PIERIO

STORIA DI VAL DI MONE.

«Tutto dolor!… una memoria segna
Cui non cancella il sangue
E per età non langue.»
Mariannina Coffa Caruso.

I.

Era un mattino di maggio. Il cielo sereno come suole nella poetica plaga dello Stretto veniva tagliato nel suo lontano orizzonte dalle vette degli Apennini di Calabria, ed il sole già sorto indorava con fantastica armonia le tremule acque del mar messinese. Il placido venticello della primavera scuoteva le fronde degli alberi ed agitava sullo stelo le erbe del campo ed i fiorellini del prato. Il pispissio dei passeri e delle rondini risuonava melodioso nella gran pace di natura, e lo squillo dei corni pastorali interrotto a tratti dai vaghi concerti delle campane dei villaggi seminati sulla pendice delle montagne e lungo la costiera cresceva incanto al sorriso della terra. Sembrava tornasse la vita alle piante ed all'onde, e gli uccelli salutassero col canto il ritorno dell'astro lumeggiante. La purezza dell'aria, lo spiccato del cielo, il verde delle vette, lo smeraldo dell'acque di Pace e Scilla: tutto ricordava la beata Sicilia, coll'atmosfera rapita alla torrida India.

A chi abbandona le casupole del Faro per ascendere il monte, s'apre a poca distanza dal mare una strada larga ma erta, sassosa e qui e là interrotta da torrentelli e gore. È l'unica via che metta a Curcoraggio, povero paesuolo a sei miglia dalla costa e che veduto dal ponte delle navi par costrutto a precipizio poco in su di Messina. Di là tu vedi la patria di Maurolico, e la cittadella che oggi la difende: di là scorgi confusa nelle penombre delle falde Aspromonte e Reggio, la terra delle fate, col suo castello rossastro e col dosso smaltato di ville e palazzotti; di là ammiri la pittoresca cascata del San Giovanni e la fuga di colli e colline che, staccate dai bruni monti ritti a lor tergo, scendono in dolci e fruttiferi declivii al mare in cui par s'immergano e scompaiano. Ampia veduta hai lassù, e quasi ti sembra d'aver più libero il respiro, più facile la parola, più maschie le idee. Sospeso tra cielo ed acque contempli la maestà del creato e saluti colla poesia del pensiero l'onnipotenza degli elementi e l'immensità degli esseri. Là vivi vita vera, e le sole ali ti mancano a spiegar il volo dal ceppo all'alta volta delle sfere.

Su quella strada camminavano due uomini. Amendue rozzamente vestiti ma con pulitezza, portavano ad armacollo lo schioppo ed appesa alla cintola l'aguzza falce dei montanari di Val di Mone. Il loro passo era rapido, e siccome nati fra quelle balze, lesti varcavano i massi per ogni dove seminati ed oltrepassavano i ruscellini impaludanti la via. Parlavano concitati, ed a chi li avesse veduti da lontano sarebbe sembrato altercassero e quasi venissero d'istante in istante alle mani. Eppure erano amici, ed il loro dialogo calmo e composto. Il più grande di essi era anche il più vecchio, e nei vivi lampi dell'occhio mostrava la piena degli affetti che gli tenzonavano in cuore, nel mentre col pugno sul calcio scuoteva a violenti scosse l'arme sorella. Il giovane avea neri capelli o mustacchi, ed un sorriso amaro e beffardo muovevagli le labbra e gli aggrottava lo ciglia. Il primo si chiamava Bizco, il secondo Pierio. Il padre s'appoggiava al figlio, e spesso lo contemplava collo sguardo, quasi scrutasse tacito il di lui pensiero e volesse indovinare quali divisamenti rimuginasse in cervello.

—È cosa orribile… non so più contenermi.

—Ah sì, l'offesa è profonda!

—La cancellerò col sangue!

—No, Bizco, non cimentatevi. Il nemico è forte… e noi…

—Io pure son forte… vedi queste braccia? hanno calati fendenti mortali laggiù… vedi questa cicatrice che mi sfregia? l'ebbi al passaggio del Po, combattendo da prode… ed avrò paura d'un codardo seduttore? no, no, figlio, non temere… son forte!

—Oh sì, siete forte!… ma povero!

—Colui, lo so, è ricco… ma per Bizco…

—Zitto, padre mio… ecco Zelmira.

—Non una parola, Pierio!

Affrettarono il passo e raggiunsero lo spianato dell'umile chiesuola del paese. Ivi sostarono, e vedendo la giovinetta muovere alla lor volta in atto di sorpresa, si scambiarono un'occhiata eloquente, e separaronsi. Ma prima che Pierio si fosse allontanato, Bizco gli strinse con isforzo la mano, lo mirò fiso, e disse con lenta voce solenne:

—Lo giuri?

E siccome il giovane esitava alquanto ed alzava le palme quasi pregasse, Bizco replicò con ira mal repressa:

—Lo giuri?

—Lo giuro!

II.

—Mia buona Zelmira… adorata figliuola mia… come stai oggi?… e la tosse?

—Buon giorno, padre mio. Oggi, sì, oggi sto bene. Ma ieri! oh Dio, il petto mi si voleva spezzare… Sì, sto meglio! Che bel sole, padre, che allegra giornata!… Dite, non vi sembra che il tepore di queste aure mi ridoni beltà e vigoria?

—Sì, sì, Zelmira, tutto quello che vuoi. Ma non ricordar più le passate sciagure! non vedi che mi fai piangere?

E a quell'uomo, abbronzato in volto e dalla mano di ferro, si inumidivano le ciglia al triste ricordo dell'onta.

—Padre, anche quando sarò morta, vi ricorderete di me? della povera vostra Zelmira, innocente… sventurata?… sì, n'è vero?

Non era bella Zelmira, ma due grandi occhi neri che le brillavano in viso la facevano leggiadra e amata, sì che i giovani del contado corteggiavanla. Il suo portamento era modesto insieme e altero; la voce argentina, flebile, melodiosa. Pallida sempre, le guancie le si tingevano in vermiglio solo allorchè i robusti e bei montanari del villaggio l'occhieggiassero o le augurassero il buon dì e il felice riposo. Aveva risvegliata simpatia in tutti i vicini, e molti l'avrebbero chiesta sposa se non fosse stata sul fior degli anni rapita dal dolore! Contavane appena diciotto, eppure quanti guai avevano spenta nel di lei giovane cuore la poesia della vita! Tradita nel suo unico amore, come rosa avvizzita dal vento gelato dell'Alpi anzichè sbocci, Zelmira deperiva, dimagrava, soffriva: destino fatale la trascinava alla tomba, senza posa, senza tregua! Era la lenta agonia del mal sottile, il fuoco dell'esistenza le si spegneva ad ogni ora, costante: oh, povera fanciulla, come presto ti si sfrondò la corona delle illusioni!

—E Pierio perchè si allontanò?

—Tuo fratello deve calare a Messina. Se n'è ito a desinare, e fra un'ora sarà in viaggio.

—E voi rimanete?

—Sì, Zelmira, oggi starò teco: abbiamo a goderci il mezzogiorno sull'aia. I tuoi polli ci razzoleranno daccanto, e il vecchio barbone abbaierà di letizia.

—Davvero?

Bizco abbracciò la giovanetta, e cingendola colle braccia la mirò con ineffabile affezione. E dopo aver così sostato alcun poco, s'avviò, sempre sorridendo agli amplessi della figliuola. Una casa, di modesta e pulita apparenza, chiudeva verso monte la piccola piazza della chiesa, ed in quella entrarono.

—Giaimo, Giaimo!

Così gridò un fanciullino che baloccava sulla porta, ed intanto corse incontro al genitore ed alla sorella. Il chiamato apparve: era uomo tarchiato e di atletiche forme, con barba nera e lunga, calvo, in giubba.

—Oh Bizco, ben tornato! E voi, nipotina?

—Oh zio, buon dì!

III.

Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il Ciullo d'Alcamo, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali, aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro, scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato. Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu dato, e il Ciullo issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora interrotta dall'all'erta sto del mozzo di trinchetto.

Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi. La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi folletti incantatori e le vergini nettunie.

Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati; e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul cratere dell'Etna e in quello precipitolla!

Il Ciullo era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a destra.

—Oh il felice mattino, Arrigo!

—Sì, mia Emma, è davvero ridente. Se dal mattino si giudica il giorno passeremo un bel dì.

—Passarlo con te!

—È il mattino degl'innamorati, Emma!

—Arrigo… quanto sei lieto!

—Emma, a te vicino, poss'io aver tristezze?

—Ci vorremo sempre bene… non è vero?

—Sì, sì, cuor mio, sempre, sempre… non è noioso l'amor tuo!…
Emma, Emma… quanto sei buona!

—Saremo felici!

—Sì, felici, Emma mia.

—E se qualche nube sorgesse ad oscurare il mezzogiorno…

—Della nostra felicità? la caccieremo!… posso aver rivali? nessun padre, nessun fratello… oh via, allora eran pazzie di giovinezza! e quei malcreati credevan veri i miei baci!… era un passatempo d'autunno!… sciocchi!…

—E ci ameremo tanto tanto!

—Ci adoreremo, Emma.

—Non ti pare, Arrigo mio, che il sorriso di questo bello stretto aggiunga gioia alla nostra contentezza?

—Sempre poetica la mia Emma! oh la fortunata coppia che sarà la nostra!… giovani, ricchi… possiamo desiderarla migliore?

—Arrigo!

—Emma!

Così parlavano il seduttor di Zelmira e l'unica figliuola del barone di Santa Marina. Teneramente abbracciati, questi giovani sposi si scambiavano sorrisi e promesse, e da quell'umile angolo della nave pregustavano le delizie e le feste del palazzo che li attendeva in Messina. La madre ritta a pochi passi da loro li contemplava in consolato silenzio, e benediceva dal cuore la fortuna toccata ad Emma sua; la quale di volta in volta piegava mollemente la leggiadra testolina verso la mamma e rispondeva con un sorriso tutto vergineo e pudico ai baci che questa le inviava ed ai saluti della mano. Era davvero una bella scena, ed Arrigo ne tripudiava: l'amore di Emma, l'affezione della baronessa madre, lo rapivano e gli erano augurio auspicato di felice avvenire! Oh chi sa leggere nel gran libro degli arcani? chi sa divinare il futuro? Arrigo ed Emma, beati d'amore, non sognavano che amore!

Il piroscafo oltrepassato il torrione del Faro, costeggiava la riva destra, e già stava per passar innanzi alle casupole peschereccie che si aggruppano numerose intorno alla Lanterna. Qualche tartana approdava allora appunto, e parecchi montanini fissavano dalle ripe con occhio curioso il postale del mattino. I passeggieri s'erano anch'essi raggruppati sul cassero e gettavano allegre occhiate sulla riva poco lontana; Arrigo anzi scorto fra le lunghe siepi di fichi il povero Curcoraggio l'additava coll'indice teso all'Emma ed un sorriso gelato gli sfiorava le labbra descrivendolo alla madre… lo sciagurato narrava con ischerno il corteggiamento di Zelmira, la passione ispiratale, le promesse fatte e tradite, l'improvviso abbandono, la sdegnosa accoglienza usata alle preghiere ed ai pianti!

—Era un passatempo d'autunno!… sciocchi!

Il capitano stesso affrettava le ultime manovre ed il piloto curvo sulla guida fissava l'apparsa città, allorchè dalle caldaie si gridò con voce alta e sonante, con impeto disperato: Fuoco! fuoco! E nel medesimo tempo uno scoppio terribile ghiacciava il sangue nelle vene agli astanti.

IV.

Poco dopo una fiamma alta e viva arrossava le onde. La macchina della nave era scoppiata ed i fianchi di questa mal robusti per resistere al violento urto andavano man mano squarciandosi. Il fuochista rimase morto, ed intanto fra sì disperata confusione d'uomini e attrezzi l'acqua irrompeva a larghi fiotti attraverso i vani e il Ciullo affondava. I passeggieri stretti in gruppo sulla tolda gettavano grida addolorate e miravano con lugubre esitanza quello sfascio completo, irresistibile. Il capitano però e l'equipaggio, benchè esterrefatti e sconsolati, lavoravano a tutt'uomo a rattener colle pompe l'elemento invasore, e qualche mozzo sceso nella stiva sudava a turar fessure e precipitar pesi, ma invano. L'acqua cresceva, cresceva, la nave era irreparabilmente perduta!

—Emma mia, Emma mia… salvati, salvati!

—Oh madre mia! morir sì giovane… in mare!

—Emma, vieni a me.

—Arrigo, Arrigo, salva mia madre!

—Ah sciagura! qual'orribil fine! la nave cola e nessuno ci aiuta!

—Aiuto, aiuto!

—La mia cara Emma… Emma mia… baciami in volto…

—Madre… non so più reggermi! mi batte terribilmente il cuore… vacillo… aiuto, aiuto!

—Aiuto, aiuto!

—Arrigo, Arrigo mio, ricordati di me… della tua Emma…

—Emma, Emma… non disperare… il capitano calerà la scialuppa…

—Non vedi che abbrucia?

—E nessuno ci salva?… maledizione!

—Nessuno!!! nessuno?… tutto il mio oro a chi salva la figlia del barone…

—Emma, Emma, dammi un amplesso.

—Soccorso, soccorso!

Soccorso, soccorso! gridavano tutti, e colle mani giunte, cogli occhi rivolti al cielo, colle ginocchia piegate, aspettavano l'aiuto supremo, e piangevano!

Soccorso, soccorso! urlavano i marinai, i quali scoraggiti, stanchi dalle violenti ma inutili fatiche, disperati, miravan torvi il mare e stavan per salvarsi a nuoto lasciando abbandonato il naviglio e preda di sventura gli infelici viaggiatori!

Soccorso, soccorso! pregava il desolato capitano, che madido di sudore e gocciante per le vesti inzuppate scorgeva dall'alto del ponte il suo Ciullo dannato a sommergere, e vedeva imminente, fatale, il precipizio!

—Soccorso, soccorso!

—Aiuto, aiuto!

Coraggio, coraggio! si gridava da terra; e quattro lancie spinte da robuste braccia volavano in soccorso dei naufraghi.

Pericolanti e salvatori s'incuoravano a vicenda, e l'onde già gorgogliando salivano dagli spalancati boccaporti ed allagavano il cassero, allorchè le scialuppe raggiunsero lo spezzato vapore ed una mano di barcaiuoli e montanari si slanciò a furia sulla tolda.

Da questi sorretti o portati scesero i naufraghi nelle lancie, e il capitano sarebbe stato ultimo ad abbandonare il Ciullo se due uomini non avesser dovuto porre qualche ritardo nel calare una giovinetta la quale svenuta e colle vesti scomposte serrava sul cuore la mano di un giovin uomo e gli abbandonava il capo nel seno. Bizco e Pierio, sollevata Emma, la deposero sul fondo della barca, ed Arrigo ancor barcollante e pallido le si assise daccanto e sdossatasi la guarnacca la stese sulle assiderate membra della sposa, nel mentre la baronessa spaurita e tremante mirava in viso cogli occhi spalancati figliuola e genero e stropicciava con febbrile ardore le fredde dita della supina. Bizco e Pierio intanto raccolti i remi, li tuffarono con vigoroso impeto nell'onde e vogando serrati raggiunsero le più celeri lancie e presto le sorpassarono afferrando la riva gremita per curiosi e compassionevoli.

Nel medesimo tempo il postale scompariva: la lotta tra l'acque e il fuoco era davvero stata viva, ma le prime avevano trionfato e colla stiva colma da esse affondarono eziandio i carboni bruciati ma spenti. La superficie dello stretto ridivenne quieta e piana; solo qua e là qualche tavola fluttuava ed infissa in una di queste stava ritta pur non sventolante la bandiera della nave. Il cadavere del fuochista, unica vittima umana, spinto dall'onde si era avvicinato alla riva, ma ricacciato da nuove fin nel mezzo, parve s'ostinasse a non abbandonare la costa dell'isola, e galleggiò incerto per assai tempo, ma alla fine accavallate dal vento soffiante da Val di Mone le istesse onde che gli erano bara lo trascinarono nella loro corsa violenta fin presso le coste di Calabria, e là sulle secche fu infatti raccolto e dai pescatori tumulato.

Il mal capitato fuochista era di Reggio, e dopo dieci anni ritornava, morto, alla terra natale!

Scesi a terra, i salvati furono immantinente circondati da donne e marinai, le une recando ristori e panni, gli altri offrendo sè stessi e le casupole. La triste comitiva però s'incamminò verso il forte del Faro, preceduta da quell'uffiziale comandante e seguita da qualche soldato sbucato dalla batteria in lor soccorso. Procedevano silenziosi, e fra quelle faccie vispe ed abbronzate avresti scorto il contrasto dei visi pallidi e smunti, il languore della persona e l'abbandono delle forze disegnavano su quelle fronti gelate dispetto e spavento! Pierio e Bizco avanzavano primi portando sulle braccia Emma e lor dappresso era l'uffiziale il quale sosteneva la baronessa, aiutato nel pio ufficio da Arrigo. Il capitano, gli altri passeggieri, l'equipaggio, seguivanli; e negli occhi vivaci di quei pietosi vallegiani brillava la gioia della buon'azione e il rammarico insieme della sgraziata avventura. Quella processione sarebbe sembrata un mortóro, se fossevi apparso un feretro!

Raccolti nella piccola sala della Lanterna, molti fra gli accompagnatori s'allontanarono, e ad Emma, adagiata sul lettuccio, fur fatti aspirare sali ed essenze. A poco a poco la giovinetta rinvenne, e la madre diè un grido di gioia allorchè alla sua amata si sprigionò dal petto un sospiro. Aprì gli occhi, le si tinser di porpora le guancie e le labbra, un leggier tremito le corse per le membra, staccò le mani dal cuore su cui sembravano infisse, alzò il capo, si ricompose le vesti e le treccie, contemplò siccome estatica e con atto di meraviglia la genitrice, Arrigo e Pierio, sorrise, mosse la persona, si rizzò, e chiese con ansia e paura:

—Ove mi trovo?… mamma, perchè son qui?… soldati? un uffiziale?…

—Emma, Emma—disse Arrigo indovinando la domanda della sposa—eccomi a te… sta queta… siamo in luogo sicuro, siamo tutti salvi… nessuna disgrazia…

—Oh qual pericolo abbiam corso!

—Emma…

—Mamma… Arrigo…

—Arrigo?!…—sussurrò con mal represso atto di sdegno Bizco—Arrigo?!—e dall'oscuro canto del salotto fissò lo sguardo sul giovane.

—Arrigo?!—esclamò ad alta voce l'uffiziale—Arrigo? lui?—e gli si avvicinò.

—Scusate, signore, è Arrigo il vostro nome?…

—Sì, tenente… ma… quale strana rassomiglianza!… il vostro nome, uffiziale, il vostro nome!…

—Azzo Carbonera.

—Carbonera!… Oh ch'io t'abbracci, Azzo, mio salvatore!… Azzo!

—Arrigo Rapisardi!

—Amico mio!

—Quale consolazione!

—Come qui, Azzo? due anni son corsi dal nostro viaggio ad Ajaccio…

—Arrigo… ti racconterò poi… ma questa… è la tua sposa?

—Sì, Azzo.

Azzo Carbonera robusto e biondo uomo sui trentott'anni, aveva bella e ritta la persona, ardito aspetto, occhi splendenti, lunghi baffi, folta capigliatura. Cospiratore a vent'anni, e scoperto, la sola fuga lo avea salvato dalla forca: quanto duro gli era stato l'abbandono della sua cara Sondrio, della nativa Valtellina, delle Alpi sterili e nude, ma italiane! Valicato lo Spluga, s'era condotto attraverso le inospiti vallate grigione a Bellinzona, e di là sceso a Lugano s'era arruolato fra i congiurati ed esule fra esuli sospirava sempre il riscatto della sua Italia! Mille proscritti tentarono un dì l'invasione di Lombardia, e dalle gole di Valsolda, sbucarono su quel di Menaggio colla speranza di eccitare a rivolta gli alpigiani del Lario e per Como piombar su Milano: ma pochi e male armati, attaccati dai gendarmi presso Porlezza e sbaragliati, avevan dovuto salvarsi colla fuga, e sfiduciati ritornar precipitosi nella libera Elvezia, a piangere i compagni perduti! Azzo se n'accorò, e lasciata Lugano s'era confinato a Losanna, ove visse parecchi anni scrivendo e cospirando. Ma la buona stella della libertà era sorta sull'orizzonte anco per la povera terra dei morti, ed Azzo lasciava il Vodese e passato il Sempione calava ad Arona, dove con Garibaldi piombava sul lombardo e da valoroso combatteva a Sesto, a Varese, a S. Fermo. Sospesa la guerra, dalle rive del Garda faceva voto di viver nell'armi in servigio della patria, e da allora cingeva la spada. Inviato negli Abruzzi, aveva assaltate con guerresco ardimento molte bande liberticide e per un anno s'era battuto con costanza e coraggio fra quelle gole insidiose ed in quelle boscaglie selvaggie. A Napoli aveva conosciuto Rapisardi ed amicizia calda e sincera erasi stretta fra loro: due giovani, entrambi innamorati del poetico e dello strano, entrambi ardenti e baldi, potevano non unirsi coi santi vincoli dell'affetto? Vissuti così un inverno, erano partiti assieme per Corsica e in quell'isola illustre per illustri natali Azzo aveva salvata la vita ad Arrigo: non chiedermi come e perchè; fu un mistero per tutti, e il biondo valtellino avevane giurato il segreto al bruno messinese! Riconoscenza ed amore legavano dunque lo sposo di Emma al comandante del Faro; replicati baci rannodarono la fratellanza ed il rossore delle gote ed il lampo degli sguardi ben mostrarono agli attoniti astanti quale e quanto gaudio commuovesse i lor cuori!

—Lui?… Arrigo?!—con sorda voce ripetè il padre di Zelmira.

—Lui?—chiese Pierio, che incerto e concitato guatava con raccapriccio il sinistro aspetto di Bizco e mirava con ansietà Arrigo e l'uffiziale—lui?

—Sì, lui… l'uccisore della mia figliuola!

—Lui?

—Arrigo Rapisardi!

—Il seduttore?…

—Sì, Pierio, lui, lui! È Dio che ce lo invia!

—Quale arcano…

—Snuda il pugnale, Pierio, e compi il tuo giuro.

—Qui?

—Qui.

—Qui, padre mio, fra tanti armati?

—Qui, non monta… Affrettati Pierio!

—Oh Dio mio… mi fa paura il sangue!

—Pierio, Pierio, hai giurato!

—Maledetto giuramento… qui, in un forte!?

—Qui, è l'onor di Zelmira…

—Oh Zelmira!

—È l'onor della sorella… orsù… lo voglio… hai giurato!

E Bizco spinse colla mano l'attonito Pierio, il quale tenendo nascosta sotto il gabbano la nuda lama barcollando s'avvicinò al gruppo dei salvati, sempre inseguito dallo sguardo fisso e sanguigno del padre.

—Oh Emma… è un amico fidato che il cielo m'invia;… è Azzo…

—Tutto t'arride, Arrigo mio, anche nella sciagura trovi conforto.

—E fortuna. Si, Azzo, lascia che lo dica… e fortuna!

—Non più, amico. Apprestiamo ad Emma le ultime cure… e lasciamo quest'umida cameraccia.

—È qui che abiti?

—È il mio alloggio. Che vuoi? noi soldati abbiamo ruvida La pelle e…

—Ed ottimo cuore.

Ed Emma così dicendo s'alzò e stese in atto affettuoso la sua candida mano al comandante. Carbonera la baciò, e stringendola con riverente entusiasmo pronunziò con voce commossa:

—Grazie infinite, signorina… non merito punto le vostre cortesie… perdonate la mia ruvidezza.

—Azzo, Azzo!—gridò con ilare dimestichezza Arrigo, non farmi il piagnone… suvvia… abbracciami Emma…

—Che?

—Lo voglio.

—Lo vuoi?… ben di cuore!

E mentre Azzo e la sposa di Arrigo si ricambiavano strette di mano e carezzevoli parole, Pierio vieppiù s'avvicinava e dietro lui stava Bizco col pugno teso e coi denti serrati.

L'aspetto del vecchio montanaro era in quell'istante terribile, e colui il quale l'avesse allora veduto avrebbe irresistibilmente gridato: all'assassino, all'assassino!

Pierio all'incontro era pallido e trepidante, ansante il petto, lo sguardo incerto e pauroso, il passo stentato e mal fermo.

Non ancora uso al sangue, il giovane isolano muoveva al delitto cacciato solo dal demone della vendetta, e sprone fatale eragli il cupo e minaccioso comando del padre.

—Colpisci, colpisci!—gridogli dietro le spalle il feroce Bizco.

—Grazia per lui, padre mio, grazia per lui!

—Hai giurato!

—Oh Zelmira!

—Colpisci, vigliacco… colpisci!

—Vigliacco?… oh giammai!

Alzò con rapido moto la destra e nel calare il pugnale sul petto alla vittima tonò:

—Vendetta!

—Vendetta!—ripetè con urlo satanico il Bizco, e sfoderato il coltello piombò più celere del lampo su Azzo; il quale all'improvviso pericolo dell'amico aveva sguainata la spada e stava per immergerla in seno a Pierio.

V.

—Mamma Tecla, mamma Tecla, dite… e Zelmira?

—La vita manca ad ogn'istante alla mia povera figliuola. Poveretta! se la vedeste! pare un cero; pallida, dimagrata, sparuta, sorride con un riso angelico e foriero di morte! Povera Zelmira mia! presto, pur troppo, mi sarai tolta! e allora non ti vedrò più! Oh Signore, mi si squarcia il cuore… troppo viva è la piaga che m'avete aperta!… Dio, Dio mio, richiamate a voi me, non lei!… sì giovane, sì bella, sì gentile! Oh Signore, accogliete la preghiera mia… lasciatela a' suoi cari… alla madre che dispera!!!

—Suvvia, Tecla, non v'accorate troppo: Iddio prova il vostro affetto… inchinatevi a lui! Zelmira forse…

—No, Giaimo, Zelmira fra poche ore sarà morta… è il cuore che me n'accerta… ah sì! quant'è mai sventurata la vecchia Tecla!

—Tecla, coraggio. Il ricordo delle passate sciagure vi fa mesta e sfiduciata. Buona Tecla!

E il rozzo Giaimo strinse con mano tremante la destra della cognata. Alcune grosse lagrime gli gocciarono sulle guancie e nell'alzar gli occhi in viso alla Tecla scorgendola tutta in pianto e addolorata diede egli pure in uno scoppio di singulti, e quel ruvido ma onesto cuore fu schiantato dall'affanno. Si abbracciarono, e mentendo a sè stessi sussurrarono con voce spenta e fievole:

—Coraggio, Tecla!

—Oh sì, fatevi animo, Giaimo!

Già un anno era passato dalla morte di Bizco e dalla cattura di Pierio, e la nuova sventura aveva stremate le gracili forze della malata Zelmira. Il vento della montagna le divenne letale, e dovette rinunciare all'innocente poesia della contemplazione dell'aurora e del tramonto. Chiusa nella sua solitaria cameretta non vide più le acque del torrente precipitar dalla vetta e scendere impetuose al mare, non più seguì coll'occhio il lungo volo delle rondini in traccia di cibo pei piccini, non più udì il canto delle pastorelle e gl'inni delle amiche inginocchiate nel tempio! Sola, sempre mesta, unico conforto le veniva dallo zio e dalla madre; anco gl'infantili schiamazzi del fratellino le cagionavano pena e dolore! Povera creatura! appassì la sua bellezza, sparve la giocondità dell'animo, inaridille insomma la vita; fu il lugubre cammino della tempesta, e nessuno potette illuder sè, lei, la desolata Tecla! E diffatto la tempesta si scatenò, e fu rovescio aspettato eppur terribile. L'arcana fiammella della vita che languida le commoveva il petto, a poco a poco s'ammorzò, e le tristi parole di Tecla a Giaimo erano pur troppo foriere di sventura! Zelmira seppe di dover morire, e non un lamento, non una lagrima le strappò l'annunzio ferale; calma, rassegnata, tutta tranquilla, disse addio alla sua giovinezza, alla sua povera vita, al suo cielo, a' suoi monti, a' suoi cari ricordi! Addio affettuoso, addio rosato, casto simbolo della tradita fanciulla, del suo cuor puro e immacolato, del suo virgineo e tenero affetto! La poveretta non sentiva rammarichi, non aveva che amato!

Stava Zelmira supina in s'un gramo pagliericcio coperto da misero coltrone, colle braccia incrociate sul seno e col capo arrovesciato. Pallida fra lenzuola bianchissime, la morente fanciulla s'assomigliava ad un angelo, e da quegli occhi sbarrati e fissi spirava ancora la movenza della giovinezza. Stille di freddo sudore le bagnavan la fronte, e le guancie scarne ed infossate lasciavano leggere su quel viso sfatto la storia dei patiti malori e delle lunghe angoscie. Dalla bocca semiaperta scorgevansi i denti bianchi e levigati, e le labbra aride e senza moto mettevano in animo il ribrezzo dell'agonia. Zelmira affannosamente respirava e lenti erano i battiti del cuore. Ancor pochi istanti e sarebbe morta!

Ritto a lei vicino, colle palme congiunte in atto di preghiera e col viso levato al cielo, era il curato di Curcoraggio, vegliardo d'ottant'anni, venerando per saggezza e carità. L'addolorato pastore invocava con commosso accento la suprema benedizione per la spirante pecorella, e quella figura severa, canuta, avrebbe incussa reverenza eziandio al più sfrenato derisore della poesia di quaggiù.

—La figliuola è agli estremi; datele il bacio dell'addio e pregate per lei.

Così il vecchio prete a Tecla, allorchè entrò nella stanza con Giaimo. La disperata donna a quelle strazianti parole diè un profondo sospiro e senza aggiunger sillaba piegò la persona e cadde genuflessa. Il montanaro imitolla, e per parecchi minuti non altro s'udì che il bisbiglio delle preci. All'orologio della chiesa suonarono allora le ventidue e il sordo rimbombo dei replicati colpi venne a morire fra le pareti della cameretta di Zelmira. La quale a quei suoni si scosse ed alzato con moto languido il capo ravvisò gl'inginocchiati ed alla madre fè cenno s'accostasse. Tecla si rizzò e con lieve passo s'avvicinò al letto della fanciulla, nel mentre Giaimo a capo chino si faceva daccanto al pievano e l'interrogava con muta ansietà, collo sguardo indagatore. Il vegliardo additogli con solenne dignità il cielo e stringendo all'afflitto la mano gli riunì le palme quasi volesse raccomandargli pregasse.

—Mamma—pronunciò con fioco sforzo Zelmira—Mamma, sto morendo e ti saluto per sempre. Via, non piangere… così vuole il Signore e non sta bene la ribellione… fa di darti pace ed anche allo zio porgi coraggio e consolazione. Il curato… oh Dio mio, concedimi la forza di dir l'ultime parole!… il curato mi ha fatto cuore, m'ha promesse orazioni… e senti, mamma, vedo di non saper più parlare… dato che il povero Pierio… sì, anche di lui vo' ricordarmi… se mai, lo faccia Iddio! se mai riuscisse a fuggir dal bagno…. se ritornasse libero… ebbene, allora dagli un bacio per me, per la sua cara sorella! povero Pierio mio! quant'eri buono!… ed alla memoria pure del mio genitore, del tuo Bizco; non tremare, mamma; alla memoria di lui poni un sasso… un ricordo povero ma affettuoso… laggiù nel cimitero… ed a me… una croce! Mamma, mamma, non singhiozzare!… oh Signore! eccomi a te… sento mancarmi il respiro… mi si chiudono gli occhi!

E ricadde sui guanciali, supina, immobile.

Zelmira era morta.

Tecla e Giaimo alzarono un grido disperato, e se il prete non li avesse rattenuti si sarebbero forsennati gettati sul corpo dell'amata, baciandolo per gli occhi, per la bocca, per tutto il volto. Ma lasciarli più a lungo al dolore non volle il pievano, epperò li scosse e seco loro usci dalla stanza.

—Abbiate rassegnazione, amici. La poveretta è partita per luogo di gaudio. Voi Giaimo siate forte, e voi Tecla seguitela colle preci. Datevi pace e fatene omaggio al gran re.

La madre e lo zio, pur sempre dirottamente piangendo, strinsero con effusione d'amore la mano scarna del vegliardo, ed attraversato il piccolo portico scomparvero. Il curato li seguì coll'occhio sino a che videli perduti fra le ombre della bistorta callaia, ed allora rientrò e messosi ginocchione presso il lettuccio intuonò il canto dei morti.

VI.

Due anni dopo questa scena di lutto, la campana di Curcoraggio suonava ancora a mortóro, ed il buon popolo della pieve scendeva, saliva, per le viuzze del villaggio, accorso alle esequie di una trapassata. Su quelle faccie, bronzate dal sole, e rugate dagli stenti, si leggeva la pietà e la compassione, e su per le labbra di tutti correva la triste storia ed il nome della povera morta. E ben triste davvero era quella storia! affanni, dolori, angoscie, avevano straziato il cuore della misera, e testimonii dei patimenti sofferti erano tutti, era il curato! Il quale parato a funerale, seguiva allora appunto l'umile feretro, che quattro montanini portavano alla chiesa, spalancata e già gremita di fedeli. Lunga fila di donne faceva ala alla bara, ed il loro canto melanconico e flebile squarciava il cuore. Allorchè poi le spoglie della consorella furono nella casa di Dio lo squillo della campana salutò colla sua lugubre armonia la novella viatrice e tutto il popolo genuflesso e devoto fece solenne l'umile rito.

Boccone a lato del cataletto giaceva un vecchio, cui la bianca barba scendeva scomposta e lunga fino a terra, d'abiti puliti ma rozzi, mal calzato e soffrente. E certo quell'uomo soffriva, perocchè lo squallido viso e la sparuta persona dicevano pur troppo ben chiaro, ch'egli pativa assai e nell'animo e nelle forze: nello sguardo non scorgesi sovente riflesso lo strazio celato? Grosse lagrime gli piovevano dagli occhi, e l'affannoso respiro riusciva di volta in volta a replicati singulti. Piangeva, sì, quel canuto montanaro, piangeva, ma non per affetti terreni, non per ricordanze dolorose, non per paura del futuro, piangeva di rassegnazione, e nella sua prece invocava siccome grazia suprema la morte: povero e solo, fiacco e combattuto, che sarebbe stata per lui la vita? a somiglianza del passero, che abbandonato dalla compagna o perduto fra i campi di terra non sua piange, disperasi e muore, il vecchio isolano sarebbe perito fra gli stenti sprezzato e solitario!

Anche al curato s'erano inumidite le palpebre, e già stava per raccomandare al popolo prosternato che pregasse, pregasse di cuore per la morta, allorchè voci concitate lo scossero, ed alzate le pupille vide sulla porta un uomo in assisa di galeotto far violenza agli astanti e penetrar con mal frenato furore nella folla. Cogli occhi stralunati, colle labbra mosse a selvaggio sorriso, col mento abbrunito, colla destra involta in sucido fazzoletto intriso di sangue, colla giubba e le calzature lacere, lo sconosciuto s'avvicinò con impeto trepidante ai ceri, e respinti quelli che tentavano barrargli il cammino, diè un guardo cupo ed insieme pauroso alla bara, e raffigurato il genuflesso si chinò su di lui. Fissarlo in volto, riesaminar quel sembiante corrugato e smunto, rialzarlo, fu un istante; soffregò a sè gli occhi a lui le ciglia, chinò in atto pensoso il capo, si battè con repentino delirio la fronte, baciò a più riprese l'attonito vecchio e poco dopo gridò:

—Giaimo! Giaimo!

Questi, al grido del suo nome, rispose con altro grido, scosse vivamente il galeotto, diè in uno scoppio novello di pianto ed additato il feretro balbettò:

—Là entro dorme Tecla. Oh Pierio! troppo tardi sei venuto.

—Tecla?!… la madre mia?!…

—Sì, figliuolo!

Pierio, quasi colpito da arcano fulmine, cadde sul suolo, ma poco dopo si rizzò e gettandosi tutto doloroso sul cataletto:

—A che mi giova—urlò—essere libero?

—Pierio!

—Oh madre, oh madre!… la sventura t'ha uccisa!

—Pierio—disse allora Giaimo—Pierio, è Tecla che te lo comanda per me… giacchè sei, sta libero… salvati… piglia le montagne…

—No, Giaimo, morrò qui, sulla salma della madre. Che mi cale della libertà, solo… e inseguito?

—Solo?!.., oh Pierio, e al tuo Giaimo non pensi?

—Una squadra d'armati mi persegue… fra poco saranno al monte… oh ch'io muoia vicino a te madre mia!

—Usciamo, usciamo, mio Pierio; il funebre rito vuol essere continuato…

—E Zelmira?

—È sepolta laggiù…

—Nel cimitero?!… Povera sventurata!

—La sua fossa è distinta da una croce…

—Oh Zelmira mia!

—Recati là e prega per lei…

—Sorella diletta… prega per me!

—Nessuno oserà profanare la pace delle tombe.

E seguito dallo zio Pierio uscì all'aperto; toltosi alla vista degli affollati, ripercorse il tratto di via che separa Curcoraggio dal cimitero, e trovatine aperti i cancelli entrovvi. Giaimo, meno sbalordito del giovane, pensò chiuder le porte, e ciò fatto raggiunse il nipote, il quale s'era già inginocchiato appiè del tumulo che raccoglieva le spoglie dell'amata sorella e lasciava libero lo sfogo al torrente delle lagrime. I due superstiti rimasero raccolti in estatica e gemebonda contemplazione lunga pezza, e soltanto si scossero allorchè il rumore precipitato di molti passi e un sordo mormorio poco lontano richiamolli alla realtà dell'esistenza. Zio e nipote, come destandosi tutto spaventati, divinarono il destino che li aspettava, e piantatisi ritti e minacciosi sulla terra benedetta dalle ossa di Zelmira si prepararono a difenderla.

Azzo Carbonera, scortato da venti soldati, apparve infatto al cancello. Tentò aprirlo, e veduto il fuggiasco gli gridò in tuono minaccioso:

—Aprite alla legge. Aprite!

—Giammai!—rispose con voce ferma Pierio, e cacciate le mani sotto la giubba ne cavò un coltello che brandì risoluto.

Giaimo veduta l'arme ne gioì, e coi pugni serrati si mise a lato del nipote.

—Da bravo, Pierio; fa onore alla memoria di Bizco!

Azzo allora ordinò che si scardinasse il cancello, e molti uomini fatta leva dei ferri ben presto l'ebbero messo a terra. Tolta l'unica barriera che inciampasse loro la via, i soldati precipitarono verso il tumulo, ed alcuni avrebbero fatto fuoco, se Carbonara precorrendoli non comandava s'arrestassero e nessuno usasse dell'armi. S'avanzò solo, e riconosciuto Pierio, gli disse corrucciato:

—Arrenditi, galeotto.

—No.

—Siamo molti, e tuo solo aiuto è un vecchio…

—Non m'arrendo. Qui sotto sta morta la sorella mia. Qui dunque avrò fossa; pigliatemi.

—Il figliuolo di Bizco non cede, muore. E con lui morrà il vecchio
Giaimo!

Pierio s'era così ribellato, nè l'uffiziale doveva più oltre sopportarlo; epperò senza aggiunger parola d'un salto gli si avventò addosso e tentò disarmarlo. Ma il montanaro era troppo destro per non preveder quell'offesa, e nel mentre Azzo piegava la spada a percuotere con un rapido manrovescio il coltello di lui egli lo colpi d'isbiescio nell'addome. La ferita, benchè leggiera, diè sangue, ed alla vista di esso Azzo inferocì, e serratosi contro a Pierio, tale una tempesta di colpi gli scaricò lungo la persona che questi ne rimase tutto intronato e per pochi istanti stette passivo attore nella scena. Pur si risentì, e bramoso di vendetta rivolse contro il petto del soldato l'acuta punta del coltello, stracciandogli la tunica e scalfiggendolo. La nuova ferita accrebbe l'ira di Carbonera, il quale, dato bando ad ogni precauzione, si precipitò sul galeotto, e gl'immerse con tanta furia la spada nel ventre che l'elsa riurtò. Pierio impallidì e versando col sangue la vita, rovesciò cogli occhi smarriti sul suolo e giacque.

Giaimo intanto era stato circondato, assalito e fatto immantinente prigione dai soldati. Debole e disarmato, non avea potuto opporre resistenza veruna, e pallido per odio insoddisfatto, fu trascinato lontano dai due campioni e tenuto saldo sino a duello compiuto. La valentia di Pierio lo consolò, ma ogni illusione svanì quando cadde morto sul tumulo di Zelmira e vidde Azzo muovergli incontro sfavillante di gioia e colla spada ancor fumante del sangue dell'ucciso. Trepido attese dal vincitore l'ordine che lo fucilassero, ed a quella angoscia s'univa desiderio di cessar tante pene ed unire per sempre il suo al destino de' cari defunti! Qual fu la di lui meraviglia allorquando seppesi assolto e libero! Ne rimase sconfortato, ed uscito dal cerchio de' suoi custodi volò al tumulo e brandito l'insanguinato coltello che giaceva press'al cadavere di Pierio se lo cacciò a più riprese in cuore gridando con tutta la voce:

—Eccomi a te, Tecla!

E il mortorio di Tecla passava appunto in quell'istante la soglia del triste recinto.

VII.

Il dì dopo quest'olocausto di sventurati, due giovani salivano sul battello a vapore per Patti. Un uffiziale avevali accompagnati sino a bordo, e poco prima della partenza li salutò ed augurò loro viaggio felice.

—Addio, Azzo.

—Arrigo, addio.

Ed appena il piroscafo abbandonò il porto, Arrigo disse alla compagna:

—Bel soggiorno a Messina, o Emma; ma molti cattivi v'ho trovati… v'ebbi molte noie… molte paure…

—E non ritorneremo più colà, n'è vero?

—Giammai!…

E levato lo sguardo su Curcoraggio sussurrò:

—Volevano uccidermi!… ammazzarmi per una leggerezza giovanile!… perchè la montanina moriva!… plebei, cadeste!

Emma ed Arrigo, perduta in Messina la baronessa, abbandonavano per sempre quella città.