III.
Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche altra volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
“Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte.”
La Cinigia rispose:
“Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.”
E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. — Il cucchiaio si trovava in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con grande meraviglia.
Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva [pg!235] la testa eretta: sorrideva, guardando tutti nelli occhi come per dire:
“Avete visto? Avete visto?”
La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e poi rompeva in uno sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, chiamò Candia.
“'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!”
La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di cupidigia.
Filippo La Selvi soggiunse:
“Te lo meriti, non c'è che di'.”
Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole.
Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:
“L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia....”
E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
Tutti risero.
Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice della mano destra con quello della sinistra, in un'attitudine grottesca, e impuntandosi su le sillabe, disse:
“Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...” [pg!236]
E seguitò a far de' gesti e a balbettare con un'aria furbesca, per indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano nell'ilarità.
Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un tratto, comprese. — Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la strega, per non aver guai.
Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.
Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza bocconi.
Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò, a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva [pg!237] più della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. “Come discolparsi ora? Come chiarire la verità?” Ella si disperava, pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori dicendo: “Come avrei fatto ad entrare?” I mezzi per condurre a termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la credenza popolare.
Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:
“Va bene! Va bene!” [pg!238]
Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. — Tutte le sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! — Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza delle cose della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manía prese il cervello della povera donna.
Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava, come una pazza.
Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le mandavano qualche cosa da [pg!239] mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I monelli le gridavano dietro:
“Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!”
Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro li argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.
Nell'inverno del 1874 la colse un male. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace.
L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di far de' gesti, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente. [pg!240]
Nell'agonia, quando già li occhi ingranditi si velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
“Non so' stata io, signó.... vedete.... perchè.... la cucchiara....” [pg!241]
[I MARENGHI.]
Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno, togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza sprezzante.
Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia turchiniccia, di mezzo a cui s'intravedevano le facce varie dei bevitori e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una infermità ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate nelli stivali fino ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l'amico delli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, [pg!242] delle sonnambule, dei domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma nel paese per carpire alli oziosi un quattrino. E c'erano le belle del Fiorentino; tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance tinte di un color di mattone, li occhi bestiali, la bocca flaccida e quasi paonazza come un fico troppo maturo.
Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato, con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace, piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre alli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una specie di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui. [pg!243]
“Ohe,” gridò egli, “l'Africana, una fujetta!” percotendo il tavolo con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.
L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.
Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse co 'l braccio il collo di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere. Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato spruzzava la faccia del provocatore.
L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al fumo denso del tabacco le giungevano li schiamazzi e le mozze parole di Peppuccia e della Pica.
Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto avvolto in un pastrano, come uno sbirro.
“Ehi, ragazze!” fece con la voce rauca. “È ora.”
Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra li uomini che le perseguitavano con le mani e [pg!244] con le parole; se ne uscirono, dietro il loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso. Pachiò, Magnasangue, li altri anche se ne uscirono, a uno a uno. Binchi-Banche rimase disteso sotto un tavolo, immerso nel torpore dell'ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto. Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del pane.
————
Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l'Africana gli mosse in contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una lusinghevole mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte all'altra; ed una smorfia grottesca le rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai nei; una lanugine densa le copriva il labbro superiore e le guance; i capelli corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una specie di casco; le sopracciglia le si riunivano alla radice del naso camuso folte; cosicchè ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di idrope.
Quando fu presso all'uomo, ella gli prese la mano per trattenerlo.
“Oh, Giuvà!” [pg!245]
“Che volete?”
“I' che t'hajie fatte?”
“Voi? Niende.”
“E allora pecche me dai pene e turmende?”
“Io? Me facce meravijia.... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo.”
E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che Passacantando ne rimase atterrito.
“Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe; ma statte' nghe me, statte' nghe me. Nen me fa muri di passijone.... nen me fa ì 'n pazzía.... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che truove....” Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli offerse tutto, con un gesto solo.
Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano essere, insieme, cinque lire.
Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle su 'l banco, lentamente, [pg!246] tenendo la bocca atteggiata al dispregio. L'Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando come una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera.
“Nen m'abbaste,” disse finalmente Passacantando. “Ce vo' l'autre. Cacce l'autre, se no i' me ne vajie.”
Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli copriva la fronte, e sotto il ciuffo li occhi bianchicci, pieni d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente, involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.
“I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, pijiatele....” balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano dalli occhietti porcini.
“'Mbé,” fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei. “'Mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?”
“Oh, Giuvanne.... E coma facce pover'ammè?”
“Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. [pg!247] Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie!”
“Oh, Giuvanne.... I' tenghe pahure.”
“Che pahure e nen pahure!” strillò Passacantando. “Mo ce venghe pure i'. 'Jame!”
L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.
“Chiudème prime la porte,” ella consigliò, con sommessione. Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte, illuminò la taverna d'un rossore sudicio; li archi massicci si disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa; tutta l'architettura prese un'apparenza di scenario romantico ove dovesse rappresentarsi un qualche dramma feroce.
“'Jame!” ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava.
————
Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell'angolo più oscuro, la femmina [pg!248] innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala era una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per voto. Le altre pareti copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d'imagini di carta in brandelli. L'odore della miseria, l'odore del calore umano nei cenci, empiva la stanza.
I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.
Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante con una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a traverso il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di sbieco sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a un taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi e ingialliti dal tabacco; e uno delli orecchi visibile rassomigliava all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo, scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici. La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.
Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo [pg!249] due marenghi avuti in lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti; ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere la passione dell'avarizia e la voluttà del possesso.
L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale un rumore. Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del letto maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito, l'uomo con un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la soffocò.
“Ci sta?” chiese all'Africana.
“Sì, ci sta, sott'a lu cuscine....” rispose quella mentre insinuava sotto il guanciale la mano.
Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed apparve tra le sue palpebre un po' del bianco delli occhi. Poi ricadde nell'ottusità del sopore senile.
L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; [pg!250] spinse la mano d'un tratto, afferrò la tabacchiera; e, con un moto di fuga, si rivolse verso le scale; discese seguita da Passacantando.
“O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!...” balbettava, abbandonandosi addosso all'uomo.
Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la tabacchiera, a cercare fra il tabacco, le monete d'oro. L'acuto aroma saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione a starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E, soffocando il rumore delli sternuti barcollavano e si sospingevano. Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua e là percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava nella sua bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio comparve in cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna, magro scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli. Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come un'anima dannata:
“Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!” [pg!251]
[MUNGIÀ.]
In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un rapsodo cattolico che ha un nome di pirata barbaresco ed è cieco a simiglianza dell'antico Omero.
Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio [pg!252] pe' i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura. Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici.
Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo. [pg!253]
Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie, sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d'in torno alle narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi, solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite, non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a quella umile testa inaspettate arie di nobiltà.
Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una vita [pg!254] e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette, lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e ancora si veggono in torno all'orlo li ornamenti della gioventù. Ma la voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente, poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell'interludio da gran tempo.
Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta, somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito e dito la pelle escoriata.
Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il Libera me Domine e il Ne recorderis, lentamente, su una modulazione di cinque sole note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme dell'idioma natale; di tratto in tratto, [pg!255] quasi con un ritorno metrico, passa un avverbio in ente seguito da molte gravi rime; e la voce ha una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico.
I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva. Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento, o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.
Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla gola da due fermagli di ottone [pg!256] e cadente a mezza coscia. Cammina a fatica, talvolta soffermandosi per tossire.
————
Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole, sopra un macigno; e si mette a cantare il De profundis, sommessamente, per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste, scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a un eguale.
Allora Mungià solleva la voce, per benignità verso li ascoltanti. Giunge, trascinandosi a fatica [pg!257] per terra con l'aiuto delle palme munite d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Cinigia, una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo pieno di forunculi vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come quello delli avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste ne' loro volti sono le fattezze ovine. — Il maggiore ha i bulbi visivi sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un colore azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente gonfio, e paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce di corda dietro la schiena.
Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, avente le palpebre arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi, olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, [pg!258] con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame, sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il gran vecchio dal pelame verdastro come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge Costantino di Corròpoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda. Altri giungono. Tutti gl'iloti che hanno emigrato lungo il corso del fiume, dalli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.
Mungià canta allora con una più varia ricerca di modi, tentando altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gl'invade l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso ch'egli a pena ode.
Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, [pg!259] per consuetudine, Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa; mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando Lucicappelle, il Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi.
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Oh gloriosa paranzella di Mungià!
La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle inferiore della Pescara, una inclita fama.
Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli, un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua. Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva alli orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.
Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona [pg!260] un singolar predominio dei colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde dovessero escire novissimi suoni.
Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito della paranzella, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte, di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano alli orecchi femminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in musica, le serenate in onor della [pg!261] bellezza, le danze all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.
Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un funerale, un triduo, correva la paranzella di Mungià, desiderata, acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni. Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di gualdrappe, recava la soma. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame tintinnivano alli scotimenti dell'incedere; li scanni, le tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe, oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e una conocchia, simbolo delle virtù famigliari, eretta su 'l culmine, carica di lino, pareva su 'l cielo azzurro una mazza d'oro.
Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili [pg!262] alle canèfore dei bassorilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso il talamo, si toglievano il canestro da 'l capo, prendevano un pugno di grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le spalle, dicendole parole di dolente amore.
Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto nella magnificenza di una sua zimarra verde, e tutto sudante e fiammante e soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i compagni con battere di piedi su 'l terreno. Il Golpo di Cásoli fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro alla crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il ventre passar li stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto la testa in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della chitarra e con la destra pizzicando le due forti corde metalliche, sogguardava le femmine che ridevano [pg!263] luminose al fondo in tra la letizia delle fioriture.
Allora il Mastro delle cerimonie recava le vivande in amplissimi piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d'uomo in uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani cosparsi d'anice e i formaggi più tondi che il disco della luna, prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle spezie si mescevano ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri di liquori limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli o collane dai grossi acini avvolte come grappoli d'oro. Su 'l finire, nelli animi una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano; fin che Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere colmo, cantava il bel distico rituale che nei conviti della patria suol dischiudere ai brindisi le bocche amiche:
Quistu vino è dòlige e galante;
A la saluta de tutti quante!
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[LA FATTURA.]
Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti li abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Subito dopo, la maggiore campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi nelle case.
Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e fermata in un proverbio, durerà lungamente nei tempi a venire.