NOTE:
[1]. Il Saladino nelle leggende francesi e italiane del Medio Evo. Appunti di A. Fioravanti. — Reggio Calabria, 1891.
[2]. Ciò si scorge dall'incertezza delle informazioni dell'autore, su molti punti che avrebbe dovuto conoscer meglio; si scusa invocando le condizioni sfavorevolissime, con le quali ha eseguito e pubblicato il lavoro. Tuttavia avrebbe dovuto sorvegliarne meglio la esecuzione materiale; gli errori vi abbondano e non sono tutti semplici errori di stampa. Tutto sommato, però, questo lavoro di principiante merita stima, e si sente che l'autore è capace di far meglio.
[3]. I primi 110 versi (non doveva averne molti di piú) sono scritti da una mano contemporanea sul foglio di guardia del ms. della Biblioteca Nazionale lat. 8960. Il Carmen de Saladino è ricordato nell'Inventaire des documents relatifs aux croisades stampato nel volume I degli Archives de l'Orient latin. Io l'ho pubblicato nella Revue de l'Orient latin (vol. I).
[4]. La parola araba moulana significa «nostro padrone», e sembra essersi applicata specialmente ai sovrani dell'Egitto; qui si tratta dell'ultimo califfo fatimita, El-Aded. In francese, per la terminazione femminile, si è detto ordinariamente la mulane o la mulaine, da cui piú tardi si è fatto naturalmente l'amulaine, sotto l'influenza delle parole provenienti egualmente dall'arabo, o credute provenienti, come amiral, amustant, amurafle, ecc. La forma amulanus del nostro testo rappresenta già questa trasformazione.
[5]. Per questi fatti, e, in generale, per la biografia di Saladino, vedere il lavoro, cosí utile, del Reinaud, Extraits des historiens arabes relatifs aux croisades (Paris, 1829).
[6]. L'Histoire de la Guerre sainte d'Ambrogio, da tanto tempo sotto stampa, è in fine comparsa nella collezione dei Documents inédits.
[7]. Itinerarium Ricardi; ediz. Stubbs, l. I, capp. III-IV. Questo brano, insieme con un estratto del cap. V relativo ad una visione, è stato aggiunto alla cronaca di Guglielmo di Newburgh, nel ms. di Trinity College, Dublino, E, 421, da cui l'ha trascritto Paolo Meyer; la sua copia, da lui comunicata al conte Paolo Riant, figura nell'inventario dei documenti inediti posseduti da quest'ultimo, che ha recentemente pubblicato il marchese de Vogüé (Revue de l'Orient latin, I, p. 13: De principiis Salahadini et de visione camerarii regis Jerosolimorum). Un riassunto di questo brano è inoltre stato interpolato nella cronaca di Guglielmo di Nangis (ved. ediz. Géraud; v. I, p. 63).
[8]. Le Cycle de la croisade, p. 210-224. Gli altri argomenti offerti dal Pigeonneau per stabilire che il poema si serví della cronaca, non hanno maggior valore. La spiegazione del nome di Giordano (questo fiume sarebbe formato dalla riunione di due affluenti, il Jour e il Dain) è anche in Guglielmo di Tiro e risale fino all'antichità; l'interpretazione, tutta francese, che ne dà la canzone gli è propria. La storia della figlia di Baldovino violata dai Saraceni, ai quali era stata data in ostaggio, doveva essere egualmente popolare in Siria, e il modo onde il poeta la riferisce non indica affatto ch'egli abbia attinto a «Ernoul»; fa della fanciulla una figlia di Baldovino I, mentre il cronista le assegna per padre Baldovino II (la Chronique d'outre mer, della quale si parlerà piú in là, ha conosciuto questa storia per mezzo di «Ernoul», ma l'ha mutilata sopprimendo la violazione e raccontando semplicemente che la figlia di Baldovino II si fece suora ritornando dai Saraceni: mss. 770, fol. 313; 12203, fol. 1; 24210, fol. 1).
[9]. Questa storia è passata tutta intera e tale quale nella Chronique d'outre mer. Inoltre, è stata inserita nel ms. della traduzione di Guglielmo di Tiro che appartiene al Didot, e P. Paris, che ha seguito questo manoscritto per la sua edizione, l'ha stampata per questa ragione, rilevando però che era stata presa dalla Chronique d'Ernoul (vol. II, p. 306-310).
[10]. Su questa data, per ciò che concerne la prima parte del poema, ved. Pigeonneau, Le Cycle de la Croisade, p. 225.
[11]. Mi prefiggo di dare altrove le prove di ciò che qui non faccio che indicare; nello stesso tempo esaminerò la questione di sapere se questa colossale composizione debba essere attribuita a un solo e stesso autore.
[12]. Il capo della spedizione contro l'Egitto, che è il Soldano stesso di Damasco e il padre (e non lo zio) di Saladino, muore durante l'assedio del Cairo, come nella cronaca. Invece non vi è che un cavallo davanti la porta de l'amulaine, come nella canzone, e anche il nome d'Ali è scomparso. Questo racconto, assai troncato, sembra dunque risalire ad una fonte indipendente dalle altre due; d'altra parte è scritto con tendenza favorevole a Saladino.
[13]. Sia permesso emettere una congettura su questa sostituzione. Una versione dell'aneddoto ha potuto portare semplicemente le iniziali H. de T.; un lettore che conosceva Ugo di Tabaria meglio di Onofrio di Toron, le ha interpretate male, e cosí la leggenda si è spostata.
[14]. V. Du Cange, Les familles d'outre mer, ed. Rey, p. 450,455.
[15]. L'Ordene de chavalerie... pubbl. dal Barbazan, altra ediz. dovuta al Méon (Paris, 1808). Per i manoscritti di questo poema, v. P. Meyer, Romania XIII, 530; XV, 346. Alla lista si può aggiungere il ms. B. N. fr. 24432 (fol. 29). I mas. fr. 1130, 1971 e 19809 non contengono quest'opera, ma una traduzione francese dell'Orden de cavayleria di R. Lull, come il ms. Royal 14. E. ii. del British Museum (Hist. litt., XXIX, 618).
[16]. Un'altra versione, pur essa incompleta, si legge nel ms. fr. 781; una versione compendiata nel ms. fr. 17203. La miglior forma della redazione in prosa è in uno dei mss. della Chron. d'outre mer (ms. 770, f. 325).
[17]. Può domandarsi, a cagione di questa circostanza, se l'episodio si trovasse anche nel poema di cui Jean d'Avesnes ci ha conservata una traccia. Ciò sembra probabile: in questo poema Ugo di Tabaria rappresenta una gran parte, ma è bizzarramente identificato con Dodekin, emiro di Damasco, convertito al cristianesimo da Tancredi al tempo della prima crociata (v. il poema pubblicato da Beiffenberg e Borgnet, v. 24106, 26320, ecc.; Bastart de Bouillon, pass.; Jean d'Avesnes, 3ª part,, pass.). Sull'episodio di Jean d'Avesnes, v. Chabaille, p. 70; ms. 12762, fol. 197 r.
[18]. V. Fioravanti, p. 16.
[19]. Sulla versione neerlandese (di Heinrik van Aken) v. Petit, Bibliographie der Middélnederlandsche Taal end Letterkunde, n. 467. Per errore il D'Ancona indica una versione tedesca: l'opera citata dal Brunet ai due luoghi cui egli rimanda è il poema neerlandese.
[20]. Fioravanti, ibid. La versione italiana di Bosone sembra riattaccarsi alla versione francese in prosa, dacché in lui, come in questa versione, Ugo dà la «colee» a Saladino, mentre nella versione in versi (come nella Novella antica) dichiara d'astenersene per rispetto.
[21]. È l'opinione del Barbazan e del Méon, adottata da Daunou (Hist. litt., XVI, 220) e che Amaury Duval (Hist. litt., XVIII, 752) non osa del tutto rigettare. A torto dice che «nulla nel poema aiuta a far riconoscere l'epoca in cui l'autore viveva». Quanto al fatto che Saladino è armato cavaliere per opera di un cavaliere francese, «lo trova verosimile, se non è vero».
[22]. Questo tradimento si rinviene nel cronista senonese Goffredo di Courlon (fine del secolo XIII), come rammenta il Fioravanti (v. Hist litt., XXI, 13); l'allusione al Pas Salehadin (v. piú in là) si riferisce senza dubbio al nostro poema.
[23]. V. P. Meyer, Alexandre le Grand, vol. II, p. 372.
[24]. Del pari va naturalmente la sua ricchezza; essa è ricordata in un verso conosciuto del Contrasto di Cielo d'Alcamo. — Unicamente a cagione di ciò nel suo palazzo si pose la scena di un aneddoto abbastanza insignificante che risale all'antichità. (V. A. d'Ancona, Studj di critica e storia letteraria, p. 350), e che, dopo d'aver avuto un gran successo nel Medio Evo, adattandosi a diversi personaggi, è stato altresí inserita dal Machiavelli nella sua Vita di Castruccio Castracani (v. Fioravanti, p. 29).
[25]. Ediz. del Wailly, § 47. — È piuttosto per ischerzo che rimanda un prigioniero in una storiella narrata da Stefano di Borbone (ediz. Lecoy de la Marche, p. 65).
[26]. Cento novelle antiche (Gualteruzzi), XXVI (v. d'Ancona. Studj, p. 314). Questo aneddoto sembra essere riferito nella cronaca di Goffredo di Courlon, il quale aggiunge queste parole degne di nota: Multa alia de ipso audivi, que scripta non inveni. (Hist. litt., XXI, 13).
[27]. Una volta solamente Saladino peccò, almeno col pensiero, contro la virtú della liberalità, ma si puní da sé stesso. Aveva dato una terra a uno dei suoi cavalieri, e percorrendola la vide sí bella e sí ricca, che rimpianse la sua liberalità e pensò di riprendersi il dono fatto, cambiandolo con un altro. Ma appena ebbe egli formulato a sé stesso questo ultimo pensiero, ne concepí un amaro pentimento e per espiarlo si sottomise a un digiuno cosí crudele, che dovette morirne. (Conti di antichi cavalieri, IV; citati dal Fioravanti, p. 21).
[28]. J. le Long, Chr. de S. Bertin, in Pertz., SS., XXV. 821.
[29]. Il Marin (Hist. de Saladin, vol. II, p. 404) aveva già osservato che nel secolo XII non vi erano se non questi signori d'Anglure: Oger I di Saint-Chéron, il cui nipote Oger III portò per il primo questo titolo, aveva accompagnato il conte Enrico di Sciampagna alla terza crociata e a lui senza dubbio si riferí piú tardi la leggenda. V. Bonnardot e Longnon, Le saint voyage de Jherusalem du seigneur d'Auglure (Paris, 1878, Soc. des anc. textes), p. XXXI.
[30]. Récits d'un ménestrel de Reims, ediz. del Wailly, § 199 e segg. Una versione alquanto differente di questa novella è scritta, dopo la Chronique d'Ernoul, nel ms. fr. 781. Naturalmente il prodigo Saladino ha una particolare antipatia per gli avari. Il «marchis de Cesaire» ammassava il danaro che avrebbe dovuto impiegare a mantenere la sua guarnigione, e diceva che avrebbe sempre il tempo, se Saladino lo minacciasse, di «faire sortir mille chevaliers de ses coffres». Però Saladino s'avvicina segretamente alla città, l'assale all'improvviso e se ne impadronisce. Si fa condurre davanti a lui il marchese colle mani legate dietro la schiena e gli dice: «Marchis, marchis, ou sont li mil chevalier que vous deviez faire saillir de vos coffres? Par Mahomet, vostre convoitise vous a deceü. Vous ne fustes onques asseviz d'or ne d'argent; mais je vous en assevirai encore encui». Allora fa fondere l'oro e l'argento, «et li fist avaler tout bouilant dans la gorge, et maintenant le convint mourir». Però restituisce la libertà la marchesa con dieci cavalieri e dieci damigelle (Mén. de Reims, § 209 e segg.). Il Wailly ravvicina questa novella a quella che riferisce lo Joinville per il califfo di Bagdad, il quale «n'avait pu ce décider à sacrifier ses trésors pour augmenter le nombre de ses gens d'armes; le roi des Tartares, après l'avoir condamné à jeûner pendant plusieurs jours, décida qu'on lui servirait, pour assouvir sa faim, un plateau couvert de pierres précieuses». (V. anche Marco Polo, ediz. Pauthier, p. 49; la storiella si ritrova anche negli storici persiani citati dal Pauthier). D'altra parte questo racconto rammenta quello, che si legge in parecchie versioni del romanzo dei Sept Sages, e anche altrove, secondo il quale si fece morire, versandogli oro fuso nella gola, un re di Roma la cui cupidigia era stata causa di grandi sciagure per la città; questo personaggio in qualche versione è chiamato Crasso, e il modo della sua morte sembra una reminiscenza di quella che Surena inflisse, dicesi, a Crasso.
[31]. Ms. 12659, fol. 360-362.
[32]. Hist. litt. de la France, vol. XXI, p. 351. Il ms. della Jerapigra è stato acquistato nel 1859 dalla Biblioteca Nazionale alla vendita del barone Pichon, e ora porta il n. 138 delle Nouv. Acq. del fondo latino.
[33]. Qui si ritrova quella singolare confusione del maomettanismo con il paganesimo, la quale regna in tutte le nostre canzoni di gesta, ma che in generale manca ai racconti concernenti Saladino, nati in un'epoca e in un paese dove si era meglio informati.
[34]. Louandre, p. 71; ms. 12672, fol. 202 r.
[35]. Nelle Cento novelle antiche e in altri testi italiani (v. d'Ancona, Studj, p. 314), e in Jean d'Avesnes (p. 71, fol. 202 v.).
[36]. Questa espressione, che del resto è la riproduzione d'una idea greca (v. Odiss. vi, 208), è usata dai Padri della Chiesa e s'incontra spesso nel francese antico applicata ai poveri: li mes Dieu (v. p. es. Romania, iv, 390, v. 116).
[37]. V. ora l'edizione d'Anseïs de Carthage dell'Alton (Tübingen, 1882), v. 11392-11505.
[38]. Un aneddoto narrato in Jean d'Avesnes (p. 68) ci mostra un tranello simile teso allo stesso Saladino; costui però è piú astuto; avendo ottenuto la capitolazione d'un castello vicino a Sur, dove non si trovavano altro che donne, vi pranza con le dame del castello in compagnia d'una giovine damigella, «laquelle cuida convertir Salhadin par une maniere bien couverte; car elle trencha par deux fois du pain qu'elle engressa de char de porc et elle le mist devant Salhadin, qui mie n'en menga et qui ne fist que rire sans dire aultre chose». (ms. 12572, fol. 194 v.).
[39]. Wilhelm Parvi de Neuburgh Historia rer. angl., ediz. Hamilton (London, 1856), vol. II, p. 158; Étienne de Bourbon, ediz. Lecoy de la Marche, § 481.
[40]. V. G. Paris, La parabole des trois anneaux (Paris, 1885, estratto dalla Revue des études juives, vol. XI). [È stato tradotto in italiano e stampato nel quinto volumetto di questa Biblioteca critica, pp. 29-55. N. d. Tr.].
[41]. Questo episodio richiama la storia della gradinata di smeraldo narrata piú avanti secondo Jean d'Avesnes.
[42]. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, vol. III.
[43]. È cosí che, secondo un racconto, che deve essere autentico, Rollone morendo fece contemporaneamente dire delle messe e sacrificare dei cavalli a Thor, per esser ben sicuro di non disubbidire al vero Dio.
[44]. Ms. fr. 770, fol. 262; 12203, fol. 44; 24210 (non numerato), fol. 64.
[45]. Ms. di Tours 206, citato dal Lecoy de la Marche (Ét. de Bourbon, p. 64).
[46]. Bosone da Gubbio, L'Avventuroso Ciciliano, p. 461.
[47]. Decam., Giorn. I, nov. 2.
[48]. Secondo il Lecoy de la Marche, questa tradizione sembra fondarsi sopra un passo della vita di san Francesco d'Assisi: «Questo santo avrebbe mandato al principe saraceno due religiosi del suo ordine che l'avrebbero convertito». Ma il fatto si reputa avvenuto nel 1219 e si tratta del sultano Alkamil, e non di Saladino. È S. Francesco stesso che va a trovare il sultano nell'Eracle, il cui racconto, riferito a torto a Saladino, è passato in Bosone da Gubbio, nei Fioretti di S. Francesco, e nei Conti di antichi cavalieri. Uno di questi Conti (Fioravanti, p. 21) ricorda un esempio della tolleranza e dell'umanità di Saladino verso alcuni frati, che son venuti a trovarlo per convertirlo. Secondo Bosone da Gubbio (Fioravanti, p. 27), egli fece almeno battezzare suo figlio e prese il conte d'Artois per padrino del fanciullo.
[49]. Questo racconto si rinviene in Jean le Long (Pertz, SS. XXV, 82), in Jean d'Avesnes (in cui l'atto di Saladino è preceduto dalla disputa, narrata poco fa, che egli provoca tra il piú saggio ebreo, il piú saggio cristiano e il piú saggio païen che si poterono trovare), e in Bosone da Gubbio. La leggenda s'era forse dapprima attaccata a un sultano d'Iconium, amico dei Cristiani, morto nel 1219, del quale Iacopo di Vitri dice che si crede che fosse battezzato (v. AA. SS., Oct., II, 616). — Alla morte di Saladino si riferisce una storia assai spesso allegata, ma che non ha propriamente un carattere religioso, quella del lenzuolo che avrebbe fatto girare per le città del suo impero, portato da un uomo che gridava: «Ecco tutto ciò che il gran Saladino condurrà con sé delle sue ricchezze!» Si trova specialmente in Iacopo di Vitri, da cui è passata al manoscritto di Tours e a Stefano di Borbone (§ 60 e la nota), nel Ménestrel de Reims (§ 198), in un sermone predicato nel secolo XIII da Enrico di Provins (Hist. litt. de la Fr., XXVI, 421), in due sermoni anonimi del secolo XIII che mi indica il signor Hauréau (mss. lat. 14693, fol. 69; 14951, fol. 93), in una compilazione italiana intitolata Corona de' Monaci (Fioravanti, p. 20), in Bosone da Gubbio (Fioravanti, p. 28). In una variante segnalatami dal signor Hauréau (ms. lat. 15963, part. II, pl. 43), è il suo stesso corpo che Saladino fa girare in quel modo dopo morto. Come l'ha notato l'Hauréau (Hist. litt. de la Fr., l. c.), il Voltaire nell'Essai sur les moeurs ha dato valore storico a questo aneddoto. Questa proclamazione simbolica della vanità delle cose umane e del loro annientamento davanti la potenza e l'eternità divine, presenta d'altronde, a differenza dei racconti riferiti sin qui, un carattere veramente orientale, e la storiella ha senza dubbio una fonte araba. — Notiamo infine che in un sermone di Gerardo da Liegi, di cui io devo ancora l'indicazione all'amicizia dell'Hauréau (ms. lat. 16433, fol. 31), l'apologo in discorso, di cui il La Fontaine ha fatto Le Vieillard et ses Enfants, è riferito a Saladino morente. D'altra parte i Tartari lo raccontano del loro Djinghis-Khan (v. La Fontaine, ediz. E. Régnier, I, 335).
[50]. Bisogna soprattutto rammentare la sua condotta a tempo della presa di Gerusalemme, che tanto maravigliò le coscienze in quanto essa era contraria ai procedimenti seguiti in simile occorrenza tanto dai musulmani quanto dai cristiani. In altre circostanze, è vero, si mostrò crudele e vendicativo come era l'uso del suo tempo.
[51]. La cronologia, come si vede, non mette in imbarazzo il nostro romanziere. Cosí si è visto piú innanzi identificare Ugo di Tabarie con l'ammiraglio Dodekin, uno degli eroi saraceni della prima crociata.
[52]. Il viaggio avventuroso della dama di Pontieu e il suo matrimonio in Babilonia sono narrati in Baudouin de Sebourc (vol. I, p. 68, 72). L'incontro di Saladino con Giovanni di Pontieu e le altre circostanze che si riferiscono alla loro parentela si trovano in Jean d'Avesnes e sono accennate in Baudouin de Sebourc (vol. I, p. 81; vol. II, p. 155).
[53]. Mon. Germ., SS., vol. XXV, p. 818.
[54]. Ms. B. N. fr. 25462 (ant. N. D. 272), fol. 205.
[55]. È per errore che l'Histoire littéraire de la France (vol. XXI, p. 679) indica esser questa cronaca contenuta nei tre manoscritti fr. 770, 781 e 12203. Il ms. 781 (ant. 71885) è un semplice testo della «Chronique d'Ernoul»: è il ms. E del sig. di Mas Latrie (Ernoul, p. XXXIX). La stessa cosa può dirsi del ms. di Berna 340 (indicato pure nell'Hist. litt., p. 683), il B del signor di Mas Latrie. Nel suo Essai de classification des continuateurs de Guillaume de Tyr (in appendice all'edizione d'Ernoul), il signor di Mas Latrie parla giudiziosamente (XXXIX, e p. 483) del ms. 770, ma non indica i mss. 12203 e 24210. P. Riant, nel suo Inventaire sommarie des manuscrits de l'Eracles (Archives de l'Orient latin, I, 239-256), ha riunito con ragione i nostri tre manoscritti in un gruppo a parte. Però il titolo che dà ad essi, Estoires d'Oultremer et de la naissance de Salehadin, non conviene loro, in quanto la storia della nascita di Saladino è estranea alla forma primitiva ed è narrata solo nel romanzo Voyage du comte de Pontieu, il quale è semplicemente interpolato nella Chronique d'outre mer (v. piú innanzi).
[56]. Ma. 12203, fol. 24 d.
[57]. Impiega, parlando di lui, espressioni realmente adoperate per Coradin nel testo che egli segue: «Lycoredis fel estoit et de put aire et mout haoit crestiens» (Ernoul, p. 357); «Cil Lycoredis estoit mout fel et tant haoit crestienté que a paines pooit il veoir crestiens» (ms. 12203, fol. 24 d).
[58]. Parrebbe talvolta risalire a un manoscritto migliore dei nostri. Il signor di Mas Latrie non indica varianti per il brano d'Ernoul (p. 114) che fa di Girardo di Ridefort, piú tardi padrone del Tempio, un clerc di Fiandra; ma bisogna certamente leggere chevalier, come dà la nostra cronaca (v. Hist. occ. des croisades, vol. II, p. 50). Qua e là forse vi sarebbe, ma con una grande prudenza, da spigolare nella Chronique d'outre mer qualche particolarità autentica, che non si trova negli altri manoscritti.
[59]. Piú innanzi, pp. 21-22.
[60]. Aumarie è la forma francese del nome della città d'Almeria in Spagna, la quale fu per lungo tempo la sede del reame dei Mori. È probabile che il nostro narratore impieghi qui il nome d'Aumarie senza sapere precisamente ciò che rappresenti, come hanno fatto altri romanzieri del Medio Evo.
[61]. Modifico alquanto il testo dell'edizione Moland e d'Héricault con l'aiuto di quello del Méon (v. la nota seguente).
[62]. Questo romanzo è stato pubblicato due volte: dal Méon, secondo il ms. fr. 26462, nel vol. I del suo Nouveau Recueil de fabliaux et contes e dai signori Moland e d'Héricault, nelle loro Nouvelles françoises du XIII siècle (1866), sui due mss. della Chronique d'outre mer che lo contengono. Quantunque il ms. 25462 sia fortemente compendiato, contiene talvolta dei passi che mancano nell'altra redazione, e una edizione critica dovrebbe tenerne conto.
[63]. Il Journal des Savants d'allora sospettò la sincerità del traduttore (anonimo del resto) e dubitò dell'esistenza del «vieux manuscrit gaulois», ch'egli allegava. P. Paris ha dimostrato (Mss. fr., VI, 132; Hist. litt., XXI, 632) come fossero poco fondati questi sospetti, spesso ripetuti in seguito.
[64]. Édèle, maritata suo malgrado a Enguerrand di Saint-Valery, è rapita da Tebaldo di Guines (che sostituisce i briganti), ma liberata a tempo dal fedele Éberard d'Amiens; ella non pensa a uccidere il marito e lo libera da sotto il cavallo, che cadendo gli aveva impedito di muoversi. Ma Enguerrand sospetta di lei e suo padre l'abbandona in alto mare in un battello senza ormeggi. Ella è incontrata da Éberard che la conduce a terra. Durante questo tempo Enguerrand e Tommaso vengono a duello, si uccidono a vicenda e Édèle sposa Éberard. Niente di piú assurdo. Il romanzo del Vignacourt è riassunto nella Bibliothèque des romans (luglio 1778).
[65]. Se ne trova un sunto nella Bibliothèque des romans (dicembre 1776).
[66]. Stampato a Parigi nel 1768. Del racconto primitivo è sparito tutto, salvo l'episodio d'un marito schiavo dei Saraceni, che ritrova la moglie amata da un sultano. Il La Place ha preso dal Vignacourt il rapimento dell'eroina per opera di un rivale; costui è quello che conduce Adele in mare contro sua voglia, ed è quello stesso che la virtuosa Adele pugnala di sua mano all'ultimo atto.
[67]. Il Louandre omette la vera ragione che, per la severità del conte di Pontieu, dà il romanzo: il tentativo di omicidio della giovine sposa contro il marito.
[68]. Vale a dire la dama di Fayel, creduta amata dal castellano di Couci, la Gabriella di Vergy del secolo XVIII (v. Hist. litt. de la France, vol. XXIX, pp. 362-390).
[69]. Sempre la famosa «tradizione», immaginaria qui come in mille altri casi.
[70]. Non v'è alcuna menzione di questa storia nei «trouvères du moyen-àge», all'infuori del nostro racconto in prosa.
[71]. F.-C. Louandre, Histoire d'Abbeville (1844), vol. I., p. 141. — Non conosco altri poemi su questo soggetto tanto dell'epoca moderna quanto del Medio Evo. Non v'è, almeno per quanto ne so, che una tragedia, quella del La Place, che come si è veduto, non ha quasi niente conservato del racconto, e un'opera in musica, quella del Saint-Marc, che la ricorda solamente per il nome dato all'eroina.
[72]. Il Citri de la Guette aveva giudiziosamente posto in margine del brano della sua traduzione in cui si narrano le avventure della figlia del conte di Pontieu: «Sous le règne de Philippes premier».
[73]. Nouvelles françoises du XIIIe siècle, p. XXXVII.
[74]. Giovanni di Pontieu ebbe almeno un'altra figlia e due figli, di cui il maggiore, Guglielmo, gli successe.
[75]. Tommaso di Saint-Valeri era in realtà signore di Domart (e non Damart come si legge nel Trésor de chronologie del de Mas Latrie, col. 1663); ciò prova solamente che l'autore del romanzo, il quale era nativo di Piccardia o dell'Artois, sapeva che un signore di Domart aveva sposato la figlia del conte di Pontieu.
[76]. L'editore capisce a torto Ouessant; si tratta di Wissant, porto del Boulonnais, altra volta attivissimo e celeberrimo, da molto tempo arenato.
[77]. L'episodio della botte, che si rinviene in molti racconti, sembra piú primitivo; il battello è una attenuazione.
[78]. Salvo che fa sposare la figlia della «Belle Chétive» al soldano di Damasco, che ne ha Saladino, in modo che un grado è soppresso. Inoltre, aggiunge in principio la lunga descrizione d'un torneo e nella seconda parte il racconto delle prodezze compiute da Tibaldo al servizio del soldano.
[79]. Cosí, durante l'atto criminoso della moglie di Tibaldo, l'autore nota che il marito di lei «la regardoit, excusant son inconvenience, et l'amant autant qu'oncques avoit fait», e quando essa gli ha dato il colpo che doveva ucciderlo e lo ha liberato, egli si contenta di dirle con dolcezza: «Refrene ta pensee variable, et jamais ne t'aviegne de procurer la mort de celuy qui t'aime plus que nulle rien du monde». (Louandre, p. 61, 62).
[80]. Si vegga, per esempio, l'apostrofe a Febo, Eolo, Morfeo, Oceano, cui si rimprovera di lasciar commettere l'odioso delitto che si compie in presenza loro. Il ms. 12572 (fol. 136 V) reca come il testo del Louandre Solus per Eolus e Octeanus per Oceanus, prova cotesta che i due manoscritti di Jean d'Avesnes risalgono senza dubbio a una stessa copia.
[81]. Nella narrazione della signora di Gomez, abbandonando il soldano d'Almeria, la fuggitiva gli lascia il figlio che aveva avuto da lui; non è detto che questo figlio sia stato l'antenato di Saladino.
[82]. V. Baudouin de Sebourc, I, 33, 61, 383; II, 155,392; il Bastart, v. 6636 ss. Il passaggio di Godefroi de Bouillon, quantunque meno esplicito, ci mostra che anche l'autore di questo poema aveva l'intenzione di narrare il viaggio di Saladino in Francia, dacché menziona Chauveigni (ms. ediz. Changevin) «qui cloche du talou» (v. 22801), cioè l'eroe di un episodio che è in stretto rapporto col viaggio: al torneo di Cambrai, del quale sarà parlato in seguito, Chauvigni ricevette una ferita alla gamba, che lo rese zoppo.
[83]. Ne esiste una redazione rimaneggiata posteriore d'una quindicina d'anni; non ne differisce che per questa parte.
[84]. Louandre, p. 70. Seguo per il riassunto l'analisi del Louandre, raffrontando il testo dei brani citati con quello del ms. 12572. Saladino ha anche l'intenzione di paragonare la religione cristiana con la musulmana e di scegliere la migliore.
[85]. Qui si pone l'aneddoto dei poveri (cfr. p. 20), che, con lo stupore che gli ispirano l'adorazione del papa e la confessione (cfr. pp. 19-20), risolvono Saladino a non abbracciare il cristianesimo.
[86]. Piú tardi, parlando degli amori di Saladino, vedremo il seguito di questo episodio.
[87]. Anche la sua peregrinazione somiglia assai da vicino a quella di Cornumarant. Vi è anche una confusione completa dei due personaggi nel racconto di Jacopo della Lana, commentatore di Dante (v. P. Rajna, Romania, VI, 364): Saladino, come il re di Gerusalemme, è sotto l'impressione di una «sort»; gli è stato predetto che Goffredo di Bouillon l'ucciderebbe (si vegga la confusione); volendo prevenirlo, giunge a Parigi in abito da pellegrino; cammin facendo è riconosciuto da un abate, come Cornumarant, e, come costui, vittima d'una specie di mistificazione che gli fa creder Goffredo invincibile. Ma Jacopo aggiunge alla storia uno scioglimento che si trova soltanto in lui: Saladino, quando vuol ritornare in Siria, è arrestato e posto in una prigione, dove muore.
[88]. Può leggersi, insieme con le altre novelle dell'Avventuroso Ciciliano, non solo nell'edizione del Nott (Firenze, 1832), ma nell'interessante Libro di novelle antiche tratte da diversi testi pubblicato da F. Zambrini (Bologna, 1868).
[89]. Cioè il conte d'Artois (si vede piú tardi che Arras è la sua residenza). Che vi sia qui una vaga reminiscenza della battaglia di Mansourah, in cui il re di Francia fu fatto prigioniero e suo fratello il conte d'Artois ucciso?
[90]. Qui ha luogo il racconto già riferito (p. 23) della longanimità del signore dei Cristiani.
[91]. Questa circostanza e il nome di Hugues (Ugo) dato all'eroe di questa storia possono far credere ch'essa ci rappresenti una forma appena riconoscibile dell'aneddoto relativo a Ugo di Tabarie.
[92]. Anche il Boccaccio, nella novella citata piú innanzi, osserva che parlava perfettamente latino, cioè italiano.
[93]. Rajna, l. c.
[94]. In se stessa la novella appartiene al ciclo del «Retour du mari». Il Rajna ha mostrato assai bene che esisteva un rapporto molto stretto tra la versione del Boccaccio e quella che ci offre un «miracolo» di Cesario d'Heisterbach. Quanto a Saladino, non ha che un rapporto del tutto fortuito con la storia, e senza dubbio dovuto al beneplacito del Boccaccio. Tuttavia l'avervelo introdotto prova come l'idea dei suoi segreti viaggi nei paesi cristiani fosse familiare a tutti. Devesi altresì notare come egli abbia a sua disposizione un «nigromante» che, sotto i suoi ordini, opera dei veri prodigi: il saggio, valente e magnifico Saladino diviene in tal modo una specie di Salomone con potere sugli spiriti.
[95]. Si è veduto piú innanzi (p. 46, n. 1) in Jacopo della Lana un altro riconoscimento, il quale ebbe i concatenamenti previsti; però non è, come ho detto, che un adattamento dell'avventura di Cornumarant.
[96]. Un'altra storiella di Saladino costituisce la XXV novella di Patronio; avrei potuto citarla accennando alla generosità del sultano. Il conte di Rovena, suo prigioniero, marita sua figlia (su questo matrimonio è stato consultato in prigione), secondo il suo consiglio; in seguito a ciò, suo genero riconoscente lo libera, e tutti e due ritornano nel loro paese, carichi di doni offerti da Saladino.
[97]. Ms. 12572, fol. 75 r.º Il riassunto del Louandre (p. 68) è qui insufficiente.
[98]. Questa regina di Cipro non può del resto essere che Isabella, figlia del re di Gerusalemme Amauri, maritata successivamente ad Onofrio di Toron, al marchese Corrado di Monferrato, al conte Enrico di Champagne e in ultimo ad Aimeri o Amauri di Lusignano, re di Cipro alla morte del fratello Guido. È vero che essa fu regina di Cipro solo alla morte di Saladino, ma le novelle di questo genere commettono ben altri traviamenti cronologici.
[99]. Louandre, p. 83; ms. 12752, fol. 246.
[100]. Baudouin de Sebourc, vol. II, p. 392.
[101]. Récits d'un ménestrel de Reims, § 6-12.
[102]. È in questa cronaca (ms. B. N. fr. 5003) che si trova specialmente una delle redazioni della celebre leggenda di Blondel e di Riccardo Cuor di Leone. Contiene anche molti estratti di canzoni di gesta. V. Romania, vol VIII, p. 633.
[103]. Che gli domandava d'andare ad assediare città saracene; ciò è preso da Guglielmo di Tiro.
[104]. Qui ha luogo il deviamento del fatto storico che s'incammina verso la sua trasformazione favolosa: Aliénor, secondo Guglielmo di Tiro, voleva restare con Raimondo e non andare a raggiungerlo; Luigi non ebbe a ritenerla, ma a rapirla.
[105]. Ms. fr. 5003, fol. 180 v.º
[106]. D. Bouquet, vol. XII, p. 119.
[107]. Ms. fr. 1799, fol. 16 v.º.
[108]. Semplicemente secondo il Ménestrel la storia è narrata nel ms. fr. 9222 (fol. 17), nella Cronaca di cui D. Bouquet dà un estratto (vol. XII, p. 229), in Giovanni des Preis (vol. IV, p. 396), nella cronaca di P. Cochon (p. 3), e senza dubbio altrove.
[109]. Il Fioravanti (pp. 32, 35) fa le piú singolari riflessioni su questa storia. Vuole che il soldano del Voyage du comte de Pontieu (che del resto in questo romanzo è il bisavolo di Saladino) sia in realtà Saladino in persona, e che Aliénor, figlia del conte di Poitiers, sia in fondo identica alla figlia del conte di Pontieu. Tuttociò non ha il minimo fondamento, e l'autore infiora i suoi ragionamenti di errori d'ogni genere.
[110]. V. l'interessante studio del Tamizey de Larroque sopra Aliénor di Poitiers nella Revue d'Aquitaine, 1864, specialmente a p. 314. Oltre gli antichi storici, egli cita tra i moderni Michaud e Ang. Thierry; ma per errore egli vi aggiunge il Michelet, che parla solo di Raimondo. — Notiamo qui che si è spesso ripetuto che Matteo Paris aveva anche accusato Aliénor d'aver avuto per amante un figlio del diavolo; ma ciò è molto probabilmente un errore. Nel testo a stampa (Chron. majus, ediz. Luard, vol. II, p. 186, s. a. 1150) si legge: Diffamata est de adulterio, etiam cum infideli, et qui genere fuit diaboli; ma bisogna senza dubbio leggere quod per qui: è Aliénor stessa che si accusava d'essere di razza diabolica (V. il Ménestrel de Reims e i curiosi passaggi citati da Paolo Meyer, Notices et Extraits des mss., vol. XXXII, part. 2, pp. 64, 68, 70), e anche là v'era senza dubbio una confusione col suo secondo sposo: l'origine satanica dei Plantageneti era leggendaria.
[111]. Come fa notare il De Wailly nel suo Sommaire critique, non vi era allora alcun signore di Baru (Beyruth): la tradizione intendeva certamente Balian d'Ibelin, il cui figlio Giovanni fu sire di Barut, e che era, come Raimondo, uno dei nemici del re Guido. Il marchese di Monferrato sarebbe Guglielmo II il vecchio, che fu fatto prigioniero da Saladino; ma si tratta piuttosto di suo figlio il celebre Corrado, trasformato in traditore a causa della sua ostilità contro Guido di Lusignano. Il signore di Sayette è Rinaldo; non si sa chi bisogna intendere per il bail o bau d'Escalona; Ernoul dice espressamente (p. 184) che non vi era alcun governatore in questa città.
[112]. È facile riconoscere in questi nomi quelli che aveva dati il Ménestrel; Liban viene da una cattiva lettura di li baus, nominativo di le bau; Pierre e Poru sono fantastiche addizioni del rimatore.
[113]. È curiosissimo di ritrovare in parte le stesse cose nella narrazione della caduta del regno di Gerusalemme che fa Roberto di Clari, secondo i racconti orali (§ 33).
[114]. Questo nome solo e il suo posto nella serie dei re lo ravvicinano a Baldovino II di Bourg. In un punto, il romanzo dice che, «selon aulcuns», era colpito dalla lebbra (fol. 167 v.º), ciò che l'identificherebbe con Baldovino IV.
[115]. Vi fu infatti un combattimento assai serio alle fontane di Saforia (v. Ernoul, p. 97), e, ciò che è veramente curioso, il nostro romanzo, cosí lontano da una narrazione autentica, racconta qui un aneddoto sopra l'illuminazione del campo de' Cristiani che sembra imitato dalla cronaca d'Ernoul (p. 100). Il poeta aveva senza dubbio gettato qua e là uno sguardo sui testi storici (fol. 169 r.º).
[116]. Il romanzo qui narra che Saladino concepí per Guglielmo de la Chapelle un'ammirazione tale da mandargli in dono uno dei suoi migliori cavalli (ciò richiama l'aneddoto relativo a Riccardo che sta per essere narrato) e cercò, ma invano, dì persuaderlo ad entrare al suo servizio, promettendogli di colmarlo di onori.
[117]. Altrove (p. 20, n. 2, e pp. 49-50) ho parlato brevemente del piccolo episodio relativo all'assedio d'un castello, situato vicino ad Antiochia, in cui si trovavano sole donne, e della cortesia usata da Saladino verso di loro. Tutta questa parte del romanzo mostra il carattere di Saladino sotto la sua piú bella luce.
[118]. Cosí pure, naturalmente, nella traduzione latina (Itin. Ricardi, ediz. Stubbs, p. 419).
[119]. Sarebbe il vero nome da dare al corpo di cronache d'oltremare generalmente unite alla traduzione di Guglielmo di Tiro e indicate assai infelicemente sotto il nome d'Eracle. Rimando all'edizione dell'Accademia.
[120]. D. (ms. di Lione), p. 195.
[121]. Duro di bocca, pronto a fuggire (v. Godefroy).
[122]. Ms. arassies, che il glossario traduce per «calmo, tranquillo».
[123]. Le parole e le lettere che ho supplito sono indispensabili per il senso di questa frase.
[124]. «Marescalco ferratore» secondo il glossario.
[125]. Eschaillons (con questo senso manca nel Godefroy) significa i denti canini d'un cavallo (v. Cotgrave, s. v. escaillon): il dizionario francese-tedesco del Sachs dà pure écaillons in questo senso (in it. scaglioni); per conseguenza i gisanz designano anche i denti, come del resto è naturale nella circostanza. Il glossario dell'edizione traduce a torto escaillon per «la parte del cavallo che lo rende stallone» (cosa vorrebbe dire allora il plurale?) e gisanz per «testicoli».
[126]. Il De Mas Latrie, ingannato dalla lezione oscura del ms. e dell'edizione, l'attribuisce a Safadin (Ernoul, p. 282, n.).
[127]. Ernoul, p. 281; Histor. des croisades, vol. II, p. 182.
[128]. V. Hist. litt. de la Fr., vol. XXIII, p. 162; A. d'Ancona, Studj, p. 335.
[129]. Al contrario, nel III dei Conti di antichi cavalieri, la generosità di Saladino è presentata come perfettamente leale (Fioravanti, p. 18).
[130]. Ms. 12572, fol. 30 v.º, 250 v.º L'analisi dello Chabaille omette il primo episodio. Qui la scena ha luogo in Inghilterra ed è collegata col racconto del Pas Salhadin (v. piú sopra).
[131]. È curioso incontrare un ricordo cosí preciso in un romanzo tanto lontano da ogni verità storica; infatti, Ambrogio ci parla spesso dell'eccellente cavallo Fauvel tolto all'imperatore di Cipro, e montato di preferenza da Riccardo.
[132]. La parte della spione si trova nel Pas Salhadin e in Jean d'Avesnes, che ci rappresentano due derivazioni indipendenti di pittore che offrivano grandi differenze. Il nome di Tornevent è dato da Giovanni des Preis (IV, 396) allo spione, il quale, dall'alto delle mura di Acri assediata, nomina a Saladino i principali combattenti cristiani; è personaggio imitato dal Ménestrel de Reims (§ 55), se bene in questo e anonimo. Il nome d'Espiet si trova nel romanzo di Maugis.
[133]. Itin. Ric., p. 415.
[134]. Ciò fa credere che Riccardo avesse egli stesso fatto rappresentare questa impresa, dacché la troviamo dipinta presso suo nipote Enrico III (v. Hardy, A description of the close rolls in the Tower, London, 1833).
[135]. Il Trébutien ha citato le Chroniques secondo un manoscritto da lui non indicato, senza dubbio il ms. fr. 1799, di cui mi sono servito piú innanzi.
[136]. Può recar meraviglia che questo nome sia omesso precisamente nelle Chroniques de Flandres: dipende da ciò, che il compilatore aveva raccontato prima la morte del conte Filippo, avvenuta nel 1191.
[137]. Gli dà anche una parte del tutto preponderante, essendo Andrea di Chauvigni uno degli eroi piú in vista del poema cui appartiene questo brano.
[138]. V. ciò che è detto piú innanzi, in una delle versioni della storiella del cavallo mandato a Riccardo, del toron (poggio, eminenza) sul quale il re d'Inghilterra stava coi suoi compagni.
[139]. Le Pas Salhadin publié par G. S. Trébutien (Paris, 1836, in-8º). L'esame delle rime del poema attesta che è stato composto nella regione del nord-est della Francia. Potrebbe anche essere del secolo XIV, considerato le stato avanzato della lingua; sembra tuttavia che l'autore avrebbe menzionato, se avesse scritto dopo il 1297, la perdita degl'ultimi possedimenti de' Cristiani in Siria. V. Le Clerc (Hist. litt., vol. XXIII, p. 492) dice anche che, secondo il poema, «i pellegrini potevano ancora liberamente penetrare in Palestina»; ma io non vi posso trovare niente di simile.
[140]. Si rinviene, se non m'inganno, nel testamento del Prince Noir (non posso verificare questo ricordo), la menzione d'una tappezzeria su questo soggetto che possedeva l'illustre pronipote di Riccardo.
[141]. Froissart, nel suo Prologue, a fianco dei nove prodi e dei dodici pari di Francia che combatterono a Roncisvalle, cita come modello di prodezza per i valorosi «les douze chevaliers compagnons qui garderent le pas contre Salehadin».
[142]. Noi abbiamo visto piú innanzi che, per la storia della perdita di Gerusalemme la quale gli serve di preambolo, il poeta ha fatto uso dei racconti del Ménestrel de Reims; probabilmente non ha avuto altra fonte propriamente detta.
[143]. Filippo non assediò mai Sur, rimasta in potere dei Cristiani.
[144]. V. Le Clerc (l. c.) si domanda «se si tratta d'una delle gole della piccola Armenia». Ciò vuol dire prendere questi racconti troppo sul serio, e d'altronde la piccola Armenia è lontana da Sur.
[145]. Lo sceglie come terzo. La leggenda sviluppata in Francia rimanda sempre piú indietro Riccardo, come pure introduce Filippo.
[146]. Ms. 12572, fol 242 r. Tutto questo episodio è assai accorciato nel sunto dello Chabaille. L'intera avventura è annunziata secondo l'uso, in Baudoin de Sebourc (vol. II, p. 155), e il poeta ha cura di dire, terminando questo riassunto: «Ensi con vous orrés ou livre retraitier».
[147]. Ms. 12572, fol. 252. I principi di questi amori e della nascita di Polis si trovano in parecchi luoghi delle rame anteriori del poema. V. p. es. God. de Bouillon, v. 22802; Baud. de Seb.., v. 6543.
[148]. Questo particolare non è in Jean d'Avesnes, che qui è assai compendiato; lo prendo dalla fonte che sarà indicata nella nota finale di questo articolo.
[149]. Jean d'Avesnes, p. 87.
[150]. Questo assedio di Damasco, con questa vaga accusa di tradimento contro uno dei capi che vi presero parte, potrebbe essere una reminiscenza assai alterata dell'assedio posto a Damasco, nel 1148, da Luigi VII e dall'imperatore Corrado, nel quale assedio i Cristiani di Gerusalemme sembrano aver avuto con gli assediati una intesa segreta che ebbe per risultato la cattiva riuscita delle operazioni.
[151]. V. qui sotto. Questo personaggio è annunziato in Baudouin de Sebourc (vol. II, p. 263) e nel Bastart de Bouillon (v. 6294).
[152]. Confusione evidente: Safadin, o Malek-Adel, che fu soldano dopo Saladino, era fratello e non figlio suo.
[153]. Ms. 12572, fol. 258 v. Avevo appena terminato questo studio che un lavoro del signor Vallois, inserito nel volume IX (1881) delle Mémoires des antiquaires du Centre, indicatomi dal signor Augusto Longnon, mi ha fatto conoscere, per ciò che concerne le avventure di Andrea di Chauvigni, una redazione in prosa dell'antico poema, indipendente da Jean d'Avesnes, e piú fedele, almeno verso la fine. Io non posso fermarmi qui su questo testo, sul quale ritornerò in altra occasione; da esso (v. p. 74, n. 1) ho preso un particolare omesso nel riassunto di Jean d'Avesnes.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.