CAPITOLO II La democrazia puritana nella Nuova Inghilterra.
§ 1. I pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth — § 2. I Puritani e la colonia di Massachusetts — § 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island — § 4. La colonizzazione del Connecticut — § 5. L'estremo nord e il New Hampshire — § 6. Svolgimento della N. Inghilterra — § 7. La società neoinglese e la sua forza d'espansione.
§ 1. I Pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth. — Il 16 dicembre del 1620 un centinaio di protestanti inglesi d'umile condizione, sbattuti di qua c di là dalle procelle della persecuzione religiosa, sbarcavano in pieno inverno, senza mezzi, può dirsi, di sussistenza, senza la garanzia d'una carta regia, senza altro orizzonte che di stenti e sacrifici, sulla spiaggia fredda e deserta della Nuova Inghilterra. Un edificio comune sostituito in seguito da tanti casolari coperti di paglia, un baraccone ad uso di deposito, un piccolo spedale per gli ammalati, una chiesetta sormontata per difesa da quattro cannoncini, una vita aspra di improbo lavoro sostenuta dal prodotto della caccia e della pesca, rigori della natura e conseguente mortalità spaventosa, ecco gli indizii materiali ben poco lusinghieri della prima colonia della N. Inghilterra: perfetta eguaglianza nel campo sociale, libertà democratica in quello politico, indipendenza assoluta in quello spirituale, ecco le sue caratteristiche fondamentali, i suoi massimi beni. Ne erano fondatori i Pellegrini, un manipolo eroico di puritani, la cui esistenza e le cui vicende costituiscono uno degli episodi più gloriosi e più fecondi di risultati nella storia or lieta or triste, or nobile ora infame della Riforma inglese.
La coscienza dei grandi principi, in nome dei quali era stata bandita sul continente europeo la rivoluzione religiosa del sec. XVI, preparata di lunga mano da cause economiche e sociali, fu in Inghilterra l'effetto più che la causa efficiente della Riforma. Questa fu introdotta nell'isola dal dispotismo e dal capriccio d'un monarca, che voleva separarsi da Roma per meglio soddisfare le proprie passioni, ed ebbe perciò il carattere d'uno scisma più che d'una vera riforma ecclesiastica: tutte le dottrine della chiesa cattolica, se ne eccettui la supremazia di Roma, venivano conservate; e Clemente VII avrebbe potuto continuare come Leone X a lodare Enrico VIII per la sua ortodossia cattolica, pure scomunicandolo per la sua autoelezione a papa dell'Inghilterra.
L'atto di supremazia infatti mirava tanto poco ad affrancare la chiesa d'Inghilterra e tanto meno il popolo e lo spirito inglese dall'assolutismo del dogma, che non conteneva la minima clausola favorevole alla libertà religiosa, la quale in seguito fu anzi compressa da Enrico VIII ancor più violentemente di prima: esso non aveva altro fine se non quello di rivendicare la franchigia sovrana del monarca inglese contro il seggio di Roma, facendo dell'autorità ecclesiastica un ramo della prerogativa regia. Ma con ciò la ribellione capricciosa del brutale monarca raggiungeva nel campo nazionale l'effetto stesso di quella maturata del monaco di Wittemberga: per essa la nazione inglese si affrancava realmente da ogni intervento straniero, ed Enrico VIII appariva quasi l'ultimo e più fortunato campione di quella resistenza secolare spiegata dai re inglesi contro le usurpazioni dell'autorità ecclesiastica tra il plauso della nazione, d'una nazione per di più che le teorie ed i seguaci di Wickliffe avevano preparato di lunga mano ad accogliere i principii della Riforma.
La separazione da Roma non rimase così l'atto egoistico d'un despota, che perde con la morte di esso ogni effetto, ma il primo passo d'una rivoluzione religiosa, che precedenti storici, interessi sociali, spirito dell'epoca, esempio infine di razze sorelle imponevano al popolo inglese.
Il protestantesimo fu tanto poco imposto alla nazione inglese dal dispotismo di Enrico VIII, che non solo la chiesa anglicana nel suo ordinamento dogmatico ed ecclesiastico, posteriore alla sua morte, s'allontanò dalla cattolica ben più di quello ch'egli non volesse, ma una parte del popolo inglese procedette per proprio conto su quella via dell'emancipazione spirituale, di cui la neonata chiesa ufficiale non rappresentava che un primo, timidissimo passo. Una minoranza, che incarna lo spirito progressivo dell'epoca, non si accontenta dello modeste ed innocue riforme, dell'abrogazione del cerimoniale più assurdo; ma, una volta ammesso il principio del libero esame, continua a sottoporre alla critica rigorosa di questo l'intero sistema religioso, arrivando all'austero principio che in materia di fede e di culto niente possa farsi «se non in virtù della parola di Dio». Non basterà quindi che la Sacra Scrittura non parli contro una cosa qualsiasi nel campo della fede per accettarla, ma occorrerà che parli espressamente in favore di essa. Fu questo il Puritanesimo, che nel suo stesso dogma fondamentale sonava ribellione aperta contro ogni sorta di compressione spirituale.
Esso infatti non accettava altra garanzia che la Bibbia, altra regola di condotta che la parola precisa di Dio: nè re, nè parlamento, nè gerarchia ecclesiastica potevano interpretare a loro modo questa regola; nessuna regola ufficiale poteva quindi venire riconosciuta dal puritano, il quale, non volendo sottostare ad una chiesa presieduta dal sovrano temporale, diventava con ciò un vero ribelle anche nel campo politico. La semplicità, la purezza evangelica, ecco il fine del puritanesimo, che s'informa così nel campo religioso ad uno spirito democratico, il quale non potrà non tradursi nel campo politico e sociale. In nome di che cosa infatti se non del loro diritto alla libertà naturale potevano i puritani attaccare i poteri costituiti? In un'epoca, in cui il pulpito era lo strumento più efficace per penetrare nello spirito delle masse, la loro pretesa di avere «la libertà di profetare» equivaleva alla domanda moderna della libertà di stampa; mentre il libero esercizio di giudicare con franca parola di tutti gli avvenimenti del giorno non minacciava solo di rompere l'unità della chiesa nazionale, ma di erigere l'opinione pubblica in un tribunale, dinanzi a cui poteva un giorno esser chiamato lo stesso principe. Ed il pericolo era ancora più grave in quanto che il progresso logico dalla libertà spirituale a quella politica era diventato ancor più facile dopo che, fallito il tentativo di restaurazione cattolica fatto da Maria la Sanguinaria, i puritani più intransigenti, riparati sul continente durante l'imperversare della bufera, erano ritornati in patria pieni del nuovo vigore d'austerità spirituale attinto alle dottrine calviniste, della nuova energia democratica attinta alla severa semplicità della repubblica di Ginevra.
I ministri puritani erano divenuti ormai dei veri tribuni del popolo, il loro pulpito un libero tribunale di giudici inflessibili ed incorruttibili, la loro influenza sempre maggiore nelle classi sociali medie e inferiori, la rappresentanza dei loro seguaci sempre più numerosa nella Camera bassa.
1 puritani vengono così in pochi decenni a costituire un partito politico potente, che non reclamava soltanto la riforma degli abusi ecclesiastici, ma discuteva della forma di governo, s'opponeva ai monopoli, cercava di limitare la prerogativa regale. Veri precursori d'una rivoluzione, essi venivano troppo logicamente accusati dai difensori dell'episcopato anglicano di desiderare uno Stato popolare, meritandosi l'elogio d'uno storico ad essi non certo favorevole (lo Strype): «la scintilla preziosa della libertà non è stata accesa e conservata che dai Puritani». La regina Elisabetta dichiarava nel modo più esplicito ch'essi erano più pericolosi degli stessi cattolici, i quali almeno erano partigiani convinti della monarchia per quanto nemici di chi la rappresentava; Giacomo I nei primi anni del suo regno scriveva che avrebbe preferito vivere da eremita in una foresta piuttosto che regnare su un popolo simile «a questa banda di Puritani che dominano la Camera bassa», e dichiarava che «la setta dei Puritani non poteva esser tollerata in uno stato ben governato, qualunque esso fosse!».
Nessuna meraviglia pertanto che l'intolleranza più vergognosa accompagni passo passo il progresso della Riforma nella Gran Brettagna; che Enrico VIII faccia bruciare chi nega la dottrina cattolica dell'eucarestia, che le leggi di Edoardo VI puniscano invece chi vi crede, che Maria tenti di lavare col sangue dei martiri protestanti l'onta della Riforma inglese, che infine Elisabetta stessa, la rappresentante del protestantesimo in Europa, volendo ad ogni costo nell'interesse proprio e del trono mantenere l'unità della chiesa nazionale, detesti i non conformisti di ogni specie, li consideri come ribelli nel proprio campo e perseguiti violentemente quei puritani cui pure dovevasi la conversione del popolo inglese al protestantesimo. La persecuzione di quest'ultima però trova una grande attenuante nell'imperioso bisogno d'unità religiosa, mentre i sovrani cattolici cospirano contro l'Inghilterra, i cardinali propongono nelle loro conventicole di deporre Elisabetta, il papa scomunicandola ecciti i sudditi suoi alla ribellione. Ciò spiega come, se tutti i puritani, vera falange estrema del protestantesimo sul suolo inglese, desiderano una riforma e battagliano per essa contro l'episcopato e la corona, non tutti vogliono uno scisma. Se però come corpo evitano di separarsi dalla chiesa stabilita domandandone solo imperiosamente una purificazione, una minoranza fra essi spinge ben più in là l'opposizione alla chiesa anglicana, denunciandola come una istituzione pagana contraria ai principi del cristianesimo e della verità e ricusando perciò di rimanere più oltre in comunione con essa. Questa setta separatista, che rappresentava lo spirito più democratico del puritanesimo, era di origine prettamente plebea, cosicchè il sorger di essa segnava proprio l'ultimo estendersi della riforma in seno ai più bassi strati sociali.
Iniziata dalla corona, propagatasi in seno alla nobiltà, sviluppatasi sotto il patronato dell'episcopato, diffusa nelle classi medie e basse dall'austera propaganda puritana, essa scendeva col separatismo all'infima plebe; e questo processo d'espansione sociale aveva portato seco fatalmente un processo di democratizzazione sempre maggiore. Enrico VIII infatti aveva affrancato la corona, Elisabetta la chiesa anglicana, i Puritani avevano reclamato l'eguaglianza pel clero plebeo, i Separatisti affrancavano l'intelligenza umana da ogni principio d'autorità, proclamando la libertà per ogni individuo di scoprire «la verità nella parola di Dio». Le persecuzioni di Elisabetta e più ancora di Giacomo I nulla poterono contro il fatale andare dell'idea: per una nemesi non rara nella storia il Puritanesimo conculcato si rizzava sempre più formidabile sino a far rotolare dal palco la testa di Carlo I; ed il Separatismo, nonostante lo sterminio feroce dei suoi seguaci, andava ad informare del suo spirito un mondo novello, vena di libertà che zampillava inesauribile dalle latebre più profonde del suolo sociale. Ai separatisti infatti appartengono i Pellegrini.
Verso la fine del regno di Elisabetta «la parola di Dio, dicono le fonti separatiste, aveva rischiarato della povera gente» del nord dell'Inghilterra, che abitava le città ed i villaggi del Nottinghamshire, del Lincolnshire e le frontiere del Yorkshire: la vista dei loro ministri costretti a sottomettersi al conformismo in materia di fede e di culto, la persecuzione contro i non conformisti aveva loro aperti gli occhi, convincendoli che non solamente «le miserabili cerimonie del culto erano dei ricordi dell'idolatria» ma che «era necessario non sottomettersi al potere sovrano dei prelati».
Molti allora di essi «di cui il Signore aveva toccato i cuori d'un zelo divino per la verità» si erano decisi a scuotere «questa servitù anticristiana» ed a costituirsi per un covenant, «come il popolo libero del Signore» in una chiesa basata sui principi d'uguaglianza del Vangelo, rinunciando ad ogni autorità umana, attribuendosi il diritto illimitato ed indistruttibile di progredire verso la verità, «di marciare in tutte le vie che il Signore aveva lor fatto conoscere o rivelerebbe loro in seguito».
Come segugi dietro alla preda gli agenti più fanatici e brutali dell'episcopato cominciarono a dar la caccia a questa chiesa riformata ed al suo pastore John Robinson, finchè «l'infelice gregge di Cristo perseguitato» per eludere la vigilanza dei suoi nemici, disperando ormai di trovare riposo in Inghilterra, aveva risoluto nel 1607 di cercare salute nell'esilio, rivolgendo i suoi sguardi a quell'Olanda, dove trionfava la dottrina calvinista nella chiesa e l'ordinamento repubblicano nel governo, dove gl'infelici «avevano sentito dire che a tutti era accordata libertà di religione». Superate le maggiori difficoltà, delusi o fiaccati col loro eroismo gli sforzi dei loro nemici, essi riuscivano finalmente ad imbarcarsi, cominciando così dall'isola loro al continente, da Amsterdam a Leyda, dall'Europa all'America quella corsa errabonda, quella via crucis pel trionfo della libertà spirituale, quel doloroso pellegrinaggio, da cui presero il nome. «Essi sapevano ch'erano dei Pellegrini, e non s'affannavano troppo delle peripezie che loro toccavano, ma rivolgevano gli occhi al cielo, loro patria diletta, e trovavano così la calma del loro spirito». L'austerità, l'amore al lavoro, l'elevatezza morale acquistarono ai Pellegrini la stima l'affetto la venerazione del nuovo paese; ma questo era pur sempre per essi una terra d'esilio, dove la lotta per la vita si presentava con colori ben più foschi che per l'innanzi: abituati al lavoro dei campi, avevano dovuto darsi ai mestieri ed alle industrie per sottrarsi alla più squallida miseria dei primi giorni; austeri nel fondo dell'anima, mal potevano adattarsi alla gaiezza per quanto posata degli Olandesi; fortemente attaccati alla nazionalità ed alla lingua propria, soffrivano di nostalgia morale nel paese straniero, tremavano al pensiero di vedere i loro figli soggiacere all'influenza di questo; decisi finalmente e più che tutto a mantenersi uniti, stretti insieme nella loro comunità, vedevano avanzarsi il giorno fatale di dovere e per le esigenze materiali dell'esistenza e per l'aumento della popolazione disperdersi o soccombere.
L'amore di patria e lo spirito religioso fa trovar allora ai Pellegrini una soluzione del problema nelle vicende stesse dell'epoca. Perseguitati in patria essi potevano bene crearsene un'altra di loro esclusiva pertinenza, un'altra a somiglianza della prima e dalla prima dipendente, in quelle vergini terre che i viaggi di Gosnold, di Smith e d'Hudson, le imprese di Raleigh, di Delaware e di Gorges, le descrizioni e le compilazioni di Eden, di Willes e d'Hakluyt facevano correre sulle bocche di tutti. Oscuramente coscienti della loro attitudine a rappresentare una parte ben più grande che quella di esuli raminghi nel dramma dell'umanità, essi si sentirono animati «dalla speranza e dall'intimo ardore di far conoscere il Vangelo del reame di Cristo nelle regioni lontane del Nuovo Mondo, quand'anche non dovessero servire che di marciapiede da altri destinato a calpestarsi per compiere questa grand'opera». Così facendo essi si sarebbero per di più riconquistata la protezione dell'Inghilterra, cui erano rimasti devoti nonostante i mille torti subiti.
Tutti pieni ormai del generoso proposito, i Pellegrini col mezzo dei loro delegati partiti per l'Inghilterra tanto fecero, tanto insisterono per ottenere dal governo il permesso, dalla società della Virginia il terreno, da privati i fondi necessari al viaggio, che finalmente dopo anni di negoziati riuscivano nell'intento per quanto a patti ben sfavorevoli: Giacomo I, da una parte coll'idea di liberarsi di loro, dall'altra nella speranza di veder fiorire ancor più la pesca inglese nei mari d'America, non dava alcuna carta ma lasciava vagamente sperare che non si sarebbe fatta attenzione ad essi nei deserti americani; la compagnia della Virginia accordava una patente che per quanto ampia a nulla serviva, perchè concessa ad una persona che non faceva parte della spedizione e per un paese diverso da quello dove contro lor voglia sarebbero sbarcati i coloni; un mercante londinese infine, commosso dallo zelo di quei profughi, imprestava loro del denaro a gravissime condizioni. Nel 1620 due navi, lo Speedwel di 60 tonnellate ed il Mayflower di 180, dovevano portare in America sotto la guida dell'abilissimo predicatore Brewster, l'antico agricoltore mutato in tipografo, i più giovani ed animosi tra il migliaio di Pellegrini di Leyda; gli altri rimanevano per il momento in Olanda affidati al loro pastore, il Robinson, che al momento doloroso del commiato spiegava nelle parole d'addio una libertà d'opinione, uno spirito d'indipendenza da ogni principio d'autorità allora pressochè ignoti nel mondo: «io non intendo, diceva l'illuminato pastore ai pionieri d'una nuova civiltà, davanti a Dio ed ai suoi angeli benedetti, che voi non mi seguiate più oltre di quello che non abbiate veduto me stesso seguire il Signore Gesù Cristo. Il Signore ha ancora ben altre verità da farvi scoprire nella sua santa parola. Io non saprei deplorare abbastanza la condizione delle chiese riformate, che sono giunte ad una certa fase della religione e che attualmente non vogliono andare più lontano dei promotori della loro riforma. Lutero e Calvino furono menti grandi e luminose pel tempo in cui vissero; ma neppure essi nondimeno hanno penetrato l'insieme dei disegni di Dio. — Io ve ne scongiuro, ricordatevene — è un articolo del covenant della vostra chiesa — voi dovete esser disposti ad accogliere tutte le verità, quali esse siano, che saranno portate a vostra conoscenza dalla parola scritta di Dio».
Delle due navi allestite pel viaggio la più piccola si mostrava però così disadatta alla navigazione, che lasciata appena la costa inglese doveva tornare indietro; ed il solo «Fior di maggio» continuava nell'inverno del 1620 la lunga e burrascosa traversata di 63 giorni, portando nei suoi fianchi i destini della N. Inghilterra. Decisi infatti a sbarcare nel paese dell'Hudson, come la posizione migliore della costa, i Pellegrini erano gettati invece verso la parte più sterile ed inospitale del futuro Massachusetts, toccando essi nel novembre il capo Cod. Dopo avere veleggiato lungo la spiaggia per parecchie settimane in cerca d'un luogo adatto ad una colonia, approdavano finalmente il 16 dicembre in un punto che per ricordo del porto di Plymouth, dove erano stati accolti benevolmente, fu chiamato Nuova Plymouth.
Prima però di sbarcare i Pellegrini deliberarono sulla forma di reggimento ad essi più convenevole. Eguali di condizione sociale, non legati da alcun altro vincolo che quello della religione, privi per loro fortuna di qualsiasi carta regia, di qualsiasi patente vantaggiosa di privata corporazione, essi si formavano in corpo politico per mezzo d'un patto volontario e solenne.
«In nome di Dio, amen (era il patto firmato dagli emigranti maschi della futura colonia). Noi sottoscritti sudditi leali del nostro sovrano, il re Giacomo, avendo intrapreso, per la gloria di Dio, il progresso della fede cristiana e l'onore del nostro re e della nostra patria, un viaggio col fine di fondare la prima colonia nella regione settentrionale della Virginia, ci formiamo solennemente e scambievolmente, pei qui presenti, in presenza di Dio e gli uni degli altri, un covenant e ci associamo insieme in un corpo politico e civile, per in migliore nostra organizzazione e conservazione possibile e pel conseguimento dei fini sotto menzionati; ed in virtù di quest'atto noi decreteremo e stabiliremo e formeremo, di tempo in tempo, tali leggi, ordinanze, atti, costituzioni ed impieghi, giusti ed equi, che si giudicheranno i più convenienti pel bene generale della colonia. Noi promettiamo la più completa sottomissione ed obbedienza legittima a queste disposizioni». Così l'umanità ricuperava a bordo del Mayflower i suoi diritti, fondando un governo basato su «leggi eque» in vista del «bene generale»; ed i Pellegrini, datosi in Giovanni Carver un governatore annuale, sbarcavano ad iniziare una «vera democrazia».
Un'epidemia scoppiata qualche anno innanzi nella regione aveva spopolato quella piaggia, cosicchè i coloni non ebbero nulla a temere da parte degli Indiani. Gli ostacoli pressochè insormontabili provenivano dalla natura, dai rigori del clima che decimavano in breve una popolazione priva di tetto: in cinque mesi ne moriva più della metà, il governatore compreso.
L'arrivo di una nuova schiera di emigranti sprovvisti di viveri, nell'autunno seguente, costringeva tutta la colonia a vivere di mezze razioni per sei mesi; nè col giungere di nuovi pellegrini le cose mutavano: ancora al terzo anno dal primo sbarco vi furono tempi in cui non sapevano alla sera che avrebbero mangiato la mattina seguente; il bestiame bovino non fu introdotto che al quarto anno. La proprietà collettiva della terra fu il sistema imposto ai coloni sulle prime dalle condizioni stesse del momento; ma dopo qualche anno il bisogno d'una maggiore produzione consigliò loro quello della proprietà individuale del suolo: questo fu in sulle prime diviso fra le famiglie in quote trasmissibili e proporzionali al numero dei loro membri, e l'anno dopo in quote individuali ed a titolo di feudo perpetuo. L'aumento nella produzione alimentò ben presto uno scambio lucroso cogli Indiani più vicini, che ricorsero ai coloni per le loro provviste dando in compenso pelli di castoro.
La popolazione cresceva assai lentamente, chè le terre non erano fertili e nessun incoraggiamento od aiuto veniva allo stabilimento dal di fuori: quattro anni dopo che era fondata, la colonia non aveva che 184 abitanti, dieci anni dopo 300. Se però l'abbandono da parte della madrepatria ritardava lo sviluppo materiale di essa, ciò, fortificando ognor più la tempra dei suoi fondatori, costituiva la miglior garanzia di successo.
Gli amici d'Inghilterra, raffreddati dall'opposizione che incontravano e dal poco frutto dei capitali investiti in quell'impresa, cessavano affatto di sovvenirla più a lungo e l'usura del 30 e del 50 per cento venne a colpire i coloni, se vollero quei capitali a loro tanto necessari. Nel 1627 però otto dei più intraprendenti fra essi assumevano sopra di sè, dietro cessione d'un monopolio del commercio per 6 anni, tutte le obbligazioni dello stabilimento calcolate in 1800 sterline; e la compagnia di Londra, che aveva fornito i capitali, rinunziò ad ogni sua pretesa: le terre venivano divise egualmente e l'agricoltura si assideva sulla solida base d'una proprietà individuale e libera da ogni peso. Per quanto proprietari incontestabili del suolo, garantito loro per le forme d'acquisto dalla legge inglese oltrecchè dal diritto naturale, i coloni non avevano punto diritto, secondo i principi ammessi in Inghilterra, di praticare quel selfgovernment, che solo una patente regia poteva sancire. Nonostante però la mancanza di essa al primo sbarco ed il rifiuto reciso di accordarla di fronte alle ulteriori richieste, i Pellegrini abbandonati a sè stessi continuarono nel sistema adottato fin dai primi giorni della colonia, provvedendo da sè alla legislazione ed alla giustizia criminale, dapprima con una certa timidezza, ma in seguito con la stessa sicurezza degli stabilimenti provvisti di carte regie.
L'organizzazione politica era naturalmente della massima semplicità. Messi in condizioni pressochè primitive, essi ritornarono per quel legame indissolubile tra la terra e l'uomo alle istituzioni primitive degli antichi padri anglo-sassoni, modificate solo in quanto lo richiedeva una più avanzata civiltà.
Il governatore era nominato dal suffragio universale; ed il suo potere, subordinato sempre alla volontà generale, era ristretto per di più, dopo qualche anno, da un consiglio speciale di 5 e più tardi di 7 assistenti: suo privilegio l'aver doppio voto nel consiglio. Tutti i maschi adulti entravano a far parte della assemblea generale, che non s'occupava solo di legislazione, ma anche di questioni esecutive e giudiziarie: solo nel 1639 col crescere della popolazione ed il suo disperdersi su un territorio più vasto, il sistema diretto venne sostituito nella colonia da quello rappresentativo, pel quale ogni centro abitato mandava il suo deputato all'assemblea generale. Tale l'origine della libertà costituzionale popolare, il primo esempio delle istituzioni politiche americane.
A tanta semplicità di vita sociale e politica corrispondeva un'austerità di costumi non più forse veduta in una comunità civile. Basti il dire che un colono, considerato pernicioso alla comunità per aver messo su uno spaccio di vino e di birra, fu rimandato in Inghilterra a spese comuni «poichè egli corrompeva il popolo!» Se questa rigidità degenerata ben presto in una intolleranza, che tutto proibiva se ne eccettui «maritarsi e guadagnar denaro», ci rende meno simpatici i Pellegrini, certo è d'altra parte che questo disprezzo sovrano per quanto allieta ed abbellisce la vita portava in sè la garanzia del successo in quel rude paese, per cui erano necessari uomini di ferro: lavoro diligente e paziente, tenacia e perseveranza, entusiasmo religioso, una fede profonda nella fratellanza degli uomini e nella paternità di Dio, la stessa intolleranza proveniente dal non avere una idea della illimitata libertà universale, preparavano alla nuova patria generazioni oneste, libere e forti.
Fu questo il grande merito del Puritanesimo, in questo sta il secreto dell'influenza straordinaria, che esso ebbe nel plasmare il carattere della N. Inghilterra e per essa dell'intera società anglo-americana. Più anglosassoni che frutti dell'incrocio anglosassone-normanno, data l'umiltà della loro origine sociale, puritani, perseguitati per le loro idee, ammaestrati alla scuola del dolore, i Pellegrini non furono solo i pionieri della colonizzazione inglese nella N. Inghilterra, ma i padri genuini d'una società nuova, i primi creatori della coscienza civile e religiosa del popolo anglo-americano. Attraverso a scene di tristezza, di miseria, essi non avevano soltanto aperto una via maestra agli oppressori per sottrarsi all'intolleranza religiosa e politica, ma avevano fondato una democrazia pura, di cui fratellanza, uguaglianza e lavoro costituivano le basi economico-sociali, libertà e selfgovernment le basi politiche. «Non affliggetevi, scrivevano d'Inghilterra ai Pellegrini di Nuova Plymouth per consolarli nei giorni delle maggiori sofferenze, non affliggetevi, se voi avete servito d'istrumento a rompere il ghiaccio per altri, la gloria sarà vostra sino alla fine del mondo.»
§ 2. I Puritani e la colonia di Massachusetts. — La colonia dei Pellegrini era, può dirsi, appena assicurata, che nuove schiere d'emigranti sbarcavano sul suolo della N. Inghilterra ad assicurarvi il trionfo del Puritanesimo. Il Gran Consiglio di Plymouth, incapace di stabilire delle colonie per proprio conto, si era dato a far commercio di lettere patenti, come unico modo di trarre qualche guadagno dall'ottenuta concessione. Un'accolta d'uomini zelanti ed entusiasti comperavano da esso nel 1628 un vasto territorio dall'Atlantico al Pacifico, dai pressi della baia di Massachusetts a quelli del Merrimac, per fondarvi coi «migliori» dei loro concittadini una colonia inaccessibile per sempre alla corruzione ed alla superstizione degli uomini. Il rigido puritano Giovanni Endicot, uno dei concessionari, uomo energico e zelante, fu scelto dai compagni ad essere «lo strumento adatto per cominciare quest'opera del deserto».
Quell'anno stesso un centinaio di emigranti sbarcavano nella baia di Massachusetts, mentre in Inghilterra cresceva ogni giorno più il numero degli entusiasti desiderosi di tener loro dietro: erano questi per lo più puritani insofferenti del giogo dell'episcopato, giacchè i conformisti non avevano alcun motivo profondo per abbandonare il loro paese. La libertà puritana era in generale il fine di tale organizzazione, che veniva favorita da una carta concessa nel 1629 da Carlo I in seguito alle poderose influenze, di cui disponevano a corte i soci dell'Endicot. Costoro venivano costituiti in una corporazione detta «Governo e Compagnia di Massachusetts nella N. Inghilterra», l'amministrazione dei cui affari era affidata ad un governatore e a 18 assistenti eletti annualmente dai soci: tutti i poteri amministrativi ed esecutivi erano conferiti non agli emigranti ma alla compagnia, che aveva il diritto di pubblicare ordinanze, organizzare il governo, nominare i suoi agenti politici, confezionare un codice criminale; interdetto solo di stabilire leggi ed ordinanze in opposizione cogli statuti del regno. I coloni venivano così abbandonati, come il solito, senza la minima franchigia, alla mercede di una corporazione residente in Inghilterra: la stessa libertà religiosa, ch'era il movente e divenne il risultato di questa colonizzazione, non trovava nella carta la minima clausola, la quale nonchè garantirla, cosa nemmeno sognata se non basta voluta dal re, accennasse ad essa. La carta, in base alla quale gli uomini liberi del Massachusetts riuscivano ad innalzare un sistema di libertà rappresentativa indipendente, non concedeva loro alcuno dei privilegi del selfgovernment.
La forma di governo stabilita pel Massachusetts consistette in un governatore ed un consiglio rivestito di tutti i poteri legislativo, giudiziario, ed amministrativo, composto di 13 consiglieri, di cui 11 dovevano essere eletti dalla compagnia, 2 dai coloni quale generoso favore per allontanare ogni causa di malcontento. Fra le istruzioni date all'Endicot v'era quella di non fare alcun torto agli indigeni ma di cercar il possibile per convertirli e civilizzarli, e di non commettere la minima usurpazione a loro danno, riscattando i titoli, che eventualmente avessero sulle terre da occupare.
La composizione e la partenza dei nuovi emigranti, circa duecento, sotto la guida del venerabile predicatore non conformista Francesco Higginson, caratterizzano tale colonizzazione: tutta la gente di mala vita era stata respinta, giacchè «nessuna vespa oziosa può vivere in mezzo a noi» dicevano gli emigranti; e nel perder di vista la terra inglese essi non la maledivano quale teatro delle loro sofferenze, ma la salutavano quale terra dei loro padri e dimora dei loro amici: «Non diremo, esclamava l'Higginson, come dissero i separatisti nel lasciare la patria «addio Babilonia, addio Roma!»; ma diremo «addio cara Inghilterra! addio chiesa di Dio in Inghilterra, addio cari fratelli cristiani che vi rimanete!» Tale lo spirito, tali i propositi dell'intrepida comunità, destinata a trasformare la sterile Nuova Inghilterra in un gruppo di floridi stati.
Salem, che in ebraico significa pace, fu la colonia che questi rigidi calvinisti, entusiasti più che fanatici, fondarono, sottoscrivendo anch'essi un patto sociale, un covenant, che si pronunciava per le virtù più austere. Meglio che un corpo politico essa fu una chiesa in mezzo al deserto, chiesa libera e indipendente, di cui i membri sceglievano i dignitari e questi si consacravano ed ordinavano l'un l'altro, dove erano bandite le inutili cerimonie, pressochè annientata la liturgia, ridotta a forme ancora più semplici la semplicità del calvinesimo, costituzione così rispondente all'idea puritana da servire poi di regola a tutti i puritani della Nuova Inghilterra.
Anche i nuovi coloni furono sottoposti a dure prove, morendone nel primo inverno soltanto un'ottantina, ma non per questo diminuiva l'intima loro soddisfazione, la gioia d'adorar in pace il loro Dio. Ritenuti dai fratelli rimasti in patria quali predestinati dal Signore a compiere una grande missione, il loro esempio trovava in Inghilterra sempre nuovi imitatori, da null'altro animati se non dal desiderio di stabilire la religione in tutta la sua purità. E per riuscir meglio nell'intento, girava tra i puritani inglesi la parola d'ordine di scegliere pel nobile fine solo «i migliori», selezione morale cui s'accompagnava anche quella sociale, non appena l'assemblea della compagnia dichiarava nel 1630 che il governo e la patente sarebbero trasportati di là dall'Atlantico e stabiliti nella N. Inghilterra, trasferimento il quale senza urtare nei principi della carta mutava senz'altro una corporazione commerciale, governante da lontano una colonia, in un governo provinciale indipendente ed esercitato sul luogo. Sicuri di portare seco nella carta la base delle loro libertà civili, entrarono nel nuovo contingente d'emigrazione uomini forniti di fortune e d'educazione, dotti e letterati, ministri del culto tra i più eloquenti e pietosi. Nel 1630, 17 navi, contenenti ben 1500 emigranti, puritani in gran parte e scelti tra i più onesti del paese, partivano alla volta della baia di Massachusetts sotto la guida del coscienzioso Giovanni Winthrop, scelto a governatore, anima in fondo di democratico sincero per quanto partigiano d'un governo «del più piccolo numero», composto però «dei più saggi fra i migliori». Nel lasciare l'Inghilterra essi pure volgevano commoventi parole d'addio al paese natale: «i nostri cuori, dicevano ai compatriotti, verseranno torrenti di lagrime per la vostra costante felicità quando abiteremo le nostre povere capanne nel deserto». Ad essi ed agli emigranti, che loro seguirono in appresso, si devono le prime umilissime origini di Boston, la metropoli puritana, nonostante i disagi, le malattie, le carestie dei primi tempi; i più deboli spaventati da una vita di pene e di sofferenze inaudite ritornarono in patria, i più forti rimasero sostenuti dall'ideale religioso, e Roxburg, Dorchester, Charlestown, Watertown ed altri centri minori attestavano dopo non molto che nessuna procella poteva più oramai svellere da quella terra la ben radicata quercia puritana.
«Qui godiamo Dio e Gesù Cristo, scriveva alla moglie il governatore Winthrop, non basta forse? Ringrazio il Signore di trovarmi così bene qui e di non avermi mai fatto pentire d'esserci venuto. Anche se avessi preveduto tutte queste afflizioni, non avrei fatto diversamente. Non sono mai stato così tranquillo e contento».
Si capisce come di questa libertà i coloni fossero gelosi quanto mai. Quando infatti per le mene dei loro nemici d'Inghilterra, l'episcopato e più ancora i proprietari della Nuova Inghilterra spodestati di fatto delle loro terre dal successo trionfale dei puritani, si ordinerà loro di produrre in Inghilterra le lettere patenti della compagnia, essi faranno orecchi da mercanti. E quando si ordinerà una commissione speciale per le colonie, diretta dallo stesso arcivescovo di Canterbury, con poteri arbitrari, tra cui quello di «regolare» le loro condizioni ecclesiastiche e di revocare ogni carta ottenuta coll'astuzia a danno della prerogativa regia, il Massachusetts in preda alla più viva emozione risolverà unanimemente d'opporre la resistenza armata all'istituzione d'un governatore generale od all'introduzione di mutamenti ecclesiastici. E lo zelo sarà così forte che, nonostante le misere condizioni dell'incipiente colonia (s'era allora nel 1635 soltanto!), si riuniranno 600 sterline per fortificare Boston! La commissione inglese si limitò in realtà a porre ostacoli d'ogni sorta all'ulteriore emigrazione puritana dal paese, e le susseguenti vicende di Carlo I permisero alla N. Inghilterra di godere in pace le sue libertà; ma ad ogni modo questa levata di scudi del 1635 era un fatto sintomatico, arra non dubbia della futura indipendenza.
La purità della religione e la libertà civile, fini ultimi dell'emigrazione puritana, non tardarono a fondersi insieme, originando una democrazia confessionale in cui non già la nascita la ricchezza od il grado d'istruzione conferiva i diritti politici ma la partecipazione alla chiesa: una disposizione infatti d'un'assemblea generale tenuta nel 1631 dava il suffragio ai soli membri della chiesa «affinchè il corpo dei comuni non fosse composto che di persone probe ed onorabili», pure senza conceder al clero neppur l'ombra del potere politico. Era il regno della visibile chiesa, la repubblica del popolo scelto, che i calvinisti volevano fondare nel Massachusetts: Dio stesso doveva governare il suo popolo. Nè lo spirito teocratico poteva soffocare la libertà popolare, giacchè chiesa e popolo erano una cosa sola, e l'ordinamento della prima era strettamente democratico: già nel 1632 si stabiliva che il governatore ed i suoi assistenti, scelti fin allora per un tempo illimitato e con poteri pure illimitati, venissero nominati anno per anno; e si stabiliva inoltre che ogni town o centro abitato designasse due persone, le quali unite cogli assistenti concertassero un piano d'organizzazione del tesoro pubblico. La misura era divenuta necessaria perchè un'imposta, decretata dai soli assistenti, aveva già sollevato, tanto era vivo nei coloni il concetto e la tradizione inglese in materia, allarmi ed opposizione!
E questi primi germi di governo rappresentativo si sviluppavano rapidamente negli anni seguenti, in mezzo alla lotta fra il Winthrop, che d'accordo con altri maggiorenti riteneva l'autorità suprema risiedere nel consiglio degli assistenti, e la generalità dei coloni animati da tendenze più democratiche: trionfavano i più, deliberando che l'assemblea generale non sarebbe stata più convocata che per l'elezione dei magistrati, mentre dei deputati designati dai singoli centri avrebbero condiviso con quelli il potere legislativo ed il diritto di nomina agl'impieghi. Si gettavano così le basi d'una vera democrazia rappresentativa, dove il governatore ed i suoi assistenti nominati dalla colonia costituivano come un senato; i rappresentanti delle singole città una specie di camera di deputati; e ciascun corpo dopo molte lotte otteneva il diritto di veto sulle decisioni dell'altro (1644). Questa tendenza spiccata al selfgovernment prova chiaramente come i coloni del Massachusetts non fossero degli idealisti metafisici, ma degli uomini pratici, che erano fuggiti al deserto non per farvi gli anacoreti ma per crearvi una comunità attiva, informata alle dottrine religiose ed alle forme di libertà civili care a loro più della vita.
Questo carattere si manifesta sovrano anche nel campo religioso: corpo di credenti sinceri anelanti alla purezza della religione, non già di filosofi professanti il principio della tolleranza, questi emigranti non intendevano punto che si lasciasse spezzare quella conformità religiosa, ch'era non solo fonte di pace per essi, ma più ancora pietra angolare dello Stato: la collettività politica altro non era che la comunità religiosa, ed i legami della fede confondendosi con quelli della politica convivenza, ne risultava uno Stato assiso su basi incrollabili. Costituiti in una corporazione, di cui essi stessi potevano aprire l'entrata sotto le condizioni che loro piacessero, tenevano nelle proprie mani le chiavi del loro asilo e potevano usare del loro diritto di chiudere le porte a tutti i nemici della loro concordia e sicurezza. E di questo diritto si servivano senza il minimo scrupolo: fin dai primi tempi i fratelli Brown, che volevano rimaner fedeli alla chiesa episcopale, erano stati scacciati dalla comunità e rimandati in Inghilterra; più tardi l'irreligioso Samuele Gorton, che affermava non esservi nè paradiso nè inferno ma ambedue risiedere nel cuore dell'uomo, sarà incarcerato; e persecuzione ancor più fiera incontreranno gli Anabattisti ed i Quaccheri, quattro dei quali verranno perfino impiccati. «I nostri padri, dirà Giorgio E. Ellis, non pensarono di fare del territorio, da essi conquistato e comprato per mezzo d'una patente, un asilo per ogni specie di credenze religiose, anzi lo destinarono, come ogni uomo la propria casa, a luogo di pace di agio e d'ordine per quanti fossero d'un medesimo sentimento, di una medesima coscienza e di un medesimo pensiero». E nel 1681 un pastore puritano, Increase Mather, esprimerà apertamente l'opinione che le colonie avevano diritto d'allontanare quanti riuscissero ad esse d'incomodo, applicazione pratica del principio teorico espresso pochi anni prima dal reverendo Shepard «essere politica satanica quella che insegue una tolleranza indeterminata e sconfinata».
Il genere però di persecuzione, cui nei primi tempi s'appiglia il puritanesimo, ha un carattere suo tutto particolare, puramente negativo. Sorto come arma di difesa non già d'offesa, esso non sogna neppure di convertire gli animi all'ortodossia col terrore e le torture, non punisce le opinioni per se stesse, ma scaccia chi combatte il puritanesimo, perseguita o sopprime chi non vuol andarsene. Nella lotta per la libertà, la fede era un'arma potente, l'alleato più sicuro nel momento della battaglia; ed il fanatismo religioso, non essendo in ultima analisi che un mezzo di prevenire perfino l'ombra d'un attentato alla libertà, altro non era che fanatismo di libertà.
Se l'esclusivismo religioso del Mass. trovava nel sentimento di auto-conservazione la sua giustificazione, urtava però sempre in quel senso umano di tolleranza, che la stessa persecuzione sofferta in patria non aveva potuto instillare nei coloni: per quanto diversi i moventi, il non conformismo rimaneva per essi non meno che per i loro persecutori un delitto capitale. Contro questa concezione politica d'uno stato direttore spirituale sorgeva però fin d'allora un apostolo sublime della tolleranza, il quale fondava su questa un organismo politico, ch'era preludio glorioso ed immagine viva della futura società anglo-americana: Roger Williams fu questo nume benefico, Rhode Island lo stato da lui fondato.
§ 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island. — Nel febbraio del 1631 arrivava a Nantasket nel Mass. dopo una burrascosa traversata di 66 giorni «un giovane ministro, dotato di qualità preziose, pieno di zelo ed animato dallo spirito di Dio», Roger Williams. Superiore per elevatezza morale agli altri puritani, egli non voleva solo cambiare il proprio paese con un altro, dove il puritanesimo non fosse delitto, ma con uno, dove il delitto d'opinione non fosse neppur concepito. «Santità della coscienza» ecco la formula, in cui il filosofo pratico compendiava la sua teoria spezzante tutte le pastoie imposte all'umano intelletto, e di cui accettava senza indietreggiare le ultime conseguenze: la coscienza dell'uomo è sacrario inviolabile, in cui nessuna forza nè individuale nè sociale ha diritto di penetrare; e quindi lo stato deve reprimere i delitti, ma non esercitare il suo controllo sull'opinione, punire il colpevole ma non violare la libertà dell'anima. Persecuzioni e roghi, culto ufficiale e decime obbligatorie, aiuto scambievole di trono e d'altare, quanto insomma aveva per secoli contristato e dovea ancora contristare l'umanità sedicente civile, tutto veniva rovesciato dal sublime principio: la moschea mussulmana come la chiesa cristiana, la pagoda buddistica come la sinagoga ebraica potevano ricevere diritto di cittadinanza nello stato dell'umanità, che Roger Williams vagheggiava. Il Mass. basato sul più egoistico conformismo veniva minato nei suoi fondamenti stessi da questo ardito puritano, la cui predicazione diventava incompatibile con lo spirito e le istituzioni del paese. Salem, che l'aveva preso a suo predicatore e sostenuto contro gli attacchi del governo coloniale, parve quasi tradire la causa della religione e della patria e, spogliata di tutte le sue franchigie, doveva finalmente cedere e confessare il suo torto: l'apostolo della tolleranza, sconfessato dalla comunità, abbandonato dai seguaci, amareggiato dai rimproveri della stessa sua sposa, dopo aver sostenuto davanti all'assemblea generale che «i suoi principi erano fermi come la roccia» e che era «disposto a subire la prigionia o l'esilio, e la morte stessa nella N. Inghilterra» piuttosto di rinunciare alla sua dottrina della libertà intellettuale, nel 1635 veniva esiliato. Timorosi però ch'egli, com'era sua intenzione, non rimanesse nelle vicinanze della colonia a predicare un principio, che veniva a «rovesciare le basi dello Stato e del governo di quel paese», i rappresentanti del Massachusetts decidevano d'inviarlo su apposito bastimento in Inghilterra. Ribelle allora per la prima volta agli ordini del suo paese, Roger Williams si sottraeva con la fuga al rimpatrio e per quattordici settimane andava ramingo tra le nevi e le intemperie, dovendo mille volte la vita all'ospitalità di quegli Indiani, di cui la sua filantropia l'aveva fatto già prima ben noto campione. Ammirato e rispettato dagli avversari per la nobiltà del carattere, lo stesso governatore Winthrop gli indicava la baia di Narragansett come luogo non preteso ancora da alcuno, dove poter fondare quella comunità libera, di cui non aveva smesso per nulla l'idea. «Io considerai questo saggio consiglio, diceva Williams, come la voce di Dio»; ed un fragile canotto indiano, su cui egli s'imbarcava con cinque compagni, portava a quella volta il fondatore del Rhode Island ed i suoi primi cittadini.
Ad attestare la immutabile confidenza nella bontà di Dio volle chiamare Providence il nuovo soggiorno, ch'egli intendeva destinato «a servir d'asilo a tutti quelli che si trovavano nell'avversità per motivi di coscienza». Gli Indiani cedevano largo tratto di paese al loro benefattore e questi, nulla volendo per sè, lo legava in retaggio insieme con le istituzioni più libere, che il mondo civile avesse ancora veduto, ai sopravvenienti coloni, profughi la più parte, spiriti fieri della loro libertà di coscienza. Il Rhode Island fu sin dalle origini una democrazia pura, nella quale la volontà della maggioranza dovea governare lo Stato, ma «solo nelle materie civili»: in nessun altro stato, nonchè della futura Unione del mondo intero, ebbero così poco potere i magistrati e tanto i rappresentanti della comunità. «Gli annali di Rhode Island, se fossero scritti in uno spirito filosofico, dice il grande storico Giorgio Bancroft, esporrebbero le forme della società sotto un aspetto tutto particolare; se il territorio di questo Stato fosse stato in rapporto coll'importanza e l'originalità dei principi della sua prima esistenza, la sua storia fenomenale avrebbe riempiuto il mondo di meraviglia».
Mentre infatti l'intolleranza insanguinava l'Europa, facendo teatro la Germania di guerre religiose, l'Inghilterra di feroce dispotismo, la Francia di persecuzioni, l'Olanda stessa di lotte intolleranti d'opposte fazioni, la Spagna ed i suoi possessi di iniqui auto-da-fè, di là dall'Atlantico uno dei più grandi e più veri benefattori dell'umanità, Roger Williams, s'acquistava la gloria imperitura di fondare uno Stato sul principio della tolleranza e di imprimere in caratteri indelebili la impronta di questo sulle nascenti istituzioni americane. Se la società nuova d'oltre Atlantico non sapeva neppur essa liberarsi completamente da quell'intolleranza, per reagire alla quale era sorta, essa sapeva pur sempre creare per le sue e per le altrui vittime un rifugio, un castello franco della libertà intellettuale in tutte le sue forme. «Chi ha perduto la sua religione, correva il detto, può star sicuro di ritrovarla in qualche villaggio di Rhode Island»; così svariate erano le opinioni religiose della colonia nella quale secondo il principio di Roger Williams, confermato dall'Assemblea generale, «a tutti gli individui, di qualunque paese o nazionalità, Papisti, Protestanti, Ebrei o Turchi» dovea essere garantito il libero esercizio del loro culto. Nello stato di Rhode Island troveranno così rifugio sicuro i perseguitati d'ogni paese; adesso ricorrerà tra altri, bandita dal Mass., una donna di raro intelletto, Anna Hutchinson, la cui teoria improntata al principio della tolleranza l'aveva resa a quello stato pericolosa. Agli amici appunto di questa eroina della libertà, guidati da John Clarke e da Williams Coddington, si deve la colonizzazione dell'isola, detta, per una veduta somiglianza con quella di Rodi, Rhode Island. Anche questa nuova comunità si inspirò ai principî di quella di Providence: base del governo fu il consenso universale di tutti gli abitanti, un vero patto sociale fondato sull'amore reciproco.
Escluso pei suoi principî dalla lega stretta nel 1643 fra le altre colonie della N. Inghilterra e minacciato di smembramento a loro vantaggio, il Rhode Island trovava nel suo fondatore il salvatore: imbarcatosi per l'Inghilterra, Roger Williams per le potenti intercessioni di Sir Henry Vane, che glorificava il suo zelo coloniale ed i suoi risultati, otteneva dal Lungo parlamento nel 1644 una carta che conferiva a lui ed ai suoi amici il diritto di stabilire un governo di lor gradimento nella nuova colonia, riconosciuta autonoma col nome di «Piantagioni di Rhode Island e di Providence». L'assemblea generale nella sua riconoscenza voleva che il Williams ottenesse dal governo inglese la carica di governatore di tutta la colonia per un anno; ma l'uomo, che altra volta aveva dato prova d'infinita bontà intercedendo presso bellicose tribù indiane, pronte alla distruzione, in favore dei suoi persecutori del Mass., mostrava ora tutto il suo amore per la libertà: egli non acconsentiva ad una misura, che sarebbe stata un ben pericoloso precedente, ed il Rhode Island continuò a godere della sua illimitata libertà non solo religiosa ma anche politica. In esso tutti erano uguali, tutti potevano riunirsi e prender parte ai dibattiti nelle pubbliche assemblee, tutti aspirare agli impieghi. E la volontà popolare, pure in mezzo alle dispute alle rivalità alle lotte, frutti inevitabili d'una sconfinata democrazia, riusciva sempre a raggiungere come per istinto l'interesse generale, «Il nostro governo popolare, dicono gli atti di esso, non degenererà, come alcuni congetturano, in anarchia nè per conseguenza in una tirannia generale; perchè noi desideriamo al più alto grado di garantire a ciascuno sicurezza per la sua persona, la sua riputazione ed i suoi beni». — «Noi, diceva l'indirizzo rivolto dalla colonia nel 1654 al generoso Henri Vane, suo benefattore, noi siamo stati da lungo tempo affrancati dal giogo di ferro di quei lupi di vescovi; noi non siamo stati macchiati dei torrenti di sangue sparsi per le guerre nel nostro paese natale. Noi non abbiamo risentito le nuove catene dei tiranni presbiteriani, ed in questa colonia noi non siamo stati consumati dallo zelo troppo ardente di magistrati cristiani sedicenti pietosi. Noi non abbiamo appreso che voglia dire balzello; noi abbiamo quasi dimenticato che sia decima; noi abbiamo bevuto a larghi sorsi alla coppa della grande libertà quanto nessun altro popolo che noi conosciamo sotto tutta la volta del cielo».
§ 4. La colonizzazione del Connecticut. — Una medesima purezza di fini, una stessa sublime semplicità possono vantare gli inizi del Connecticut. Considerata come la via più propizia pel commercio delle pelliccie e passata ben presto in proverbio per la fertilità del suolo, la vallata del Connecticut non tardava a diventare oggetto di rivalità tra gli Olandesi, che primi l'avevano scoperta col Block fin dal 1614, ed i coloni della N. Inghilterra: senonchè, mentre i primi vi penetravano, risalendo il fiume, in veste di trafficanti e vi fondavano stazioni commerciali; i secondi immigrativi in veste di colonizzatori non tardarono a giungervi anche per via di terra, aprendosi il passo attraverso le vergini foreste. Una prima carovana di sessanta Pellegrini, uomini donne e fanciulli, arrivatavi nel colmo dell'inverno, nel 1635, sembrava dovesse cogli stenti subiti distogliere altri dal tentare la difficile prova, alla quale molti non resistendo erano tornati alla costa sfiduciati attraverso alle nevi; ma l'anno dopo s'internava a quella volta una seconda carovana più numerosa ed entusiastica, sotto la guida d'un celebre ministro, Thomas Hooker, «lume delle chiese dell'ovest». La componeva un centinaio di Puritani, reclutati fra i coloni più notevoli delle più antiche chiese della baia di Mass.: inesperti la più parte del lusso e degli agi della società europea, attraversavano a piedi le foreste, senz'altra guida che la bussola, cacciandosi avanti il bestiame; s'aprivano il passo con la scure dov'era necessario, facendo a malapena dieci miglia al giorno; valicavano con stento e pericolo fiumi e tratti paludosi; si nutrivano di latte e dormivano sulla nuda terra. Arrivati finalmente alle rive «deliziose» del Connecticut essi ed i loro seguaci si accingevano salmodiando ad un'opera non meno rude, quella di trasformare col loro lavoro una natura selvaggiamente feconda in un fertile suolo, esposti ad un tempo agli assalti feroci degli indigeni, qui più numerosi che in qualunque altra parte della N. Inghilterra, ed alle ostilità degli Olandesi. Assicuratasi la tranquillità con la completa distruzione della tribù degli indiani Pequod, i coloni di quello, che allora rappresentava il lontano Ovest, potevano darsi una costituzione politica, basata qui pure sul principio dell'associazione volontaria ed ispirata quindi alla massima libertà. Tutti coloro, che avessero prestato il giuramento d'obbedienza alla comunità, erano cittadini e ad essi spettava eleggere annualmente i magistrati ed i membri della legislatura, questi ultimi proporzionalmente alla popolazione dei singoli luoghi: tale il sistema mirabile di governo formato da umili emigranti, cui nè consuetudini inveterate, nè disuguaglianze ereditarie, nè interessi stabiliti, nè imposizioni estranee impedivano l'applicazione più semplice dei principî supremi della giustizia.
Colla stessa indipendenza era sorta l'anno innanzi, nel 1638, un'altra colonia puritana, fondata sul Connecticut da emigranti inglesi, guidati dal loro pastore John Davenport e dal rigido calvinista Theofilo Eaton. La primavera non rallegrava ancora il vergine paese, quando i coloni tenevano sotto una nuda quercia la loro prima assemblea, ed il pastore diceva loro che «come il figlio dell'Uomo» erano stati condotti nel deserto per esservi tentati. Dopo aver digiunato e pregato per un giorno, essi organizzarono la prima forma di governo sul suolo concesso loro mediante trattato dagli indigeni, costituendosi semplicemente in un'associazione di piantatori, i quali si davano reciproca promessa di sottomettersi «alle prescrizioni che loro traccerebbero le Scritture». Fine essenziale dell'ordinamento politico era infatti per essi quello di assicurare l'osservanza della purità e della pace, e con tale intendimento sette persone competenti, tra cui il Davenport e l'Eaton, venivano incaricate di organizzare il governo. Furono questi «i sette pilastri» della nuova «Casa della Saggezza» nel deserto. Essi ammisero a far parte dell'assemblea generale tutti i membri della chiesa, stabilirono annuali le elezioni dei magistrati e proclamarono che unica regola degli affari pubblici sarebbe stata la parola di Dio: la Bibbia diventava così il libro degli statuti di New-Haven! Ogni nuova comunità sorta in seguito nel suo territorio fu considerata essa pure una Casa di saggezza, sostenuta dai suoi sette pilastri ed aspirante ad essere illuminata dall'eterno lume! I mistici coloni ai preparavano per tal modo alla seconda venuta del Cristo, in cui fermamente credevano, mentre il lavoro positivo delle lor braccia dissodava sempre nuove terre ed estendeva di fronte a Long Island la colonizzazione inglese!
§ 5. L'estremo nord ed il New Hampshire. — Origini alquanto diverse ebbe la colonizzazione inglese nella parte più settentrionale della N. Inghilterra. Dopo i primi infruttuosi tentativi da parte della società di Plymouth, la quale come vedemmo nel 1607 vi fondò uno stabilimento di ben poca durata, e dei Francesi, ivi stanziati per esercitare la pesca ma ben presto scacciati dai coloni della Virginia, si susseguirono intrepidi avventurieri, attratti più che altro dai ricchi proventi della caccia e della pesca, senza che sorgessero vere colonie: erano gruppi di capanne sperse qua e là a grandi intervalli, senz'alcun centro comune di attrazione, senza alcuna giurisdizione politica da cui dipendere. Il consiglio di Plymouth, proprietario come vedemmo del paese, emanava dal 1629 al 1631 una serie di lettere patenti, che dividevano fra diversi concessionari tutto il territorio dal Piscataqua al Penobscot. La poca precisione però di queste patenti era tale da presagire infinite discordie fra essi; mentre l'indeterminatezza dei confini colla Nuova Francia doveva produrre inevitabili contese tra i coloni delle due nazioni. S'aggiunga a ciò la condotta dei proprietari, i quali intendevano di trarre un provento da quelle terre più che di colonizzarle, e la natura del paese sfavorevole alla fondazione di colonie agricole. La caccia, la pesca, la foresta offrivano agli abitanti mezzi di vita più immediati e sicuri che non l'agricoltura; dispensandoli per di più dal comperare dai concessionari un palmo di suolo.
I membri del Gran consiglio di Plymouth, ridotti all'inazione dopo aver concesse tutte le terre situate tra il Penobscot e Long Island, si risolvevano alla fine a rassegnare la loro carta, destituita oramai del minimo valore. Parecchi membri di esso però, volendo diventare individualmente proprietari d'immensi territori, fecero prima annullare le concessioni anteriori; quindi, convocata nel 1635 una riunione dei lords, tutta la costa a partire dall'Acadia fino di là dall'Hudson fu divisa in lotti e sorteggiata fra essi: provincie intere divennero così proprietà privata in virtù d'una lotteria, benchè la difficoltà maggiore dovesse consistere nell'entrare in possesso di questi lotti, occupati qua e là dalle nascenti colonie.
Ferdinando Gorges inviava un nipote a rappresentarlo nella porzione americana di sua pertinenza; e Saco, villaggio allora di 15 abitanti, vedeva così nel 1636 un primo tribunale, una prima parvenza di governo nel paese, che in onore a quanto pare della francese Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra, si chiamò Maine. Riconosciuto poi lord proprietario del territorio in virtù d'una carta regia del 1639, il Gorges si diede con più lena ad escogitare fantastici piani di governo con deputati, consiglieri, marescialli, maestri d'artiglieria e via di questo passo, benchè tutte le prerogative regie, che il suo rappresentante potè trovare nel principato, fossero appena sufficienti ad ammobigliare meschinamente una capanna! Morto lui, e non essendosi alcuno curato di raccogliere la sua poco proficua eredità americana, i commissari europei, che ripetevano i loro poteri dal proprietario, si ritiravano; ed i coloni abbandonati a sè medesimi di loro libero ed unanime consenso si costituivano nel 1649 in una associazione politica autonoma, seguendo l'esempio oramai comune nella N. Inghilterra.
Ben presto però il Mass. avanzò delle pretese su quel territorio, basandole sulla sua carta, e se l'aggregò: i diritti di proprietà furono scrupolosamente salvaguardati; la libertà di coscienza fu garantita a tutti gli abitanti, gli episcopali compresi; il diritto di cittadinanza esteso a tutti i coloni. Il Maine godette così nel campo politico, nonostante l'unione, quella libertà, che era imposta del resto dalle stesse condizioni sociali d'una popolazione rara, disseminata su vasto territorio, e data più alla pesca e alla caccia che all'agricoltura, e divenne esso pure un luogo di rifugio pei perseguitati a motivo di religione. Così quando i proprietari residenti in Inghilterra vollero far valere presso Cromwell i loro diritti, degli abitanti del Maine protestavano dicendo che separarli dal Mass. sarebbe stato per essi «il rovesciamento d'ogni ordine civile».
Nè solo sul vecchio possesso del Gorges, che non gli sfuggirà sino al 1820, ma anche su quello del Mason il Mass. elevava pretese appoggiandosi alla sua carta. Era esso il New Hampshire, così denominato dalla contea inglese da cui erano partiti alcuni dei primi coloni. La sua colonizzazione aveva avuto origini non molto dissimili da quella del Maine e non molto più rapido ne era stato lo sviluppo; giacchè i suoi stabilimenti, fra cui Portsmouth e Dover s'erano fondati già nel 1623, avevano per scopo più che altro la pesca. Narrasi anzi che ad un predicatore, il quale pretendeva che la religione fosse stata il fine della loro venuta in quei luoghi, i coloni rispondessero: «sbagliate, signore; credete forse di discorrere colla gente della baja di Mass.? il nostro fine principale è stato quello di prendere i pesci».
Rimasti dopo la morte del Mason in balia di se stessi fra le contese dei pretendenti, gli abitanti del New Hampshire ad evitare i pericoli dell'anarchia avevano pensato bene di cercare un rimedio nell'esercizio dei loro diritti naturali e con un atto da parte loro spontaneo s'unirono ai potenti vicini del Mass., non come provincia ma sul piede d'uguaglianza, come parte integrante della colonia. Le rive del Piscataqua non erano però abitate da puritani, e l'organizzazione del Mass. mal poteva convenire ai nuovi acquisti. L'assemblea generale di esso adottava così nel 1642 una risoluzione prescritta dalla giustizia, non esigendo nè che gli uomini liberi nè i deputati del New Hampshire fossero membri della chiesa. Nel 1680 il New Hampshire veniva staccato dal Massachusetts e posto sotto un governatore regio; e più tardi ancora al cadere del secolo seguente dal seno di esso usciva un nuovo Stato della Unione Americana, il Vermont (o Monte Verde), esplorato per la prima volta dal Champlain nel 1609 ma rimasto per lungo tempo pressochè disabitato.
§ 6. Svolgimento della N. Inghilterra. — Fratellanza etnica, conformità d'ideali politici e religiosi, identità di origini, affinità di vita e di costumi, uniformità di clima e di suolo, comunanza di pericoli prepararono così nella N. Inghilterra una società compatta, facendo delle sue colonie un tutto pressochè omogeneo, per quanto separato fosse il governo e la storia interna di ciascuna di esse. Ed a rinsaldare quasi queste affinità interveniva alle origini della sua storia una lega fra le varie colonie. Bisognosi d'aiuto contro le ostilità degli Olandesi i coloni del Connecticut ne avevano slanciata la prima idea fino dal 1637, e nel 1643 le «colonie unite della Nuova Inghilterra» non «formavano più che un sol corpo». Protezione contro le usurpazioni degli Olandesi e dei Francesi, sicurezza di fronte alle tribù indiane, libertà d'insegnare in perfetta pace il Vangelo nella sua pienezza, ecco i motivi di questa confederazione, che non abbracciava però tutte le colonie della N. Inghilterra: non vi si ammisero infatti gli abitanti situati di là dal Piscataqua perchè «seguivano una via diversa» dai puritani «così negli affari del culto come nell'amministrazione civile»; nè tanto meno i piantatori di Providence quantunque desiderassero d'entrarvi, e neppure quelli di Rhode Island, perchè non intendevano di aderire alla clausola di esser incorporati nella giurisdizione di Plymouth. I singoli governi dell'unione si riservavano intatta la loro rispettiva giurisdizione locale: le questioni d'interesse comune, prime fra tutte quelle attinenti alla pace ed alla guerra ed alle relazioni cogli Indiani, spettavano ad una commissione composta di due delegati per ogni colonia, quali che ne fossero la importanza e la popolazione, e la sola condizione richiesta per esercitare tale carica era quella di membro della chiesa; la commissione non possedeva alcun potere esecutivo, spettando ai singoli governi di eseguire le sue deliberazioni: le spese comuni dovevano essere ripartite secondo la popolazione.
Sentimento d'indipendenza, spirito democratico, gelosia di selfgovernment, ascetismo religioso, i fondamenti in una parola delle singole colonie, diventavano così la base di questo primo governo federale, che nonostante la sua organizzazione semplicissima fece della Nuova Inghilterra un'unione, la quale si mantenne per circa quarant'anni ed anche rovesciata rimase un precedente storico destinato a risorgere anzichè a tramontare nella coscienza del popolo americano.
È nella lotta coll'elemento indigeno specialmente che questa unione dimostra la sua utilità. I rapporti dei bianchi cogli indigeni nella Nuova Inghilterra erano stati in sulle prime cordiali. Massasoit, sachem dei Wampanoag, tribù un giorno potentissima ma allora indebolita dalle epidemie, aveva stretto coi Pellegrini un trattato di alleanza religiosamente rispettato dal capo indiano. Tanto nella colonia di Plymouth che in quella del Mass. nessuno doveva prender nulla dagli Indiani senza dar loro un equivalente convenuto; nel 1631 il tribunale del Mass. decretava che «Giosuè Plastone, per aver rubato quattro panieri di granturco agl'Indiani dovesse renderne loro otto; poi che dovesse pagare cinque sterline di multa e che d'allora in poi fosse chiamato semplicemente Giosuè invece di signor Giosuè come lo chiamavano prima». Tali scrupoli giuridici salvavano però la legalità più che l'equità; i poveri Indiani andavano spogliandosi delle loro terre migliori, cedendole dietro regolari trattati o vendendole per un nonnulla, per una coperta per un coltello per un gingillo qualunque, senza che lo stretto diritto naturalmente trovasse in tali casi nulla a ridire.
Ben più sincero invece era lo zelo dei primi ministri puritani, i quali, desiderando ardentemente di salvare «questi naufraghi dell'umanità», fecero gli sforzi maggiori per convertirli e ridurli al lavoro metodico della vita civile, riunendoli in villaggi permanenti: John Eliot, l'apostolo degli Indiani, si acquistava in quest'opera una fama ben meritata traducendo in indiano il Vangelo e raccogliendo nella città di Natick, Mass. i convertiti alla fede ed alla civiltà; e l'esempio suo seguito da altri portava alla fondazione d'una trentina di chiese dei così detti «Indiani preganti».
Ma l'elemento indiano nel suo complesso era troppo refrattario alla nuova vita civile, troppo fiero per lasciarsi spogliare in un modo o in un altro delle sue terre migliori senza reagire. Ed allora i coloni stretti dalle necessità della vita ricorrevano di fronte alle tribù più bellicose a quei mezzi di sterminio, di cui la civiltà li forniva, a quelle armi da fuoco di fronte cui ben poco potevano le misere freccie indiane per quanto avvelenate: così al capo dei Narraganset, che mandava in atto di sfida al governatore Bradford un fascio di freccie avvolte in una pelle di serpente a sonagli, questi rinviava la pelle piena di polvere e palle, gettando lo scoramento nella tribù; così i coloni del Connecticut, come vedemmo, minacciati nella loro esistenza dai bellicosi Pequod li avevano, aiutati dagli abitanti delle altre colonie, addirittura distrutti in breve guerra, infliggendo un così salutare terrore agli indigeni, che per circa quaranta anni la pace fra le due razze non fu turbata. Fossero così pacifici o belligeri i rapporti fra le due razze, il risultato di essi era sempre lo stesso: l'accrescimento costante dei Bianchi toglieva ogni giorno più ai Pellirosse i mezzi ordinari di sussistenza, limitando il campo delle loro cacce, le acque delle loro pesche, il suolo della loro grama e sporadica coltivazione.
Verso il 1675 gli Indiani potevano elevarsi ad un 30.000 in tutta la N. Inghilterra ad ovest del fiume Santa Croce; il forte di essi era specialmente nel Connecticut e Rhode Island, dove a differenza del Mass. non v'erano state negli ultimi tempi epidemie devastatrici: in essi le forti tribù dei Narragansetts, dei Pokanokets, dei Mohegans ed altre. Prendendo quindi per linea di divisione il Piscataqua verso il 1675 si sarebbero trovate all'ovest 50.000 bianchi ed appena 25.000 Indiani; all'est circa 4000 bianchi e forse qualche cosa di più di Pellirosse.
Preoccupato del triste avvenire della sua razza il sachem indiano Filippo, figlio di quel Massasoit amico fedele dei primi coloni, risolveva in quell'anno di riunire in uno sforzo disperato tutte le varie tribù per scacciare i bianchi dal paese e dal Maine al Connecticut riusciva a stringere insieme le sparse tribù, preparando il suo piano con tanta sagacia che la guerra scoppiava quasi repentina su una linea larga un duecento miglia. Fu questa la guerra indiana detta «del re Filippo», terribile per gli incendi, le distruzioni, i saccheggi, gli improvvisi attacchi notturni, in cui tutta consisteva la tattica degli Indiani, troppo deboli per misurarsi in campo aperto coi bene armati coloni.
Ebbe a soffrire specialmente di essa il Mass. occidentale, che vide l'una dopo l'altra incendiate le sue città; nè d'altra parte stettero meglio gli Indiani, una delle cui tribù, quella dei Narragansetts, veniva pressochè sterminata. Filippo, risoluto nonostante i disastri dei suoi di tener testa fino all'ultimo, si batteva disperatamente per un paio d'anni, uccidendo perfino, a quanto dicesi, un suo guerriero che gli consigliava la pace: solo quando gli catturarono la donna ed il figlio, rimaneva infranta la fibra dell'eroe nazionale, che poteva essere finalmente schiacciato: «ho il cuore spezzato, esclamava egli, ora son pronto a morire». Preso cadeva sotto i colpi di coloro, che gli davano la caccia, ed il figlio suo, ultimo rampollo d'una stirpe potente, veniva venduto come schiavo alla Bermuda. Il primo sforzo collettivo degli Indiani contro gli usurpatori bianchi veniva così infranto miseramente e colla rovina di esso era rimosso nella N. Inghilterra il maggior ostacolo al diffondersi della colonizzazione bianca, fino allora ristretta di preferenza alla costa, nell'interno del paese.
Nè solo la lotta per la conquista cruenta del suolo ma anche quella per la difesa della libertà trovava nella lega neoinglese un valido istrumento: su essa la Nuova Inghilterra poteva fidare per tener testa alle malfidenze del Lungo Parlamento, per strappare il favore del Protettore, per resistere alla censura degli Stuart dopo la Restaurazione. Gli avvenimenti interni della madrepatria, i torbidi, i lutti, le agitazioni di essa si risolvevano così in un vantaggio inestimabile per le colonie settentrionali, permettendo loro di godere per lunghi decenni d'una effettiva indipendenza, durante la quale i germi importati si sviluppavano in una fiorente società democratica. Già Carlo I, non sordo ai consigli di chi gli sussurrava all'orecchio che questi emigranti «avevano in vista non solo una nuova disciplina ecclesiastica ma la potenza sovrana», aveva in animo di ritirare le patenti concesse; ma il covenant nazionale degli Scozzesi ed il precipitare degli avvenimenti dietro ad esso gliene toglievano il tempo e la voglia. Salvate così miracolosamente dalla rivoluzione contro il monarca, le libertà della Nuova Inghilterra venivano però minacciate dal Lungo Parlamento, il quale intendeva di limitarle, pretendendo il diritto di riformare le decisioni delle corti di giustizia coloniali e di esercitare la sua vigilanza sui governi locali; ma il Massachusetts, che era il più minacciato, risolveva nel 1646 in mezzo alla generale agitazione degli animi di non restituire l'antica carta «regia», nè di accettare quella nuova, già presa in esame dal Parlamento, e così grazie al suo atteggiamento risoluto lo statu quo, dopo lungo battagliare da ambo le parti, rimaneva inalterato nella N. Inghilterra.
Il protettorato del Cromwell lasciò pur esso la N. Inghilterra godere dei benefici del selfgovernment e della libertà del commercio, ancor più radicando così alla terra quel popolo, che, invitato, rifiutava di stabilirsi nonchè in Irlanda, sotto il cielo ridente delle Bahama, sul fertile suolo della Giamaica o della Trinità.
La restaurazione incominciò essa pure sotto buoni auspici: Carlo II, che una caricatura del tempo rappresentava ballando, con un'amante per braccio, mentre ghignanti cortigiani gli rubavano di tasca le provincie, se regalava a parenti ed amici con incosciente generosità le terre d'America, senza curarsi di chi oramai le aveva fatte sua patria, inaugurava d'altra parte il suo governo con segni di benevolenza verso alcune delle colonie americane. Così il governatore Winthrop il giovane otteneva pel Connecticut una carta, che univa insieme gli stabilimenti di Hartford e Newhaven in una sola colonia, estendendone i confini sino al Pacifico, e le concedeva tali franchigie da costituirla anche di diritto libera e come indipendente quale era stata fino allora di fatto. Ed una consimile patente riceveva nel 1663 la colonia di Rhode Island.
Solo faceva il viso dell'armi tra il giubilo pressochè generale il ferreo Massachusetts, il quale si rifiutava di consegnare tre degli stessi giudici del decapitato Carlo I rifugiatisi in esso: un anno dopo la restaurazione soltanto il nuovo governo inglese veniva riconosciuto in questa colonia, la quale però approfittava di tale occasione per riaffermare i suoi diritti. Gli Stuart alla loro volta vi mandavano dei commissari inglesi, coll'incarico di regolarsi a seconda delle circostanze, nell'intento di limitare le libertà della colonia, e li portava in Boston la stessa flotta che doveva conquistare la Nuova Olanda: la popolazione assumeva però un atteggiamento minaccioso; si mandava al re un indirizzo pel ritiro dei commissari, e la questione pel momento rimaneva sospesa in seguito anche a vicende interne dell'Inghilterra. Il disegno di diminuire il territorio e l'influenza del Mass. e d'annullarne infine la patente non veniva con ciò abbandonato: dapprima veniva sottratto alla sua giurisdizione il New Hampshire, che nel 1680 diventava una colonia regia, la prima della N. Inghilterra; e poi nel 1684 si revocava la carta della colonia, senza che questa potesse colla forza opporsi al colpo di lunga mano preparato. L'ostacolo maggiore era così tolto di mezzo a quel disegno d'unificazione delle colonie settentrionali e centrali, che il governo sognava e di cui era incaricato l'energico sir Edmondo Andros, mandato in America come governatore di Nuova York nel 1674. L'opera sua non assecondata abbastanza dal debole Carlo II pel momento non trionfava; ma veniva ripresa con maggior fortuna sotto gli auspici dell'assolutista Giacomo II, che procedette in essa senza il minimo scrupolo dei diritti acquisiti delle colonie in possesso di carte regie. L'Andros nel 1686 si recava a Boston quale governatore regio di tutte le colonie settentrionali, il che era a dire distruttore delle loro immunità. I puritani del Mass. videro profanato il loro ritiro dall'introduzione della chiesa episcopale; i cittadini di Rhode Island si videro spogliati della loro patente; quelli del Connecticut la conservavano materialmente per l'ardire di Giuseppe Wadsworth, che, sottrattala di soppiatto dalla sala dell'assemblea, la nascondeva nel tronco d'un albero rimasto storico per secoli col nome di «quercia della carta», ma la videro conculcata nel fatto dall'Andros, che di suo pugno apponeva irritato la parola finis in fondo al libro dei protocolli delle sessioni.
La rivoluzione inglese del 1688 salvava però ancora una volta il libero reggimento della Nuova Inghilterra: Boston insorgeva alla notizia di essa, il governatore regio veniva gettato in carcere; e tutto il paese, rivendicando le antiche sue carte, ripristinava di fatto le sue repubbliche democratiche, dipendenti di nome dal re d'Inghilterra, governate in realtà dalla sola rappresentanza popolare.
§ 7. La società della N. Inghilterra e la sua forza d'espansione. — All'epoca della seconda rivoluzione inglese circa 75.000 bianchi, che rappresentavano in buona parte una vera selezione morale della razza inglese, abitavano la N. Inghilterra ed avevano iniziato la trasformazione del deserto con tale successo da destare l'ammirazione del mondo contemporaneo: più della metà di questa popolazione apparteneva alla colonia del Massachusetts, il quale comprendendovi il Maine e la prima colonia dei Pellegrini, la gloriosa per quanto poco sviluppata Nuova Plymouth che nel 1692 entrerà a far parte di esso, annoverava un 44.000 anime; il Rhode Island e Providence un 6.000; altrettante New Hampshire; da 17 a 20.000 il Connecticut.
La libertà aveva portato i suoi frutti, permettendo al paese di sviluppare senza alcun ostacolo tutte le sue energie: gli atti di navigazione della metropoli non erano stati rispettati; nessuna dogana era stata stabilita. Alla penuria dei primi tempi era successa l'abbondanza: la produzione era ormai superiore al consumo, e s'esportavano pelli, legname, pesce e grano, quest'ultimo nelle Indie Occidentali: l'industria navale, la quale già prima del 1643 dava bastimenti di 400 tonnellate, era quanto mai progredita e con essa la navigazione, monopolizzata può dirsi dal Massachusetts, che faceva il trasporto delle mercanzie per tutte quasi le colonie e mandava i suoi navigli sotto tutti i climi del mondo, mentre la rada di Boston vedeva già bastimenti di Spagna e d'Italia, di Francia e d'Olanda: la stessa industria vi aveva già da un pezzo fatto il suo ingresso, fino cioè dal 1643 in cui erano sorte le prime fabbriche per la lavorazione del cotone fatto venire dalle Barbados.
Scarsa era invece la moneta, giacchè dall'Inghilterra ben poca ne veniva, mentre le colonie dovevano mandarne per le loro provvigioni: nei primi tempi anzi al difetto di essa si era sopperito con lo scambio dei generi e l'uso dei wampun, delle pelli di castoro, del granturco, delle palle di piombo; ma col 1653 s'era impiantata nel Mass. una prima zecca.
La vita degli abitanti era ancora semplicissima, per quanto generale fosse la prosperità, la mendicità ignota e rarissimo il furto. Gli stabilimenti consistevano essenzialmente in comunità d'agricoltori, situate presso la riva del mare: al nord del Piscataqua erano villaggi che dovevano la loro origine al commercio delle pelli di castoro più ancora che al traffico dei legnami ed alla pesca; più al sud città isolate in riva all'Oceano ed ai fiumi necessari pei molini; nell'interno del paese la colonizzazione incominciava appena allora a penetrare. Le case per lo più erano in legno e mattoni, più rare quelle in pietra; dimessi gli abiti; gli uomini in calzoni corti, casacca, bavero, manopole bianche, mantello corto e cappello alto a larga tesa, nelle solennità una fusciacca a colori smaglianti, bottoni di oro o d'argento e stivaloni colla rivolta; le donne un modesto abito di panno tessuto in casa e alla domenica il cappuccio di seta, le maniche e le cuffie ricamate; frugali i pasti consistenti in granturco bollito nel latte, carni di maiale, legumi, erbaggi, pane di segala, sidro e birra.
Data la parità di condizione dei primi coloni più o meno mantenuta grazie alla povertà del suolo ed alla divisione dell'eredità in parti uguali, che non permettevano un troppo rapido formarsi ed accumularsi della ricchezza colla sua conseguenza inevitabile, il riflettersi cioè delle disuguaglianze economiche nella costituzione politica e sociale, regnava in quella società, cui erano ignote le ingenti fortune, una grande uguaglianza. Nè questa era una convinzione filosofica, ma la constatazione d'un fatto evidente e palpabile: goodman, goodwife (buon uomo, buona donna) si chiamavano famigliarmente fra loro, riservando per ben pochi il mister o mistress (signore o signora), per gli ecclesiastici ed i magistrati più che altro. Lo sviluppo d'una coltura largamente diffusa per quanto elementare favoriva poi ancor più questa eguaglianza, togliendo di mezzo quell'abisso intellettuale, che ordinariamente separa le classi abbienti da quelle non abbienti.
Costume alle origini era diventata ben presto legge nei codici della Nuova Inghilterra che «nessuno dei fratelli dovesse soffrire nella sua famiglia una grossolanità spinta al punto di non dare ai figliuoli ed ai dipendenti l'istruzione necessaria per metterli in stato di leggere perfettamente la lingua inglese». Così fino dal 1647 i legislatori del Mass. stabilivano che in ogni luogo, dove abitassero cinquanta proprietari d'immobili, dovesse esservi un maestro «affinchè la cultura dei nostri progenitori non rimanga sotterrata nelle loro tombe» ed ogni ragazzo crescesse sapendo leggere e scrivere la propria lingua; in ogni centro, dove vivessero cento o più famiglie, una scuola di grado superiore o di «grammatica» che desse poi l'adito all'università. Il bisogno d'una elevata cultura era infatti tanto vivo fra i primi Puritani, molti dei quali erano stati allevati nelle università inglesi, che fino dai primi tempi avevano pensato alla fondazione d'una università: Harvard College rimonta infatti al 1636 e si ricollega al ricco emigrato Giovanni Harvard, che morendo nel 1638 legava al collegio la sua biblioteca oltre alla metà dei suoi beni; ulteriori donazioni di privati e perfino regolari contributi dei cittadini assicuravano in seguito la floridezza dell'istituto. Questo del resto come gli altri stabilimenti congeneri, più che vere università nel senso moderno della parola erano scuole medie, paragonabili ed anzi inferiori, se ne eccettui per certi studi professionali, ai nostri licei. Se gli alti studi facevano però difetto, l'istruzione media ed elementare era più diffusa che in alcun altro paese. La favoriva oltre delle scuole la lettura, che in una società, dove nei primi tempi in ispecie ballo, teatro, giochi d'azzardo ed altri divertimenti del genere erano severamente proibiti, costituiva uno dei rari passatempi concessi agli abitanti in quelle lunghe e monotone veglie d'inverno, ch'essi passavano bloccati dalla neve nelle lor case; la favoriva ancor più la stampa locale, che già dal 1639 s'era introdotta nella N. Inghilterra: dei racconti di viaggi, dei pamphlet politici, i classici più noti, le opere dei moralisti formavano può dirsi tutta la cultura del paese.
Più ancora dell'istruzione poi era curata la morale, posta essa pure sotto l'egida della legge, che s'intrometteva nella vita privata, proibendo ad esempio come nel 1634 «mode nuove ed immodeste, maniche così corte da potersi vedere il braccio ignudo, maniche e calzoni smisuratamente ampi etc.», obbligando ciascuno a vestire a seconda della sua condizione, e così via. Santa la famiglia, la cui purezza era gelosamente custodita dalla legge: la donna adultera e il suo complice erano condannati a morte; mentre il seduttore d'una fanciulla era obbligato a sposarla: di divorzio mancano esempi nei primi tempi, ma una clausola di uno degli statuti riconosceva la possibilità di tale avvenimento, mentre respinta affatto era la separazione di corpo e di beni, l'anomalia della legislazione moderna per la quale il colpevole è bene spesso premiato, l'innocente punito. Considerata delitto pubblico la crudeltà verso gli animali; ritenuta peste del paese gli uomini di cattivi costumi, ai quali bene spesso era interdetto il soggiorno e tolti i diritti civili. Si poteva vivere là più anni senza vedere un ubbriaco, senza udire un giuramento, senza imbattersi in un mendicante.
Mite relativamente all'epoca la legislazione, se ne eccettui nelle cose di religione: un gran numero di misfatti puniti altrove di morte erano stati quivi cancellati dalla lista dei delitti capitali; la protezione della proprietà non arrivò mai al sacrificio della vita umana; le pene inflitte pel furto e pel brigantaggio erano meno severe di quelle della stessa legislazione americana del secolo XIX. Feroce invece la legge nei suoi rapporti col culto, nei primi tempi in ispecie, quando nessuno poteva sottrarsi senza plausibile motivo alle pratiche religiose, che obbligavano a rimanere in chiesa per ore ed ore, e chi non vi si faceva vedere per un mese intero veniva messo al palo od esposto al pubblico per ludibrio in una gabbia di legno! Ancora nel 1692, in seguito al triste influsso esercitato sullo spirito pubblico da un libro del fanatico pastore Cotton Mather sulla stregoneria, scoppierà una vera follia religiosa contro le supposte streghe: una ventina di persone verranno in breve regolarmente giustiziate ed oltre una cinquantina tormentate e martoriate sino alle più strane confessioni, finchè l'orrore per questi veri assassini metterà un alt all'infame follia, gettando il discredito sulla feroce bacchettoneria dei pastori.
Austero e spirituale quanto mai il culto puritano; chè i Puritani, liberandosi di tutte le inutili formalità, non invocavano santi, non elevavano altari, non adoravano crocefissi, non baciavano libri e pile, non veneravano reliquie, non chiedevano assoluzioni, non pagavano decime, non vedevano nel matrimonio un atto religioso nè un essere sacro nel ministro del culto, il quale veniva confermato dai fratelli o dagli altri ministri. E mentre nel campo religioso il puritanesimo spiritualizzava ogni giorno più il calvinismo, da cui era derivato, nel campo sociale lo umanizzava ogni giorno più.
Cessando infatti sul democratico suolo della Nuova Inghilterra, dove non c'erano caste ereditarie da rovesciare, di fare la sua idea dominante di quel principio della predestinazione, con cui il fondatore plebeo del calvinesimo aveva opposto all'aristocrazia feudale la nobiltà senza macchia degli eletti predestinati dal principio del mondo, il puritanesimo s'imprimeva a poco a poco un carattere proprio, arrivando ad adottare la carità come base del suo insegnamento morale. Dio sarà per esso l'«essere universale», la natura in tutta la sua complessità null'altro che «una emanazione della pienezza infinita di Dio»; cosicchè l'amore del creatore comprenderà l'amore per quanto esiste, si ridurrà cioè nell'attaccamento per tutti, in una benevolenza universale, e la gloria di Dio implicherà la salute e la gloria dell'umanità. Combattere per la salute di essa, lottare cioè per una giusta causa, sarà il modo migliore di eseguire la volontà del Signore, sarà farsi strumento addirittura dei suoi decreti ab eterno.
Così la N. Inghilterra per una sublime inconseguenza concilierà il fatalismo panteistico, incarnato nella sovranità assolata di Dio, con la libertà umana e, rifuggendo da ogni ozioso ascetismo, riporrà nell'energia del volere, nell'agire per un nobile fine l'ideale pratico della sua vita pubblica e privata. Individuo e società venivano così ad imbeversi di questo spirito religioso, ed il rigore straordinario d'una credenza austera, la forte disciplina ecclesiastica dei primi nuclei scolpivano il tipo morale del paese. Il fanciullo venendo al mondo era allevato al genio del paese; nel suo cervello non entravano può dirsi nozioni che non fossero marcate d'una impronta cristiana: il suo primo ed in molti casi ultimo libro, il suo vademecum per la vita oltrecchè per la scuola elementare, sarà quel New England primer, il quale redatto da un'assemblea di 120 ministri conterrà il Credo, delle preghiere, dei piccoli inni o delle canzoni religiose in versi corti, delle massime tolte dai libri santi o da opere teologiche, delle esortazioni morali, ed alla fine il dialogo fra Cristo, la gioventù ed il diavolo: se oltrepasserà poi la cultura inferiore, troverà nella grama letteratura del paese la stessa impronta morale.
In perfetta corrispondenza con lo stato materiale e morale del paese, la letteratura infatti della N. Inghilterra, iniziata può dirsi dal governatore Bradstreet con una storia della colonia di Plymouth, sarà necessariamente ben povera, mentre altre e più urgenti occupazioni assorbivano gli animi ed impiegavano i corpi, si riduceva più che altro a qualche traduzione, a qualche libro di morale e di teologia, a qualche noioso poema epico o religioso: così Riccardo Mather insieme col Welde e l'Eliot dava una traduzione dei Salmi, elegante nella sua fedeltà e semplicità; Beniamino Thomson dettava un lungo poema epico sulla celebre lotta del 1675-76 dal titolo «Crisi della N. Inghilterra»; Michele Wigglesworth ne componeva uno assai più popolare intitolato «Il giorno del Giudizio». Era insomma una letteratura antimondana per eccellenza, la quale, frutto dell'ambiente, contribuiva alla sua volta a plasmare le nuove generazioni sullo stampo di esso.
La severa concezione della vita individuale si convertiva in una non meno severa della vita sociale; la missione morale dell'uomo si integrava in quella politica del cittadino, compenetrando di sè tutta la vita di quello stato, che era una cosa sola con la religione. Le istituzioni della N. Inghilterra non sono altro che calvinesimo in azione: la sua teocrazia è tale solo in apparenza, riducendosi in sostanza ad una perfetta democrazia; giacchè, se i ministri della chiesa governavano lo Stato, essi venivano però eletti dai membri di quella chiesa, cui tutti potevano anzi dovevano partecipare. Il principio puritano la «voce della maggioranza essere la voce di Dio» portava infatti per conseguenza necessaria la sovranità del popolo.
Dalla convinzione profonda che fede indipendenza e prosperità pubblica erano aspetti diversi d'una cosa stessa, che non si poteva disinteressarsi di una senza metter in pericolo le altre, si generava quel patriottismo fervente, quella potente unità morale e sociale della N. Inghilterra che ne faranno l'antesignana della libertà. Quando infatti lo spirito calvinista avrà perduto per forza di tempi, di esigenze sociali, di contatti diversi quella sua rigidità primitiva, quell'intolleranza fanatica che non si limitava a predicare contro l'uso dei veli e dei capelli lunghi, ad imporre nomi biblici ai neonati, a togliere la croce dalla bandiera inglese, ma arrivava pur troppo a stringer capestri al collo di quaccheri e ad abbruciare povere donne accusate di stregoneria, rimarrà pur sempre l'essenza di esso: l'intolleranza della legge disarmerà, ma per essere supplita da quella dell'opinione, fortificata dall'abitudine e divenuta un istinto; la tolleranza trionferà, ma se potrà menomare la vivacità e la spontaneità della fede negli spiriti non potrà indebolire il vigore della disciplina nei costumi; il fanatismo della libertà tramonterà, ma dopo aver creato una società, cui sarà ignota ogni autorità che non sia quella razionale della libera convinzione dello spirito pubblico.
Come l'intolleranza fu il sale che conservò pura la moralità del paese (prova non dubbia quel Rhode Island il quale, fatto rifugio oltrecchè delle coscienze perseguitate delle eccentricità insofferenti d'ogni freno e della gente irrequieta o viziosa bandita da altre sedi, si troverà al cadere del periodo coloniale in uno stato di vera demoralizzazione pubblica e privata, con scuole miserabili, indietro di più che cent'anni rispetto a quelle del Massachusetts); così l'ordinamento amministrativo fu la garanzia più valida di quelle libertà, che i primi coloni avevano inaugurato. È merito infatti della democrazia di villaggio inaugurata nei primi tempi e fedelmente mantenuta in seguito, se potè svilupparsi nella N. Inghilterra quella rigogliosissima vita politica, ch'era integrazione ultima della sua prosperità economica e della sua elevatezza intellettuale e morale.
Se all'occhio di un osservatore superficiale la N. Inghilterra risulta composta dalle quattro colonie di Massachusetts, Rhode Island, Connecticut e New Hampshire, essa si presenta a chi penetri nella sua storia come un aggregato di tante piccole democrazie, quanti erano i suoi stabilimenti, i suoi comuni. Il township infatti era stata ed era la cellula di quell'uniforme tessuto sociale. Per una specie di covenant tra gli abitanti, frutto da un lato dell'abitudine di vivere e governarsi in congregazioni religiose indipendenti, tendenza dall'altro innata nella razza pel selfgovernment, il township della N. Inghilterra s'era costituito, come vedemmo, in organismo politico completo: più tardi i township si erano avvicinati, obbedendo alla necessità d'una cooperazione contro gli Indiani ed anche d'una intesa comune per difendere e godere dei diritti e privilegi dichiarati comuni da una carta a tutti gli abitanti di quel dato territorio; e così era sorta la colonia, la quale però non aveva distrutto il town primitivo. Nel Rhode Island ad esempio a termini della carta del 1647, primo patto segnato fra i 4 towns indipendenti, l'assemblea non era chiamata a decider su progetti di legge se non dopo che ciascun town per conto suo li aveva votati: il governo coloniale non aveva che un potere di ratifica e di revisione; l'iniziativa continuava ad appartenere alla località. Il patto stesso perfino non era intangibile, ma si allentava o si scindeva, come avvenne nello stesso Rhode Island nel 1651, quando si ritornò a due confederazioni particolari di due towns ciascuna, e più ancora nel 1686 quando l'assemblea si disciolse dopo aver reso a ciascun town la cura di governarsi da sè isolatamente.
Così mentre presso la maggior parte delle nazioni moderne l'esistenza politica cominciò nelle classi più elevate, allargandosi successivamente ed incompletamente alle inferiori, mentre lo stato non fu che lo strumento della dominazione dei vincitori sui vinti; nella N. Inghilterra invece l'esistenza politica fu dagli inizi della prima colonizzazione a tutti comune, e la colonia non fu che l'aggregato di organismi autonomi ed indipendenti. Il comune, ecco la pietra angolare del grande edificio politico futuro; l'indipendenza comunale, ecco il principio vitale della libertà americana.
Nel comune regna una vera vita politica, attiva ed essenzialmente democratica e repubblicana. La colonia riconosce il primato della metropoli; ma, se la monarchia inglese detta leggi allo stato, nella vita municipale vive già la repubblica. Il comune nomina i suoi magistrati, fissa le imposte, le riparte, le riscuote, arma i cittadini in caso di bisogno, pensa alla loro istruzione, soddisfa ai bisogni generali della popolazione: suo cardine è la sovranità popolare con tutte le sue conseguenze, cioè universalità del suffragio, libero voto dell'imposta, responsabilità ed eleggibilità di tutti i funzionari pubblici, libertà personale, giudizio per giuria, governo infine diretto. Al pari delle piccole repubbliche della Grecia, nel comune neoinglese i cittadini trattano essi stessi gli affari pubblici. Come tutti gli uomini al di sopra dei 16 anni erano soldati ed una volta al mese venivano chiamati a raccolta per le necessarie esercitazioni; così tutti, ricchi o poveri, saggi od ignoranti, erano membri dell'assemblea di villaggio, di quella minuscola legislatura, dove si fissavano le imposte e si decretavano i ponti, le strade e le scuole, dove con la scelta dei magistrati locali e dei ministri del culto si davano pure le istruzioni opportune ai rappresentanti mandati all'assemblea dello stato. A questa scuola si formava l'educazione politica del popolo; in essa si acquistava quella pratica degli affari, che sarà tanto preziosa per il paese. Di mano in mano che il progresso della società esigerà degli sforzi su un campo più vasto, lo spirito pubblico si farà più maturo a sopportarli, saprà portare nella politica generale dello stato prima, della confederazione in seguito la sagacia e la saggezza, che s'era svolta nel regolare gli affari del villaggio. Il selfgovernment, esercitato da tutti sino al punto di divenire seconda natura, presso una società d'agricoltori, cui avanza del tempo per pensare ed istruirsi, che sono pieni di sollecitudine per l'educazione, che non hanno fra loro nè nobiltà nè popolaccio, ecco insieme con la scuola e la milizia locale il segreto, che fece la grandezza della N. Inghilterra, come fu la linfa vitale della sua rigogliosa democrazia.
Linfa vitale, dicemmo, non già causa essenziale di questa democrazia, come fecero e fanno molti pensatori, i quali scambiando gli effetti per le cause attribuiscono nel caso nostro speciale come in quello generale un dato tipo di società a quelle istituzioni politiche, che sono esse stesse il frutto di quell'ambiente sociale. La democrazia di villaggio fu infatti, come vedemmo, il risultato naturale delle condizioni originarie, nelle quali incominciò la colonizzazione neoinglese. Ed allora che cosa più naturale che ascrivere, come fecero altri, alle origini soltanto, al punto di partenza della società neoinglese il suo sviluppo ulteriore? Delle vecchie istituzioni europee, fu osservato, nessuna, può dirsi, emigrò nella N. Inghilterra: non la monarchia, la quale è presente nelle colonie come un'ombra; non l'aristocrazia feudale, la quale, già fiaccata sul vecchio continente, non poteva certo assurgere a nuova vita nel deserto in mezzo agli stenti ed alle privazioni cui tutti erano sottoposti i coloni; non la dominazione del clero, troppo solidamente attaccata al vecchio edificio dalla catena dell'interesse; non le ghilde, le maestranze, le consorterie, le mille corporazioni in una parola sorte in Europa per reazione ai castelli baronali o per soddisfare bisogni sociali ignoti all'America. Vi immigrava solo un popolo libero, che, affrancatosi da tutti gli elementi inceppanti della civiltà lasciata, poteva crearne una nuova basata su principi più conformi al diritto di natura. Erano uomini per di più appartenenti a quella razza germanica così gelosa della sua indipendenza personale da farle attribuire, per quanto a torto, da alcuni quale caratteristica massima l'individualismo: uomini infine che uscivano dalle classi inferiori, dove più puro s'era conservato il sangue sassone, senza mistura con quello normanno, ed univano così alla purezza della razza l'umiltà dell'origine, eccitamento maggiore a forme sociali più largamente democratiche. Erano infine cristiani, che dello spirito più puro e più umano del cristianesimo pascevano l'anima loro, e per di più protestanti, seguaci cioè di quella Riforma, che aveva rappresentato il risveglio della libertà intellettuale nella massa del popolo. Nessuno può certo mettere in dubbio l'influenza straordinaria di tale genesi sullo sviluppo della democrazia neoinglese: ma non da essa soltanto essa ripete sua vita.
Le colonie meridionali, nonostante origini non molto dissimili, nonostante il primo assetto, che vedremo democratico, terminavano col plasmare una società affatto diversa. Ed allora si cercherà la spiegazione del fenomeno in qualche cosa di esclusivo alla N. Inghilterra, al calvinesimo, meglio ancora al puritanesimo. Ora nessuno può certo negare l'influenza democratica del calvinesimo, visibile dovunque esso si affermi, a Ginevra, in Olanda, in Francia come in America; nè tanto meno quella ancor più potente del puritanesimo, che tutto informò di sè la società della Nuova Inghilterra. Ma non per questo tale società fu il frutto del puritanesimo e tanto meno del calvinesimo: il calvinesimo si trova pure in qualche colonia centrale diversa socialmente dalla N. Inghilterra; il puritanesimo stesso non sa impedire sul democratico suolo della N. Inghilterra l'introduzione e peggio ancora la consacrazione del più antidemocratico degli istituti, d'un istituto, che trionfando avrebbe soffocato sul nascere ogni democrazia dando un indirizzo totalmente opposto a quella società, voglio dire la schiavitù dei negri. Nel 1641 il Massachusetts, retto fin'allora da magistrati elettivi senza alcun codice scritto, adottava un corpo di leggi fondamentali, il famoso «Body of Liberties», ed appunto questa «magna charta» della libertà puritana ha il triste vanto, ironia della storia, d'esser il primo statuto americano che sancisca la schiavitù: così il codice dei Pellegrini, fuggiti in America per difendere tra le foreste la propria libertà, anticipava di parecchi anni quelli della Virginia e del Maryland nell'istituzione più disumana e liberticida![8] E per trovare un appoggio di essa, per mettere in pace la coscienza coll'utile il legislatore puritano ricorrerà al Vecchio Testamento, al rigore della legge mosaica strettamente nazionale, anzichè al Nuovo Testamento dallo spirito più largo ed umano: il diritto della schiavitù si baserà infatti sulla differenza di religione, sul paganesimo dei negri. Così nel cristianissimo Massachusetts, infiammato dal più ardente zelo religioso che mai abbia conosciuto una collettività umana, si vedranno dei cristiani negare ai proprî schiavi il battesimo, perchè questo avrebbe reso insostenibile di fronte alla coscienza puritana la condizione servile.
Gli è che le origini dei popoli, come delle istituzioni, conservano la loro purezza solo quando trovino un ambiente favorevole al loro sviluppo, perchè solo allora i fattori iniziali si associano ai successivi, traendone nuova forza e vigore, anzichè venire elisi da questi: il cristianesimo si tuffa nel sangue dei Borgia e tramonta nei baccanali di Leone X; dalle più democratiche origini sorgerà, come vedremo, nelle colonie meridionali dello stesso Nord-America una società a ritroso dei tempi, che rinnova superandole le infamie peggiori del mondo romano a base di conquista e di schiavitù.
Per fortuna della pia ed egalitaria coscienza puritana le condizioni climatiche e territoriali, più forti della volontà umana individuale e collettiva, s'incaricavano esse di metterla d'accordo con l'interesse. Gli schiavi negri costavano quattro o cinque volte più dei servi bianchi: gli schiavi negri non erano adatti come i servi bianchi alla costruzione dei navigli, industria che arricchiva il paese assai più dell'importazione negra; i negri emancipati da molti zelanti antischiavisti costituivano un pericolo ed un aggravio per la colonia, mentre i bianchi ritornati liberi dopo il periodo fissato di loro servitù divenivano cittadini preziosi per essa; gli schiavi negri infine erano soggetti per ragione del clima rigidissimo ad una mortalità, ignota alle altre colonie, donde le perdite notevoli dei loro proprietari. Tutto questo non sarebbe forse bastato a determinare quella corrente antischiavista, cui la coscienza puritana e la società democratica ad essa informata preparava il terreno migliore, se, cagione questa principalissima, non fosse stata affatto contraria alla schiavitù dei negri l'economia agricola del paese, determinata dalle sue condizioni climatico-territoriali: era questa la causa fondamentale per cui, mentre la schiavitù negra nasceva morta può dirsi sul suolo della N. Inghilterra, vi si salvavano gli ottimi germi importati dai coloni, sviluppandosi nel più florido organismo democratico. La democrazia della N. Inghilterra s'assideva per essa sulla base meno bugiarda e più sicura, che la storia conosca, l'eguaglianza cioè delle condizioni economiche.
Se ne eccettui lungo la costa del paese, che ricca di porti invitava alla pesca, alla navigazione ed alle industrie a questa annesse, le quali costituivano infatti le forme quasi esclusive di vita economica delle città litoranee, l'agricoltura era col taglio dei boschi l'industria predominante della N. Inghilterra. Il suolo ed il clima non permettevano però la cultura su vasta scala di articoli d'esportazione; sicchè l'agricoltura doveva limitarsi a produrre quanto bastasse ai bisogni locali, cioè maiz, frumento, avena e orzo, prodotti per di più che, data la sterilità del suolo e la mancanza delle risorse meccaniche del giorno d'oggi, rendevano impossibile la coesistenza, grazie al provento d'uno stesso fondo, di proprietario e fittavolo, di padrone e schiavi. Nonchè allignarvi il latifondo, la stessa piccola proprietà dissociata dal lavoro era impossibile in tali condizioni, di mano in mano specialmente che i bisogni sociali cresciuti spingevano l'agricoltura su terre di qualità inferiori: il farm, cioè il pezzo di terra coltivato direttamente dal proprietario, rimaneva pertanto come ai primi giorni la base dell'agricoltura e su di essa sorgeva una classe di proprietari agricoltori, di sua natura democratica e repubblicana. Nella lotta quotidiana per strappare di che vivere al suolo ingrato sotto un cielo inclemente, nella piena libertà della natura, nella semplicità della vita operosa e devota dei campi coltivati con le mani proprie e dei figli, si manteneva così intatta quella democrazia rurale, che abbracciava la grande maggioranza della popolazione: ancora al 1797 gli agricoltori staranno al resto degli abitanti come 100 ad 11. A differenza pertanto degli altri paesi, dove le campagne coltivate ma non possedute da una plebe analfabeta rappresentano la palla di piombo d'ogni progresso sociale e politico, il ceto agricolo della Nuova Inghilterra costituirà il vero nerbo della democrazia neoinglese, rinforzo anzichè pericolo per quella democrazia mercantile, che le industrie navali ed i traffici marinari vanno sviluppando in Boston e sugli altri punti della costa.
Così le forme economiche, imposte alla N. Inghilterra nell'ambiente storico del sec. XVII dalle sue condizioni climatico-territoriali, assicurando al paese per lungo tempo una certa eguaglianza economica ed intellettuale, impedivano di tralignare alla democrazia puritana importata dai primi coloni e svoltasi rigogliosa nel township. La società creata da essa, una volta affermatasi, potrà durare per coesistenza sua propria anche senza la dottrina confessionale, da cui era proceduta: quando l'arco troppo teso del puritanesimo si distenderà, quando le ultime traccie della costituzione teocratica dei primi tempi saranno sparite dalla N. Inghilterra, vi sopravviverà pur sempre la razza da quelle forze modellata.
Il rigoroso cristianesimo e l'idea democratica si perpetueranno allo stato di forte suggestione ereditaria, sottomettendo il primo alla sua norma tutte le attività superiori dello spirito, informando la seconda di sè tutta quanta la vita sociale; e dal loro connubio uscirà quel tipo yankee[9], dalla veduta limitata e bassa ma tenace e forte delle cose, che con la sua energia informerà alla sua volta di sè l'intero popolo americano. Grazie ai germi straordinariamente vivaci del sec. XVII, ad un primo movimento di concentrazione seguirà infatti un moto d'espansione tanto più notevole quanto più densa diventerà la popolazione della Nuova Inghilterra, la quale al 1754 conterà già un 436.000 abitanti, di cui soli 11.000 schiavi negri. Così, mentre l'Est ed il Nord-Ovest dei futuri Stati Uniti saranno figli diretti della N. Inghilterra, l'elemento neoinglese guadagnerà o materialmente coll'immigrazione o moralmente col suo influsso le popolazioni del Centro e dello stesso Sud, condannate le prime dalla poca coesione ed omogeneità, le seconde dalla mancanza assoluta d'istruzione e di lumi a subire l'ascendente d'una superiorità intellettuale e sociale. Non è pertanto esagerazione l'affermare che l'yankee farà l'Americano, tanto è il peso del solido nucleo democratico della N. Inghilterra sui destini sociali dell'intera gente anglo-americana.