CAPITOLO PRIMO La sede della civiltà anglo-americana: abitanti indigeni e pretendenti europei.
§ 1. Il paese — § 2. I Mound-builders — § 3. I Normanni — § 4. Gli Indiani — § 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee.
§ 1. Il Paese. — Situazione e conformazione. — Tra il 25º ed il 49º grado di lat. N. ed il 67º ed il 125º di long. O. da Greenwich si estende quel paese, il quale coll'aggiunta dell'Alaska, posta fra il 55º ed il 71º di lat. N. ed il 130º ed il 168º di long. O. da Greenwich, costituisce oggi gli Stati Uniti d'America[1].
Nella loro massa continua confinano essi a settentrione coll'America inglese lungo una linea, che dalla foce del St. Croix sull'Atlantico va fino al canale Haro sul Pacifico, fra l'isola Vancouver e l'arcipelago S. Juan, correndo lungo il 49º parallelo dallo stretto di S. Juan de Fuca sino ai Grandi Laghi, poi traverso a questi e il San Lorenzo fino all'Atlantico al 45º parallelo. A mezzogiorno confinano coll'America latina lungo una linea, che dalla foce del Rio Grande nel Golfo del Messico va al sud del porto di San Diego sul Pacifico, correndo lungo il Rio Grande fino al parallelo 31º 47′, quindi dirigendosi al Colorado ed oltre questo alla costa. L'Oceano Atlantico ad oriente, il canale della Florida ed il Golfo del Messico a mezzogiorno, il Pacifico ed il mare di Bering ad occidente, l'Oceano glaciale artico a settentrione bagnano il vastissimo paese, che si estende per oltre 9 milioni di kmq. Posto fra l'Asia e l'Europa, dal lato della quale ha rivolti colle foci de' suoi grandi fiumi navigabili gli sbocchi naturali della sua produzione, esso si trova tra i paesi più ricchi e più progrediti del vecchio mondo, fra i centri massimi della civiltà gialla e di quella bianca, posizione quanto mai favorevole allo scambio degli uomini, delle merci, delle idee, della civiltà.
La forma massiccia, la mancanza d'alcun mare mediterraneo che penetri entro terra, le stesse coste per lo più infelici nella loro monotona uniformità, dove basse ed imbarazzate da banchi isole e cordoni litorali, dove alte e chiuse come muraglie, sarebbero a dire il vero ostacoli formidabili allo sviluppo economico e sociale del paese: ma la provvida natura, prima ancora che l'uomo colle strade i porti e le ferrovie, ha menomato questi gravi inconvenienti coll'abbondanza di fiumi, i quali sono navigabili nel versante dell'Atlantico cioè in quello appunto più vasto più ricco più fertile, interrotti invece da rapide e cascate ed incassati entro doccie anguste ed irte di scogli nel versante del Pacifico più ristretto e deserto.
E sull'Atlantico invero indirettamente e sul golfo del Messico direttamente si apre quel bacino del Mississippi, che, occupando da solo oltre 3 milioni di kmq., forma il vero cuore del paese denominato dal Tocqueville con ardita espressione sintetica la «valle degli Stati Uniti».
Ad una valle infatti possono questi paragonarsi, ad una valle immensa, di cui due grandi elevazioni in senso longitudinale costituiscono le sponde, ed uno dei più grandi fiumi della terra il fondo: sono rappresentate le sponde dal sistema compatto degli Allegani ad Oriente e da una zona più ampia, foggiata ad altipiano fiancheggiato da sponde montuose, dal nome generico di Cordigliere, ad occidente; il fondo da una vasta depressione intermedia, entro cui scorre il «padre dei fiumi», come suona il nome nell'immaginoso linguaggio degl'indiani, il Mississippi.
Chiude al Nord l'immane vallata, separandola dai Grandi Laghi canadesi e dalla valle del San Lorenzo, una zona di media altezza, che congiunge le due grandi elevazioni, mentre una pianura costiera si estende ad oriente degli Allegani, lungo l'Atlantico, appuntandosi tra questo ed il golfo del Messico nella penisola della Florida, che può dirsi per gran parte una maremma circondata da scogli, e confondendosi quindi colla larga cornice, bassa pur essa, del Golfo del Messico.
Gli Alleghany. — Il sistema Appalachiano, di cui gli Allegani a mezzogiorno costituiscono la sezione principale, corre parallelamente all'Atlantico dal Maine all'Alabama per una lunghezza di oltre 2000 km., su una larghezza massima di 300 ed una media di 200, con cime che superano appena, ed anche questo di raro, i 2000 m.
Consiste esso in una serie di catene parallele, a cui s'addossano degli altipiani lungo il lato d'ovest e di nord-ovest: breve e ripido è generalmente il declivio orientale, ampio e disteso l'occidentale pel trasformarsi del sistema da creste in terrazze. Colle loro creste uguali, senza forti picchi, coi loro fianchi uniti essi risulterebbero ben monotoni, nella sezione media in ispecie, se non aggiungessero loro ornamento le folte foreste che li ricoprono, facendo spiccare il loro verde cupo sul verde chiaro delle pianure basse anteposte. Maggior varietà presentano essi nella parte più settentrionale, cioè nei monti della Nuova Inghilterra, dove le valli sono ricoperte da foreste d'alberi frondosi e aciculari interrotte da campi coltivati, e scene alpestri bellissime di rupi, torri, laghi, cascate, burroni, giustificano il nome di Svizzera della Nuova Inghilterra dato ai monti Bianchi, tratti montuosi che contrastano col rude paese, da cui si elevano, di suolo granitico, disseminato di morene, massi erratici e torbiere.
Verso mezzogiorno le selve sono più fitte e quasi interamente di alberi frondosi, aceri, tigli, quercie e poi di superbe magnolie, finchè nell'estremo lembo meridionale la bassa vegetazione, costituita in gran parte da arbusti del genere dei rododendri, si addensa al punto da non permettere altro passaggio se non sui rami e cespugli infranti e calpestati dagli orsi.
Il ferro, di cui abbonda l'intero sistema, il carbon fossile, che si trova in estesissimi giacimenti di preferenza sul declivio occidentale, il petrolio, le cui sorgenti si trovano su una zona lunga e stretta che tutto accompagna, da nord-ovest a sud-ovest, dal lago Erie al Tennessee, l'orlo occidentale del sistema, sono le principali ricchezze minerarie degli Allegani.
Le Cordigliere occidentali ed il bacino della California. — Come un altipiano chiuso fra pareti montuose, anzichè come una serie di catene parallele, si presenta invece nel suo complesso l'altra grande sponda della «valle degli Stati Uniti», quella occidentale, ben più vasta ed interessante.
Due cordigliere ne costruiscono la pareti, i monti Rocciosi ad oriente, le Sierre Nevada e della Costa, riunentisi quasi in un'unica catena, detta delle Cascate, ad occidente.
Sono i Rocciosi un accozzo di catene costituite per lo più di rocce cristalline, che divergono e s'incrociano, dove spingendo dalle cime elevatissime, dove abbassandosi in superfici piatte (mesas): i loro vertici possono gareggiare colle Alpi, ma non ne hanno l'aspetto grandioso per lo zoccolo altissimo da cui sorgono. La regione offre nondimeno tutti gli spettacoli d'un gran paese montuoso: pendii selvaggi da cui sporgono cime rocciose, valli erte e profonde, rivi montani, precipizii in cui scendono buie foreste: nudi e nevosi i picchi estremi; scarsissimi però i ghiacciai. Caratteristica poi notevole di essa sono i famosi Parchi o bacini chiusi fra due catene e due barre trasversali passanti dall'una all'altra, tutti ricchissimi di vegetazione ed abbondantissimi di selvaggina; ed i cañons forre pittoresche e spaventose, percorse dai creeks o fiumi conducenti dalla zona delle praterie all'interno dei Rocciosi, vere e proprie fenditure del suolo, profonde talora parecchie centinaia di metri.
Le formazioni vulcaniche si mostrano in questi parchi, in quello nazionale in ispecie, una delle meraviglie del mondo, in tutta la loro potenza: correnti calde minerali ingemmano di loro incrostazioni le rupi, costruendovi le più strane forme di vasche, pignatte, marmitte da giganti; migliaia di geysers slanciano nell'aria ad altezze vertiginose colonne formidabili d'acqua bollente e turbini di vapore; vulcani di fango e sorgenti sulfuree od alluminose interrompono vaste distese di lava; candidi ghiacciai si rispecchiano in acque tranquille, dove le alghe multicolori contrastano coll'azzurro uniforme del fondo ed il bianco delle sponde.
Meno interessante, ma non meno pittoresca si presenta la cordigliera occidentale, costituita nella sua parte meridionale da due catene, la Sierra Nevada ad est e la Catena Costiera ad ovest, le quali chiudono l'ampio e fertile bacino di California attraversato dalle valli del San Gioacchino e del Sacramento, che da opposte direzioni portano le loro acque alla baia di S. Francisco. È la prima una catena potentissima, con cime oltre i 4000 metri, con declivi dove le sequoie gigantee, mastodonti arborei alzanti a cento e più metri lor vette, formano colossali foreste, con bellezze naturali, che passano fra le più meravigliose del mondo: calva e rocciosa invece verso sud, meglio rivestita a settentrione si presenta la seconda, le cui cime non oltrepassano i 2500 metri.
Il bacino della California, compreso tra le due catene, vera oasi tra i monti e i deserti, si rassomiglia per clima e prodotti, nella valle del Sacramento in ispecie più fertile e ridente di quella del San Gioacchino, alla nostra regione mediterranea: qui colle macchie di arbusti e coi boschetti di quercie i giardini i vigneti e gli uliveti, qui col grano e colle frutta più squisite i cedri e gli aranci, mentre attrattive ancora più forti danno al paese le ricchezze minerali, il mercurio e più ancora i ciottoli e le sabbie aurifere dei fiumi, che fanno della California il maggior centro di produzione dell'oro di tutti gli Stati Uniti, pur così ricchi d'oro in tutta, può dirsi, la loro parte occidentale.
Al nord del Sacramento le due catene pel minore intervallo frapposto sembrano come riunirsi in una sola, la quale ricca di vegetazione per la forte umidità, rivestita di pini d'abeti di cedri, continua verso nord col nome di Catena delle Cascate, interrotta solo dalla valle della Columbia, fino allo stretto di S. Juan de Fuca, per riunirsi poi e confondersi oltre il confine degli Stati Uniti nella grande massa della Cordigliera orientale, quella dei Rocciosi.
La valle del Gran Colorado o Colorado dell'ovest, fiume che non costituisce alcuna via commerciale nonostante i 2000 km. di corso, per difetto di navigabilità, la valle del Sacramento navigabile per 250 km. cui s'unisce alla foce il S. Gioacchino in parte navigabile pur esso, ed infine quella della Columbia od Oregon di difficile e breve navigazione anch'essa nonostante i suoi 2000 km. per l'impetuosità del corso i banchi e le cascate, sono gli unici sbocchi, può dirsi, della Cordigliera sul mare. La costa infatti dal porto di S. Diego allo stretto di Juan de Fuca si mantiene uuiformemente alta e dirupata: chiusa per lunghi tratti a guisa di bastione o muraglia, essa è rotta soltanto dalle foci de' fiumi e da qualche baia per lo più aperta e poco tagliata per entro il continente, se ne eccettui quella di San Francisco dalle sponde ricoperti di verdi boscaglie, simile ad un lago alpino cui fanno corona le vette rocciose e nevose della Sierra Nevada. Frastagliata oltre ogni dire, vera costa da fiordi, è al contrario quella che si protende a settentrione, dallo stretto sopranominato a quello di Bering, se ne eccettui sulla foce del Jucon nella fredda terra d'Alaska, sulla cui costa s'affollano un'infinità di isole.
Unica può dirsi di tutta l'America del Nord, questa regione costiera del Pacifico gode un clima oceanico e perciò mite d'inverno, fresco d'estate.
Gli altipiani occidentali. — Fra le due cordigliere si estende una serie di altipiani, che dalla loro situazione hanno preso il nome di altipiani occidentali.
Un'infinità di giogaie in direzione da sud-est a nord-ovest sorgono qua e là a rompere la monotonia degli altipiani, dando alla regione con le catene secondarie correnti in direzione diversa l'aspetto come d'uno scacchiere smisurato di innumeri bacini: ora sono valli e terrazze, oasi bene spesso di verdura fra sterili piani, ora depressioni paludose e salate. Di laghi e di paludi salate è disseminato in ispecie il Gran bacino interno, dall'aspetto prevalentemente del deserto, la cui superficie da una media altezza tra i 1300 ed i 1500 metri s'abbassa in qualche punto, come nella valle della Morte, fin sotto il livello del mare.
Ancor più spiccata che in esso è poi l'aridità del suolo nella parte meridionale dei grandi altipiani, tutta a magre steppe od a vero e proprio deserto, in quello del Colorado in ispecie tutto rosso e levigato come un mattone, cosparso di piccole conchiglie.
Ragione principalissima di tanta aridità, cui servono di compenso dal punto di vista economico le ricchezze minerali dei Rocciosi, l'argento in ispecie, è la straordinaria scarsezza di pioggie, impedendo le grandi catene che vi giunga l'aria umida tanto dal Golfo e dall'Atlantico quanto dal Pacifico. La stessa altezza delle catene, che li ripara dai venti, offre il vantaggio d'una relativa mitezza del clima, nonostante i salti della temperatura giornaliera, cagionati dall'enorme assorbimento del calore da parte di un suolo nudo o quasi e dalla rapidissima irradiazione attraverso ad un'atmosfera quanto mai asciutta, salti che arrivano in qualche luogo perfino a 50 gradi!
Gli altipiani mediani. — Ponte immenso gettato, per così dire, dalla sponda orientale alla occidentale, dagli Allegani alle Cordigliere, a chiudere verso nord la grande vallata degli Stati Uniti, è una ampia zona di elevazione, che può comprendersi sotto il nome generico di altipiani mediani: rasenta essa il bacino del S. Lorenzo ed i cinque grandi laghi canadesi, tocca quindi le sorgenti del Mississippi e prosegue poi verso ovest, ora scendendo ora risalendo, fino ai Rocciosi. Corre su questa elevazione lo spartiacque tra i fiumi, che sboccano nell'Atlantico settentrionale nella baia d'Hudson e nell'Oceano glaciale, ed i fiumi che sboccano nel golfo del Messico; cosicchè essa si presenta come un confine naturale oltrecchè politico: al nord l'America inglese, che declina verso i mari settentrionali, al sud gli Stati Uniti che s'aprono verso il Golfo del Messico. L'altitudine di tale zona è di circa 200 metri sulla piattaforma dei cinque Grandi Laghi canadesi, che comunicando tra loro costituiscono un vero mediterraneo d'acqua dolce per l'estensione di ben 238.000 kmq.: sono essi il Lago Superiore su cui trovasi la più ricca zona di rame del mondo, l'Huron dalle rive erte e rocciose, dalle molteplici baie, penisole ed isole, il Michigan monotono nell'uniformità delle sue rive basse e piane, l'Erie e l'Ontario che nella loro sagoma allungata sembrano segnare il passaggio dalla forma lacustre a quella fluviale del S. Lorenzo, il magnifico fiume dalle acque chiare e dalle rive selvose: fra l'Erie e l'Ontario la famosa cascata del Niagara, vera forra tagliata in un gradino, che l'immane valanga d'acqua salta a precipizio da un livello di 172 metri ad uno di 72.
All'ovest dei Grandi Laghi l'altezza media degli altipiani mediani va aumentando fino ai 300 e 400 metri, ed il paese presenta l'aspetto più variato per un intrecciarsi continuo di foreste, steppe, praterie, laghi, rupi, massi erratici, barriere moreniche, di cui abbonda un terreno costituito nel periodo glaciale con materiali d'erosione e d'alluvione.
Più ad ovest ancora il dileguarsi degli arbusti e dei cespugli, il diradare degli alberi, il succedersi dei tappeti erbosi alla massa dei frutici ingombranti le foreste annunziano il passaggio dalla regione nord-americana delle foreste a quella delle praterie, oltre le quali s'arriva ai Rocciosi.
Il bacino del Mississippi. — A mezzogiorno di questi altipiani mediani si distende, come dicemmo, il grande avvallamento del fiume mastodontico, che nasce da essi ad un'altezza di circa 514 metri, è lungo 4200 km. e contando il Missouri 6750, largo in media quasi costantemente da 500 a 1400 metri e profondo dai 40 ai 60: dal piede degli Allegani come da quello delle Cordigliere il terreno scende con doppio pendio fino al bassopiano, costituito dalla valle propria del fiume al sud del suo confluente col Missouri e dalla grande zona che incornicia il Golfo del Messico.
Il pendío occidentale è costituito per la massima parte dalla regione dei Plains e Praterie, enorme triangolo col vertice tra i Rocciosi e gli altipiani mediani la base tra la stessa Cordigliera e la valle del Mississippi: in esso predomina la prateria (praîrie) dai grassi pascoli nella parte più orientale, la steppa (plain) rivestita di cespugli e di sterpi, che soffocano le vere erbe, in quella più occidentale. Torme innumerevoli di bisonti, detti bufali dagli Americani, ristrette dalla civiltà in minori confini, tutto popolavano un giorno quel mare di erbe e di fiori che costituisce la prateria: è questa infatti nella stagione migliore un vero mare, cui le masse arboree danno le isole, i venti le tempeste. Il colore suo predominante è il rosso in primavera, il bleu in estate, il giallo in autunno; ma quando il vento soffia impetuoso tra le foglie delle leguminose dal rovescio biancastro e vellutato, allora si vede la massa verdeggiante moltiplicarsi in onde infinite orlate d'argento.
Nel pendio orientale predomina invece la foresta ed in questa le specie vanno mutando col procedere dal nord al sud, dalle quercie e dai faggi ai castagni alle palme alle magnolie fino al trionfo completo della natura tropicale nella zona adiacente al Golfo del Messico.
Le due forme di vegetazione, che in perfetta corrispondenza con le condizioni climatiche si dividono il suolo degli Stati Uniti, la forma di foresta ad oriente e quella di steppa o prateria ad occidente, vengono così ad incontrarsi nel bacino del Mississippi: in esso, ad ovest del gran fiume, lungo il 95º meridiano O. di Greenwich, abbiamo può dirsi il passaggio dalla regione delle foreste, che deve all'abbondanza delle precipitazioni atmosferiche il suo splendido manto e la sua grande fertilità, alla regione delle praterie e delle steppe, la cui esistenza si deve ascrivere principalmente, nonostante altre ipotesi diverse (grossolanamente ingenua fra le tante quella indiana del fuoco devastatore) all'asciuttezza del clima, al diverso grado della quale corrispondono appunto le sottodivisioni in prateria e steppa, e col variar della quale di epoca in epoca si sposta pure il limite delle foreste e delle praterie.
Dal confluente del Missouri in giù, tra i due pendii dei Rocciosi e degli Allegani, si estende per una larghezza, che varia dai 60 ai 120 km., la valle propria del Mississippi, antico golfo ricolmato nei secoli dalle alluvioni: bluffs sono dette le rive dell'antico letto, in cui correvano un giorno i rami paralleli del fiume costituenti oggi il bassopiano alluvionale, porzioni di suolo naturalmente più solido per la maggiore grossezza dei materiali costitutivi, le quali di tratto in tratto spingono fino alle rive del fiume attuale degli speroni, su cui sorgono le città; bottoms (fondi) i tratti di bassissimo livello, d'ordinario paludosi, inondati dal fiume nelle sue piene.
Allagano queste annualmente enormi territori, dove la mano dell'uomo non v'abbia opposto nelle dighe un ostacolo sufficiente, inondano un suolo sabbioso rendendolo fertile col limo ferace depositato, sradicano e trasportano seco nel ritirarsi un'infinità d'alberi e di piante dalle allagate foreste di pioppi quercie cipressi tulipiferi noci, che arrivano sino alla sponda del fiume.
A destra ed a sinistra il padre dei fiumi protende, smisurato Briareo, le sue enormi braccia, massime fra tutte l'Ohio a sinistra, che coi suoi affluenti e subaffluenti conduce alla piattaforma dei Grandi Laghi ed agli Allegani, e a destra il limoso Missouri coi suoi innumeri tributarii che conducono per le praterie ai Rocciosi, affluenti tutti navigabili i quali formano coi 3000 km. navigabili del Mississippi e coi 3000 e più, che vanno dalla foce del San Lorenzo all'estremità occidentale dei grandi laghi, un'immensa rete fluviale preparata dalla natura ai bisogni della civiltà e completata dall'uomo mediante canali che mettono in comunicazione le regioni più produttive del Nord-America, cioè la zona costiera orientale, il bacino dei Grandi Laghi e quello del Mississippi.
Al confluente del Red River comincia in senso largo il delta del Mississippi, iniziandosi da esso la diramazione delle sue acque in vari rami: in senso stretto però, intendendo per delta la sola regione costituita dalle alluvioni del fiume, esso si limita ad una lingua di terra che s'avanza per 80 km. nel mare e si divide in tre punte, percorse ciascuna da un ramo del fiume, formando la così detta Zampa d'oca. Sono ben 32000 kmq. d'un suolo alto sul mare appena 1 metro, tutto paludi e pascoli, coll'unico porto di New Orleans sulla sinistra del gran fiume.
La febbre gialla desola questa regione come quasi tutta del resto la costa paludosa, con cui termina il largo bassipiano che incornicia il Golfo del Messico. La baia di Galveston, laguna in cui sbocca la navigabile Trinity, ad ovest e l'estuario di Mobile, formato dall'Alabama e dal Tombigbee, fiumi in parte navigabili, ad est, sono con New Orleans gli unici sbocchi, può dirsi, del largo bassopiano che per clima culture e prodotti appartiene alla zona tropicale.
La Florida. — Dove però la natura tropicale si manifesta in tutta la sua forza è nella Florida, la quale sia pel livello sia per le coste può considerarsi come un prolungamento della zona costiera, vero tratto d'unione tra la fascia orientale e quella meridionale degli Stati Uniti. È questa penisola tutta una bassura di paludi e di laghi, terminante all'estremità sua in un intreccio di formazioni coralline analoghe a quei key od isolotti schierati a sud ovest di essa.
Nelle parti non paludose della penisola sorgono foreste naturali di pini e cipressi, boscaglie di quercie ed allori, cespugli sempre verdi di gelsomini e, lungo i rivi, di magnolie, a cui si frammischiano alberi da gomme, jucche, agavi, cactus, palme arboree; mentre la mano dell'uomo può trarre dal suolo, come nel rimanente bassopiano costiero, tabacco cotone maiz frutta meridionali: nella parte meridionale abbondano i pascoli adatti al bestiame bovino: ne' luoghi sabbiosi sono i soliti pine barren od oasi di pini: nelle paludi infine, animate da una quantità stragrande di uccelli acquatici di pesci e di tartarughe, prospera il riso e nelle isole da esse sommerse lo zucchero.
I fiumi della penisola, che scorrono totalmente in pianura con un corso lentissimo per la mancanza di pendìo, sono in gran parte innavigabili perchè ingombri di taxodie di giunchi di canne. Inospitali quanto mai sono le coste: «gli ancoraggi, inaccessibili a grosse navi, sono deserti e muti recessi, in cui tutto è immobile, le acque mezzo stagnanti, la lussureggiante vegetazione tropicale simile più ad una corona mortuaria che a un serto festivo, sovrano il silenzio e la quiete rotta solo da un'infinità di uccelli acquatici»: unici porti e mediocri anch'essi per la vasta penisola Sant'Agostino sull'Atlantico e Pensacola alla foce dell'Escambia sul Golfo del Messico.
Il Piedmont e la zona costiera dell'Atlantico. — A nord della Florida continua sempre quel bassopiano costiero, che fascia, può dirsi, gli Stati Uniti ad est come a sud, dalla foce del Rio Grande del Norte sul Golfo del Messico a quella dell'Hudson sull'Atlantico. Tra gli Allegani ed il litorale dell'Atlantico si distende la larga zona pianeggiante del Piedmont dalle culture subtropicali: il suolo è qui costituito da una triplice serie di terrazze, che dal piede dei monti vanno successivamente degradando fino a terminare dopo una sessantina o più di km. al livello quasi dell'Oceano ed anzi in alcuni tratti al di sotto di esso. Le due prime terrazze alte rispettivamente una sessantina ed una trentina di metri sul mare e larghe insieme una sessantina di km. seguitano come i declivi orientali degli Allegani ad essere vestite di ricca vegetazione arborea, (aceri, quercie, noci) e sono suscettibili delle più ricche culture; la zona più bassa, perfettamente orizzontale, è un succedersi di tratti asciutti e sabbiosi e di tratti paludosi e fangosi, tutti coperti di macchie di cedri pini cipressi (pine barren), ma lungo i fiumi ha alberi frondosi e tratti coltivati; l'estremo lembo infine, detto Sea Island, è conteso può dirsi dalla terra e dal mare: i fiumi si allargano in forma di laghi e la costa termina in cordoni litorali e paludi separate dal mare da lembi ristretti di terra ferma, che vengono essi pure come i cordoni allagati dalle onde burrascose e superati dalle forti maree.
Una vegetazione fittissima e impenetrabile di piante spinose e allaccianti, sulla quale dominano i cipressi, donde il nome di Cypress swamps, ricopre queste paludi, di cui può offrire il tipo la Dismal swamp (palude letale) sulla costa della Carolina Settent., fra la baia di Chesapeake ed il Capo Fear. In queste paludi e lagune muoiono in generale i fiumi del paese, il quali dopo un brevissimo corso montano corrono per la maggior parte in pianura.
Conseguenza di tutto ciò è la difficoltà estrema della navigazione in questa parte della costa atlantica: unici porti e cattivi ancor essi pei banchi di sabbia anteposti sono quelli attuali di Charleston, sul confluente dell'Ashley e del Cooper, e di Savannah sul fiume omonimo.
Oltre il capo Hatteras, in mezzo alla Dismal swamp, il litorale diretto fin lì verso nord-est piega bruscamente verso nord-ovest, e col cambiamento di direzione cambia pure la natura di esso, come muta del resto l'aspetto tutto del paese per la maggiore vicinanza dei monti al mare e pel passaggio dalla zona subtropicale alla temperata. Colla profonda baia di Chesapeake, dove mettono foce vari fiumi tra cui il Potomac, ed abbondano i porti tra cui l'attuale Baltimora, la costa comincia ad essere frastagliata ed a crescere sempre più di rilievo col procedere verso nord. Le minime valli diventano lunghi estuarii, le più piccole ondulazioni del terreno lunghe penisole, donde rade immense e meravigliosamente protette, capaci di ricettare flotte intere, la cui navigazione continua in quei fiumi lenti e profondi, che attraversano regioni favorite da incalcolabili ricchezze naturali, minerali in ispecie: tali la profonda baia del Delaware colla città attuale di Filadelfia, che a 150 km. dall'Oceano ne sente nondimeno la marea, e quella, dove oggi sorge New-York, dell'Hudson, il fiume solenne dal letto largo e profondo simile ad un braccio di mare, che sente la marea a ben 230 km. dalla foce ed è messo in comunicazione mediante canali coi Grandi laghi e col San Lorenzo. E mentre con la navigabilità del corso medio e inferiore questi fiumi favoriscono prodigiosamente il commercio, colla forza motrice da essi somministrata nel corso superiore in ispecie sembrano invitare all'esercizio dell'industria.
La Nuova Inghilterra. — Ciò s'avverte tanto più oltre l'Hudson, nel tratto più settentrionale della zona atlantica degli Stati Uniti: costituisce questo tratto la Nuova Inghilterra, paese dal suolo roccioso e poco fertile e dal clima freddo e continentale nonostante la posizione sul mare per la prevalenza dei venti occidentali.
I monti seguono qui da presso la costa ed i fiumi, scorrendo quasi totalmente fra essi in letti ampi ma rocciosi con rapide e cateratte frequenti, se non sono che in piccola parte adatti alla navigazione, possono in compenso dar vita ai maggiori stabilimenti industriali. Ai traffici marinari sembra invece invitare gli abitanti la costa alta varia dai mirabili contrasti di rupi e di cupa vegetazione, ricca di ottimi porti fra cui maggiore di tutti Boston sulla baia di Massachusetts.
Regione costiera dell'Atlantico, bacino del Mississippi, altipiani occidentali, regione costiera del Pacifico sono dunque a grandissime linee i territori, che si aprivano dall'Atlantico al Pacifico alla colonizzazione europea: alle paludi del litorale succedevano fertili terre pianeggianti e poi montagne non facili a superarsi pel fitto manto di boschi; oltre le montagne continuavano le foreste, seguite più in là da praterie da steppe e finalmente da regioni aride o da veri deserti; quindi un'altra zona quanto mai impervia di altipiani salati e monti nevosi, finchè sul Pacifico, l'oceano futuro degli Americani, s'apriva quale compenso adeguato alle difficoltà del cammino l'incantevole vallata californiana. Questo passaggio successivo da un paese ad un altro affatto diverso per flora ed aspetto del suolo, che corrisponde al succedersi delle varie zone climatiche, determinerà appunto il processo della colonizzazione interna e della civiltà americana; la quale, ostacolata nella sua marcia da oriente ad occidente da catene montuose e sterilissime lande, non troverà invece alcun intoppo alla sua espansione da nord a sud, dalla N. Inghilterra alla Florida, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, mentre in un senso e nell'altro troverà nella varietà straordinaria di sedi, diverse fra loro per clima aspetto e prodotti, un'abbondanza e moltiplicità di elementi naturali di progresso non offerta forse mai ad alcun altro popolo. Nè a garantire le sorti dell'agricoltura, la ricchezza prima del paese, a mantenere perenne la fertilità della terra di fronte agli sperperi dell'avidità umana, la natura mancava di assicurare una riserva enorme di forze produttive nel guano, di cui abbondano alcune isole, e più ancora nei vasti depositi di grunsand e fosforite, ottimi concimi minerali, frequenti lungo le coste dell'Atlantico[2].
Ma quali erano gli abitatori del fortunato paese, quando l'alba della società anglo-americana spuntava appena sul cielo della storia?
§ 2. I Mound-builders. — Nella vallata del Mississippi, lungo l'Ohio il Wisconsin lo Jowa, l'occhio del visitatore è preso da meraviglia e l'animo suo si lascia andare alle ipotesi più varie alla vista dei Mounds. Consistono questi, come dice il nome, in terrapieni: ora sono ridotti d'area spesso estesissima, circondati da dighe o bastioni, e contenenti serbatoi d'acqua artificiali; ora arginature lunghe in certi casi le 15 e le 16 miglia[3]; ora piattaforme di varia grandezza, alte 60 e 90 piedi[4] sul suolo, alle quali si sale mediante una scala scavata nella terra; ora infine una serie di piccole opere disposte a distanze quasi uguali ed in linea retta per parecchie miglia. Fine ed ufficio loro, a giudicare dagli avanzi, deve essere stato di difesa in alcuni casi, di abitazione o di tempio in altri; varia pure ne è la forma, da quella geometrica di circoli, di quadrati, di poligoni, di elissi regolarissime, a quelle assai strane d'animali o d'esseri umani. Famosi tra gli altri il mound del serpente nell'attuale contea di Adams nell'Ohio, costrutto sopra un rialzo del terreno, che costeggia il fiume, tutto a spirali come un immenso serpente, lungo un migliaio di piedi e largo cinque, colla coda attorcigliata in tre giri e con una specie d'uovo lungo 160 piedi nella bocca; il mound dell'elefante nel Wisconsin lungo 135 piedi e molto simile a quell'animale; il mound dell'orso nel Kentucky ed altri.
I luoghi dove sorgono sono evidentemente scelti ad arte per ragioni commerciali o di difesa, in genere lungo i fiumi navigabili od alle loro confluenze: il materiale adoperato generalmente è la terra, ma non mancano avanzi di mattoni, pietre lavorate e persino legname: utensili ed ornamenti in rame argento e pietre preziose, scuri, scalpelli, braccialetti, coltelli, pezzi di tessuto, stoviglie primitive e vasi di terra dagli svariati ornamenti, oggetti in creta della forma d'uccelli quadrupedi uomini, graffiti e bassorilievi rappresentanti essi pure uomini ed animali, scheletri in polvere, ecco quanto hanno lasciato i Mound-builders, i costruttori cioè dei mounds; abbastanza per tramandare il ricordo di sè, troppo poco per svelarci l'enigma della loro storia.
Erano essi i progenitori degli Indiani, cosa ben difficile quando si paragoni la civiltà di questi alla loro? Erano tribù affini a quegli Indiani Pueblo del Nuovo Messico, che abitano tuttora in enormi edifici di pietra dalle mura altissime scavalcate in mancanza di porte mediante scale a piuoli, edifici costrutti in cima ai colli e contenenti persino 5000 persone, opinione anche questa improbabilissima, quando si consideri la diversità sostanziale tra queste costruzioni in pietra ed i misteriosi mounds in terra? O sono questi i monumenti di quell'impero grande e civile fondato, come suona la tradizione irochese, dalla tribù indiana dei Lemni Lenapi, scesi dal nord-ovest nella vallata del Mississippi e scacciati di qui da genti più barbare, che li avrebbero costretti a cercare rifugio nei più impraticabili cañons, dove pur trovansi vestigie di costruzioni stranissime? O sono opera infine di genti asiatiche, derivate da naufraghi cinesi o giapponesi sbattuti dalle tempeste sulle coste del Pacifico; o di genti venute dal Golfo del Messico, come parrebbero far credere le figure di foche e d'altri animali marini incisi nei loro strumenti? Nulla fino ad ora ci illumina sull'origine e sulla storia di questi uomini. Il Bancroft ne nega addirittura l'esistenza, ritenendo i loro mounds opera della natura, strane forme geologiche e nulla più, opinione distrutta dall'esattezza matematica della costruzione, che attesta non solo una mente ma perfino l'uso di strumenti, e dagli avanzi scopertivi; il Reclus all'opposto, asserendo che mound-builders erano in grado minore gli stessi Seminoli della Florida ed i Cherochesi della Georgia, ed i Natchez del Mississippi, non vede nei mounds che l'opera di tribù nord-americane per nulla dissimili salvo pel grado di civiltà da quelle attuali; il Morton infine, con più ragione forse d'ogni altro, li attribuisce a quel tipo tolteco, rappresentato pure dagli abitanti primitivi del Messico, tipo distinto fisicamente da quello nord-americano vero e proprio per essere dolicocefalo anzichè brachicefalo.
Qualche pestilenza distruttrice o qualche invasione barbarica avrà probabilmente scacciato dalle lor sedi settentrionali e spinto verso sud-ovest a confondersi coi loro fratelli questi Toltechi, vissuti a quanto ritiensi dallo stato degli scheletri un duemila anni or sono, arrivati ad un grado di civiltà relativamente agli Indiani avanzatissima e passati poi come un'ombra senza lasciare altra traccia che quella dei muti ricoveri testimoni dei loro amori, dei loro sacrifici, delle loro lotte, altro ricordo che quello della loro esistenza.
§ 3. I Normanni. — Se dei costruttori dei mounds rimangono pur in mezzo alla più fitta oscurità traccie indiscutibili di esistenza, d'altre genti venute un giorno sul suolo nord-americano parlano solo vaghe leggende dei popoli nordici. Sarebbero questi i Norsi, i padri di quegli arditi navigatori scandinavi resisi terribili non per pura leggenda a tanti paesi d'Europa. Certa pare infatti, nonostante la veste fantastica di cui si ammanta nella saga islandese, la venuta degl'Irlandesi a partire dalla metà del VII sec. in un paese da loro in seguito colonizzato e denominato la Grande Irlanda, ch'era probabilmente l'estremo N-E. del Canadà e il N. Brunswick. Un fitto velo copre le vicende di questi arditi, che forse soccombettero alle ostilità degli indigeni ed all'epidemie o furono soppiantati da quei Normanni, i quali dopo essersi stabiliti nel sec. 8º e 9º nelle Färöer e nell'Islanda, pur esse precedentemente occupate da Irlandesi, approdarono e si stabilirono in Groenlandia ed in altre terre più occidentali lungo i secoli X e XI. Winland (terra del vino) Helluland (terra rocciosa) Markland (terra selvosa) furono i nomi immaginosi che Leif Eriksen, figlio di Erik Raudi, l'islandese stabilito in Groenlandia, ed il compatriotta di lui Thorfinn Karlsewne davano in sull'alba del 1000 alle terre americane, in cui la critica moderna ravviserebbe rispettivamente Nuova Scozia, Labrador, Terranuova e tutt'al più un lembo del Canadà, escludendosi la costa degli Stati Uniti sino al Capo Cod, com'era opinione comune sino pochi anni addietro.
Le relazioni fra l'Islanda la Groenlandia e la terra delle viti selvatiche, il Winland, si protrassero, pare, ad intervalli e riprese per qualche secolo, ed i Normanni si spinsero forse, se è da credere a vaghe tradizioni messicane, fino al Messico. Certo è ad ogni modo, che stabile colonizzazione bianca non vi fu neppure sulla costa dei futuri Stati Uniti, giacchè non solo manca ogni prova diretta od indiretta di essa ma non si trova neppure presso le genti del nord dell'Europa la cognizione di terre, che le relazioni commerciali o la fama avrebbe in quel caso rivelate.
I soli ed unici abitatori primitivi adunque, a noi noti, del territorio nord-americano sono quelle tribù di razza rossa ivi trovate all'epoca della scoperta e conosciute in Europa col nome generico di Pelli-Rosse o di Indiani, così detti dall'erronea opinione dei primi esploratori d'esser giunti alle Indie.
§ 4. Gli Indiani. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana, che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano, secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000 soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù, che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre, riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.
Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua classificazione.
Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia alla Carolina settentrionale, gli Algonkini, divisi in un'infinità di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale, presso i Grandi Laghi, gli Irochesi, tra i quali i Seneka i Kayuga gli Onondaghi gli Oneida e i Mohawki formavano la fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi come sesta la tribù dei Tuscarora, lega in guerra perpetua cogli Huroni, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est degli Stati Uniti attuali, gli Appalachiani, tra cui famosi per bravura i Cherochesi nella valle delle Tennessee, i Natchez sul basso Mississippi, i Seminoli nella Florida; di là dal Mississippi, nelle praterie, i Dakota e i Sioux, divisi essi pure in molteplici tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di tribù, appartenenti a quel gruppo dei Kenai estesisi per successive migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.
Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà, belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo, color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee, vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico; valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento; vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite, era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni; vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e mantenuto.
Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.
«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?» chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del Massachusetts. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel clan di cui costituivano ad un tempo e l'otem[6] od insegna tatuata ed il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «Hiawatha», erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i sacerdoti dotati di miracolosi poteri.
Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano in tribù e queste alla loro volta in clans o genti legate insieme dal vincolo della comune discendenza: alla testa dei clans vi era uno o più capi detti sachem, uomini di regola ma talora anche donne: ogni villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia, a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano coi sachem degli altri clans gli affari generali della tribù. Il grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due comandanti supremi.
Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.
Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di wampun o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei wampun, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.
Abitavano ora isolati in capanne dette wigwams, costruite di pelli e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini, con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge il piede coperto soltanto da un leggiero moccason o pianella: ogni tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero, distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante, che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.
Si dipingevano il corpo, vestivano pelli di animali, si ornavano il capo di penne, le rozze vesti di conchiglie. I lavori domestici, la poca agricoltura affatto primitiva era lasciata dall'Indiano alla sua squaw o donna; sua occupazione pressochè esclusiva era la caccia o la guerra esercitata più che altro a scopo di rapina. Quale fonte normale di sussistenza, come suole accadere presso i selvaggi ed i barbari, aveva pertanto la guerra una parte importantissima nella vita sociale delle tribù indiane, sempre in lotta fra loro, ora sole ora federate.
Cerimonie singolarissime la precedevano: digiuni e preghiere al Grande Spirito da parte del sachem, che tintosi di nero andava a nascondersi nei boschi per interrogare la divinità, e ottenuto nel sogno responso favorevole tornava fra i suoi, invitava nel proprio wigwam i guerrieri a lauto banchetto, finito il quale cominciavano le danze guerresche, che si protraevano tutta la notte tra il bagliore dei fuochi, tra i canti marziali e le grida selvaggie. Al mattino partivano per la spedizione dopo essersi spogliati di tutti gli ornamenti che consegnavano alle loro donne: entrati in campagna più che battagliare in campo aperto ricorrevano alle sorprese, ai tradimenti, agli stratagemmi d'ogni sorta, alle imboscate; loro armi d'offesa le freccie ed il tomahawk o scure di pietra, di difesa scudi di pelle di bisonte o corazze di vimini; sul nemico vinto praticavano lo scalp, atto nazionale per eccellenza di inaudita ferocia, che consisteva nell'incidere la cotenna alla base del capo e quindi strapparla afferrando quel ciuffo, che unico portavano gli Indiani in mezzo alla testa rasa; erano questi i più gloriosi trofei che i padri tramandassero ai figli.
Un milione dunque all'incirca di questi esseri deboli, miti in pace, in guerra feroci bensì ma armati di freccie di legno e scuri di pietra, privi delle più elementari risorse di vita e di resistenza di una qualsiasi civiltà un po' avanzata, dispersi sovratutto su un immenso territorio pressochè vergine e divisi in un'infinità di tribù ostili fra loro e separate bene spesso da enormi spazi vuoti, favorevoli quanto mai all'incunearvisi della colonizzazione bianca, ecco i padroni del suolo, dove la razza ariana sarebbe salita alla più alta potenza nel mondo, ecco l'elemento etnico indigeno, di fronte a cui veniva a trovarsi la colonizzazione bianca[7].
Chi erano i pionieri di questa? quali fra le genti d'Europa schiudevano prime questo vasto campo all'umana attività ed ai trionfi del più avanzato progresso?
§ 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee. — Se la storia generale della scoperta americana è iniziata ex integro dalla triade tutta italiana, Cristoforo Colombo, Paolo Toscanelli del Pozzo ed Americo Vespucci, sulle cui orme materiali od intellettuali si spinge baldanzosa dai porti dell'Occidente una pleiade di navigatori italiani e stranieri a scoprire ed esplorare le nuove terre; la storia speciale dell'esplorazione nord-americana, pur cominciando anch'essa a stretto rigore cogli ardimenti del genio latino, trova la sua preistoria in quelle audacie normanne, consacrate dalla leggenda, ed in quell'esercizio della pesca continuato per secoli nei mari più settentrionali d'America da parte degli occidentali: di quelle infatti si presentano continuatrici non più leggendarie ma storiche, di questi risolcano la via le navi del veneziano Giovanni Caboto, che sul finire del secolo XV pone il piede pel primo sul continente nord-americano.
Se l'Italia però dava al mondo i geni maggiori della navigazione, essa non dava al Nord-America più che al Sud-America i pionieri della colonizzazione: prima tra le nazioni europee per lo sviluppo di civiltà, essa non poteva entrare per la sua posizione geografica e per le sue condizioni politiche in un arringo coloniale, cui quella e queste spingevano gli altri paesi dell'Occidente.
L'Europa occidentale si presentava allora quanto mai adatta alla conquista ed alla colonizzazione del nuovo mondo. Le grandi scoperte geografiche avevano portato con sè una completa rivoluzione, trasportando il centro della civiltà fuori di quel bacino del Mediterraneo, che per tanti secoli era stato il teatro degli smerci internazionali e la sede d'ogni potere politico e commerciale: tracciata dai porti occidentali la nuova strada alle Indie, scoperta dai medesimi porti l'America, ad essi faceva capo quel commercio mondiale, che abbandonate le terre ed i mari chiusi si esercitava attraverso l'Oceano, e col commercio la ricchezza e la forza politica, lo sviluppo della civiltà.
Alla difesa di questi nuovi commerci erano necessarie delle flotte armate, a compiere le nuove conquiste nei mondi lontani occorrevano potenti organismi politici, e di tali mezzi potevano disporre appunto quei grandi Stati allora allora costituiti in Occidente sulle rovine del feudalismo, quelle società in cui l'industria nascente e la stampa andavano accrescendo la fortuna e l'influenza di robuste classi medie.
Portoghesi, Spagnuoli, Francesi ed Inglesi, sentinelle avanzate del mondo bianco sulle coste dell'Atlantico, sono infatti i popoli che compiono le prime esplorazioni, le più antiche ricognizioni, per dir così, sul suolo nord-americano, prima che gli Olandesi sorti a gagliarda vita nazionale s'aggiungano ultimi per tempo, non per fortuna, a contendere loro il primato dei mari.
I Portoghesi. — Famosi per le loro scoperte nei mari d'Africa e d'Asia, i Portoghesi, se lasciarono di sè traccia imperitura in tanta parte dell'America meridionale, non ne lasciarono affatto in quella settentrionale. Mentre invero il Cabral navigava a mezzodì e veniva dalle tempeste gettato sulle coste del Brasile, ignoti navigatori portoghesi compievano delle scoperte intorno al 1501 lungo le coste della Florida e forse della Carolina ed il Cortereal tra il 1500 ed il 1502 navigava per incarico ufficiale della corona portoghese a settentrione del continente americano: però il suo primo viaggio, in cui approdava alla spiaggia del Labrador e spaventato dalla crudezza del clima rivolgeva verso sud la prora delle sue navi, non aveva altro effetto che la rapina d'alcune decine d'Indiani tratti in schiavitù ed una relazione della flora rigogliosa dei paesi esplorati; nel secondo viaggio poi periva lo stesso esploratore, massacrato forse col suo equipaggio dagli Indiani; nè più dopo di lui il governo portoghese pensava all'America settentrionale.
Gli Spagnuoli. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien, rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo, Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel 1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava esistere in quei paraggi.
La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale, geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno, navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre 600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542, pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del gran fiume.
Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto sangue d'hidalghi e tanto calorosamente agognato.
All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti, sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e Carolina il paese, in onore di Carlo IX.
La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri, i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la preda delle navi spagnuole.
Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.
Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.
Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso: navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali, non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali, nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice conquista.
Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società spagnuola dell'epoca.
I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio nazionale.
Lo spirito d'avventura l'ambizione la gelosia contro il fortunato rivale fanno trovare presso Francesco I la migliore accoglienza ai disegni di Giovanni da Verrazzano, che s'impegna di scoprire la via al mistico regno del Catai per l'occidente; ed il navigatore fiorentino nel 1524 sbarca sulla bassa spiaggia della odierna Carolina settentrionale, esplora senza naturalmente trovare la via agognata le coste americane dal 34º grado al 50º e colla descrizione particolareggiata di esse, la prima comunemente nota, mandata al re da Dieppe al suo ritorno, dà maggior aire ai sogni fantastici di ricchezze e di conquiste. Il disegno del fiorentino è ripreso poco dopo da un favorito del monarca, da Filippo di Brion-Chabot, che al desiderio di raggiungere la meta invano sognata dal Verrazzano accoppia lo zelo di convertire alla chiesa cattolica gli infedeli del nuovo mondo per compensarla delle anime sottratte a lei dall'eresia di Lutero e di Calvino: Giacomo Cartier, audace navigatore di San Malò, è scelto a tradurre in atto i suoi disegni; ed il Cartier, dopo aver una prima volta nel 1534 toccato il San Lorenzo, in un secondo viaggio condotto dal 1535 al 1536 dava il nome al golfo di San Lorenzo e fra lo stupore e lo sbigottimento degli Indiani della regione si spingeva coi suoi fino alla loro capitale Hochelaga, un misero villaggio d'una cinquantina di edifici fatti con tronchi d'alberi, là dove ora sorge Montreal, nome dato a quel monte dallo stesso Cartier, il quale chiamava il fiume «fiume di Hochelaga o fiume del Canadà» dal nome generico che in indiano significava città o villaggio.
Una croce ed una bandiera coi gigli fissata sul suolo, ecco quanto lasciava il Cartier ad affermare il dominio francese nel futuro Canadà, portandone via dei miseri selvaggi attirati con inganno sulle navi, perchè dessero fede colle loro parole al racconto delle meraviglie vedute e dei tesori ancor più meravigliosi destinati ai Francesi.
Quando pertanto un gentiluomo della Piccardia, Giovanni de la Roque, signore di Roberval, riprende i disegni del Chabot, ottenendo dalla corte fra gli altri titoli pomposi quello di vicerè e luogotenente generale del Canadà, il Cartier si presenta come il più adatto capitano generale del futuro vicereame e l'organizzatore della spedizione, i cui proventi dovevano andare per 1⁄3 agli autori di essa, per 1⁄3 al re e per 1⁄3 a coprire le spese occorse.
Lasciata l'Europa nel maggio 1541 con un equipaggio reclutato per buona parte nelle prigioni, il Cartier vi faceva ritorno un anno dopo, abbandonando al proprio destino e vicereame e vicerè: carestia e scorbuto decimavano le genti del Roberval, che rimpatriato si recava poi una seconda volta in America nel 1549 per trovarvi una fine a noi non meno ignota di quella dello stabilimento da lui fondato sul S. Lorenzo.
Ancora meno di questo poi riusciva il tentativo consimile fatto più tardi nel 1598 da un gentiluomo della Brettagna, il marchese de la Roche, nominato egli pure luogotenente generale del territorio transatlantico; mentre il tentativo calvinista, fatto come vedemmo nel frattempo nel sud, non aveva lasciato di duraturo che la denominazione di Carolina data ad un paese molto più vasto dell'attuale Carolina.
Al cadere pertanto del secolo XVI le pretese della Francia su tutta quella parte del Nord-America, che nelle carte dell'epoca si chiamava Francesca o Canadà o Nuova Francia, al nord della spagnuola Florida, ben più vasta anch'essa dell'attuale, non avevano altro corrispondente nei fatti che la pesca della balena e del merluzzo da parte delle barche francesi insieme con quelle delle altre nazioni occidentali, pesca cui s'era associato oramai il commercio lucroso delle pelli di orso e di castoro e dei denti di tricheco, su scala così vasta che intere flottiglie partivano per esso dal porto di San Malò. La gloria di gettare le basi reali della grande per quanto effimera potenza francese nel Nord-America era riservata ad un eroico biscaglino, Samuele di Champlain.
Se infatti il progetto di fondare un grande impero francese nel nord-America, riaffacciatosi più vivo di prima all'ambizione francese durante il regno felice di Enrico IV, sembrava naufragato per sempre dopo il nuovo ed infausto tentativo del marchese de la Roche, una molla diversa ma non meno potente spingeva la Francia alla colonizzazione, la prospettiva di lauti guadagni commerciali: un mercante di San Malò, il Pontgravè, era l'anima di tali imprese, per le quali nel 1603 fondavasi a Rouen una compagnia di mercanti, che sceglieva per dirigere la spedizione il Champlain, uomo di profonda cultura marinaresca, di spirito penetrante, di perseveranza infaticabile, di coraggio indomito, il quale aveva già concepito nei suoi precedenti viaggi nel nuovo mondo il luminoso per quanto prematuro disegno d'un canale interoceanico nell'America centrale e se n'era fatto il banditore presso la corte ed il ceto dedito alle imprese coloniali.
Quando il Champlain ritornava in Francia da questa spedizione, senza aver trovato più alcuna traccia di Hochelaga e dei compatriotti ivi rimasti, Enrico IV, revocate tutte le concessioni commerciali e coloniali precedenti, aveva già dato a un suo ciambellano, Pietro de Monts, il permesso di colonizzare La Cadie o Acadia, nome con cui fu designato il territorio americano estendentesi dal 40º al 46º grado di latitudine nord, cioè dalla attuale Filadelfia fin oltre Montreal.
Il nuovo luogotenente generale d'Acadia, al quale coll'autorità di vicerè ed il monopolio del commercio delle pelli, cosa ben ostica ai mercanti francesi dei porti dell'Atlantico, era stato concesso di reclutare a forza vagabondi malandrini e prigionieri pei suoi equipaggi, armava una spedizione che doveva conquistare e colonizzare il paese per fini commerciali, convertendone al cattolicesimo gl'indigeni; disegno per cui il De Monts, quantunque calvinista, conduceva seco dei preti cattolici: il Champlain il Pontgravè ed il barone di Poutrincourt furono a lui compagni nell'impresa iniziatasi nel 1604.
Dato il nome a Port-Royal, che fu concesso in dono al Poutrincourt, ed al fiume S. Giovanni, fondato uno stabilimento col nome di Santa Croce alla foce del fiume omonimo, il De Monts ed il Champlain si spinsero verso sud in cerca di clima più dolce e terre più fertili, esplorando in nome della Francia le coste ed i fiumi dell'attuale Nuova Inghilterra fino al capo Cod; ma, non avendo trovato un luogo adatto per costruirvi la capitale, ritornarono a Port-Royal, dove fondarono una nuova colonia. Nel frattempo i nemici del De Monts lavoravano ai suoi danni, eccitati e comperati per di più da quei commercianti e pescatori dei porti normanni bretoni e guasconi, che la esclusione dal lucroso commercio delle pelli aveva danneggiato ed irritato oltremodo. Il De Monts tornava allora in Francia per sventare tali trame; ma ciò nonostante il monopolio concessogli veniva revocato ed i capi dell'impresa fallita, che primi tra gli Europei avevano tentato fondare nel nuovo mondo una colonia agricola pure servendosi a tal fine di pessimi elementi sociali accanto ai buoni, approdavano vinti ma non domi a S. Malò nell'ottobre del 1607.
Il barone di Poutrincourt, non volendo rinunciare ai suoi disegni, otteneva dal re Enrico IV la conferma del donativo di Port-Royal, ma i suoi piani venivano ostacolati dalla potenza dei Gesuiti i quali, fiutata nella Nuova Francia un nuovo e più vasto campo alla loro attività, volevano servirsi della grande influenza già acquistata alla corte per ridurre quel territorio sotto il loro dominio.
Il Poutrincourt, buon cattolico ma tutt'altro che amico dei Gesuiti, non volle saperne di condurli seco nel nuovo mondo, dove si diede con zelo all'opera di convertire gli Indiani per dimostrare che anche senza i Gesuiti potevasi cristianizzare la Nuova Francia; ma l'intrigo e la tenacia della compagnia di Gesù, cui l'assassinio di Enrico IV rendeva più potente, la vincevano sopra l'energia del barone sfornito di mezzi e nel gennaio del 1611 i Gesuiti salpavano trionfanti per la Nuova Francia dopo che il padre Briard ebbe comperato per 3800 lire in nome della «Provincia di Francia della Compagnia di Gesù» il diritto di partecipare all'impresa del Poutrincourt cui s'erano associati due mercanti ugonotti di Dieppe!
Esaurite ben presto le risorse del Poutrincourt, la bella e virtuosa marchesa di Guercheville, Antonietta de Pons, dama d'onore di Maria de' Medici e grande fautrice dei Gesuiti, comperava da lui il diritto di partecipare alla sua impresa, dal De Monts a corto lui pure di denari i suoi diritti sull'Acadia, mentre si faceva donare dal giovane re Luigi XIII tutti i paesi dell'America settentrionale, dal fiume San Lorenzo alla Florida! Così la Compagnia di Gesù, di cui la pia marchesa non era che il medium, divenne padrona di gran parte del suolo dei futuri Stati Uniti.
La compagnia si accingeva subito all'opera; ma la prima impresa inspirata da essa falliva completamente, giacchè la colonia fondata nel 1613 dal Saussaye sulle coste del Maine veniva aggredita da un avventuriero inglese, Samuele Argall, capitano d'una nave contrabbandiera, che s'impadroniva coll'astuzia associata alla violenza delle lettere regie contenenti i pieni poteri dati al Saussaye: i coloni sopraffatti a tradimento venivano parte uccisi, parte lasciati su un cannotto in balia delle onde, parte condotti prigionieri. Fornito in seguito a ciò di una piccola flottiglia dal governatore inglese della Virginia, l'Argall saccheggiava e incendiava gli stabilimenti francesi, quantunque non vi fosse guerra tra Francia ed Inghilterra, assalto brigantesco, ammantato per giustificarlo dei pretesi diritti inglesi su quelle coste, col quale s'iniziava per quanto inavvertita la lotta secolare tra Francia ed Inghilterra pel possesso del Nord-America.
Se l'iniziativa presa dalla marchesa di Guercheville in favore dei Gesuiti non riusciva a dare alla Francia un vasto dominio nel nuovo continente, ben vi riusciva la costanza eroica dei predecessori di essa, del Champlain in prima linea.
Il tenace de Monts infatti, riuscito dopo molta fatica nel 1608 ad ottenere un nuovo monopolio commerciale per la durata di un anno, aveva armato due navi affidandole l'una al Pontgravè, perchè commerciasse cogli Indiani e nella vendita delle pelli trovasse i mezzi finanziari dell'impresa, l'altra al Champlain perchè fondasse la progettata colonia ed esplorasse l'immenso paese.
Risalito quindi di nuovo il S. Lorenzo, il Champlain fondava un fortilizio in legname alla confluenza del fiumicello S. Carlo col S. Lorenzo, su un promontorio che circondato da due parti dalle acque formava come una fortezza naturale. Questo punto strategico per eccellenza, sul quale sorge oggi la città di Quebec, doveva servire al Champlain di base commerciale da un lato, prestandosi esso in modo mirabile a chiudere a qualsiasi concorrente il bacino del San Lorenzo ed a monopolizzare così il traffico delle pelli, di base militare dall'altro per compiere le scoperte e conquiste ch'egli intendeva di fare, sempre fermo nel duplice intento di trovare la nuova via per l'Oriente e di strappare al demonio le tribù selvagge d'America.
Iniziatore della politica francese di attirare nell'orbita della propria influenza le tribù indiane, il Champlain, invitato dagli Huroni abitanti sul lago omonimo, s'intrometteva nelle lotte fra questi, alleati agli Algonchini, e le tribù loro affini degli Irochesi, stretti nella terribile lega già ricordata delle Cinque Nazioni. Pochi colpi sparati dal Champlain, che durante la spedizione scopriva il lago omonimo, e dai pochi suoi compagni, se mettevano in rotta i terribili Irochesi spaventati da tale novità, acquistando così alla Francia la gratitudine e la simpatia degli Huroni e d'altre tribù, gettavano d'altra parte il seme di future lotte sanguinose tra coloni ed indiani.
Ritornato in Francia col Pontgravè nel 1610, il Champlain aveva fatto ad Enrico IV un rapporto soddisfacentissimo; tanto che il De Monts, il quale si trovava egli pure alla corte invano adoperandosi per farsi rinnovare il monopolio, aveva risolto, d'accordo cogli antichi compagni di lotta, di continuare a ogni costo per proprio conto l'ardita impresa.
Il Champlain, ottenuta carta bianca, salpava di nuovo pel Canadà, aiutava di nuovo gli Huroni contro gli Irochesi, fondava un fortilizio col nome di Place Royale non lungi dall'odierno Montreal e, tornato in Europa, cercava d'infiammare del suo entusiasmo coloniale il principe Carlo di Borbone, il quale infatti, creato luogotenente generale della Nuova Francia, affidava i suoi poteri al Champlain. La vita di questo non fu più sino al giorno della sua morte che un apostolato costante a favore della colonizzazione della Nuova Francia, le cui sorti posavano solo sul suo entusiasmo, sul suo ardimento, sul suo genio. Mentre in Francia, dov'egli si reca quasi ogni anno, l'opera sua si spiega nel ricercare calorosamente nuovi proseliti, nel raccogliere sussidi armi danari coloni, nel mettere insieme compagnie mercantili interessate al traffico delle pelli; di là dall'Atlantico essa è tutta rivolta ad esplorare il paese, a crearvi nuovi stabilimenti, a convertirlo al cattolicesimo, a difenderlo dagli assalti inglesi, a far della potenza francese il perno ed il centro d'una vasta lega fra tutte le tribù erranti del Canadà contro i comuni nemici, i terribili Irochesi delle Cinque Nazioni, contro i quali egli spesso combatte dando prove d'un coraggio personale non inferiore al suo genio.
La fede del Champlain riusciva a trionfare e la sua opera poteva dirsi ormai assicurata, quando dopo mille tentativi di colonizzazione si fondava finalmente nel 1627 sotto gli auspici dello stesso Richelieu, che se ne metteva alla testa, una società di 100 mercanti detta «Compagnia della Nuova Francia» con un capitale di 300,000 lire e due navi da guerra regalate dal re. Essa otteneva a perpetuità e con poteri sovrani l'intero paese dalla spagnuola Florida al circolo polare col monopolio perpetuo del traffico delle pelli ed un monopolio di 15 anni per ogni altro ramo di commercio: in compenso era obbligata a trasportare subito da 200 a 300 artigiani e lavoranti nella Nuova Francia, accrescendo il numero di essi fino a 4000 prima del 1643, ed a provvedere questi coloni di terreni coltivabili, mantenendoli intanto pei primi tre anni; i coloni poi dovevano essere francesi e cattolici; proibita d'allora in poi agli Ugonotti l'entrata nel paese ed espulsi quelli della setta ivi domiciliati; obbligata la compagnia a tenere tre preti almeno per ogni stabilimento.
Gli Ugonotti fuggiaschi meditarono allora d'impadronirsi della Nuova Francia e riuscirono infatti, sotto bandiera inglese, a conquistare Quebec invano difesa audacemente dal Champlain: la città veniva però poco dopo restituita alla Francia e ritornava la capitale dei possessi della Compagnia, rappresentata dal Champlain fino alla sua morte. Con lui si spegneva la notte di Natale del 1635 una delle figure più nobili di quella storia coloniale pel solito intessuta di delitti e di sangue, un soldato audace ed un leale politico, un grande esploratore, un credente ardentissimo senza esser bigotto, un conquistatore senza essere massacratore, un cavaliere senza macchia e senza paura.
Per opera sua i fondamenti della potenza francese erano ormai gettati nel Nord-America, ma l'edificio posava su basi troppo mal fide per essere duraturo. L'assolutismo della vecchia dinastia capetingia e la potenza dei Gesuiti, che erano ormai ritornati in America e si erano dati col solito entusiasmo spinto fino alla sete del martirio a convertire gl'indiani per fondare in quelle regioni un nuovo Paraguay, una monarchia feudale ed un sacerdozio sovrano, erano puntelli troppo tarlati dall'opera dei secoli per resistere all'onda impetuosa delle nuove idee, agli assalti vigorosi d'una razza incarnante quello spirito nuovo, che andava ormai aleggiando sulla vecchia Europa ed aveva trovato un focolare di sviluppo e d'energia nella stessa America, nello stesso territorio diviso fra le pretese francesi e quelle spagnuole: sulle rive dell'Atlantico, tra gli Allegani ed il mare, s'erano stanziati o si stavano stanziando Inglesi Olandesi e Scandinavi.
Gli Inglesi. — Era appena terminata, può dirsi, la guerra delle Due Rose, che l'Inghilterra approfittava della tranquillità assicuratale dalla mano energica di Enrico VII per sviluppare le sue industrie e allargare i suoi commerci ristretti fino allora più che altro ai mari settentrionali: così, mentre da un lato le fiere inglesi attiravano in gran numero i mercanti lombardi, dall'altro la città trafficante di Bristol, chiamata dai contemporanei la Lubecca o Venezia inglese, diventava e per la sua postura occidentale e per le tradizioni sue commerciali, quale centro della pesca nei mari d'Irlanda, il centro maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa, che ben s'accordava coi disegni del monarca geloso delle grandi risorse fruttate alla Spagna dalle scoperte marittime dell'epoca.
Ed un mercante veneziano infatti residente a Bristol, Giovanni Caboto, induceva senza fatica il re inglese a concedergli nel 1497 una patente di monopolio coloniale, che desse a lui ai figli ed eredi il diritto esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest dell'est e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali vassalli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di sbarcare nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare alla corona il quinto dei profitti di esso.
Il primo viaggio, come del resto i seguenti, non apportò al Caboto alcun lucro, ma in compenso egli s'acquistava la gloria imperitura di aver scoperto per il primo il continente nord-americano e dava su questo all'Inghilterra tutti gli eventuali diritti, che derivavano secondo lo spirito dell'epoca dalla priorità della scoperta.
Se mancarono quindi i vantaggi immediati, non andò perduto per l'avvenire di quella nazione l'impulso dato alla marineria britannica dalle scoperte di Giovanni e più ancora del figlio Sebastiano Caboto, che nel 1498 toccato una seconda volta il Labrador si spingeva lungo la costa americana fino all'attuale Maryland, e più tardi, messosi alla ricerca d'un passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata un secolo dopo dall'Hudson.
La posizione geografica, lo sviluppo considerevole della popolazione, la passione dei viaggi e delle scoperte propria dell'epoca con tutti i sogni romantici ad essa inerenti, la gelosia per le scoperte spagnuole e la necessità di difesa marittima contro quel popolo, l'esercizio del commercio sulle coste dell'Africa, la politica di Enrico VII curante degli interessi commerciali nonostante il suo tirannico governo, e più ancora quella di Elisabetta animata dall'intento di assicurare al paese il primato nei mari, erano tutte cause che dovevano spingere l'Inghilterra ad assecondare prima e continuare poi anche nei mari del nuovo mondo, come in quelli settentrionali dell'antico, l'opera iniziata dal suo «grande pilota» e da lui condotta, con costanza non inferiore al suo genio, sino alla morte. Marinai e lavoratori, scienziati ed avventurieri fanno delle terre d'oltre Atlantico l'oggetto del loro pensiero, la sede dei loro castelli dorati: ed ecco nel 1576 e negli anni seguenti i viaggi nei mari polari d'America organizzati, qualcuno a spese della stessa Elisabetta, dalla tenacia indomita del Frobisher, che considerava la scoperta del passaggio del N. O. «come la sola cosa al mondo che vi fosse ancora da fare e che potesse procurare ad un genio distinto la gloria e la fortuna», viaggi importanti per le scoperte geografiche più che per i risultati pratici, che si ridussero al trasporto di vascelli carichi di pietre scambiate per oro dall'ingordigia febbrile degli esploratori; ecco le prodezze, segno anche queste dei tempi, di Francesco Drake, vero pirata a danno dei nemici dell'Inghilterra, il quale, inteso a saccheggiare dal 1577 al 1580 i forti spagnuoli dell'Oceano Pacifico, prende piede per il primo sulla costa occidentale dei moderni Stati Uniti, denominandola Nuova Albione; ecco infine dei progetti non di semplice scoperta e conquista di terre americane ma di colonizzazione vera e propria con sir Umfredo Gilbert, che nel suo «Discorso per dimostrare il passaggio di Nord-Ovest per il Catai e le Indie Orientali» scrive: «Noi potremmo abitare una parte di quei paesi e trasportare colà quella gente bisognosa, che adesso disturba la nostra società, e per le tristi condizioni in patria è portata a commettere misfatti e cattive azioni, talchè ogni giorno la vediamo salire il patibolo».
Ottenuto un brevetto abbastanza largo, per quanto concepito secondo le teorie commerciali dell'epoca, e riunita una schiera di emigranti volontari, il Gilbert metteva alla vela per l'America nel 1579 una prima volta, ed una seconda nel 1583 ma senza alcun risultato; in quest'ultimo viaggio anzi naufragava egli stesso, mentre seduto a poppa con un libro tra le mani incoraggiava filosoficamente i suoi colle parole «per mare come per terra siamo del pari vicini al cielo»!
Ai rischi di tale spedizione aveva partecipato un fratellastro del naufrago, Gualtiero Raleigh, il quale in quell'elevato patriottismo, in quella gelosia dell'onore della prosperità del progresso dell'Inghilterra, che lo facevano l'antagonista inesorabile delle pretese spagnuole, trovava la forza di volontà per continuare e compiere ad ogni costo l'opera del Gilbert. Se Elisabetta nella speranza di un iperboreo Perù nei mari glaciali d'America favoriva le spedizioni polari, il Raleigh animato dalle idee stesse del Gilbert non risparmiava sacrifici pur di colonizzare a vantaggio del proprio paese il nuovo mondo, diffondendone al tempo stesso in Inghilterra in tutti i modi la conoscenza ed ispirando per esso il più vivo interesse.
La prima spedizione organizzata dal Raleigh ma condotta da altri ebbe luogo nel 1584 senz'altro risultato che quello di prender nominalmente possesso d'una parte della costa già detta dai Francesi Carolina, regione chiamata ora Virginia in onore della vergine regina innamorata del paese dalla descrizione fattale. L'anno dopo partiva sotto il comando del Grenville una nuova spedizione di 7 navi con 108 coloni, i quali ben presto sgomenti dei disagi sopportati abbandonavano la colonia, non senza però aver gettato il primo germe della lotta tra indigeni e bianchi col dare alle fiamme un villaggio di Indiani, rei d'avere rubata una tazza d'argento. A guardia del possesso inglese rimanevano nell'isola Roanoke una quindicina di uomini, ma di costoro non ritrovava che le ossa una terza spedizione, condotta dal White nel 1587, la quale abortiva completamente essa pure per mancanza d'aiuti dalla madre patria, spedizione famosa soltanto per aver dato al suolo nordamericano il primo oriundo inglese nella nipote del governatore Dare, denominata appunto Virginia. L'Inghilterra era allora impegnata in una lotta per la vita contro l'invincibile armata, e d'altra parte il Raleigh aveva esaurito tutto il suo patrimonio in questi tentativi coloniali costatigli un 40000 sterline, senz'altro risultato diretto che quello di introdurre in patria le patate ed il tabacco. Animato però sempre dallo stesso entusiasmo, egli riusciva a costituire una compagnia coloniale per venire in aiuto della Virginia; ma all'arrivo della nuova spedizione, intrapresa nel 1590, nei paraggi di Roanoke la colonia era scomparsa, ed essa come le spedizioni seguenti nonchè fondare una stabile colonia non riuscì neppure a mettere in luce la fine dei compatriotti, massacrati probabilmente dagli indigeni od internati nel paese. I progetti del Raleigh fallivano così completamente, spezzando la forte fibra del grande patriota, prima che una ignominiosa condanna di morte venisse a compensarlo in modo indegno dei servigi resi al suo paese: a lui rimaneva la gloria, come sempre grondante di lacrime, dei precursori; di lui rimaneva il nome dedicato per riconoscenza e venerazione circa due secoli dopo alla capitale della Carolina del Nord. I primi timidissimi successi dell'opera, di cui il Raleigh era stato l'apostolo infelice, dovevano riportarsi, ironia del destino, sotto gli auspici dello stesso suo carnefice, del tirannico Giacomo I.
Lo stato politico dell'Inghilterra si presentava ora quanto mai favorevole alle imprese coloniali; chè la popolazione vi era sovrabbondante, ed agli elementi più risoluti ed irrequieti di essa, occupati dalla politica di Elisabetta in tante imprese di terra e di mare, non rimaneva più dopo l'avvento al trono del timido Stuart che l'alternativa di partecipare in qualità di mercenari alle lotte straniere o di tentare l'alea del Nuovo Mondo. Gli ultimi viaggi, i tentativi ripetuti di colonizzazione avevano fatto rivolgere sulla Virginia gli sguardi di un gran numero di gente che eccelleva per grado sociale, per istruzione, per spirito d'intraprendenza. L'interesse pei progetti coloniali intepidito ma non spento negli associati del Raleigh, tra cui anzi il più chiaro, Riccardo Hakluyt, lo storico delle spedizioni marittime dell'epoca, aveva conservato tutto il prisco entusiasmo nonostante i continui insuccessi. Nuovo impulso a questa tendenza coloniale veniva nei primi anni del regno di Giacomo I dall'energia del bravo esploratore Bartolomeo Gosnold, il quale aveva iniziato nel 1602 una rotta diretta dall'Inghilterra al Nord-America, abbandonando quella più lunga per Madera le Azzorre e le Indie occidentali, e primo fra gli Inglesi aveva calpestato il suolo della Nuova Inghilterra, esplorato subito dopo dal Pring e dal Weymouth.
Convinto per propria esperienza della fertilità del suolo nordamericano, il Gosnold si era dato a sollecitare il concorso degli amici per stabilirvi una nuova colonia ed era finalmente riuscito a tirare dalla sua Edoardo Maria Wingfield, un piccolo commerciante dell'ovest dell'Inghilterra, Roberto Hunt, un prete pieno di fermezza e capacità unita a grande modestia, e John Smith, uno spirito di avventuriero dotato d'una mente geniale e d'un grande cuore. La piccola società andava così maturando il progetto della sognata piantagione, quando i racconti del Weymouth accendevano vieppiù il desiderio già vivo in un ricco ed influente inglese, sir Ferdinando Gorges, di possedere un dominio di là dall'Atlantico, e questi guadagnava al suo disegno il gran giudice d'Inghilterra, sir John Popham. La causa della colonizzazione acquistava così dei difensori zelanti, i quali indipendentemente dai partiti religiosi e politici nutrivano la più ferma fiducia in un prospero stato da fondarsi per opera degli Inglesi nelle regioni temperate dell'America settentrionale. Il re d'Inghilterra, che troppo timido per agire era però troppo vanitoso per rimanere indifferente e d'altra parte aveva già tentato nel proprio paese una colonizzazione interna per diffondere nella Scozia, nell'Irlanda e nelle isole Ebridi le industrie e la civiltà, quando vide una compagnia di gente di affari e d'uomini altolocati, la quale per l'esperienza d'un Gosnold, l'energia d'uno Smith, i lumi di un Hakluyt, le ricchezze e l'influenza d'un Gorges e d'un Popham dava le più serie garanzie, chiedere a lui la autorizzazione «di condurre una colonia nella Virginia», incoraggiò senz'altro la magnifica opera ed accordò per essa una patente larghissima. Due compagnie rivali, quella di Londra e quella di Plymouth, dovevano colonizzare il territorio americano compreso dal 34º al 45º grado di lat. nord, dal capo Fear ad Halifax, salvo forse il piccolo cono dell'Acadia posseduto allora dai Francesi. Alla prima delle due compagnie, composta di nobili di personaggi influenti e di negozianti di Londra, veniva assegnata la parte tra il 34º e il 38º vale a dire dal capo Fear alla frontiera meridionale dell'attuale Maryland; alla seconda, composta di cavalieri e di mercanti dell'Ovest, la parte tra il 41º ed il 45º: il territorio intermedio doveva rimanere aperto a tutt'e due, col patto però, ad evitare contese, che una zona neutrale di 100 miglia intercedesse tra gli stabilimenti estremi delle due compagnie. Il solo obbligo imposto ad esse era di prestare omaggio al re e di corrispondergli un canone pari ad un quinto del prodotto netto dell'oro e dell'argento e ad un quindicesimo del rame.
La direzione suprema delle colonie era affidata ad un consiglio di nomina regia e revocabile, sedente in Inghilterra; l'amministrazione era lasciata ad un consiglio locale sottoposto esso pure al controllo regio, vera aristocrazia che non aveva da rendere alcun conto agli amministrati del proprio operato. Il potere legislativo sia per gli interessi generali che per quelli particolari era riservato al re, al quale sarebbe spettata pure un'imposta sulle navi entranti nei porti della colonia, imposta però che per 21 anni doveva essere consacrata al miglioramento della colonia. Quanto agli emigranti, la carta stabiliva le condizioni più favorevoli per l'occupazione delle terre e conservava ad essi ed ai loro figli la cittadinanza inglese con tutti i diritti ad essa inerenti pel caso di ritorno in patria, ma non offriva loro alcuna garanzia di fronte agli agenti coloniali, se ne eccettui il giudizio per giuria nel caso di reati punibili di morte. Quanto alla religione era prescritto di conformarsi in tutto e per tutto alle dottrine ed ai riti della chiesa d'Inghilterra. Quanto agli indigeni infine si raccomandava di trattarli con bontà e di fare il possibile per convertirli.
La compagnia mercantile non riceveva dunque che un territorio deserto col diritto di popolarlo e di difenderlo: il monarca si riservava il potere legislativo assoluto, la facoltà di nominare a tutti gli impieghi e la prospettiva d'un'immensa rendita: gli emigranti, privi della più elementare libertà, d'ogni franchigia elettorale, d'ogni diritto di governarsi da sè, dovevano sottomettersi agli ordini d'una corporazione commerciale, di cui non potevano far parte, all'autorità d'un consiglio locale, di cui non potevano eleggere alcun membro, al controllo d'un consiglio superiore ancora più estraneo ad essi, ed infine agli abusi del sovrano! Tale la prima carta data nel 1606 al paese, che doveva divenire il soggiorno prediletto della libertà e del self government!
Coll'anno seguente, 1607, incominciava la colonizzazione inglese in America. La compagnia di Plymouth falliva nell'intento, giacchè le piantagioni, tentate in quell'anno alla foce del fiume Kennebec nell'odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni l'anno dopo, e questi per di più tornati in patria dissuadevano gli altri dal ritentare la prova; ma ad ogni modo la bandiera inglese sventolata sul forte di S. Giorgio, da essi per breve tempo occupato, dava all'Inghilterra un nuovo titolo al possesso di quel paese.
I foschi colori, con cui i reduci delusi ne dipingevano i rigori del clima e l'aridità del suolo, non vi impedivano un viaggio d'esplorazione da parte del benefattore della Virginia, Giovanni Smith, il quale nel 1614 ne rilevava le coste dalla foce del Penobscot al capo Cod, dandogli il nome di N. Inghilterra, vi tentava nel 1615 un inizio abortito di colonizzazione e, per nulla scoraggiato dall'insuccesso, si dava ad una propaganda entusiastica in favore di essa nell'Inghilterra, promettendo ai nobili vasti domini, alle municipalità lauti guadagni commerciali, agli irrequieti ed agli oppressi libertà illimitata, agli avventurieri soggiorni incantevoli, lucido aere acque tranquille ai sognatori. L'entusiasmo di questo apostolo della colonizzazione riusciva finalmente a trasfondersi nei membri della tramontata compagnia di Plymouth, i quali aprirono trattative per rinnovare le vecchie patenti con poteri analoghi a quelli della compagnia della Virginia. Le rimostranze di questa e la gelosia dei Londinesi contro gli Occidentali ritardavano fino al 1620 la concessione da parte di Giacomo I della nuova carta, una delle più ampie non solo negli annali americani ma in tutta la storia coloniale. Per essa quaranta sudditi inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti nella nobiltà e qualche membro della stessa casa reale, venivano eretti, essi ed i loro successori, in corporazione sotto il nome di «Consiglio stabilito a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare, organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America». Il territorio conferito ad essi come proprietà assoluta, con giurisdizione illimitata, potere esclusivo di legislazione, facoltà di scegliere tutti gli agenti e tutte le forme di governo, si estendeva in larghezza del 40º al 48º grado di latitudine settentrionale ed in lunghezza dell'Oceano Atlantico al Pacifico. Senza l'autorizzazione del consiglio di Plymouth, dall'isola di Terranova alla latitudine dell'attuale Filadelfia non un vascello poteva entrare in una rada, non si poteva comprare una pelle nell'interno delle terre, nè pescarvisi un pesce sulle coste, nè stabilirvisi alcun emigrante!
Date così le maggiori garanzie alla cupidigia dei proprietari, la patente non prendeva neppure in considerazione i futuri coloni: essi venivano lasciati alla più illimitata mercè d'una corporazione, che tra i suoi poteri illimitati aveva quello di legiferare per essi e di governarli! Due mesi prima però che questo odioso monopolio economico e politico fosse nonchè attuato concesso, un manipolo eroico d'emigranti inglesi erano salpati dal vecchio mondo per fondare nella Nuova Inghilterra la prima colonia permanente, senza alcuna garanzia del sovrano, senza alcuna carta della compagnia, senz'altro capitale che le loro braccia ed il loro cuore. Tredici anni prima sotto auspici ben diversi, ma con risultati non meno grandiosi la razza inglese aveva gettato salde radici sul suolo meridionale dei futuri Stati Uniti per non esserne divelta mai più. I coloni infatti della «compagnia di Londra», sbarcati, nel 1607 pur essi, alla foce d'un fiume della Virginia, chiamato James in onore del re, erano rimasti ed avevano iniziato, nonostante le mille peripezie i disagi le sofferenze dei primi tempi, la colonizzazione inglese sul continente nordamericano. Non ispirata nè al preconcetto politico di fondare un vasto impero feudale e teocratico, come quello francese, nè all'errore economico di limitarla a spedire nella madrepatria galeoni carichi d'oro e d'argento, come quella spagnuola, ma alla nuova concezione coloniale di fondare degli stabilimenti agricoli, essa racchiudeva in sè anche per questo i germi d'un grande avvenire. «Qui non bisogna sperar nulla, se non dal proprio lavoro» era la massima che predicava lo Smith, il padre della Virginia, nella sua convinzione profonda che il vero interesse dell'Inghilterra non era di cercar oro ed arricchirsi subitamente, ma di dare nel lavoro vigoroso e regolare una solida base economica alla nascente colonia.
Umili dunque, come vedremo meglio in seguito, i principii inglesi nel Nord-America, ma tali per un complesso di cause materiali e morali da giustificare i voli dell'immaginazione brittannica, che già sognava di là dall'Atlantico un popolo nuovo avente l'inglese per lingua materna. «Chi sa, diceva il Daniel, poeta laureato dell'Inghilterra all'epoca di Elisabetta, chi sa dove col tempo noi potremo portare i tesori della nostra lingua? In quali rive straniere noi manderemo il nostro migliore e più glorioso prodotto per arricchire delle nostre risorse selvagge nazioni? Quali mondi, in questo occidente ancora informe, si civilizzeranno ai nostri accenti?» E lo Shakespeare, il grande tragico che incarna in sè con lo spirito tutto dell'umanità quello particolare del suo popolo, trasfondeva nell'opera sua e tramandava ai posteri l'entusiasmo del momento, inneggiando a re Giacomo I, protettore delle colonie, da lui paragonato «al cedro delle montagne che copre dei suoi rami tutte le circostanti pianure». «Dovunque risplenderà la brillante luce del sole, profetava l'amico del conte di Southampton, uno dei capi della compagnia virginiana di Londra, appariranno la grandezza e la gloria del suo nome, ed egli farà sorgere novelle nazioni».
Ed una nuova nazione per verità stava per sorgere dal vecchio ceppo anglosassone sul continente nord-americano, una nazione, di cui per maggior fortuna se il sangue inglese costituirà il cemento altri elementi etnici, Olandesi e Svedesi in prima linea, presiederanno alle origini, elementi troppo scarsi per non venire assorbiti da quello predominante ma però sempre sufficienti a portargli nuovo contributo di sane energie, di forze materiali e morali. Nè una nuova nazione soltanto, ma una società nuova sorgerà quivi, una civiltà nuova, che contrasterà con pieno successo a quella vecchia rappresentata da Francesi e Spagnuoli il possesso del Nord-America.
Mentre le potenze più retrive della vecchia società europea, il feudalesimo vinto ma non domo la monarchia trionfatrice e la chiesa romana galvanizzata dal pericolo protestante, invadono in veste di conquistatori più che di colonizzatori, da settentrione e da mezzogiorno il Nord-America, coi loro hidalghi coi loro nobili coi loro soldati coi loro preti, rappresentanti genuini d'una vecchia razza corrotta dal dominio mondiale e d'una classe parassita, usa ad attingere i mezzi di vita dallo sfruttamento dei soggetti più che dal lavoro, s'incunea nel cuore stesso del loro dominio, fra gli Allegani predestinati dalla natura all'industria e l'Oceano aperto ormai dagli uomini al commercio mondiale, nella parte più adatta del continente allo sviluppo d'una grande civiltà, una forza nuova, che sorta, lottando col passato in Europa, agguerrita dalla lotta viene a cercare pel suo trionfo completo un vergine suolo, dove i ruderi del vecchio mondo non soffochino i germogli della pianta novella, inceppandone l'espandersi rigoglioso. Incarnano per di più questa potenza uomini appartenenti a giovani razze, entrate allora allora nell'arringo della civiltà dopo avere spezzato colla Riforma le ultime pastoie che le avvincevano ancora al carro delle vecchie razze dominatrici, uomini appartenenti di regola alle classi laboriose della società, che sbarcano sul suolo americano per popolarlo e fecondarlo del loro sudore anzichè per conquistarlo e sfruttarlo soltanto. È una nuova concezione coloniale, che la razza germanica contrappone all'antica: non già l'oro il saccheggio la distruzione la riduzione d'intere popolazioni al servaggio per fornire all'Europa le merci di lusso dei climi tropicali sono il fine di tale colonizzazione, ma la fondazione di stati, lo stabilimento di colonie cristiane, la formazione per gli oppressi e gli intraprendenti di luoghi di rifugio e d'abitazione, con tutti gli elementi d'una esistenza nazionale indipendente. Così là, dove la vecchia Europa colla sua monarchia feudale ed il suo sacerdozio sovrano non cerca altro che un nuovo e più vasto campo alla conquista e allo sfruttamento, proiettando sul nuovo mondo la sua storia di ambizioni di guerre fratricide di infamie, quadro dai vivaci colori in cui spiccano più smaglianti figure sovrane di santi di delinquenti e di eroi; la giovane Europa cercava una patria, iniziando una storia nuova di libertà spirituale e di progresso materiale, una società dove i colpi di spada e la pompa dei titoli e i lampi del genio non creassero dei piedistalli da cui dominare gli altri ma il lavoro oscuro tenace e paziente di tutti assicurasse alla comune convivenza i maggiori vantaggi.