POLO.

STORIA DI VAL DI NOTO.

«Ahi! che un'alma sì bella a sì serena
Non poteva a un mortale esser largita!»
Giuseppe De Spuches.

I.

«Senza ire e senza declamazioni pongo finalmente l'ultima parola a questo mio lavoro sulla filosofia di Fausto Socino. La quale diè gran fama al pensatore toscano; e perchè codesta fu trascinata nel fango ed invilita, ben si voleva oggi ringiovanirla e ristaurarla; oggi in cui liberi asserti si proclamano ed al vero si dà l'omaggio di franca sentenza. Cassati i veti, spezzati i vincoli, srugginita la discussione, era pur dignitoso il ritorno alle glorie obliate; rivendicatori della sapienza avita noi dobbiamo rizzarne le statue e svelarne gli arcani filosofemi. Filosofia è oggi verità, e sta bene che si affretti il riscatto collo studio del passato e coll'analisi dell'indagini prime. Anche la nuova scienza ha pritanei, ed a quella guisa che l'astronomo fissa acuto lo sguardo nella stella più remota, è ben d'uopo che gli odierni pensatori esaminino i ruderi dell'intelletto: Cuvier ristorò la storia antidiluviana sulle orme di pochi avanzi animali: la scienza non è dessa immarcescibile, eterna?

«Il popolo, questo sventurato fanciullo che uomini e cose congiurano a sperdere ed abbrutire, bamboleggiò sempre sotto il giogo dei forti e degl'immutabili, ed a nulla giovò che di tratto in tratto alcuni robusti infrangessero le ritorte e gli gridassero: Sorgi e cammina. Prigioniero di fede accettata perchè poetica, veneratore d'idoli dorati, seguace di banditori ciechi e servi; egli derise e peggio lapidò i nuovi apostoli, i soldati della nuova civiltà; stizzì perchè lo si scuoteva, precipitò nel sepolcro chi lo voleva vivo. Eppure quelle vittime dell'insano furore erano illustri, or son martiri; e ieri stracciato l'amaranto che immalinconiva le lor tombe, colle fronde del giovine alloro se ne compose la corona e la si adagiò sul cippo funerale. Tarda ma dovuta espiazione, rendimento di grazie postumo perocchè prima negato, tributo imperituro di riverenza. Lo sposo alla fidanzata ancor lontana, ma attesa, prepara il velo e le rose; noi, alla ragione (non risorta perchè non mai morta, ma rionorata e tornata al trionfo) intessiamo la cerchiata coi fiori più belli spiccati dai gambi più alti.

«Quattro anni or sono, salpavo dal Giarciore e raggiunta Genova attraversavo i piani del Monferrato e del Novarese e per le Alpi scendevo in Elvezia. A Zurigo, nel panteon delle glorie repubblicane, vidi eretto il sepolcro dei Socini, e perchè meravigliavo di veder serbate in terra straniera le ceneri dei negatori italiani, il vecchio grigione che mi era compagno sussurrò: «Ovunque, in ogni tempo, sempre, le ossa dei martiri sono sacre.» Allora non avevo rifiutata la credenza dalla povera madre insegnatami, epperò rimasi spaurito dalle parole della guida e tremai. Oggi non tremo più, ho pensato, ho riflettuto e mi son convinto; non ho più nè fede nè dubbio, ragiono: eccomi adunque a deporre sul mausoleo di Socino l'omaggio della verità. Da questo sconosciuto Pozzallo s'innalzi, una volta, l'inno di lode al poeta della filosofia; il mio inno, solcato il mare, volerà in Siena a baciarvi la culla del sommo estinto, varcherà le montagne e i monti, e là sulla riva del lago scenderà a gridare Alleluia!—Per te si veggia, come la vegg'io!»

II.

—Ebbene, Polo, avete finito?

—Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mio
Socino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.

—Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che faccia lieti augurii allo scolaro?

—Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano.
Grazie davvero, dottor Cipriano!

—Bene, bene, Polo…

—Posdomani andrò a leggerlo, come mi s'impose, al collegio di
Modica… e spero anche di potermene servire pel concorso di
Catania…

—So tutto, Polo… Ma voi non sapete però che v'è…. rivale….

—Chi mai?

—Nientemeno…

—Nientemeno…

Ciprigno, girò con sospetto gli occhi all'ingiro, poi fattosi piccino della persona, accostò la bocca all'orecchio del seduto, ed in atto di gran mistero gli sussurrò con voce tremante un nome. Era il nome del figlio di un potente, di un uomo alto e famoso.

—… Lui?!…

—Lui. Che volete, Polo mio? S'è fitto in capo di vincere!

—E vincerà… lo temo!

—Però… animo, Polo… coraggio e costanza.

E così dicendo il dottor Cipriano uscì.

Era il dottor Cipriano uomo di cinquant'anni, di ritta statura, altero, grave. Calvo e giallognolo, il suo capo aveva un impero indefinibile, tanto da incuter rispetto e tema in chi lo guardava. Gli occhi neri, lucenti, muovevansi celermente nell'orbita, ed in quello sguardo si scopriva l'acutezza indagatrice; la bocca sempre chiusa lasciava mai o quasi scorgere attraverso le pallide labbra i denti ancor sani ed interi. Teneva di consueto le braccia incrociate, il passo era lento e misurato, il moto della persona dignitoso e solenne. L'abito nero, elegante e slacciato gli scendeva in falde lungo i fianchi; nessun ornamento dorato gli splendeva sul panciotto pur nero, e ricercata calzatura teneva ai piedi. Personaggio molto stimato e in Pozzallo e nella contea tutta, godeva riputazione d'uomo influente e colto, apparteneva all'Accademia di Modica, aveva casa, giardino e poderi al Zango, e due volte al mese scendeva a Noto in qualità d'ispettore delle scuole. Affettava protezione pel giovane Polo e spesso desinava col suo «adorato figliuolo.»

Conosceva i Brancato da molt'anni, e col padre di Polo aveva avuta stretta dimestichezza. Educatore di questo dall'infanzia, frequentavane il palazzo e grande autorità vi godeva. Grave alterco ebbe un dì col padre Brancato, e da allora in poi erasi licenziato, mantenendo però una larva d'affezione al discepolo. Assai s'era parlato di sì clamorosa rottura, nessuno seppene bene il perchè.

Profondo ricordo, del resto, dovevano averne tutti conservato, essendochè e Polo mai parlava del padre in presenza del dottore e Cipriano smarriva ogni allegrezza al solo rammentarsene!

Appena ebbe abbandonata la sala, Cipriano s'arrestò, levò in alto la destra, e volgendosi alla porta per la quale s'accedeva allo studio di Polo, sussurrò con voce rantolosa e sprezzante:

—Speri vincer la prova?… aver fama dal tuo libello infernale? ottenere il titolo?… no, no, giovinastro, disilluditi… tra te e la cattedra sta Cipriano!… non ancora è cancellata l'onta… pensa, fanciullo, al 14 aprile!

Gli occhi sfavillarono d'indegno tripudio, ed un guizzo di codardo orgoglio corse al dottore per tutta la persona. Affrettò i passi, e giunto sul loggiato, salutò colla mano e col viso composto a paterno sorriso il giovane allora comparso al balcone; onesto e sincero, poteva Polo sospettare la perfidia di Cipriano? Ad un servo che gli schiuse i cancelli fe' ringraziamento col leggiero chinar del capo, e dalla scalea per la quale si scendeva nella piazza del borgo mosse alla volta della via di Scicli. Là giunto, salì nella carrozza che l'attendeva, e al cocchiere che lo interrogò disse in tono mellifluo e piacente:

—A Modica!

Polo seguì dal balcone la partenza del maestro, e il rumore delle ruote era già tutto cessato che ancora teneva lo sguardo sulla strada dei colli. Alfine si scosse, s'accostò al parapetto del ballatoio, vi poggiò i gomiti, e piegando lentamente la persona mirò con occhio stanco il mare poco lontano.

Vasta scena s'apriva dinanzi e lontano lontano il mare si confondeva col cielo serrando in armonico cilestre l'orizzonte dell'isola. Quell'ampia e levigata superficie delle acque era calma, e lunghi ma incerti raggi di sole screziavano qua e là le placide onde distese dalla costiera a Gozzo e da Malta al dilungato lido africano. Nessuna vela ne rompeva anco dai lati la monotona solitudine, sola una striscia ben sottile di fumo lasciava supporre che un piroscafo costeggiasse la nebbiata Calabria, L'azzurro dell'atmosfera, non segato da nuvoloni, era però ad oriente arrossato dai riflessi lucenti, i quali dipingevano in stupendi colori e con bizzarra dissonanza quell'angolo del poetico quadro. L'aria non agitata da venti, era ristorata dalla leggiera brezza della sera di settembre.

Sta Pozzallo alle falde delle leggiadre montagne che dai picchi del Mongibello scendono in leggiero pendio sino al Passaro ed alla sua destra scorre e si getta in mare il fiumicello Scicli che sbucato dalla deserta valletta d'Empedocle tocca Modica e feconda le praterie del Giarciore e di Donnalucata. Dalla punta di Magaluco a porto Longobardo, cioè dal faro più meridionale ai declivii del fiume Ragusa, piccoli seni e piccoli capi s'incatenano e s'intrecciano con bellissima vaghezza; levando poi lo sguardo su su verso i monti appaiono, prima campi irrigati e pascoli, indi colline boscose e smaltate da cascinali e abituri, in fondo colli, più in là i dirupi dell'ultima catena d'Apennino. E in mezzo allo squallido grigio delle roccie torreggia l'annerito castello di Modica, il quale (a guisa dell'aquila che dalla cima della quercia spazia coi torvi occhi il piano sottostante) edificato sull'altura protegge la città raggruppata alle falde e sembra minacci anco da lontano l'invasore. Da Magaluco e da Longobardo lo si scorge ritto frammezzo alle immobili pietre del monte.

Polo contemplò lunga pezza questa scena, ma intanto la notte era calata e denso velo ricoprì tutti gli oggetti. Si ritrasse adunque dal balcone, serrò le vetriate e scese nel salotto. Sedette allo scrittoio, aperse il manoscritto, e sfogliando s'arrestò senza averne intenzione alla pagina che così chiudeva:

«Il fine della virtù, ha detto lo storico Cuoco, è la felicità. Questa, equilibrio tra desideri e forze, e perciò soddisfazione dei bisogni, non si ottiene che colla libertà, la quale per essere essa stessa necessaria vuolsi ottenere ad ogni costo, con tutti i modi razionali che stanno nel potere delle moltitudini. Il buon uso della libertà genera l'ordine, con cui ogni sistema d'organamento regge e lavora. Ma ogni culto ha i suoi sacerdoti, la libertà ha i suoi altari, e infiniti cadranno o fiaccati o spenti appiè del gonfalone di costei. L'agnello, quando la patria corre pericolo, diventa leone: allora (così il mansueto Pellico) combatte e vince, o muore!»

Una lagrima di melanconico entusiasmo spuntò sulle palpebre di Polo, e per non piangere lasciò il libro e se n'andò.

III.

Spuntava appena l'alba del dì susseguente al colloquio di Polo col dottor Cipriano, che una tartana, la quale nella notte aveva viaggiato dal Capo Scalambro a Pozzallo, sbarcava al Giarciore un giovane sconosciuto. Posto piede a terra, costui traguardò lungo il sentiero se qualcuno apparisse, e rassicurato, a celeri passi s'addentrò salendo di gran lena la costa. Taciturno e tutto incappucciato nessuno l'avrebbe potuto ravvisare; il solo camminar frettoloso attestava ch'egli era vivo, ma nel cervello infiniti pensieri gli s'affollavano l'un all'altro avversi e nemici. Raggiunto il piazzale del paese, mosse verso il palazzo Brancato, e battuti tre colpi alla porta stette sospeso ad aspettare. Poco dopo rimbombò nel silenzio dell'atrio il calpestìo di alcuno che accorreva e il cigolare dei chiavistelli risuscitò in petto al giovane l'ansia tormentosa del dubbio; nel vano dell'apertura si mostrò un altr'uomo, e fatto cenno colla mano che s'accostasse, sussurrò:

—Siete voi, Luchino?

—Sì, Polo mio!

S'abbracciarono, e stretti in quel commovente amplesso passarono il portico ed entrarono nella sala. Luchino gettò a terra cappello e pastrano, si lasciò cadere in una seggiola e disse:

—Finalmente!

—D'ove vieni?

—Da Alicata. Ho parlato agli amici in Palma, a Naro, a Girgenti. Due settimane or sono ero ancora a Roma: comandato dal Venerabile partii per Napoli e di là per Palermo…

—Fosti a Palermo?… le nostre idee vi si diffondono? i cugini lavorano?

—Tutto va bene. Vidi il cancelliere, vidi gli amici, lessi i proclami… ad alcuni, ai migliori, fu imposto scrivano opuscoli di morale civile… ed a Ruggiero, sai? il Venerabile ordinò un libro sul vero destino dell'uomo… è insomma la demolizione…

—Anch'io, Luchino, ho obbedito. La storia di Socino è compiuta.

—Davvero? Oh te beato, Polo, che rechi sì prezioso tributo all'avvenire… a me tocca sempre l'ufficio del cavallo… corro, corro, viaggio…

—E da Palermo?

—Da Palermo passai a Corleone, a Sciacca: ovunque ordine e lavoro.

—E speri?…

—Spero.

—Il popolo si lascierà persuadere?

—Oh si, è necessario. Infranto il piedestallo cadrà la statua.

—È la statua di cui parlano i poeti. Tutta d'oro e bronzo, ha i piedi di creta.

—Il sassolino franato dal monte li spezzerà.

—Dunque?

—Dunque, Polo mio, coraggio ed audacia. Già in Roma si prepara la rivolta… ai confini della Toscana e dell'Umbria s'agglomerano baldi e arditi migliaia di giovani… Lui è là; sarà il capitano dell'impresa.

—Che pensi intanto di fare?

—Stanotte andremo a Modica, raccoglieremo i cugini della città, ridesteremo gli entusiasmi… e pur la Val di Noto sarà rappresentata nella falange…

—Domani appunto dovrei leggere al Collegio…

—Sta bene. Molti di essi ci sono amici… e il preside?

—Il dottor Cipriano? il vecchio maestro mio? non lo stimo sleale, è uomo franco e…

—Anche dopo il 14 aprile?

Polo rabbrividì, ma superatosi aggiunse:

—Sì, Luchino.

—Meglio ancora.

—Stanotte…

—Attendimi. Verrò ai cancelli col biroccio. Darò tre colpi. Non mancare. Addio.

IV.

«…… non lo stimo capace di leggere filosofia. Balzano e più ancora settario non milita nel campo della verità, e s'è corpo e cervello affiliato a' framassoni. Illuso, sedotto, accecato da eretici paradossi, egli sostiene a spada sguainata e col coraggio ardimentoso della gioventù le massime della nuova sofistica, e nessuno più di lui sprezza ed ingiuria le sante tradizioni. Paladino di codeste empietà; seguace, ammiratore, amico, di codesti novelli scrivacchiatori, diffonditore di codeste dottrine che paion recenti perchè piovuteci testè dalla Francia degli Enciclopedisti; nel suo libro, fortunatamente tuttor inedito, sulla vita e le opere dell'empio Socino, Polo Brancato, corrotto dall'infame esempio del padre, sparge a piene mani il ridicolo e la contumelia sulla religione degli avi e predica coll'impudente alterezza dello stolto fanatico la crociata (concedete che usi la parola sacra a sublimi ricordanze) contro l'Arca del Signore! No, no, licenziatelo, affidate la cattedra alla saggia gravità del duca……»

Così scriveva il dottor Cipriano a personaggio autorevole nell'Ateneo di Catania, e nel chiuder siffatta lettera delatrice uno strano sorriso gli sfiorava le labbra. Suggellò il foglio, scosse il campanello e al chiamato lo consegnò dicendo:

—Mettila subito in posta.

—Sarà fatto… il Collegio è raccolto… si aspetta Vossignoria.

—Vado, vado. Quella lettera a destino.

Passeggiò a lunghi passi la camera e con foga irrompente ripetè a sè stesso i concetti dello scritto. Gli brillava in viso la soddisfazione, aveva più largo il respiro, e quasi per istinto batteva le mani. Alla fine, bruscamente fermandosi nel mezzo dello studio, alzò la voce e pronunziò:

—Figliuolo di Matteo Brancato… difensore della ragione… rivendicatore di Fausto Socino… a noi due!

E mosse per uscire. Ma nell'atto di passar la soglia, alzò in contegno supplice lo sguardo e balbettò:

—Vittoria o sconfitta?

Scosse lentamente il capo, sogghignò e disse:

—Cipriano, trionferai!

La vasta sala, nella quale il Collegio era radunato, sfarzosa per ricco addobbo e per superba architettura di quel Paolo Labisi che e in Roma e in Napoli e in Messina e persino nel Messico lasciò egregia fama, ricorda a coloro che la visitano i più gridati fatti della storia siciliana. Là entro raccolsero il popolo a comizio i principi saraceni, il conte Ruggiero, alcuni Svevi; là arringarono Carlo Angioino e gli ammiragli d'Aragona; là l'ambasciatore di Carlo V impose alla valle ubbidienza e fedeltà; là Filippo I e uno scudiero d'Amedeo promisero pace e protezione alla contea; là poetò il netino Marrasio; là Pietro Pipi scrisse il libro sull'incendio dell'Etna; là Sinatra dettò le regole dell'Accademia e Antonino Tedeschi raccolse con pazienza d'erudito le memorie della città, state poi poco dopo la sua morte disperse dagli ignorantissimi eredi; là entro sempre si tenne vivo il pensiero della libertà, il desiderio di civile ristauro. Tele di rinomato pennello ne ornano le ampie pareti ed accanto al seggio del preside s'erge in bianco marmo l'effigie venerata del fondatore.

I soci (ben trenta) erano sparsi a gruppi in essa, e fra ciarle e ragionamenti attendevano la venuta di Cipriano. In un cerchio di otto o dieci ascoltatori stavano Polo e Luchino, affannati a render conto a quegli amici dei moti preparati e delle fila tese e annodate.

—Credetemi—diceva Polo,—la nostra è causa giusta, e vinceremo. È guerra non di conquista ma di filosofia. Questi avanzi del passato, queste cassandre del risorgimento, devono cadere e cadranno. Tanti strazi, tanti patimenti sopportati, tanti studi, tante veglie sostenute, non hanno ad aver compenso? Innumerata schiera di pensatori agitò, discusse, svolse questi giganteschi problemi… e le sudate fatiche di tanti onorandi non avranno scopo? La civiltà, il benessere delle moltitudini, il volo dell'intelletto, sono fieramente osteggiati… sì, eziandio traditi e venduti!… in quella storica terra sventurata… e noi lascieremo che il Tevere bagni più a lungo i campi e le lande di italiani schiavi? Credetemi, amici, non possiamo, non dobbiamo, non vincere… o che la ragione non debbe alla fine trionfare? e la ragione non è la verità?

—Ben diceste, o Polo—esclamò preso da entusiasmo Luchino.

—Ben diceste: la libertà di Roma sarà libertà delle nazioni: cacciato il falco i passeri lasciano il nido e gioiosi svolazzano.

—Luchino, Luchino, il vostro augurio è felice, e tale lo desidero alla patria. La ragione, svincolata e vittrice, segnerà il rifiorimento d'Italia.

—E intanto?

—Intanto? aiutiamo colle braccia il lavoro della mente… siamo soldati per essere utili, ed appena il segnale della battaglia sia dato io volerò a serrarmi nelle fila dei più arditi.

—Vi seguirò, Polo. Dovessi segnarmi la morte! Luchino rimarrebbe solo, umiliato, mentre gli amici combattono?

—E muoiono! Sì, perocchè morrei prima di ceder l'arme!

—Anch'io, Polo, vi seguirò—interruppe Pericle.

—Anch'io—gridò Ciro.

—Anch'io, anch'io—esclamarono quattro fra gli ascoltatori, e tutti serrarono con giovanile baldanza le mani di Polo e Luchino. I quali commossi alle lagrime, baciarono con vero affetto quei gagliardi.

In quella il dottor Cipriano apparve.

—Signori—egli disse—paterna gioia mi commuove il petto ed in cuore provo contento grandissimo.

—Che è, che è?

—Finalmente… e dico finalmente, o colleghi, giacchè sino a ieri avversa gli fu la fortuna… finalmente le squisite facoltà dell'animo e della mente di un mio diletto figliuolo, vostro egregio amico, vennero riconosciute.

—Chi mai?—proruppero ad una sol voce Pericle e Ciro, ed i loro sguardi si rivolsero a Polo.

—Chi mai?!.., e debbo dirvelo?… Polo Brancato, mio adorato allievo, fu ieri accettato come primo candidato alla cattedra di filosofia…

—Io?!

—E sto mallevadore, signori, che appena data in luce la sua opera sul grande Socino, Polo verrà eletto.

—Posso sperarlo?

—Oh Polo mio, qual festa!—gridò il buon Luchino, e l'abbracciò. E dopo lui l'abbracciarono Ciro, Pericle, i colleghi; tre grossi baci gli stampò in fronte Cipriano.

V.

Dieci giorni dopo quest'onore reso a Polo, Cipriano passeggiava in un salotto terreno della suo villa al Zango, il quale, paesuolo a mezza via tra Modica e Pozzallo, sta a cavaliere della china che dai colli va morendo su Scicli e giù giù sulle sponde del Ragusa. Era sera e pioveva a dirotto: la brezza umida e intirizzente che spirava dalle alture verso mare metteva nelle membra un brivido convulso ed accresceva a mille doppi la noia dell'aspettare. Il preside camminava da una parete all'altra della camera, le cui finestre s'aprivano sul giardino. Sovr'al tavolo, ingombro da carte e libri, rosseggiava la stanca fiammella della lucerna; la luce vaga e melanconica di essa sparsa a sprazzi lungo le verdastre pareti e le cortine pur verdi conciliava a cupa tristezza Cipriano, che solo e a capo chino v'attendeva il vecchio duca *** di Siracusa, e di tratto in tratto alzava gli occhi verso una clessidra vecchio arnese ereditato da padre in figlio siccome ricordo di famiglia.

—Che non venga?… eppure la lettera diceva oggi… sì, duca, al vostro Alberto l'Università… a me… il Rettorato! Ebbene?… la ricordanza del 14 aprile, il solo rammentarmi di Matteo Brancato… mi mette in cuore la smania della vendetta… sono dieci anni che la covo… che la desidero… oggi la fortuna mi aiuta, e non n'userò?… la mia ambizione non ha ad essere soddisfatta?… e poi… non basta alle porpore ed alle tiare che ne strazii la crescente rinomanza?… razionalista, difensore di Socino, amico delle plebi… non è Polo degno d'anatema?… suvvia, Cipriano, forza… alléati al Duca… la di lui potenza e la scaltrezza tua… parmi rumor di ruote… sì, sì, è il duca!… Cipriano, non mentire a te stesso, sii astuto, sii anco temerario… e fra tre mesi sarai Rettore in Catania!

Si rassettò in fretta la veste e composte le labbra a sorriso mosse per uscire; ma nell'istante in cui alzava la mano per schiuder le imposte, queste si spalancarono e la vecchia fantesca entrò annunciando il duca ***. Cipriano a quel nome fè un inchino profondo e al personaggio apparso sul limitare sussurrò:

—Duca, troppo onore!

Vestiva il Duca un lungo robbone di saio nero foderato di seta, la grossa catena d'oro dell'orologio ne ornava la duplice bottoniera, e la barba bianchissima gli scendeva prolissa sul petto. Severo nell'aspetto, alteramente libero nel portamento, riciso parlatore, acuto nello sguardo e attento, il suo volto imponeva; una tal quale maestà, spirava da quella sua alta figura che nemmanco il più brillante sfaccendato e impudente sprezzatore avrebbe potuto sottrarvisi. Abituato alle corti, il duca *** erasi fatto abito la sostenutezza diplomatica; le sue parole brevi e mordenti recidevano ogni discussione, e nel fuoco de' suoi occhi scorgevasi viva e incancellabile l'abitudine del comando. Devoto al Borbone, era stato in sua gioventù ambasciatore in Ispagna e nella corte di là aveva esercitata grande influenza, da Madrid inviato a Roma era penetrato ne' segreti cardinaleschi ed aveva annodata amicizia coi più illustri porporati. Caduto il padrone, anche il servo cadde; ma il duca *** uomo ambizioso ed avido d'onori tanto seppe piegare e molcere che creato Senatore riebbe la primiera autorità e salì di scala in scala ai più alti titoli del nuovo Reame.

Cipriano, in sembiante umile e dimesso, avanzò verso il duca un seggiolone e tenendoglisi chinato innanzi ripetè:

—Duca, troppo onore!

—Dottor Cipriano—disse il duca—stimo fortuna l'avvicinarvi. So che molto è il vostro ingegno, che grandi sono i meriti vostri, epperò mi consolo davvero d'aver a trattarli con uomo riverito e stimato.

—Duca, i vostri elogi mi confondono. Non mi si convengono, e la vostra cortesia più che inorgoglirmi m'umilia.

—Suvvia, lasciamo le frasi. Grave discorso abbiamo a tenere. Sedete, dottore, siete in casa vostra e questi complimenti mi spiacciono.

Il preside s'avvicinò una sedia e messosi al fianco del vecchio ambasciatore attese che parlasse.

Intanto l'acqua cadeva ancora a rovescioni e la smorta luce della lampada quasi sentisse ribrezzo della bufera dei colli pareva dileguasse e svanisse. Il duca e Cipriano, seduti a lato del tavolo, erano pallidamente rischiarati da quella fioca fiamma, e le loro fredde e rigide figure sembravano due statue da cimitero.

—Dottore! La vostra lettera mi ha giovato, e tengo sicura la chiamata del mio Alberto…

—Non feci, duca, che rendere l'omaggio dovuto al figliuol vostro.

—Le precauzioni da me prese e le raccomandazioni vostre accertano
Alberto… il candidato livornese fu fatto ritirare… questo Polo
Brancato…

—Il Brancato?… non temetelo, duca. Giovane, inesperto, esaltato, traviato da falsi amici e fallace filosofia, egli non può esser tenuto siccome serio competitore.

—Eppure e in Noto e in Siracusa se ne loda assai l'ingegno.

—Elogi comprati! figlio di Matteo Brancato, consuma l'oro mal guadagnato dal padre… e da questi ereditò vizi e basse passioni… affetta razionalismo! tutti gli esaltati per ciò lo esaltano! fa il patriota!…

—Dottore… lasciamo questo lato… la mia politica… via…

—Sono dodici anni che ci conosciamo, duca… avreste perduta la fede?

—Dottore, dottore!

—Polo Brancato non può nemmanco aver l'audacia di lottare col duca ***!

—Lo spero. Ma pure sarà bene che lo si escluda davvero. Il voto vostro, dottor Cipriano, è…

—Voterò per Alberto ***.

—Grazie, amico. Ed io che farò per voi?

—Oh duca!

—Dottore…

—Che dite mai?!… mi si proponesse una prefettura non accetterei!

—La dignità di rettore in Catania… lo sapete?… è da un anno vacante… a Firenze… lo so dai ministri… si pensa ad installarvi un professore di Genova.

—Beate le scuole se il capo sarà operoso!

—Dottore! e se proponessi voi?

—Duca, duca! burlate?… io, sì fiacco, sì povero di spirito e dottrina?…

—Voi… bravo, profondamente dotto… amico dell'ordine e delle legittime potestà…

—Dotto? duca, per carità…

—Che? non ho a dirvi la verità, tutta la verità?

—La verità, non l'adulazione.

—Suvvia, dottore, ho deciso di propor voi a rettore… e lo farò.

—No, duca… lo vieto!

—Dottor Cipriano… non permettetevi più oltre l'opposizione. Ho deciso.

—Duca… perdonate… giacchè lo volete… obbedisco.

—Fra tre mesi Cipriano Giaracà sarà rettore in Catania!

Chi avesse potuto in quel punto scrutare attraverso il petto nel cuore di Cipriano v'avrebbe scorta facilmente una gioia violenta appunto perchè nascosta, la quale commovevagli tutta la persona e gli metteva ne' pensieri un senso nuovo di tripudio e fiducia. La dignità a lungo vagheggiata eragli omai offerta, anzi imposta; il preside dell'accademia della piccola Modica avrebbe presto occupato il seggio universitario! Di tutto questo bollore, nulla però trasparì sul viso al dottore; che, come sempre, freddo ed immobile, inchinò il diplomatico, mormorando il solito ritornello:

—Duca, troppo onore!

Il duca sorrise di compiacenza, e già s'alzava, allorchè uno strano gridío scoppiato a poca distanza dalla villa lo percosse, arrestandolo meravigliato. Il preside, spaurito, corse alla finestra, spalancolla, traguardò fra i salici e le palme del giardino, tese l'orecchio e ascoltò. Lontano si gridava Viva Italia, ma a poco a poco tutto tacque e la finestra fu rinchiusa.

VI.

Nel mentre Giaracà attendeva al Zango il duca ***, in una povera stanzuccia d'una casa poverissima di Modica, Luchino impazientiva pel ritardo di giovani aspettati. Un fascio di lettere gli stava innanzi su d'una zoppa tavola, un piccolo valigiotto era appeso ed una pistola luccicava sul lettuccio. L'amico di Polo sembrava oltremodo agitato, ed il respiro gli si fece più libero solo allorquando l'uscio s'aprì e cinque individui comparvero. Vestivano tutti da viaggio, ed appena entrati abbracciarono stretto Luchino carezzandolo con giovanile effusione.

—Siete pronti?—disse subito Luchino.

—Eccoci. Partiremo presto?

—A minuti la carrozza sarà in piazza.

Pericle e Ciro, senz'altro, raccolsero la pistola e la valigia, e spalancato l'uscio discesero. Luchino, disse addio collo sguardo alle nude ma care pareti della cameretta, intascò il fascio, e fatto cenno ai tre che precedessero, passò la soglia e chiuse. Poco dopo i sei viaggiatori da una scura callaja sbucavano sul foro del castello.

Un montanaro s'avvicinò a Luchino e senza mover parola gli additò la carrozza pronta nel lato più remoto della piazza. Già cadevano le prime gocciolone e il cielo scuro scuro non dava modo di scorgere gli oggetti circostanti. Il framassone rispose con un segno misterioso di mano allo sconosciuto e raggiunta la vettura pregò gli amici a salirvi. Questi adagiati, trasse dalla tasca le lettere, e consegnolle all'uomo cui alzando in viso lo sguardo disse:

—Pincio, queste lettere le affido a te. Sono importanti, e lo smarrimento di una sola di esse rovinerebbe il lavoro… abbine quindi massima cura e presto inviale a destino.

—Non temete, cugino. So bene che gravi ragioni stanno contenute in queste carte. Me ne avvisò appunto stamane Polo Brancato.

—Queste lettere sono sue.

—Sapevo.

—Quasi tutte sono indirizzate a Palermo. Qualcuna è per Trapani… poche a Catania. Pincio, addio!

E la carrozza partì.

Il montanaro non si mosse se non allorchè la vidde assai dilungata, e dato uno sguardo tutt'all'intorno si pose a riparo dalla fitta pioggia sotto la merlata della torre. Poco appresso però, lungo le mura del forte, Pincio sbucò sul foro e a lesti passi risalì alla volta della montagna.

La carrozza di Luchino ed amici arrivò in quel frattempo al Zango. Innanzi la casa di Giaracà sostò e Ciro saltò a terra pel primo: dalle arcate uscì Polo dicendo:

—Eccomi!

—Polo—gridò Luchino—le lettere viaggiano… al resto pensasti?

—A tutto.

—Polo mio—susurrò Pericle—Polo mio, abbiamo a compiere un sacro dovere… lo so; ma ci arriderà la fortuna?

—Pericle, abbi animo. Al soldato che giura devozione alla bandiera è promessa forse salva la vita?

—Viva Polo!—esclamarono gli altri eccitati dalle parole solenni del
Brancato—Viva Polo!

—Viva Italia, amici, viva la ragione!

—Viva Italia!

Fu questo grido che scosse Cipriano e il Duca.

—Affrettatevi, Luchino. Prima che spunti l'alba di domani sarò di ritorno a Pozzallo.

—Sei la guida nostra, o Polo. Non mancarci.

—Domattina.

—All'alba.

La carrozza partì e Polo passato l'atrio suonò alla porta del preside.

Il duca *** all'annuncio del giovane, fe' d'occhio a Cipriano, ed alzatosi spalancò l'uscio di una camera oscura e là entro a passi lenti sparve.

Il preside si mosse verso la porta e con un ghigno insidiosamente beffardo, susurrò:

—Già qui?… le mie arti son dunque riuscite?… l'agnello viene a riparo presso il lupo?… e lo scritto mi sarà da lui… da lui stesso consegnato? dunque? Ah, Cipriano, ricordati del 14 aprile!

VII.

—Oh Polo mio!… venite, venite. Qual buon vento?

—Maestro!… prima di abbandonare la Sicilia…

—Partite?

—Sì. Un grave dovere mi chiama in continente; epperò innanzi lasciare… forse per l'ultima volta… questa patria mia, volli abbracciarvi, vedervi… affidarvi un incarico.

—Sedete, Polo.

Brancato si lasciò cadere colla persona nella seggiola e veduto
Cipriano imitarlo continuò:

—Davvero, maestro. Solenne è il dovere che vado a compiere fuor della valle. Che volete? non lo contesto, mi si squarcia il cuore nel dir addio a' miei monti, al mio paese, al mare che dal terrazzo scorgo ed ammiro… nel separarmi da un'angelica fanciulla… timore e rispetto per voi, dottore, per l'età vostra, per l'autorità che avete su me, m'hanno sinora rattenuto dal confidarvi questo segreto del mio cuore!… ebbene, anche da lei deggio dividermi… da lei che amo come folle… che adoro!… lascerò i libri, gli studi… che monta?

—Polo mio… perchè far mistero al vostro Cipriano? sapete bene che v'ho veduto nelle fasce, che fui il più sviscerato amico di Matteo…

—Povero padre mio!

—Che v'educai e vi fui guida… lasciate la valle? ma quando? perchè?… solo?

—Lascio la mia terra perchè lassù in riva al Tevere si combatte e si muore… lascio Pozzallo e le mie care colline perchè onore e dovere mi chiamano… lascio gli oggetti a me più cari… voi… Eloisa… amici e compagni… perchè non di soli studi nè di solo amore debbo vivere… oggi il vero patriota impugna le armi per essere libero e sapiente domani!

—E partite?…

—Domattina. Sei amici m'aspettano.

—E andate?

—A Rieti.

—Non sta in me, Polo, lo spegnere il santo entusiasmo che v'arde in petto… non io dirò, a giovane e poeta qual voi siete, restate! Giacchè questo è il destino vostro… giacchè così avete deciso… andate, figliuolo… ma anche lontano ricordatevi… oh sì, promettetelo!… di coloro che v'amano, di me che vi sono affezionato siccome padre!…

—Oh maestro!

—Di me, sì, che benchè a malincuore in dissenso col genitore sempre pensai a voi… all'infelice madre vostra!

—Oh dottore! le vostre parole mi commuovono… sento crescermi in cuore una tenerezza nuova per voi… il perdono che ora offrite alla memoria del padre mio… raddoppia in me la riconoscenza… ve ne ringrazio! Ma, vi prego, lasciate che ritorni al primo scopo della mia venuta.

—Dite, dite, Polo.

—A voi, maestro, nulla de' miei studi è nuovo. M'avete incoraggiato e fatto plauso.

—Che, Polo? vorreste che avessi sprezzato l'ingegno vostro, l'affetto grande che portate alla scienza?

—La mia difesa di Fausto Socino non v'è sconosciuta. Domattina parto… e mi dorrebbe lasciar solo e inutile quel mio breve lavoro!

—Lo recate seco voi?… no, no, Polo, piuttosto affidatelo a me… ne avrò la massima cura…

—Davvero? oh non m'ero ingannato!

—Dunque, figliuolo?

—Speravo appunto che avreste accettato questo ufficio. Ma non basta, maestro…

—Suvvia, Polo…

—Desidero che… gli eventi della guerra sono infiniti, potrei non tornare…

—Che dite mai, Polo? perchè queste malinconie?

—Potrei non tornare… non è egli possibile che una palla m'uccida o un gendarme mi chiuda in Sant'Angelo? Vorrei dunque, dottore, che allora… ma solo allora… lo pubblicaste, dedicandolo per me ai nuovi martiri!

—Polo! ho fede che non adempirò al mandato… perocchè tornerete. Ma dato che la sorte… vi corra funesta… dato che Cipriano più non debba rivedervi… allora, oh si, solo allora… affiderò alle stampe la vita di Socino.

—Grazie, maestro, grazie!

—Non dubitate, Polo. Aveste sempre in me l'amico più fidato… sempre vi sarò legato coi sacri vincoli dell'affezione!

—Cosicchè… anche morto… avrò in voi un amico, un difensore?

—Oh Polo! cessate, ve ne scongiuro! queste tristezze mi trambasciano, potreste dubitarne? a me rimarrà sempre in pensiero siccome scolpito a lettere di bronzo il nome del figliuolo di… Matteo!

—Solo il nome?

—Oh no, Polo mio… non v'amo, io, povero vecchio, come nessun padre amerebbe?

E Cipriano, con effusione d'affetto irresistibile serrò al petto il giovane Polo; il quale commosso alle lagrime e in quella mestizia tripudiante abbracciò con figliale tenerezza il maestro baciandolo e ribaciandolo.

Passarono parecchi minuti, ed alla fine svincolatisi, il preside chiese con voce interrotta dai singhiozzi:

—E il Socino?

—Eccovelo, maestro.

Polo infatti trasse dal pastrano il manoscritto e glielo sporse. Il dottore lo guardò e tutto premuroso andò a riporlo in un armadietto.

—Addio, dunque, maestro.

—Addio, Polo mio, fatevi onore… ma serbatevi alle speranze della valle!

—Addio, maestro, addio!

Spalancò l'uscio e, quasi fuggisse, s'allontanò.

Il duca *** nel medesimo istante riapparve, e scosso Cipriano che stava immobile collo sguardo prostrato, gli gridò all'orecchio con voce cupa e tremante:

—Dottore, il voto vostro è ancora…

—Per voi, duca!

Ed un lampo sinistro brillò negli occhi di Giaracà.

Il duca lo comprese e rispose a quello con uno sguardo di gioia feroce.

—Cipriano, ricordatevi del 14 aprile!

VIII.

Suonavano dalla torre di Pozzallo le prime ore del mattino, che Polo apriva il cancello del palazzo e scendeva al mare.

Qualche cosa di greve e pesante minacciava non lontana la tempesta. Non una foglia, non un filo dell'erba s'agitavano; i pochi uccelli che là e qui volavano sparsi sull'ampia faccia del mare quasi presaghi di prossimo uragano, piegavano l'ali e calavano a nascondersi fra i cespugli e le grotte della ripa; le acque immobili ti davano immagine di specchio ben lisciato; nuvolaglia bigia e opaca sorgeva lenta lenta sull'orizzonte e vagava incerta e spezzata per la volta cerulea. Deboli raggi di luce annunziavano che il sole compariva e quei raggi rifratti dalle nubi si riflettevano nell'onde, le quali così variegate simulavano i colori dell'iride. Ogni gaiezza, in quel silenzio e quasi direi agonia della natura, affievoliva e cessava; indefinibile, cruccioso sconforto, avviliva l'animo e le sofferenze della vita ripigliavano in tanta atonia la molcita possanza.

I compagni l'attendevano ed appena lo viddero spuntare lungo l'argine gli corsero incontro facendogli festa. Ma Polo, pensieroso e mesto, non rispose col sorriso a quell'amichevole tripudio; anzi, stese loro le mani in atto d'affetto, esclamò:

—Non rallegriamoci, la partenza dalla terra natale è sempre dolorosa.

—È vero, Polo—rispose Ciro—è vero. Anche a me l'angoscia fa gruppo qui nel cuore…

—Oh sì, non facciamo ad ingannarci—interruppe Pericle—l'abbandono delle famiglie è pur straziante!

—Permetti, Polo—disse alla sua volta Luchino avanzandosi insieme con un giovane d'aspetto robusto—permetti che ti presenti Adolfo.

—Anche voi, Adolfo? V'aspettavo, siate il benvenuto.

—Il vostro esempio, Brancato, mi rinnovò ardire e coraggio. Stanotte salutai a Scicli lo zio ed ora eccomi seco voi. Spero bene che vorrete accettarmi compagno: sfideremo insieme la sorte, e se qualche alloro ci sarà dovuto insieme n'avremo tripudio.

—Alloro?… no, Adolfo. A noi poveri fanti d'esercito sterminato è unico compenso la gloria di combattere ed anche cadere per la gran bandiera della risurrezione. Ai soldati oscuri operatori d'ordini a loro ignoti è serbata la fossa… beate le loro spoglie se vi ponno riposare con pace! ai condottieri spetta il trionfo; ad essi dunque l'onore della vittoria e l'alloro!

Nessuno rispose alle melanconiche parole di Polo e però senz'altro calarono.

Raccolti nell'umile burchio che li aspettava, quegli otto giovani, prima di spiccarsi davvero dalla riva, gettarono d'istinto uno sguardo di saluto e commiato ai declivii ed ai colli. E negli occhi rivolti alle amate alture brillò improvvisa una lagrima, e su quelle fronti balde e rigogliose passò rapida a guisa di baleno la ricordanza delle gioie infantili, dei furori del primo amore, dei primi disinganni, delle disillusioni, della cresciuta esperienza, delle angoscie!

Al balcone della più vicina casa del paese apparve allora la bella figura d'una giovanetta. Vestiva l'abito nero in segno di lutto, e quel viso pallido e scolorato aggiugneva avvenenza all'aerea persona. Guardò giù lungo la costiera e ravvisata la barca alzò la destra sventolando il fazzoletto. Polo la scorse e al saluto rispose con un addio prolungato… povero giovine! la sua Eloisa era là, lo salutava, inviavagli col palmo della mano il bacio dell'augurio! non era uno strazio, per lui sì disperante del ritorno, quel saluto innamorato?

Adolfo fu muto e non supposto spettatore di quell'addio, guardò Eloisa, guardò Polo, ed un sorriso di fratellevole compiacenza gli spuntò schietto e sereno sulle labbra.

Finalmente il burchio, spinto da dieci remi, si staccò dalla sponda e prese il largo. E nel mentre la navicella ad ogni istante si faceva vieppiù indistinta e confusa, la giovinetta ritta nel vano del balcone teneva fisso lo sguardo sull'adorato Polo suo!… allorchè il burchio fu scomparso, Eloisa si ritrasse precipitosa e pianse!

IX.

Il 2 dicembre di questo stesso anno, nel Ducezio, giornale dei liberali di Noto, si lesse:

«Apparve testè coi tipi dell'Accademia in Modica, la Vita di Fausto Socino, lasciata inedita da Polo Brancato di Pozzallo. Amaramente delusi nella nostra aspettazione, non possiamo che augurar l'oblio ad un libro sì indegno; perocchè vi leggemmo non un'apoteosi o almeno una difesa dell'onorando sienese, sibbene una trista e gesuitica filippica. Da Brancato, già da parecchi anni rispettato nell'isola siccome d'addottrinato ingegno e d'animo caldamente razionalistico, non ci saremmo mai aspettati tanta violenza partigiana e calunniosa. Lo scarificatore del buon nome di Socino era egli ipocrita allorchè predicava la ragione e la democrazia? ovvero gli si affievolì il cervello innanzi tempo e con esso la costanza e la dignità? Questa sua Vita non è ad ogni modo altro che un cattivo e mal digesto abboracciamento della famosa Storia del Socinianismo uscita nel 1723 a Parigi coll'approvazione in nome di Luigi l'Amato per la grazia di Dio re di Francia e Navarra dai cancellieri Daguesseau e Carpot; e per di più non fa parola delle celebrate polemiche dal Socino sostenute contro Erasmo ed Eutropio recate ed annotate nelle Fausti Socini Opera Omnia pubblicate in due tomi ad Irenopoli post annum domini 1656.»

Polo, un mese prima, era morto colpito da palla francese, a Mentana!

E così al martire del razionalismo militante si rapiva dall'iniquità degl'invidi e dei tristi la gloria di libero pensatore!

FINE.

End of Project Gutenberg's Le tre valli della Sicilia, by Gaetano Sangiorgio