II.

Camminarono li amici lungo la riva del fiume.

In lontananza le barche di Barletta cariche di [pg!272] sale scintillavano come edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità delle acque.

Disse il Ristabilito a Ciávola, soffermandosi:

“Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?”

Disse Ciávola:

“Eccome?”

Disse il Ristabilito:

“Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'averne viste.”

Disse Ciávola:

“Embé, facémele! Ma, dapù?”

Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, laconico:

“Le sacce i'.”

Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Campione, nero in tra la pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò sorridendo:

“Che me dicéte de bbelle?” [pg!273]

Comunicarono li amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a bassa voce:

“Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbé, jémele a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghete sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre....”

Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete vi s'accordò. Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:

“Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!”

La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero. E tutti e quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece:

“O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?” [pg!274]

In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori. Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni.

Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, li amici moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva agevolmente nel gorgozzúle.

“'N'atra carráfe!” ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l desco.

Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto li occhi e di gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con li occhi già natanti nella favolosa [pg!275] gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.

Era buona ora di notte quando li amici ripassarono il fiume, alla luna occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la melma, tanto egli avea le gambe malferme e la vista torbida.

Disse il Ristabilito:

“Facéme 'n'ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.”

E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. Balbettava l'ebbro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:

“Uh, quanta frate duminicane!...”

E Ciávola:

“Vann'a la cerche pe' sant'Antuone.”

E l'ebro, dopo un poco:

“O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?”

Giunti all'uscio di casa, i tre congiuratori se ne andarono. Mastro Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e del sale. Poi, senza rammemorarsi d'aver lasciato [pg!276] aperto l'uscio, si gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase.

Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano.

Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguíto dall'altro. Ambedue, al fievolissimo lume che entrava pe' i vetri, scorsero subito la forma vaga del porco in su 'l tavolo. Con infinita cautela sollevarono il peso e pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie, consecutivamente.

Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su le spalle, ridendo d'un riso [pg!277] lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del prete alenanti.