado.
Perché t'ho raccontato un sogno d'infermo?
Virginio.
C'è qualche cosa d'estraneo in te.
Corrado.
Che cosa?
Virginio.
Non so. Ma tu parli, parli; e sento che le parole girano sempre intorno a un pensiero che resta celato.
Corrado.
Altro è il pensiero, altro è l'atto, altro è l'imagine dell'atto. Intorno a quale di queste tre cose io giro?
Virginio.
Corrado, ti prego: non tener lontano da te con questa ironia convulsa il tuo amico che sente in fondo a te l'angoscia chiusa e vorrebbe avvicinarsi al tuo cuore.
Corrado.
Confessa: tu m'hai in sospetto.
Virginio.
In sospetto di che?
Corrado.
D'aver santificato l'anniversario al modo dei Somàli.
Virginio.
Ma che dici? Ma perché seguiti a nasconderti dietro quel falso riso? Tu soffri.
Corrado.
Vedi che non puoi dissimulare la tua commozione.
Virginio.
Sono il tuo amico, il tuo fratello, da anni e anni; so quel che vale la tua speranza; e ti sento in pericolo.
Corrado.
In pericolo di che?
Virginio.
Penso a quel che dicevi, dianzi, del prigioniero; che incattivisce o ritrova la libertà nella follia.
Corrado.
Cerco, infatti, la mia libertà. Ho abolito il mio passato dietro di me, ho schiacciata la vecchia maschera brutalmente, come col calcio del fucile si fa del ceffo d'uno schiavo una cosa informe. La mia ultima solitudine incomincia. Io non posso più essere il tuo amico.
Virginio.
E perché mi rinneghi?
Corrado.
Perché, se tu vuoi avere un amico, bisogna che tu voglia anche fare la guerra per lui.
Virginio.
Quando io lotto contro di te, allora sono più vicino al tuo cuore.
Corrado.
Tu lotti contro la mia ragione di vivere. Per te la vita è un dovere? Per altri è una fatalità, per altri un inganno; per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento, una vicenda di rischi e di vittorie. Quel che tu chiami la mia speranza esige un'anima guerriera, la più dura scorza, la ricerca di ciò che non fu osato, la capacità di fare anche il male, di abbattere i termini, di mettersi fuori della legge. Ed ecco, tu sei sconvolto in tutta la tua coscienza quando io ti mostro il primo movimento di un istinto ferino.
Virginio.
E non faccio io dunque la guerra per te contro quell'istinto? Se tu vuoi essere un eroe, non devi domarlo? Io misuro gli eroi dal loro cuore. Tanto sono più grandi quanto più tenacemente la loro forza è radicata nella bontà feconda.
Corrado.
La bontà è avida di legami; e il mio destino è nel continuo distacco, nella necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un'idea, una riva, un essere caro. Andando alla mia impresa, non tanto cerco la gloria quanto la lontananza. O Virginio, per sapere che sia la potenza della solitudine, bisogna aver piantato i piedi in una di quelle regioni incognite ove l'uomo crede sentire sotto di sé la totalità della Terra. O forse basta guardare quella maschera di Titano. È l'isola dello spirito, e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta.
Virginio.
Eppure colui ha detto: «Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà». È una delle sue parole.
Corrado.
Questo ha detto? Con quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci di stritolare un ciottolo, con quella bocca che sembra chiusa per impedire l'irruzione di una vampa, con quel naso corto e largo come un ceffo leonino!
Virginio.
Eppure chi lo vide sorridere una volta non vide poi nulla di più dolce nel mondo. E mia sorella ha letto, non so dove, che Rellstab faceva uno sforzo per non piangere vedendo la tristezza di quegli occhi.
Corrado.
Occhi terribili, pieni di dolore e di furore, così fiammeggianti in fondo alle occhiaie, che nessuno seppe mai veramente di che colore fossero. La gente si voltava nella via, colpita da quella violenza. Conosci il suo aspetto? Era tarchiato, di ossa massicce, di collo muscoloso, con una faccia rossastra come il mattone d'un màstio infoscato dal tempo, con una fossa nel mento come una cicatrice, con una criniera serpentosa che faceva pensare alla Gorgóne. Uno che lo vide lo assomigliò al re Lear sotto l'uragano. In una sua lettera c'è questo grido selvaggio: «Voglio afferrare il destino alla gola». E dalla sua sinfonia sorge una forza che sempre afferrerà alla gola gli uomini.
Virginio.
È vero. Ma pensa alla divina ingenuità del suo amore per Giulietta Guicciardi; pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di Brunswick.
Corrado.
L'una lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli aprì una piaga immedicabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe una opera sterile. Egli non ebbe figli se non dall'Eternità.
China il capo sotto il peso d'un pensiero oscuro, e resta immobile per alcuni attimi. Passa un intervallo di silenzio. Virginio esita prima di parlare. Una timidità penosa spegne la sua voce.
Virginio.
Tu ti difendi dunque... dall'amore? Non ami... nessuno?
Un'altra pausa. Un'angoscia subitanea stringe i due uomini.
Corrado.
Perché... mi chiedi questo?
Virginio.
Ho toccato in te... qualche cosa di vivo?
Corrado.
Virginio, tu tremi dentro. Anch'io — è vero — ho l'angoscia dentro di me. Vivere non è soltanto soffrire ma è anche far soffrire.
Virginio.
Non potendo più essere il mio amico, sei tu divenuto il mio nemico?
Corrado.
Non dar peso a quel che ho detto. Qualche volta non so che mostro si generi in fondo a me: un groppo di vite discordi che lottano tra di loro per disgiungersi e per andarsene in disparte a divorare qualche cosa nel mondo o almeno a rovesciar qualche idolo... Non so. Perdonami.
Una pausa.
Questa è la tua casa. Quando io sono entrato, tu lavoravi in pace, al sicuro. Tu tiravi le tue linee. Tutto era semplice. La luce di quella finestra ti bastava. Queste quattro mura ti proteggevano.
Virginio.
Corrado, ti ricordi di quella stanza che avevamo in due, nelle vicinanze dell'Istituto Tecnico, a San Pietro in Vincoli, quando andavamo a scuola?
Corrado.
Mi ricordo. Sarà ancóra come la lasciammo? Chi vivrà là dentro? Chi dormirà nei nostri due letti? Mi ricordo bene. Qualche volta avevamo fame.
Virginio.
Quel busto di Dante era tra il tuo letto e il mio. Lo comperammo da un formatore di gessi. E quel giorno appunto avemmo fame. Ma ci sentimmo più forti. La stanza meschina si fece grande. Ti ricordi?
Corrado.
Sì.
Virginio.
A pochi passi di là, nella basilica, in fondo alla navata destra, avevamo un altro patrono.
Corrado.
Il Mosè.
Virginio.
Ti ricordi? Quasi ogni sera, prima che si chiudesse la chiesa, andavamo a visitarlo. Ci appariva nell'ombra, quasi belva, quasi dio, massa enorme di volontà e di orgoglio pronta a sollevarsi, più potente di tutti i Profeti della Sistina.
Corrado.
Aveva vissuto quasi trent'anni a faccia a faccia con Michelangelo, che pareva non potesse più separarsene. Lo sai.
Virginio.
È vero. Una sera uno di noi disse: «Michelangelo aveva un piccolo corpo curvo che non poteva sostenere su le sue vèrtebre il peso e il tumulto dei dolori delle ire dei dispregi delle dominazioni delle vendette non compiute, gli scrosci e i turbini di tanta anima. Allora pensò di crearsi un altro corpo di pietra gigantesco, e vi scaricò e v'imprigionò tutta la tempesta, per trent'anni. E lo fece pronto a cozzare e a percuotere». Quell'imaginazione ci divenne una fede viva; e da quella sera guardammo il colosso con un orrore più religioso.
Corrado.
Ah, chi ci renderà quelle sere di malinconia e di febbre quando mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra e, rientrando fra le quattro pareti misere, la nostra povertà ci pareva sublime come l'esilio dell'ospite muto?
Virginio.
Il Buonarroti disse, per te: «Io son tenuto a amare più me che gli altri». Anche soggiunse per te: «Non ho amici di nessuna sorte e non ne voglio». Tu ti mostri oggi fedele al suo insegnamento.
Corrado rovescia indietro il capo nello sforzo del reprimere lo scatto della sua insofferenza, ma l'accento d'una tristezza quasi irosa gli irrita la voce.
Corrado.
Io vorrei già essere laggiù, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra. Non so altro.
Virginio.
La morte ci consacra, la vita ci profana. Questo sai. Non è molto, passando per quella via, cercai di riconoscere la vecchia casa. Era sventrata. Alzai gli occhi all'ultimo piano che non aveva più tetto. E riconobbi l'interno della stanza da qualche brandello di carta sudicia rimasto a una delle pareti non demolita. Alla luce cruda la sola traccia della vita umana nel calcinaccio era l'immondizia.
Corrado.
Anche tu, come sei triste! Ne parli come d'un presagio.
Virginio.
Questa casa dove ci siamo ritrovati, dov'era rinata la nostra fraternità, avrà la medesima sorte: è destinata alla demolizione. Fra qualche mese sarà calcinaccio e immondizia. Ti sembravo al sicuro, qui. Siamo al sicuro, e la luce di quella finestra ci basta. Ma forse l'evento invisibile è già intorno a noi o è nascosto in qualche angolo, e si mostrerà d'un tratto, sinistro come la demolizione.
Corrado.
È la prima volta che ti sento parlare del dolore e della necessità con una voce non ferma.
Virginio.
Non tremo per me. V'è una creatura accanto a me, che non soltanto fino a oggi ha vissuto la mia vita, ma ha fatto la mia vita. Dove credi tu che io abbia preso gli elementi per comporre la mia illusione, per formare la mia esistenza nel gioco del mondo? Quando sento in te ruggire i tuoi istinti e i tuoi mali che vogliono liberarsi, quando mi accorgo che il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni, anche le più tristi, quando scopro in tutto il tuo essere quel movimento abituale della fiera che indietreggia e si contrae per balzare e ghermire, io ti combatto ma ti comprendo, perché tu hai veduto di continuo la comunanza e il conflitto degli uomini come un'ignominia e una ferocia senza nome, e l'ombra delle boscaglie nell'alto Daua t'è parsa meno terribile che l'ombra delle leggi nella tua patria. Anch'io — lo sai — ho conosciuto tutto quel che è ignobile e tutto quel che è feroce; ma la natura ha voluto porre accanto a me un essere che comunica con tutte le cose più delicate e più fresche e me le rivela in ogni suo movimento, e col filo della sua semplicità mi conduce ogni giorno al segreto della poesia... Ah, veramente la sorella dell'acqua, con quel suo viso che è come la superficie d'una polla... Forse parlavo di lei quando credevo di parlare delle sorgenti...
S'interrompe; e pronunzia, a voce più bassa, con un'espressione d'infinita tenerezza, il nome che sembra diffondergli dalle labbra su per tutta la faccia la sua qualità luminosa.
Maria!
L'amico, seduto, con la fronte poggiata alla mano, pareva celare il suo turbamento. Ora si protende con ansia a interrogare.
Corrado.
Eri felice? Sei felice?
Virginio.
Che è la felicità? e che vale? Credi tu che la felicità m'abbia aperto gli occhi su lei? Nati dello stesso sangue, eravamo sconosciuti l'uno all'altra, eravamo timidi e inquieti. Il suo sorriso stesso me la nascondeva. Ed ecco un giorno, d'improvviso, due vite si toccano e ne nasce un bene inaudito! Sai tu questo? Hai provato mai a brancolare nel buio, in una stanza, per cercare qualche oggetto familiare che ti ricordi di aver lasciato là, su la tavola, nello scaffale, in un luogo noto? Tu cerchi, cerchi, ed ecco la tua mano tocca inaspettatamente qualche cosa di vivo e di palpitante! Hai provato mai quel sussulto? Nello spavento, nell'angoscia, dinanzi all'agonia ci siamo incontrati, ci siamo confusi, abbiamo trovato il nostro bene: al capezzale del nostro padre, mentre udivamo bollire l'acqua in cui si sterilizzavano i ferri del chirurgo, mentre il lettuccio di tortura era là con i suoi congegni e le sue ruote, mentre al nostro orrore il cancro era come una bestia acuta e mostruosa addentrata in quella povera carne nostra che non la saziava neppure del suo sfacelo... Dicevamo, con una sola voce che esciva da noi ma veniva da assai più lontano: «Siamo qui, siamo qui». E la faccia aveva il colore della paglia che un colpo di vento porta via. Ora spariva sotto la maschera del cloroformio. E la goccia continua cadeva su la garza contando gli attimi e l'eternità della nostra pena; e non si vedeva se non la bocca convulsa che gridava verso di noi le parole che si odono una sola volta, le parole incoerenti e sublimi dell'anima che si dibatte inabissandosi nel nulla; e la sua mano scarna aveva ritrovata la forza, era diventata grande e potente per tenere le nostre due mani compresse l'una su l'altra come nella stretta d'una tanaglia sola... E poi l'allentamento, l'oscurità fatta su lo spasimo, il silenzio, il suggello, tutto l'aspetto della morte, eguale a quello di più tardi, dopo la carneficina inutile... «Siamo qui, siamo qui. Risvegliati». E i ferri non lo risvegliarono. Ci fu reso un cadavere fasciato.
L'emozione lo soffoca. L'amico resta con la fronte china, col viso nascosto dall'ombra della palma, contratto e cupo. Virginio riprende a parlare rapido e sommesso come se le parole gli bruciassero le labbra.
Nostra madre non era là, era lontana, estranea, in un'altra casa, tenuta da un altro legame, perduta per lui, perduta per noi, misera anch'ella come tutti.
Una pausa. Novamente la sua voce si muta. Un lieve tremito l'affievolisce quando parla della compagna.
Ecco la realtà atroce da cui nacque la mia illusione di tenerezza fedele. Vidi la mia compagna di sciagura e di coraggio risollevarsi a poco a poco come si risolleva l'erba calpesta. E, dopo quel movimento, tutti i movimenti delle cose più semplici e più dolci passarono in lei, composero la sua armonia. Ella parve umanare per me la grazia della terra. E non nella pace, non nell'allegrezza, ma nella pena; perché anch'io son pronto a prendere su me quel che v'ha di peggio...
Un'altra pausa. Egli ora esita, ora s'affretta, ora s'arresta. Certe parole gli muoiono come nei ritegni di un pudore cruccioso.
È uscita, dianzi, sotto la prima pioggia di primavera, ahimé, per compiere un atto ben triste. Su la casa estranea, dove soffre quella che non era con noi a quel capezzale, sono entrate la malattia e la miseria... Sappiamo quanto ella soffre, quanto ha sofferto per l'uomo non degno che diede a noi, tratto dallo stesso grembo doloroso, un fratello ignoto... Ha quindici anni... un giovinetto... Ora è molto malato... Maria è andata a spedire un poco di denaro...
Alle ultime parole dette sommessamente, succede un intervallo di silenzio in cui sembra che la massa pesante della tristezza occupi tutto lo spazio. Ma Virginio si scuote, e tende l'orecchio verso la porta sinistra.
Dev'essere rientrata. Sento il suo passo.
Corrado balza in piedi, bruscamente.
Corrado.
Addio, Virginio.
Virginio.
Te ne vai?
Corrado.
Ritornerò.
Virginio.
Non vuoi salutarla?
S'ode la voce della sorella dietro la porta sinistra.
La voce della sorella.
Virginio, sei là? Sei solo?
Virginio.
Entra, entra, Maria. C'è Corrado.
Entra Maria. È vestita di panno, con una eleganza svelta e sobria: ha ancora il cappello in testa; e porta con sé tanti mazzi di violette doppie quanti ne possono tenere le due mani. Un lieve rossore le accende il viso giovine; e le grosse gocciole della pioggia le luccicano ancóra su le spalle, su le maniche, giù per la gonna.
Maria
Ho presa la pioggia. Vedi?
Dà un lieve crollo come per scuotere da sé le gocciole, con un debole riso senza gaiezza. Volendo tendere una delle mani a Corrado, si stringe con l'altra il fascio dei fiori contro il petto così che il mazzo più alto le sfiora il mento.
Tieni, Virginio. Aiutami. Sono tutte per te le violette. Le tue, là, sono appassite.
Il fratello cerca di prendere i mazzi con le due mani. Mentre egli china la faccia per aspirare il profumo, Maria gli sfiora la fronte con le labbra velocemente.
Virginio.
Ah, come sono fresche! Senti, Corrado.
Si avvicina all'amico perché anch'egli fiuti l'odore.
Corrado.
Che buona cosa!
Egli socchiude gli occhi. La sua voce è un poco sorda ma stranamente animata come da un lungo respiro che rompa l'oppressione.
Dove le avete trovate, Maria?
Maria.
Alla Fontanella di Borghese. Sono venuta a piedi da San Silvestro fin qui! C'era ancóra il sole. Lo scroscio m'ha presa al Ponte Sisto. Ho seguitato a camminare. Poi mi sono rifugiata sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin. C'erano gli operai, che spogliavano la facciata dall'intonaco; e c'era Marco Dàlio ai restauri, che appena m'ha vista ha incominciato a gesticolare pazzo di gioia e m'ha trascinata dentro per mostrarmi le pitture che ha scoperte oggi nell'abside raschiando il bianco di calce, e gli stucchi del quarto secolo negli archi di mattone, e le tegole col marchio di Teodorico... Non vive più che per la sua Basilica. M'ha detto che forse passando salirà per salutarti.
Ha parlato rapidamente, con una specie di volubilità convulsa, togliendosi i guanti umidi. Si arresta d'un tratto, e guarda in viso i due uomini.
Ma perché siete così pallidi?
Corrado.
Siamo pallidi?
Maria.
Sì. Che è accaduto?
Virginio.
Nulla. Corrado mi teneva compagnia mentre lavoravo.
Corrado.
M'ero levato per andarmene, quando avete battuto alla porta. Non posso più trattenermi. Vi chiedo perdono, Maria.
Maria.
Non rimanete a pranzo con noi stasera?
Corrado.
Non posso. Ma cercherò di venir dopo, nella serata.
Maria.
Verrete certo?
Corrado.
Sì, se non mi sentirò troppo stanco.
Maria.
No, bisogna promettere. Ci sarà anche Francesco Cesi. Vi soneremo a quattro mani la Settima Sinfonia e il Coriolano.
Virginio.
Vieni, se puoi.
Corrado.
A rivederci.
Maria.
Aspettate che spiova.
Corrado.
Non piove più. Guardate: c'è il sole là, sul Priorato di Malta.
Virginio.
Esco con te. T'accompagno per un tratto, sino al Fòro.
Maria.
Vuoi uscire?
Virginio.
Vuoi che resti?
Maria.
Come siete strani! C'è qualche cosa?
Virginio.
Ma no, Maria.
Corrado.
Bisogna che vada. Debbo vedere qualcuno, alle sei.
Virginio.
Maria, c'è di là Sabina?
Corrado.
A rivederci.
Maria.
Corrado! Portate con voi questo. E tornate stasera.
Gli dà un mazzo di violette.
Corrado.
Grazie. Addio, Virginio.
Come Virginio è presso la finestra e volge le spalle, Maria fa un piccolo gesto di amore supplichevole verso Corrado che esce per la porta del fondo.
Virginio guarda per la finestra, cercando dissimulare la sua pena, mentre la sorella si sofferma pensosa nel mezzo della stanza e con le due mani levate toglie i due lunghi spilli che le fermano il cappello.
Virginio.
Che bella nuvola su l'Aventino! Guarda Santa Maria del Priorato: sembra d'alabastro in quello sprazzo d'oro. I lecci e i cipressi di cent'anni ringiovaniscono. Non c'è più un fiore su i mandorli; il frutto allega. E quei poveri vecchi dell'Ospizio di San Michele, che stanno a guardare dietro i vetri di quelle finestre tutte eguali!
Maria si toglie il cappello e solleva con le dita le ciocche ammassate; nasconde per un attimo il viso triste nel cavo d'ambe le palme. Si accosta al fratello con un passo leggero; gli è a fianco; gli s'appoggia alla spalla; guarda con lui le cose lontane.
Sai ancóra di violette.
Egli ora parla con un accento carezzevole, come a una bambina.
Certo piove laggiù, verso i Monti Albani. Vedi? Quella barca porta il vino di Gaeta a Ripa Grande. Ti ricordi della nostra giornata di Fiumicino? Come dev'essere chiaro il mare, a quest'ora! Lo so, lo so: la sirocchia è un poco triste... Bisognerebbe che io la potessi condurre per una settimana ad Anzio, a camminare su la spiaggia dietro i giumenti che vengono dalle carbonaie di Conca... Poco basta a mettere il cuore in pace. Sentire due occhi freschi e limpidi sotto la fronte e portarli bene aperti nell'attenzione e meravigliarsi d'ogni cosa veduta, questo allora bastava alla nostra vita... Conosco, conosco la malinconia di questi giorni bruschi tra pioggia e sole: meglio si vede quante cose potremmo fare e non faremo mai... o mai più...
La giovine donna, china su la spalla di lui, piange pianamente. Egli se n'accorge, si volta, le prende la testa fra le mani, agitato.
Maria!
Ella cerca di abbassare il viso per nascondere le lacrime.
Maria! Piangi? Che hai?
Maria.
Nulla. Non so. Ecco, passa.
Virginio.
Vieni. Siediti qui.
Maria.
Ecco, è passato. Non piango più.
Virginio.
Qualcosa hai sul cuore. Lo so. Non è venuta l'ora di dire? Vuoi che aspetti?
Si china verso di lei, con infinita dolcezza.
Non posso più fare niente per te?
Maria.
Ho avuta molta pena, molta pena a scrivere quella lettera... laggiù... Povera mamma! Eravamo quasi rassegnati a saperla non più nostra... La pietà ha riaperta la piaga. Il cuore mi duole.
Virginio.
Desideri di rivederla?
Maria.
Dove? in quella casa?
Virginio.
Vuoi che t'accompagni a Perugia?
Maria.
Ah, che cosa triste, troppo triste! Dopo tanti anni! Rivederla, riconoscerla, per perderla ancóra súbito dopo...
Virginio.
Vuoi che le offriamo di venire a vivere con noi?
Maria.
E come potrebbe?
Virginio.
Conducendo anche Lorenzino.
Maria.
Ma... quell'altro?
Virginio.
Forse colui consentirebbe a lasciarla andare, se ella volesse.
Maria.
Credi?
Virginio.
Ho detto: forse.
Una pausa.
Maria.
Certo, Virginio, io vorrei, anzi dovrei rivederla, perché...
S'interrompe, torcendosi le mani; e di nuovo le si riempiono gli occhi di lacrime.
Virginio.
Maria! Che volevi dire? E perché non dici? Non hai più confidenza nel tuo buon compagno. Lo sento. Tu ti distacchi da me a poco a poco.
Maria.
No, no, non è vero.
Virginio.
Vuoi esser pietosa? O ti sembra che nelle mie parole ci sia l'ombra del rimprovero e che io non possa ricevere col cuore aperto la tua confessione?
Maria.
Quale?
Ella ha sussultato. Entrambi, da ora in poi, lottano invano contro l'angoscia che li serra.
Virginio.
Non ti sbigottire. Quando rimanemmo soli e tu divenisti la compagna dei miei giorni e la grazia della mia fatica e la portatrice della mia più alta speranza, credi tu che abbandonandomi intero alla tenerezza fraterna io non avessi in fondo a me il presentimento di quel che doveva accadere? Sapevo bene che la natura non ti avrebbe serbata a me per sempre; sapevo che sarebbe venuta l'ora dell'elezione pel tuo sangue giovine e che io sarei rimasto in disparte...
Maria.
E intanto ti trema la voce e hai il viso contratto e soffri parlandomi così...
Virginio.
No, Maria. T'inganni.
Egli esita per un istante. Poi, tendendosi verso la sorella, le parla con una voce che vuol esser ferma e si rompe.
Puoi dirmi che l'ami.
Maria.
Sento di qui i colpi del tuo cuore. Non t'angosciare, non t'angosciare. Non voglio lasciarti. Non mi staccherò mai da te.
Virginio.
Ma che dici? Sono un bambino?
Si sforza di sorridere; riprende il dominio di sé.
Io solo posso qualche volta parlare a te come si parla alle sorelline che hanno cinque anni.
Le accarezza lievemente i capelli.
Non credere che io voglia far pesare sul tuo capo la mia tenerezza. Non voglio imprigionarti, né strapparti dalle ali le penne maestre perché tu non voli via o almeno perché tu non mi fugga troppo lontano... Sì, certo, ho un po' di agitazione dentro di me. E tu comprendi. L'incanto della mia vita sta per rompersi; e come potrei dunque rimanere impassibile? Tu non sai forse ancóra quel che sei stata, quel che sei per me, Maria.
Maria.
So quel che sei tu per Maria.
Virginio.
Sei la mia purità.
Maria.
Oh, non m'inalzare troppo! Ho paura.
Virginio.
Sei la mia armonia. La musica che fai con le tue piccole dita non vale quella che fanno intorno al tuo viso i tuoi pensieri involontarii. Tu allarghi ogni giorno i limiti del mio focolare, sino all'orizzonte. Quando tu sei là, mi sento come in mezzo a una grande prateria dove soffia un'aria che nel corpo e nell'anima cicatrizza tutto.
Maria.
Troppo m'inalzi. Mi doni quel che non ho. Anch'io sono una povera creatura, piena d'errore, destinata a deludere la buona attesa.
Virginio.
Credi che io m'attenda da te il sacrifizio? Se l'amore ti chiama, ascoltalo e va.
Maria.
Che parola grave!
Virginio.
Dimmi che l'ami. È il mio amico più caro.
Maria.
Non abbassare le pàlpebre. Ho già veduto in fondo alle tue pupille qualche cosa di disperato.
Virginio.
L'ami? profondamente?
Maria.
Temi la mia risposta come una sciagura.
Virginio.
Confidati a me!
Maria.
Non soffrire. Nessuno mi ti toglie. Se è il tuo amico più caro, è anche il mio amico più caro. Non v'è nulla di basso in lui. Ciascuno di noi vorrebbe trovare un modo di dar pace a quella grande anima tormentata, o di darle tregua almeno, perché non consumi tutta la forza nel suo tormento.
Virginio.
E che faremo dunque per lui?
Maria.
È stato lungamente qui con te, oggi.
Virginio.
Sì, più del solito.
Maria.
Entrando ho subito sentito che c'era qualcosa tra voi.
Virginio.
C'era il suo male.
Maria.
T'ha parlato... di me?
Virginio.
No, Maria.
Maria.
Eravate tutt'e due pallidi.
Virginio.
Come quando il commiato è un ferro che taglia e separa.
Maria.
Quale commiato?
Virginio.
Non lo sai? Corrado ci lascia.
Balza in piedi Maria, trascolorata e tremante, come per difendersi da una percossa mortale.
Maria.
No, non lo so. Non è vero.
Sgomento egli è come davanti all'apparizione di una creatura sconosciuta; e, quasi per trattenerla, quasi per convincersi che quella è una realità immediata, pronunzia le parole sorde.
Virginio.
Parte.
Maria.
Per dove?
Virginio.
Per laggiù, per il suo destino.
Maria.
Quando?
Virginio.
Senza indugio.
Forsennata, ella si torce, ella urla il suo spavento.
Maria.
Non è vero, non può esser vero. L'hai detto per provarmi, l'hai detto per sapere. Vuoi sapere se io l'ami? vuoi che te lo gridi? Sì, guardami come sono. Ho pietà di te, ho pietà di me. Ma l'amo, l'amo con tutte le forze dell'anima e del sangue, da vicino, da lontano, nella vita, nella morte, sopra tutto, di là da tutto... Guardami come sono. Dimmi che non è vero, ora che sai. Rendimi il cuore. Aiutami.
Non altrimenti la vittima, legata all'ordegno della tortura, denuda tutta l'anima sua purché il carnefice arresti il supplizio.
Virginio.
Sì, sì, quello che vuoi... Può non esser vero... Non sarà vero... Glielo domanderai tu stessa. Ti risponderà. Lo rivedrai fra poco, gli parlerai... Non è, non dev'essere.
Anch'egli, purché cessi lo spettacolo intollerabile di quel patimento, è pronto a qualunque parola, a qualunque atto. Maria si lascia cadere su la sedia.
Maria.
Perdonami, povero caro!
Virginio.
Maria, Maria, non aver pena per me e non mi risparmiare. Vedi: resto in piedi, sono pronto. Dobbiamo affrontare il peggior dolore un'altra volta? Eccomi, sono qui. Non dimentico che t'ho riconosciuta a un letto di morte.
La sorella rabbrividisce e sobbalza.
Maria.
La morte è di nuovo con noi? Ho avuto un gran brivido. Tu l'hai nominata.
Virginio.
Ma che pazzia è la nostra? Che è quest'orrore che ci prende? di che? Su, vieni alla finestra. C'è ancóra il sole. Perché siamo così? Perché è entrata nella casa la benedizione della vita! Tu ami, tu fiorisci. Ti vedrò fiorire. Sei forte e intatta. Hai una piccola costellazione di ferro nell'iride: io te l'ho scoperta. Puoi essere la compagna di un eroe. Bene t'ho serbata al più degno.
Maria ha sollevato verso di lui il suo volto fatto più chiaro, bevendo avidamente il conforto inatteso.
Maria.
Oh, la buona voce! T'è risalita dal cuore a un tratto. Credevo, dianzi, che non l'avrei udita mai più. Ne avevi già una diversa.
Virginio.
Vieni alla finestra. Il sole s'indugia per te. Guarda.
Maria.
E forse... forse l'ho udita or ora per l'ultima volta.
Virginio.
Il delirio ti torna?
Di nuovo il volto di lei sembra disfarsi, velarsi d'un'ombra violacea.
Maria.
L'ho ricevuta in fondo in fondo all'anima per tenerla viva dentro di me sino alla fine, per ricordarmi che visse una Maria a cui tu parlavi così.
Virginio.
Tu deliri.
Maria.
Perdonami, perdonami. È duro seppellire sé stessa con le proprie mani nel cuore fraterno. E io non t'ho detto tutto e non posso più nasconderti nulla.
Virginio.
Una cosa non m'hai detto, la sola che voglio ancóra sapere. Dimmi: ti ama?
Ella sembra smarrirsi, e volge intorno gli occhi ingranditi. Rapidamente prorompe.
Maria.
Sì, sì, mi ama... Non lo sai? non l'indovini? Non te ne sei accorto? Dimmi!
Dietro la porta del fondo s'ode la voce dell'amico sopravvegnente.
La voce di Marco Dàlio.
Virginio! Virginio, si può entrare?
Maria si alza e si ricompone. Virginio la guarda, le prende una mano e la stringe nella sua con un gesto di riscossa; poi va verso la porta e apre.
Virginio.
Entra, entra, Marco.
Entrano l'architetto Marco Dàlio e il medico Giovanni Conti.
Oh anche tu, Giovanni?
Marco Dàlio.
Siamo saliti per un momento. Hai ancóra da lavorare?
Virginio.
No, non lavoro più.
Giovanni Conti.
Come state, Maria?
Maria.
Non bene, dottore, veramente.
Giovanni.
Mani fredde. Non avete la vostra solita buona cera.
Maria.
Forse oggi mi sono stancata un poco troppo.
Marco.
È venuta a piedi da San Silvestro! Me la son vista apparire in Cosmedin, di corsa, sotto l'acquazzone, carica di violette.
Giovanni.
Che buon odore, dopo quello dell'Ospizio!
Maria.
Ora penso che ho ancóra addosso gli abiti umidi.
Marco.
No, non prendete súbito la fuga!
Giovanni.
Ma che è questa nuova manìa di camminare, di camminare tutto il giorno?
Maria.
Non è nuova. Domandate a mio fratello. Ad Anzio, facevamo miglia e miglia.
Giovanni.
Non sul lastrico.
Maria.
È vero!
Marco.
Virginio, ti ha raccontato le mie meraviglie?
Virginio.
Sì. Ti vedo raggiante.
Marco.
Ora so che la chiesa di papa Callisto era tutta coperta di pitture: una vera biblia pauperum. E dimostrerò l'esistenza d'una scuola romana nel secolo duodecimo.
Maria.
Io vi domando perdono. Comincio a sentirmi addosso un poco di freddo. Vado, ma torno.
Giovanni.
Veramente?
Maria.
Sì, fra qualche minuto.
Marco.
Non ci tratteniamo che poco. È tardi.
Giovanni.
Ho una cosa per voi.
Maria.
Che cosa?
Giovanni.
Il libretto di Suor Cecilia.
Maria.
Datemelo.
Giovanni.
Ve lo do, se tornate.
Ella sorride un poco, e fa un gesto di commiato breve.
Maria.
Sì, torno. Prometto.
Ella prende di su la tavola il suo cappello, i suoi guanti, ed esce per la porta sinistra. I tre uomini la seguono con gli occhi intenti.
Marco.
Che strano potere patetico ha su chi la conosce! Come comprendo, Virginio, la tua perpetua sollecitudine! A vedere quella sua bellezza fatta di sensibilità e d'attenzione, si pensa sempre con timore che qualcosa o qualcuno potrebbe farle male. Siamo i tuoi rivali in fraternità gelosa.
Giovanni.
Che ha? Perché è tanto giù?
Virginio.
Da Perugia notizie tristi. Il pensiero della madre la tormenta di nuovo. Soffre di saperla infelice. Vorrebbe aiutarla. La sente estranea.
Giovanni.
Ah, non è sempre il nostro stesso sangue che più s'invelenisce contro di noi e più ci strugge? La peggiore delle fatalità corporali è quella che ci lega ai consanguinei.
Marco.
È vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte, il dottor serafico passa ore e ore là nell'Ospizio a curare i mali incurabili della vecchiezza; e qual è il sentimento che ci spinge a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello, ostile, che è il nostro, che è laggiù in una casa odiosa ove noi già così stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche volta qui siamo importuni. Ma questa è una sosta quasi pia per illudere il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui — tu lo sai e ce lo consenti — qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci leghiamo ogni giorno più a te per avere il diritto di amarla e per amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di santità familiare che altrove non ci è concessa. Più tardi, laggiù, qualcuno raccoglierà con rabbia una manata di cenere maligna e ce la scaglierà negli occhi.
Virginio.
Amico mio, la tua bontà stasera è vigilante. C'è nelle tue parole quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in quell'angolo si arma.
Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici è fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro. La luce diminuisce nella stanza.
Marco.
Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?
Virginio.
Sì.
Marco.
Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi, per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho pensato: «Chi lo fermerà?» E poi m'è venuta nella mente quella risposta che potrebbe anche esser sua: «Dove corri? — Inseguo il dio del quale io sono l'ombra».
Virginio.
È malato d'una manìa sacra.
Marco.
Poco più in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della vita mi hanno fatto dimenticare l'opus quadratum del tempio di Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni sera in guisa di obolo per «trapassare».
Il dottore era assorto con la fronte poggiata alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.
Giovanni.
Strano quel vecchio Pàtrica!
Marco.
Si chiama Pàtrica?
Giovanni.
Così lo chiamano in Trastevere, ma forse non ha nome come non ha età. Dice che è nato alla Lungaretta, ma in certe albe nebbiose io l'ho visto alla mia chiamata rotolar giù dalla ripa come un pezzo di terra che frani e formarsi poi nella franatura informe col suo soffio e col suo borbottìo umano. Era una cosa notturna, una massa di belletta, un po' di pattume molliccio, un rifiuto del fiume; che s'animava a un tratto e metteva fuori due ossa articolate per afferrare il canapo della chiatta fràcida. L'hai tu guardato bene? Non ha vólto: è come una maschera corrosa dal fiume che per secoli le passa sopra. Anche gli occhi son lógori: devono aver veduto fondare il pilone del Ponte Emilio, fabbricare la bocca della Cloaca Massima. Quanta carne miserabile ha traghettato, con lo stesso gesto, per lo stesso prezzo! Oggi me verso il rifugio, un mio compagno di pena verso il carcere...
Marco.
Chi?
Giovanni.
Simone Sutri, il chirurgo. Anch'egli era un cliente di Caronte.
Marco.
Ebbene?
Giovanni.
Oggi, poco dopo mezzogiorno, è stato arrestato mentre poneva il piede a terra.
Marco.
Perché?
Giovanni.
È accusato d'aver ucciso suo zio Paolo, quel Sutri mercante di campagna usuraio e biscazziere, che l'altra mattina fu trovato morto nella casa di via Gregoriana...
Virginio, ch'era pensoso e fisso, sussulta lievemente e alza il capo.
Marco.
Ah, sì, l'avevo conosciuto anch'io pur troppo, in altri tempi.
Giovanni.
Com'era cardiaco, si credeva da prima trattarsi d'una disgrazia; ma poi alcune tracce di violenza sul corpo e l'accertamento del furto hanno rivelato l'assassinio, compiuto con mano esperta.
Virginio si alza, pallidissimo; e, come spinto dall'orgasmo, fa qualche passo verso la finestra, poi si volge.
Virginio.
Compiuto come?
Giovanni.
Con la pressione su le caròtidi fatta da due dita di ferro.
Una breve pausa. Nella voce di Virginio si sente l'aura della vertigine interiore.
Virginio.
Tu lo conoscevi, Marco.
Marco.
Sì, un poco.
Virginio.
Anch'io, forse... me ne ricordo... Devo averlo veduto... Un uomo calvo, con un grosso labbro pendente...
Marco.
Sì: una bocca ributtante, e indimenticabile.
Virginio si sforza di dominare lo spavento cieco che sta per travolgerlo.
Virginio.
E Simone Sutri...
Giovanni.
Quel rosso, lentigginoso, con i baffi duri tagliati a spazzola, con gli occhi strambi dietro le lenti, grande, ossuto, che si fermò a parlarmi — giovedì scorso — dinanzi a San Gallicano... Non te ne ricordi?
Virginio.
Sì, me ne ricordo... E tu credi...
Giovanni.
Covava un rancore mortale contro lo zio. Questo so. L'usuraio non soltanto non l'aveva mai voluto aiutare, non soltanto l'aveva costretto a guadagnarsi la vita tra le peggiori angustie, ma l'aveva — a suo dire — anche frodato con non so che falsificazione di testamento... Dolcezze del sangue comune.
Marco.
Oh, lascia alla Temi sedentaria il passeggero di Pàtrica. E andiamocene. Stasera il rifugio è senza pace. Virginio forse ha bisogno di star solo.
Virginio è ancóra un po' smarrito ma si riscuote.
Virginio.
No. Perché?
Giovanni.
La sirocchia aveva promesso di tornare... Aspettiamola un altro poco, per salutarla.
Virginio.
Ve la chiamo.
Egli va rapidamente verso la porta sinistra.
Giovanni.
Se si sentisse male...
Marco.
Lasciale il libro e andiamo.
Virginio.
Verrà.
Com'egli esce, i due amici si guardano in viso. Il dottore si toglie di tasca un piccolo libro rilegato in pelle fulva. Marco Dàlio abbassa la voce.
Marco.
Giovanni, che accade?
L'altro solleva le sopracciglia, e non sa rispondere.
Che libro è?
Giovanni.
Lettere di Feo Belcari a una sua figliuola monaca, e il Prato Spirituale, e l'Annunciazione di Nostra Donna: un libro divoto.
Marco.
Fammi vedere.
Giovanni.
C'è riportato un detto che le piacque. E mi son fatto prestare il libretto dalla Suora per mostrarle il testo.
Marco apre il volume, e legge sul frontespizio l'iscrizione.
Marco.
«Questo libro è di suora Cecilia da Costasole. Chi l'accatta, lo renda.»
Giovanni.
C'è anche una ricetta ordinata a sanar l'anima.
Marco.
Ahimè, temo che non valga. Giovanni, non senti che qualche cosa finisce per noi? La nostra malinconia può già dire: Ti ricordi? La stanza quieta; Sabina che porta la lampada verde; nessun rumore della strada dietro le tende, soltanto di tratto in tratto il canto degli usignuoli dall'Aventino, il passaggio d'un rimòrchio sul Tevere; e le onde di forza che fanno sussultare le spalle della sonatrice; e il silenzio del mondo quando parla Beethoven...
Riappare alla porta sinistra la giovane donna, in una veste lunga e piegosa che la fa sembrare più alta e più flessibile. Sorride come se i muscoli del sorriso le dolessero; e i cigli hanno un battito frequente su quel tremolìo di dolore.
Maria.
Eccomi. Non ho fatto presto? Volete andarvene già?
Giovanni.
Sì. È tardi. Ma volevamo salutarvi, prima.
Ella parla con una voce calda della più affettuosa dolcezza. I due amici la guardano con un'adorazione timida e perplessa.
Maria.
Che diceva Dàlio di Beethoven?
Marco.
Ricordavo le serate beate della primavera scorsa.
Maria.
Vi darò, vi darò musica ancóra, ma non quella d'allora. E il libro?
Giovanni.
Eccolo.
Maria lo prende con un gesto quasi fanciullesco, lo guarda e lo serra tra le due mani come serrerebbe un piccolo corpo alato e palpitante.
Maria.
Che cosa viva! Consunta e viva. Suor Cecilia lo porta sempre addosso?
Giovanni.
La pagina è segnata.
Egli le indica la pagina mentre ella china il volto sul libro aperto.
Maria.
Qui?
Legge senza più sorridere, spedita al principio, grave alla fine,
«.... conciossiaché per molti anni innanzi alla morte continuamente piangesse, dimandato perché così piangesse, rispose: Io piango perché l'Amore non è amato.»
Marco.
Profonda parola, in cielo come in terra.
Virginio, durante la lettura, è rientrato nella stanza; s'è soffermato per ascoltare. Si avvicina e si mescola ai saluti.
Maria.
Me lo lasciate per una sera?
Giovanni.
Sì. Lo riprenderò domani.
Maria.
Grazie.
Giovanni.
A rivederci. Riposatevi, stasera. Dormite molto.
Maria.
Mi riposerò. Addio.
Ella stringe la mano all'uno e all'altro amico.
Addio, Dàlio.
Questi sembra voler dissipare l'ombra che pesa su quel commiato.
Marco.
Se domattina passerete per Santa Maria in Cosmedin, non dimenticate di gettare il buongiorno sotto il portico a Frate Marco.
Virginio avverte dalla soglia la governante.
Virginio.
Sabina!
Giovanni.
Ci rivedremo, Virginio, domani. Se hai bisogno di me, sai dove sono.
I due amici escono per la porta del fondo.
Il fratello e la sorella restano soli. Le contratture della dissimulazione si distendono: subitamente i loro vólti sembrano essere la nudità stessa delle loro anime affannate.
Virginio.
Perché hai detto addio a quei due poveri amici... con quella voce, come se fosse per l'ultima volta?
Maria.
Perché la buona compagna leale che hanno cara, la Maria che li consola, la creatura intatta che impararono da te a chiamare sorridendo «sirocchia», ha teso a entrambi la sua mano per l'ultima volta, e per l'ultima volta, orribilmente triste, ha potuto inclinarsi alla loro illusione fraterna.
Sentendo crescere il peso dell'oscurità e dell'ambascia, Virginio tenta di ritrovare la sua fermezza.
Virginio.
Maria, Maria, non so più quel che accade, non comprendo più quello che dici. S'è fatta all'improvviso la notte; e mi sembra di esser ridiventato fanciullo, perché ho paura dei mostri imaginarii che abitano il buio, dei fantasmi che sono inafferrabili, e ci afferrano d'un tratto e ci puntano sul petto due ginocchia pesanti... Abbi pazienza un poco. Lascia che io mi ritrovi, che io mi accerti d'essere ancóra in piedi, qui, sul pavimento della mia stanza, fra le mie quattro mura... Eccomi dunque, sono qui. Cerchiamo di vedere, d'intendere. Tu hai dato un addio, hai parlato di un'ultima volta. Così parla chi sta per scomparire, chi sta per morire. Che hai voluto significare? Spiegami.
Maria.
Sì, qualche cosa di me sta per morire, anzi è morta.
Virginio.
Che cosa?
Maria.
Qualche cosa che tu avevi inalzata sopra la tua vita e che i tuoi compagni amavano in me a traverso il tuo cuore...
Virginio.
Parla!
Maria.
La mia purità.
Ella ha parlato sommessamente, ha abbassato gli occhi. Il fratello la guarda inconsapevole.
Virginio.
Povera Maria, ancóra ti tormenti! Ma nessuno ti accusa, nessuno ti fa colpa d'aver ceduto alla piena della tua giovinezza, come nessuno accusa la primavera che si spande, l'albero che mette fiori. Certo, un'ombra di malinconia è anche in quei devoti che presentono e indovinano. E tu non puoi non comprendere e non perdonare. Eri come l'aria della mattina; ciascuno beveva un sorso di freschezza. Ora sei di uno solo; e agli esclusi sembra quasi ingiusta la perdita del conforto consueto. Questo è umano, sorella.
Ella non regge allo strazio della voce affettuosa.
Ah, ma perché mi guardi con quegli occhi d'agonia?
Maria.
Tu non hai compreso. Tanto tanto lontano sei dal sospetto, tanto lontano dalla verità! E io so che uccido me stessa nel tuo cuore, ma la tenacità della tua fede mi prolunga lo spasimo. Un colpo non basta, bisogna che lo rinnovi. Ah, che orrendo coraggio è questo ch'io debbo avere, fratello!
Virginio.
Tu vuoi dire...
Maria.
Sono di uno solo... ma tutta... data a lui tutta.
Parla soffocatamente, col cuore alla gola; e nulla è più atroce della pausa ch'ella fa prima di soggiungere le ultime parole a togliere ogni dubbio. Il fratello, colpito nel mezzo del cuore, vacilla.
Virginio.
Tu, tu, Maria!
Sembra che la faccia dell'Universo sia mutata per lui a un tratto. Egli parla a sé medesimo, come dal fondo del più lontano deserto.
Non c'è più nulla, allora. Tutto finisce, tutto crolla. Non si salva nessuno dalla ferocia e dall'ignominia.
Lo risolleva dall'annientamento un súbito fiotto d'amarezza.
Ho dato il meglio di me, sempre, senza risparmio, credendo, sperando; ed ecco, mi ritrovo in mano una moneta falsa! Il mio amico più caro mi paga così; la creatura dell'anima mia mi compensa così. E allora?
Egli non attende la risposta se non dal suo proprio coraggio; cerca in sé stesso il suo proprio sostegno. Ma la confessata verità sembra afforzare la sorella in un dolore saldo e fiero. Ella prende già l'attitudine di chi ha qualcosa da difendere, sopra tutto e contro tutto.
Maria.
Lo sapevo, lo so: ti perdo, mi perdi. Tutto si sconvolge, a un tratto. Tu mi ritogli in un attimo quel che m'avevi dato in dieci anni generosi. Mi disconosci...
Virginio.
Oh no.
Maria.
M'hai già trasmutata dentro di te; ho già un altro viso, un altro soffio: sono una piccola cosa vile.
Virginio.
Oh no. Vedi: non so indignarmi. E se vacillo sotto la massa di tristezza che m'è piombata addosso, e se qualche parola vana esce dal mio smarrimento, perdonami. Tu sei forse più infelice di me.
Maria.
È vero. Ma non mi discolpo; né voglio attenuare quel che ho fatto. Anzi bisogna tu sappia che non vi fu ombra d'insidia né di bassa lotta... Egli è immune dinanzi a te. Non vi fu se non l'amore grande, e la libertà del dono.
Virginio repugna contro un pensiero che lo afferra; esita; ha onta; con le labbra sbiancate osa alfine dimandare.
Virginio.
Quando?
Di súbito si pente, vedendo la triste vampa salire alla fronte immacolata.
Ah, perdonami! Anche se trema, anche se è spenta, ora la mia voce può esser rude alla tua povera anima. Non posso dimandare senza ferire. Non puoi rispondere senza nascondere il viso. Una sola dovrebbe ora starti vicina, prenderti nelle sue braccia, parlarti dentro i capelli, sapere tutto il tuo male; ed è troppo lontana: tua madre. La chiamerai.
Maria.
Sì, la chiamerò.
Egli esita tuttavia; ma un disperato bisogno di certezza lo incalza. Per fondare in sé il sentimento suo nuovo, egli deve sgombrar l'anima da ogni frammento dell'illusione abbattuta.
Virginio.
Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce nell'oscurità! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente: quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba, entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla perché ci bastava d'essere là per sentirci felici, e mi parve che anche tu fossi sbocciata allora allora dal più vivo ramo della mia vita e che io ti portassi leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?
Maria.
Sì.
Certo egli sperava ancóra, se la risposta sincera e ferma lo colpisce tanto a dentro.
Virginio.
È possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la vista sino in fondo a te. Quante limpidità avevo misurate! La tua era la più cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro, nell'iride, mi dava non so che sicurtà, come se fosse un segno virile su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie di ebrezza: «Compagno, mio buon compagno!» Sentivo quel che c'era di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati intorno alla tua fronte bianca.
Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi, farsi quasi compatto e rigido.
Maria.
Ho ancóra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho gli occhi asciutti.
Virginio.
Non soffro perché tu mi abbia mentito, ma perché non posso più crederti.
Maria.
M'hai già condannata!
Virginio.
No, no, non condannata. Perdonami se non son riuscito a soffocare interamente le grida che sorgono dalla mia miseria. Tu mi dài l'esempio. Hai gli occhi asciutti. Non temere: io non ti manco. Resto il tuo compagno, il tuo buon compagno. Non voglio neppur cercare di comprendere; mi basta di saperti in pericolo, per raccattare il mio coraggio e la mia tenerezza, per rinnovare il mio amore verso di te che mi sei nuova e diversa. Hai bisogno d'aiuto. Conta su me, ora e sempre. Voglio difenderti.
Maria.
Contro chi, se non temo?
Virginio.
Hai bisogno d'esser difesa, povera creatura sola; perché io credo che tu sia cieca e sola...
Maria.
Non sola, non cieca. Amo.
Virginio.
E che farà egli di te? Dianzi, qui, non era bruciato se non da una febbre, non era agitato se non da una frenesia: non pensava se non a partire, ad andar lontano, ad abbandonar tutto e tutti per la sua mèta certa.
Maria.
No, non gli credere. Non è vero. Tu non lo conosci. Era in una di quelle sue ore torbide, quando il fermento della sua forza lo rende quasi folle...
Virginio.
Ah, povera, povera! T'illudi. Nessuna follìa è più lucida della sua. «Nulla è vero; tutto è permesso.» Passerà sopra te, sopra me, sopra tutti. Siamo un ingombro che non vale una balla di carne secca caricata sopra un cammello.
Maria.
Tu l'offendi, tu lo sfiguri, lo abbassi; ed era il tuo amico più caro...
Ella si solleva, intrepida. Un'energia quasi aspra pulsa nel suo accento.
Virginio.
Se tu sapessi quel che ho veduto a un tratto apparire, dianzi, nel suo vólto convulso!
Maria.
Che hai veduto? Tu tremi di rancore; tu non puoi più essere giusto per lui; già nelle parole tu ti vendichi, tu cerchi di colpirlo... Dimmi che io me ne vada, scacciami di qui; ma non mi costringere a udire quel che non voglio udire... Tu t'inganni; il rancore ti fa velo. Anche la sua mano è sicura, è una mano di buon compagno: io l'ho sentita. E sono certa che, finché sarà necessario, egli resterà col mio amore...
Virginio.
Oh, povera!
Maria.
Sì, sì, Virginio; quando saprà...
Ella s'arresta; e il suo pallore s'illividisce sotto un gran brivido repentino che sale dalle viscere profonde.
Virginio.
Quando saprà?
Maria.
... che già porto un'altra vita.
Fine del primo episodio.