I.
Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di qualche corpulenza, tozzo, con la faccia piena di [pg!265] una prospera stupidezza, con li occhi simili a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i cittadini.
Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, tra il romore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria invasa dal polverío delle farine. Nella maturità egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, [pg!266] orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui li artefici castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava anche l'animo di lui.
Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa rurale, proprio in quel punto dove la corrente rivolgesi formando quasi un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere, trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere all'occisione e alla salatura del porco.
Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta andò solo ad invigilare il supplicio.
Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, [pg!267] si persero nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita slabbrante, mentre il gran corpo dava li ultimi tratti. Il sole del novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor Lepruccio bruciare con un ferro rovente li occhi del porco profondati nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto lardo e del molto prosciutto futuro.
L'ucciso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta di forca rusticale, e rimase pèndulo con la testa in basso. Ivi con fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con le campanelle d'oro alli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.
Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero il porco in un luogo coperto. Mai, nelli altri anni, più meravigliosa mole [pg!268] di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene.
Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita, ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia, sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta.
Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni; cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola, tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi, tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona, vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.
Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece [pg!269] di statura mediocre, d'alcuni anni più giovine, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di muovere indipendentemente li orecchi e la pelle della fronte e la pelle del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole delli uomini e delle cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano. Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella del corpo spiumato di un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire.
Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera festevole, dicendo loro:
“Qualu vente ve porte?”
E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco, soggiunse:
“Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?” [pg!270]
I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il Ristabilito faceva un cotal suo romore con la lingua contro il palato. Ciávola chiese:
“E che ce ne vuo' fa'?”
“Le vuojie salà,” rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.
“Le vuo' salà?” gridò d'improvviso il Ristabilito. “Le vuo' salà? Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappà l'uccasïone!”
La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora l'altro delli interlocutori.
“Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette,” continuò il Ristabilito. “Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li quatrine.”
“Ma Pelagge? Ma Pelagge?” balbettava La Bravetta, a cui il fantasma della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso.
“E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate,” fece il biondo Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza.
La Bravetta inorridì.
“E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? [pg!271] Pelagge nen me crede; me cacce, me mene.... Vu nen le sapete chi è Pelagge?”
“Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge!” squittirono in coro motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena di commedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto.
Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il beffato, preso da un violento impeto di sternuti, agitava le braccia verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi volti umani.
Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:
“'Mbè, jamocénne!”
“Se vulete cenà nghe me...,” offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.
“No, no, bello mio,” interruppe Ciávola, volgendosi verso l'uscio. “Tu súghete Pelagge e sálate lu porche.”