II.

La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce soprannominato il Caporaletto.

Egli disse alla lavatrice.

“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito.”

“Che dici?” domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza tralasciare la sua bisogna.

“Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito.”

“Mi vuole? E perchè?” seguitò a domandare Candia, con un modo un po' brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa, inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra.

“Io non posso sapere perchè,” rispose il Caporaletto. “Ho ricevuto l'ordine.” [pg!230]

“Che ordine?”

La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.

“Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio venire. Io non ho fatto nulla.”

Il Caporaletto, impazientito, disse:

“Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!”

E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando.

Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su li usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a quei motti, un'inquietudine prese l'animo della donna. E l'inquietudine crebbe quando ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia.

“Cammina,” disse il Caporaletto, risolutamente.

Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega gridò con una risata feroce:

“Posa l'osso!” [pg!231]

La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione, non seppe che rispondere.

Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:

“Ma che volete da me?”

Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno:

“Figlia mia, sedetevi.”

Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le sue guance rugose avevano una palpitazion singolare.

“Dite, Don Sí.”

“Voi siete stata ieri a riportà' la biancheria a Donna Cristina Lamonica?”

“Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per capo.... Non manca nulla. Che c'è, mo'?”

“Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria....”

Candia, indovinando, si voltò come un falchetto [pg!232] inviperito che stia per ghermire. E le labbra sottili le tremavano.

“C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na cucchiara.... Capite, figlia mia? L'avete presa voi.... pe' sbaglio?”

Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non aveva preso nulla, in verità.

“Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi m'ha vista? Mi faccio meraviglia di voi, Don Sí! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...”

E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.

“Dunque voi non l'avete presa?” interruppe Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.

“Mi faccio meraviglia!” garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni.

“Be', andate. Si vedrà.”

Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno [pg!233] si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a singhiozzare su la soglia.

Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:

“Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.”

Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse li increduli.

Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina.

Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità.

Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi [pg!234] dinanzi alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo le prese l'animo. — Che più fare! Che più dire!