MOTIVI PER UN PRELUDIO SINFONICO.

Vespero, luce sui culmini sola, membra d'oro titaniche sparse nella montuosa nube, o morte e bellezza diffuse per tutto lo spazio!

Ecco la mia agonia, ecco la mia agonia.

Fatto è il vespero su la nudità dei fiori primi, su la primavera impube ancor nuda di foglie, che tocca a quando a quando le rinate creature con le mille e mille dita leggère della sùbita pioggia. E ancóra la pioggia intermessa arieggia nell'aria la sorella sua bianca.

Ecco la mia agonia.

Colui ch'è dato al sepolcro, o profonde radici, vuole interrogarvi. Ditegli il segreto di sotterra, che vi nutre; ditegli la parola senza voce, onde traete la duplice forza del discendere e del salire, l'amore della terra e del cielo. Una cosa è, ch'ei non vede. Una cosa non vede colui che osò mirar con occhi novelli un tempo novello.

Madre, perché mi fendesti pel mezzo la pàlpebra molle e v'includesti la cecità dello sguardo carnale che si corrompe? Sol perché ne sgorghi l'onda di quell'oceano amaro che da tutti i petti si leva fino in sommo delle gote e trabocca. Ma non piangerò.


Sento il prodigio. Agita anche il moriente quel delirio ch'entrò in ogni ramo per esprimere fiore e semenza?

Impeto del Canto, fremito dell'infinita Lira!

Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre, non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine ostiense; forse dalla selva laurèntia va verso la via delle Tombe, o forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa.

Volontà occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!

Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tèndine; che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla possente, una moltitudine di titàni al comando di un re senza clava. E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare, il bàttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano aerei, conversa in sovrumano respiro.

O grandezza! La più grande è la più sconosciuta.

Ora verso qual plaga del cielo io leverò la mia bocca?

Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie una salma pesante come il mio destino ferrato. È l'aquila? o la mia speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?

Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio, con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col segreto che non può più esser detto.


Laggiù, laggiù, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle. Ahi nero vino dell'agonìa che bere bisogna fino all'ultima goccia nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla trasfigurazione notturna.

Tutto è cenere, tutto è silenzio. Libera alfine m'è d'ogni strepito l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo proprio murmure nei fóri trafitti per l'osso del capo curvato.

Tutto è silenzio. Più non canta lungo il fiume di gloria la viatrice dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta, poggiata a una spada larga come la pala d'un remo.

O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno (splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel dell'airone) or perché mi torni nel sogno e m'incalzi?

Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline, armata d'acute mammelle che non nutrono uomo né dio.

Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo più antico della Necessità e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non cancellato; e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa, e quivi rotto biancheggi nell'aridità sempiterna ossame d'eroe senza nome.