CAPITOLO V Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.
§ 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle insieme — § 2. Politica economica della madrepatria — § 3. Maturità delle colonie per l'indipendenza.
§ 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle insieme. — Le grandi braccia della civiltà attuale, la locomotiva, il telegrafo, la stampa quotidiana, la navigazione a vapore, che oggi legano una popolazione di 80 milioni, sparsa sulla metà d'un continente in una sola nazione, l'anglo-americana, erano sconosciute o quasi alle tredici colonie disperse nel secolo XVIII lungo la costa atlantica del Nord-America senz'altro legame che quello della comune dipendenza dall'Inghilterra. I mezzi di comunicazione e trasporto fra le colonie erano assai primitivi. Le strade erano rare, spesso rotte, in molti punti, in vicinanza delle città specialmente, quasi impraticabili pel fango. Occorrevano sette giorni per andar in diligenza da Philadelphia a Pittsburgh, quattro da Boston a New York, tre da New York a Philadelphia: nel 1766 parve cosa miracolosa il fare in due giorni questo viaggio, tanto che la diligenza ad esso destinata fa detta «la macchina volante». Dov'era possibile, il viaggio si faceva per acqua, affidandosi al vento, ragione per cui lo stesso viaggio ora si faceva in due giorni ora in due settimane. Il servizio postale era perciò inadeguato e lento quanto mai: talora in inverno una lettera impiegava settimane per andare da Philadelphia nella Virginia. Occorrevano decine e decine di giorni perchè le notizie attraversassero l'Atlantico, un tre settimane circa perchè un'idea attraversasse tutte le colonie. Pochi i giornali, senza importanza le loro notizie, limitata per forza ad una piccola area la loro circolazione. Si è calcolato che il contenuto di tutti i 43 giornali, esistenti all'epoca della Rivoluzione, non avrebbe riempito dieci pagine dell'attuale New York Herald: le notizie erano tanto scarse, che durante la stessa guerra d'indipendenza il «Massachusetts Spy» per mancanza di novità pubblicava successivamente l'intera «History of America» del Robertson. Questo stato materiale di cose sarebbe bastato da sè solo a condannare le singole colonie a quell'isolamento, che è il fatto caratteristico della vita americana dell'epoca, quand'anche cento altre ragioni non avessero a ciò cooperato.
Origini, nazionalità, religione, suolo, clima, forme sociali e politiche erano diverse, si può dire, da colonia a colonia: nessun principio di coesione in sulle prime, nessun centro di vita comune fra queste provincie, che si guardavano con occhio diffidente quando non geloso, che sembravano riprodurre tutti i dissensi religiosi e politici della madrepatria, che avevano in una parola una coscienza così aliena da ogni simpatia intercoloniale, così spiccatamente individuale, che oggi mal saprebbe concepirla nonchè un europeo un americano degli stessi Stati Uniti. Nessuna meraviglia pertanto che il dotto svedese Peter Kalm, viaggiando per le colonie dal 1748 al 1751, rimanesse meravigliato dell'isolamento di ciascuna nelle leggi, nella moneta, nei piani militari, negli usi sociali; nessun miracolo se, nonchè nella nota letteraria diversa da regione a regione, nella stessa lingua, affetta da un arresto di sviluppo in confronto di quella della madrepatria, si fossero affermate tali differenze che Beniamino Franklin nel 1752 poteva dire che ogni colonia aveva «alcune espressioni peculiari, famigliari alla sua popolazione ma straniere ed inintelligibili alle altre».
Se però l'isolamento è il fatto più appariscente di questa società coloniale, di cui ogni singola unità sembra tener nelle proprie mani il destino che essa crede di elaborare a modo proprio e nel proprio interesse esclusivo, in cui la vita si svolge in tanti teatri separati quante sono, può dirsi, le provincie; la tendenza alla comunanza, la solidarietà, è invece la risultante ultima delle forze, le quali la agitano, colmando lentamente l'abisso che la divide in tanti mondi nonchè separati discordi, stringendo fra questi i legami indissolubili della futura nazionalità.
Col succedersi anzitutto delle generazioni i coloni erano andati perdendo a poco a poco il ricordo della patria individuale, mentre l'incrocio fra essi aveva creato, nelle sedi più antiche in ispecie, un tipo nuovo, distinto da quello della metropoli, un tipo che le ragioni ideali come gli interessi materiali rendevano più attaccato al proprio paese che a quello degli antenati. Alla formazione di questo tipo, che non è più inglese od olandese o svedese, ma può dirsi già americano per le caratteristiche comuni a tutte le colonie da esso presentato, aveva contribuito l'ambiente fisico. Il cielo abitualmente sereno e luminoso in gran parte del paese, l'aria secca ed elettrica, i grandi squilibri di temperatura massima e minima, cause tutte che oggi ancora trasformano in poche generazioni gli immigranti in un tipo unico, l'anglo-americano, avvicinandoli non già ai progenitori ma all'elemento autoctono primitivo, all'indiano, coll'appiattirne i piedi e le mani, coll'incavarne le orbite, col renderne più scura la pelle, collo svilupparne le apofisi ossee, coll'esaltarne infine l'attività nervosa e produrre in essi una capacità di resistenza superiore a quella degli altri popoli, lavoravano anche allora alla formazione d'un tipo affine con risultati tanto più rapidi d'oggi quanto minore e più omogenea dell'attuale era l'immigrazione. Aggiungasi quella fisionomia comune a tutti i coloni, che viene dall'affinità morale dei loro progenitori: diversi per razza, per religione, per lingua, i pionieri di quella società erano tutti fratelli nel vigore della volontà, nello spirito d'avventura, nella indomata energia; li avesse tratti sulla sponda americana dell'Atlantico l'amore alla libertà, la passione del nuovo, il desiderio della ricchezza, erano pur sempre, salvo poche eccezioni, il fior fiore dell'energia europea.
D'altra parte l'elemento inglese predominante aveva finito coll'assorbire gli altri, fondendoli nella grande massa anglosassone, cosicchè tutte le colonie si trovavano avvinte ormai dal grande legame d'una lingua e d'una civiltà comune. Al nord-est ed al sud infatti del dominio coloniale s'erano creati due forti nuclei sociali, adatti ad esercitare il loro influsso su tutto il paese. Nella Virginia la casta aristocratica dei piantatori, nel Massachusetts la forte organizzazione delle chiese congregazionaliste, che facevano una cosa sola con lo stato, avevano inquadrato, a dir così, gli uomini in società compatte, dotate d'una forza d'espansione capace di assimilare a sè gran parte dell'intero dominio anglicizzandolo: la Virginia invia coloni in tutto il Sud, le genti della Nuova Inghilterra non cessano d'affluire nelle provincie dell'Ovest e dello stesso Sud. Più forte poi di questo cemento etnico era quello dato da una coscienza comune, basata su idee radicate in tutte le colonie, più ancora che dalla comune loro discendenza dall'Inghilterra. L'intervento del popolo negli affari pubblici, il voto libero dell'imposta, la responsabilità degli agenti del potere, la libertà individuale, il giudizio per giuria erano principii, che per avere loro radice nella tradizione inveterata di libertà civile, compendiata nelle garanzie della common law inglese, erano sacri per tutte le colonie; come in tutte esisteva, sotto una forma od un'altra, un governo locale, per cui ognuna in maggiore o minor grado faceva ed eseguiva da sè le proprie leggi, una autonomia municipale, per cui ogni comunità amministrava da sè i propri affari.
La libertà ed il selfgovernment, ecco il talismano capace di fondere armoniosamente tutte le differenze etniche, suscitando nel paese una vita politica più cara agli emigranti della loro lingua materna, dei loro ricordi, della loro parentela. Olandesi, Francesi, Svedesi e Tedeschi rinunziavano alle loro rispettive nazionalità per reclamare i diritti di cittadini inglesi. Unico elemento tradizionale importato dall'Europa nel nuovo mondo, la Common Law inglese dava alla libertà americana un passato immemorabile; unico patrimonio storico comune, essa faceva dell'ideale politico comune una parvenza lontana di patriottismo. La costituzione civile e politica della madrepatria era oggetto di venerazione per tutte quante le colonie, le quali non vedevano nella propria se non una copia migliorata dell'inglese, come quella che rinchiudeva privilegi addizionali, di cui non godeva la massa del popolo in Inghilterra. Le franchigie elettorali vi erano infatti più equamente ripartite, non essendovi l'anomalia di città prive di rappresentanza e di borghi pressochè scomparsi largamente rappresentati; l'assemblea si eleggeva in generale annualmente, e l'epoca di convocazione ne era fissata da una legge fondamentale; la lista civile in tutte le colonie, salvo una, si votava anno per anno, e per maggior sicurezza contro le malversazioni e le dilapidazioni insieme coll'impiego del denaro si notava pure la retribuzione degli agenti chiamati a dirigere le spese; le libertà municipali erano più indipendenti e più estese; in nessuna colonia vi era corte ecclesiastica e nella più parte di esse non vi era chiesa stabilita nè giuramento religioso per entrare negli uffici pubblici; il villanaggio e la servitù dei bianchi più non esistevano; permesso a tutti i cittadini il porto d'armi e dovere civico degli ascritti alla milizia l'esercitarsi in esse.
Tanta libertà civile, tanto sviluppo di democrazia facevano così sorelle le colonie in quello spirito di indipendenza, che tutte le animava nei loro rapporti con la madrepatria; la strenua lotta per la difesa della carta, su cui riposavano le sue libertà, combattuta ad intervalli dal Massachusetts dal 1638 al 1685, fino al giorno in cui gli veniva tolta con la violenza dal governo inglese, non è un caso isolato ma un semplice episodio di quella gagliardia spiegata sempre da tutte le colonie regie, a carta o di proprietari, democratiche od aristocratiche a vantaggio della loro autonomia locale.
Trascurate dal governo inglese, finchè povere ed oscure, le colonie nord-americane divenute prospere e ricche avevano attirato sopra di sè l'attenzione della madrepatria; l'ingerenza di questa era aumentata, gli statuti coloniali erano diventati sempre più uniformi, il tipo infine della colonia regia aveva terminato col prevalere. In essa la corona designava con scrittura privata il governatore ed una specie di gabinetto consultivo o consiglio, il quale formava come la camera alta della legislatura, mentre il popolo eleggeva la camera bassa: i giudici di pace e gli ufficiali della milizia erano nominati dal governatore e dal consiglio, dal governatore o dal re i giudici provinciali, che conservavano la loro carica secondo il beneplacito del monarca; quanto alle corti di ammiragliato, i lords dell'ammiragliato vi nominavano un giudice, un cancelliere ed un maresciallo; i commissari delle dogane facevano scegliere dei controllori e collettori, di cui ve n'era uno in ogni porto considerevole. Anche le altre colonie però, sia quelle corporative a carta, sia quelle stesse di proprietari, dove originariamente la corona inglese non era rappresentata che dalle corti di ammiragliato e dai commissari di dogana, dopo la rivoluzione del 1688, col manifestarsi della tendenza a restringere il potere dei proprietari, col prevalere della dottrina che si potevano concedere i territori ma che l'autorità amministrativa doveva esserne riservata alla corona, erano state sottoposte a forza di modificazioni delle carte o delle primitive concessioni, o in un modo diretto o indiretto, al controllo del governo inglese. Ciò avveniva specialmente per l'amministrazione della giustizia, riguardo alla quale la corona non solo aveva ottenuto la facoltà di nominare i giudici in quasi tutte le colonie, ma coll'imporre a tutte il diritto negli abitanti di appellarsi in Inghilterra, aveva fatto di questa il tribunale d'ultima istanza di tutte le contestazioni sollevate in America.
Senonchè il metodo adottato di confidare la soprintendenza degli affari americani ad un «ufficio del commercio e delle piantagioni» (Board of Commissioners for Trade and Plantations), che non aveva nè voto deliberativo in seno al gabinetto nè accesso presso il re, lungi dal fissare una volta per sempre quei rapporti politici tra le colonie americane e l'Inghilterra, sia col re sia col parlamento, che sin dal principio erano stati vaghi e mal definiti, tendeva ad aumentare la confusione, a complicare la situazione. L'ufficio infatti redigeva delle istruzioni senza poterle metter in vigore; prendeva conoscenza di tutti gli incidenti e poteva far delle inchieste, dare delle informazioni o degli avvisi, ma non aveva autorità di formulare una decisione definitiva, perchè il potere esecutivo in quanto concerneva le colonie era riservato al segretario di Stato posto alla testa del dipartimento del Sud, cui spettava la direzione di tutti i rapporti colla penisola spagnuola e la Francia. L'ufficio del commercio, organizzato in sulle prime col fine di ristorare il commercio e di incoraggiare le pescherie della metropoli, si vedeva perciò obbligato d'intendere i lamenti degli ufficiali del potere esecutivo in America, di loro comunicare le istruzioni, di raccogliere e di esaminare tutti gli atti delle legislature coloniali, ma non aveva in definitiva alcuna responsabilità quanto al sistema di politica, che poteva esser adottato per l'America. In seguito a questa debolezza congenita i lords del commercio erano sempre disposti ad impazientirsi alle minime contraddizioni; si sentivano facilmente contrariati ad ogni disobbedienza ai loro ordini; e non erano che troppo portati a consigliare i mezzi più rigorosi di coercizione, sapendo troppo bene che la loro vivacità si sarebbe tradotta nei documenti ufficiali per poco che essa eccitasse l'orgoglio o svegliasse il sentimento del ministro responsabile, della corona e del parlamento.
Per quanto però sottoposte tutte col tempo ad uno stesso e quasi uniforme controllo politico, l'amministrazione delle singole colonie aveva continuato ad essere affatto separata. Fuvvi, è vero, un momento che l'Inghilterra meditò l'unificazione di esse in un solo e vero dominio nord-americano; e ciò, come vedemmo, ai tempi di Giacomo II, quando l'Andros, venuto nel 1674 come governatore di New York, si recava nel 1686 in Boston quale governatore di tutte le colonie nordiche, tentativo che la rivoluzione del 1688 mandava a vuoto: ma, se ne eccettui questo tentativo di abrogare le carte di alcune colonie coll'intento di porle sotto una sola amministrazione, non fu fatto alcun altro sforzo dalla metropoli verso la centralizzazione dei governi locali. La tendenza fu piuttosto a mantenere delle barriere fra essi, per quanto il sistema di alienarli l'uno all'altro non sia stato portato dalla corona inglese al punto, cui ispirò ad esempio la sua politica la Spagna nel Sud-America.
A dispetto però di qualunque precauzione dell'Inghilterra, le relazioni degli stabilimenti nord-americani andavano irresistibilmente portandoli ad una più stretta amicizia. Le colonie specialmente affini per condizioni di vita, per clima, per suolo, per origine etnica, per aspirazioni e bisogni di difesa, per costituzione sociale formavano, nonostante la separazione politica, dei gruppi, di cui l'egemonia materiale e morale spettava alla colonia più antica o più florida, a quella che nei suoi caratteri e nel suo sviluppo sintetizzava, a dir così, l'intero gruppo: le colonie non si dividevano solo geograficamente, ma anche socialmente in settentrionali, centrali e meridionali, tre società di cui Massachusetts, Virginia e New York erano, come vedemmo, i centri storici oltrecchè naturali. Nella mancanza d'una densità di popolazione sufficiente a sviluppare con la forza di coesione sociale una comune coscienza, altre cause avevano sopperito a ciò: nella prima la stretta disciplina religiosa; nella seconda l'organizzazione sociale fortemente gerarchica; nella terza la facilità per quanto relativa delle comunicazioni. L'affinità anzi s'era mutata in certi casi ed in certi momenti in vera e propria lega, com'era stato delle «colonie unite della Nuova Inghilterra» nel 1643: tale confederazione, che, nell'assenza di qualsiasi rappresentanza della metropoli, aveva presentato lo spettacolo d'un potere sovrano indipendente, aveva mostrato col fatto ai coloni la forza effettiva dell'unione e lasciato ai posteri un esempio da imitare quando che fosse. Dove poi l'affinità di vita veniva a mancare, subentrava fra le colonie un altro legame, che la stessa metropoli andava ciecamente creando tra esse, un legame più forte d'ogni altro, più pericoloso per il dominio della madrepatria, la solidarietà cioè degli interessi economici, violati tutti, nel nord come nel centro come nel sud, dalla politica economica dell'Inghilterra verso le sue colonie. Le basi di questa si confondevano, può dirsi, colla stessa concezione coloniale, prevalente in Europa dal XVI al XVIII secolo, per la quale le dipendenze erano riguardate solo come sorgenti di provviste, come mercati privilegiati della madrepatria: nessuna meraviglia quindi che l'egoismo più brutale presieda a questa politica, che l'Inghilterra, pur essendo prodiga di libertà civile e religiosa ai coloni americani, sia loro tanto avara di libertà economica da inceppare sin dagli inizii a suo esclusivo vantaggio lo svolgimento della loro vita materiale.
§ 2. Politica economica della madrepatria. — Già all'origine dell'espansione inglese oltre l'Atlantico Enrico VII, conscio dei vantaggi che potevano risultare da un monopolio coloniale, pur accordando i più ampi privilegi agli avventurieri che facevano vela pel Nuovo Mondo, aveva stipulato che l'Inghilterra sarebbe stato il deposito esclusivo dei prodotti del commercio di quelle contrade. Gli sconfortanti risultati dei tentativi coloniali del secolo XVI avevano fatto abbandonare ai re inglesi tale clausola nelle patenti successive; ma, non appena nel secolo seguente la colonizzazione si presentò sotto buoni auspicii, si tornò pure a manifestare lo spirito di sfruttamento coloniale. La Virginia promette una produzione di tabacco inesauribile, ed ecco l'articolo ricchissimo diventare oggetto precipuo della politica inglese a danno dei coloni. Nel 1619 Giacomo I, che già nel 1604 aveva trovato nella sua antipatia per l'uso del tabacco un motivo sufficiente per colpirne fortemente il consumo, impone sulla vendita di esso in Inghilterra una imposta esorbitante e con nuovi decreti vieta di coltivarlo in Inghilterra, per assicurarsi i lauti proventi dell'importazione di esso. Carlo I cerca egli pure durante tutto il suo regno di fare del tabacco una sorgente di lucro per la corona, dichiarando apertamente che «sua volontà e suo beneplacito erano di riservarsi per lui solo il diritto di comperare prima d'ogni altro tutto il tabacco» delle colonie inglesi: solo la fermezza dei Virginiani e più ancora il disinteresse del popolo inglese per un monopolio, inteso ad esclusivo vantaggio del re, fecero naufragare tali disegni, contrari del pari alla prosperità dei coloni ed allo spirito d'intrapresa dei mercanti inglesi. Ma, quando il re, per riuscire nei suoi piani, immaginò l'espediente di proibire ai vascelli, carichi di mercanzie delle colonie, di far vela dalla Virginia per altri porti che non fossero gli inglesi, tale sistema trionfò come quello che, proibendo in ultima analisi ogni commercio coloniale per opera di navi straniere, non otteneva il solo risultato di sacrificare i diritti dei coloni alla corona inglese ma riusciva ad identificare gli interessi dei mercanti inglesi con quelli del governo, coalizione destinata ad opprimere i piantatori americani ancor troppo deboli per reagire efficacemente.
Il Lungo Parlamento si mostrò più giusto; giacchè, pur cercando nel 1647 di assicurare alla marina inglese il trasporto dei prodotti delle colonie, richiedeva il libero consenso di queste, riconoscendo così per compenso il diritto nelle assemblee coloniali di regolare i proprî interessi economici. Ai porti virginiani soltanto e come semplice arma di guerra contro una colonia, rimasta fedele alla monarchia, si vietava nel 1650 ogni commercio con navi straniere; ma coll'adesione della Virginia alla Repubblica, mentre le si garantivano tutte le libertà dei cittadini inglesi nati liberi, le veniva concessa pure libertà di commercio, nonostante l'uscita nel frattempo del famoso «atto di navigazione».
Nell'ideare infatti questo sistema, il quale, riserbando ai vascelli inglesi il trasporto delle derrate, preparava in sostanza il monopolio inglese del commercio coloniale, il Cromwell non era mosso da fini di lucro a danno delle colonie ma dal fermo proposito di assicurare al proprio paese la superiorità marittima di fronte a quei successi olandesi, di cui il Protettore era tanto geloso. La libertà commerciale aveva fatto la grandezza marinara dell'Olanda. Mentre le grandi nazioni navigatrici dell'età prima delle scoperte, la Spagna ed il Portogallo, coi loro torbidi sogni di monopolio del commercio mondiale, con le loro stolte proibizioni agli stranieri di esercitare il commercio nelle loro colonie, con le infami confische, le prigionie e le scomuniche contro i trasgressori di esse, non avevano fatto altro che rivoltare il senso morale degli altri popoli contro le ingiuste ed esorbitanti pretese ed alimentare il contrabbando, la pirateria, il saccheggio dei loro stabilimenti, la cattura o l'affondamento dei loro galeoni d'oro; l'Olanda, rivendicando ed in teoria per bocca di Ugo Grozio ed in pratica con la resistenza il principio della libertà dei mari contro queste mostruose usurpazioni dell'Oceano e dei venti, contrarie affatto ad ogni senso di giustizia naturale come ad ogni sviluppo della civiltà, s'era conquistata con la concorrenza commerciale la superiorità marittima su tutte le nazioni, aveva accaparrato nelle sue mani il commercio mondiale nonchè quello coloniale. La piccola nazione, sorta da poco a vita indipendente, non aveva battuto solo i suoi dominatori, la grande Spagna sui cui domini il sole mai tramontava, ma tutte le altre nazioni marinare d'Europa: nella stessa Inghilterra l'arte delle costruzioni navali ormai deperiva, mentre marinai inglesi s'ingaggiavano sui bastimenti olandesi che s'affollavano nei porti dell'isola. Geloso di tanta potenza ed infiammato della nobile ambizione di assicurare al proprio paese il primato sui mari, il Protettore emanava il suo atto di navigazione, pel quale il commercio dell'Inghilterra con le sue colonie come col resto del mondo doveva praticarsi solo da vascelli costrutti nel paese stesso e montati principalmente da inglesi; mentre gli stranieri non potevano importare in Inghilterra che i prodotti delle loro rispettive contrade o quelli, di cui queste erano il deposito riconosciuto.
Tale atto diretto contro il commercio degli Olandesi, dovendo servire soltanto a proteggere la marina mercantile dell'Inghilterra, non conteneva perciò alcuna clausola relativa ad un monopolio coloniale o particolarmente sfavorevole ad alcuna colonia d'America: di per sè esso non ledeva in nulla la Virginia o la Nuova Inghilterra; Cromwell non voleva intralciare lo sviluppo economico della Virginia, del Maryland, della Nuova Inghilterra, ma soltanto fare dell'Inghilterra il deposito commerciale del mondo, donde la cessione ch'egli si fa fare di Dunkerque ed altri porti francesi, donde la conquista della Giammaica ed il tentativo infruttuoso su Hispaniola, donde la lotta vittoriosa coll'Olanda, donde le trattative con la Svezia nel segreto intendimento di assicurarsi i porti principali del Baltico. Ormai però l'abbrivo era dato: l'opera politica di Cromwell, innalzata sull'arena, crollava collo sparire del suo genio dalla scena politica del mondo; ma l'opera sua economica, consacrata nell'Atto di navigazione, continuava ricca dei maggiori risultati. La protezione della marina inglese, una volta stabilita in modo permanente, diveniva una base essenziale della politica commerciale dell'Inghilterra: i mercanti inglesi domanderanno nuovi incoraggiamenti, per quanto meno giustificati, insisteranno per ottenere il monopolio assoluto del commercio con le colonie, e, divenuti ormai una potenza, lo otterranno da quel Parlamento, di cui essi dispongono. Ed ecco infatti che il «Parlamento-convenzione», subito dopo la restaurazione degli Stuart, rinnovando l'atto di navigazione del 1651, lo modificava in modo che da semplice misura, intesa ad assicurare alla marina inglese il commercio dei porti inglesi, diventava strumento di monopolio del commercio coloniale, sacrificando agli interessi della madrepatria i diritti naturali dei coloni: una clausola infatti diceva «alcuna mercanzia non sarà importata nelle piantagioni se non da vascelli inglesi, montati da un equipaggio inglese, sotto pena di confisca».
I bastimenti stranieri si vedevano chiusi così i porti delle colonie, le quali venivano spogliate ancor più risolutamente dei benefici della libera concorrenza colla disposizione, che solo i nativi del paese od i naturalizzati potessero divenire mercanti o fattori nelle piantagioni inglesi. Nè basta ancora. Si stabiliva che i prodotti specifici delle colonie americane, come zucchero, tabacco, indaco, cotone, legno tintorio, ecc., tutta roba che non poteva far concorrenza ai prodotti inglesi, non potessero esser esportati se non alla volta dei paesi dipendenti dalla corona inglese, sotto pena di confisca; mentre le mercanzie, che i mercanti inglesi non trovavano conveniente comperare, potevano esser imbarcate pei mercati stranieri, quanto più lontani tanto meglio per evitare maggiormente la concorrenza con le merci inglesi: una clausola del nuovo atto di navigazione assegnava a tal fine ai coloni i porti situati al sud del capo Finistère. A misura poi che nuovi articoli della prima categoria appariranno in America, la lista ne sarà regolarmente aumentata.
Gli armatori ed i commercianti inglesi non tardano però ad accorgersi che i guadagni alle spalle dei coloni sono suscettibili di ben maggiori aumenti; ed ecco nel 1663 una nuova legge proibire l'importazione nelle piantagioni delle merci europee, che non fossero trasportate su vascelli inglesi provenienti direttamente dall'Inghilterra. La madrepatria non s'accontentava così di essere semplicemente il deposito dei prodotti più ricchi delle sue colonie ma anche delle forniture da far loro, ed i coloni erano costretti a comperare da essa non solo gli articoli commerciali inglesi ma anche quelli degli altri paesi. Nelle colonie stesse però s'annidava un nemico, di cui l'avidità mercantile della madrepatria cominciava a concepire i più esagerati timori: lo sviluppo marittimo della N. Inghilterra, la quale esercitava un proficuo commercio con le colonie meridionali, turbava i sonni degli armatori di Bristol, di Liverpool, di Londra, ed il Parlamento mosso a pietà dei loro lagni si decideva nel 1672 ad interdire ai commercianti della N. Inghilterra di far concorrenza agli Inglesi in quel campo, ostacolando così con divieti e diritti doganali il libero traffico fra le stesse colonie.
Tutte queste però non erano che disposizioni isolate, non erano che l'avviamento ad un vero e proprio sistema di monopolio coloniale: questo doveva essere l'effetto dell'onnipotenza del Parlamento, creata dalla rivoluzione inglese del 1688.
Guglielmo e Maria rappresentavano il trionfo del protestantesimo, ed il loro avvento al trono veniva salutato quindi dalle colonie con un entusiasmo ignoto fino allora all'America nei suoi rapporti con la madrepatria. Il fatto però, ben lungi dal segnare un'êra di libertà irrevocabile per le colonie nord-americane, le dava in piena balìa d'una aristocrazia commerciale mille volte peggiore per esse del dispotismo d'un solo, rappresentato dagli Stuart. La rivoluzione del 1688 infatti, pur facendo epoca non solo nella storia inglese ma in quella delle libertà costituzionali di tutta Europa, quale nuova tappa nella marcia della democrazia europea, in quanto s'era imposta senza effusione di sangue con la semplice forza dell'opinione pubblica, in quanto aveva riconosciuto il diritto di resistenza e misconosciuto il principio della legittimità per sostituirlo con la teoria del contratto politico, base della monarchia costituzionale, non aveva mirato per nulla al trionfo di vasti principî democratici, ma solo dell'antico ordine di cose. Rivoluzione in nome della storia anzichè del diritto e quindi essenzialmente conservatrice, essa non aveva rivendicato la libertà ma le libertà, quelle libertà aristocratiche dell'Inghilterra che derivavano dall'esperienza del passato, dagli archivi, dalle carte, dalle prescrizioni, vale a dire i diritti di primogenitura, le carte delle corporazioni, la paria, le decime, la prelatura, le franchigie acquistate per prescrizione, le immunità tutte e tutti i privilegi stabiliti: l'elenco di tali libertà, fatto dalla Rivoluzione, era diventato la legge fondamentale del paese. Depositario e custode geloso di esse divenne il Parlamento, che per avere spogliato della regalità una dinastia in nome della nazione e messane un'altra sul trono sotto condizioni ben definite, era riconosciuto l'unica sorgente della sovranità, il padrone assoluto dell'Inghilterra. E di questo Parlamento non erano parte soltanto i rappresentanti dell'aristocrazia fondiaria, i lords della camera alta, ma anche e più i commercianti stretti nelle loro corporazioni, gli armatori, gli industriali, i banchieri, i rappresentanti in una parola della proprietà mobiliare la cui straordinaria importanza nella storia sociale dell'Inghilterra data appunto da questa rivoluzione. L'aristocrazia del capitale, che dispone della ricchezza e dà al governo i fondi necessari, diverrà arbitra ben presto dei destini politici e sociali della nazione, imporrà o romperà pei suoi fini economici le alleanze, susciterà o troncherà le guerre, regolerà in una parola pel vantaggio proprio, immedesimato collo sviluppo economico del paese, tutta la politica interna ed esterna dell'Inghilterra. Le colonie americane, sorte sotto gli Stuart e favorite indirettamente nel loro sviluppo dalla politica illiberale di costoro, sfuggivano così al dispotismo politico di essi, che aveva tentato d'affermarsi in America non meno che in Europa, ma per cadere sotto la supremazia assoluta del Parlamento, vale a dire sotto la sovranità di un'aristocrazia commerciale, sorda ad ogni voce che non fosse quella del proprio interesse: sorta pel trionfo dei diritti inglesi non già di quelli dell'uomo, la rivoluzione inglese del 1688 darà maggiore impulso ad una politica coloniale, mirante solo all'interesse dell'Inghilterra non già alla giustizia naturale, ad una politica che sacrificherà senza scrupolo i diritti dei coloni come uomini e come inglesi agli interessi della madrepatria. Il nuovo sistema politico basandosi ormai sugli interessi permanenti dei mercanti e degli armatori inglesi acquistò una consistenza ed una durata, che non avrebbero mai potuto ottenere l'egoismo, i capricci del momento, il favoritismo degli Stuart.
L'applicazione infatti del sistema mercantile spinto alle ultime sue conseguenze costituisce uno degli elementi caratteristici della rivoluzione aristocratica dell'Inghilterra. Nel 1696 gli affari delle piantagioni venivano confidati definitivamente all'ufficio già ricordato del commercio e delle colonie, e tutte le questioni concernenti gli interessi o le libertà dei coloni si decisero dal punto di vista del commercio inglese. Tutti gli atti anteriori concedenti qualche monopolio all'Inghilterra sul commercio delle colonie furono rinnovati e, per realizzarne la stretta esecuzione, si proclamò rigorosamente l'autorità suprema del Parlamento in materia.
Il commercio coloniale non poteva effettuarsi che da navigli costrutti, posseduti e comandati da abitanti dell'Inghilterra o delle colonie. Tutti i governatori, quelli delle colonie a carta non meno di quelli delle provincie regie, erano obbligati ad impegnarsi sotto giuramento di far il possibile perchè tutte le clausole di questi atti fossero puntualmente osservati. Gli impiegati del fisco, in America, erano investiti di tutti i poteri conferiti per atto del parlamento a quelli di Inghilterra. Il commercio intercoloniale era stato gravato d'imposte, il cui pagamento era stato interpretato come un diritto d'esportare le mercanzie dove che fosse: questa libertà ora veniva tolta. L'immenso territorio americano fu riservato esclusivamente ai sudditi inglesi od a coloro che ottenevano dal Consiglio privato l'autorizzazione di acquistarne una parte. I mercanti inglesi insomma dovevano ad ogni costo arricchirsi a spese dei coloni, i quali, obbligati a comperare da essi soli quanto loro occorreva ed a vendere ad essi soltanto i loro prodotti, venivano danneggiati doppiamente dalla mancanza di concorrenza, e come consumatori e come produttori, senza che il popolo inglese fosse messo almeno a parte come consumatore del disumano banchetto coloniale imbandito al ceto mercantile, il quale esportava altrove i prodotti coloniali eccedenti la richiesta inglese. Col crescere poi degli interessi inglesi impegnati nel sistema coloniale, colla richiesta di lucri a danno delle colonie da parte di ceti muti fino allora a tale riguardo, della grande proprietà fondiaria e manifatturiera in ispecie, crescevano pure i pesi iniqui di tale sistema, non accontentandosi più l'Inghilterra di gravare il solo commercio esterno delle colonie.
La lana era il principale prodotto mercantile dell'Inghilterra, donde l'invidia di coltivatori ed industriali per ogni gregge, che belasse, per ogni fuso, che girasse nelle colonie. Il preambolo d'un atto del parlamento confessa che il motivo d'una legge restrittiva risiede nella convinzione che l'industria coloniale «diminuirebbe infallibilmente il valore delle terre». «A partire dal 1º dicembre 1699, diceva una clausola, nè lana nè alcun oggetto fabbricato in tutto od in parte di lana, che sia stato prodotto o manifatturato in una od altra delle piantagioni inglesi dell'America, potrà esser caricato su un naviglio o vascello qualunque, sotto alcun pretesto che sia — nè caricato sur un cavallo, una carrettella od ogni altra vettura — per esser esportato dalle piantagioni inglesi non importa in quale altra delle dette piantagioni o in quale altro luogo che si sia». Così i fabbricati del Connecticut non potevano cercare un mercato nel Massachusetts, nè esser trasportati ad Albany per scambiarli con gli Indiani. Un marinaio inglese non poteva comperare della lana a Boston per un valore superiore ai 40 scellini.
Nella Virginia la povertà obbligava gli abitanti a fabbricarsi da sè delle stoffe grossolane, se non volevano rimaner nudi: ciò non impediva ad un governatore regio di esporre con faccia tosta il parere che il Parlamento avrebbe dovuto proibire ai Virginiani di confezionarsi i propri vestiti, per rivolgere la loro attività «verso qualche fabbricazione meno pregiudizievole al commercio della Gran Brettagna»! Al principio del secolo XVIII i lords dell'ufficio del commercio rimproveravano alle colonie provviste di carta «d'incoraggiare e di propagare la fabbricazione della lana e d'altri articoli propri dell'Inghilterra». La preoccupazione della lana diventava una vera ossessione per la metropoli, al punto che un agente americano così ragionava in quel secolo: gli Inglesi non devono temere la conquista del Canadà, perchè al Canadà «dove il freddo è eccessivo e la neve copre sì lungamente la terra, i montoni non si moltiplicheranno mai al punto da permettere lo stabilirsi di manifatture laniere, il che è la sola cosa che possa rendere una piantagione pregiudizievole alla corona».
A Boston si costituisce una società per incoraggiare le manifatture domestiche, ed in seguito ai buoni risultati ottenuti la città costruisce una fabbrica, incoraggiando con premi i produttori di tela. Apriti terra! L'Ufficio del commercio s'allarma a tanta iniquità, biasima il governatore di non averla impedita, spinge la camera dei Comuni a far un'inchiesta sul fatto inaudito, a proporre quindi nuove leggi proibitive e tanto fa che alla fin fine la manifattura di Boston, destinata ad incoraggiare l'industria dell'intera provincia, va in decadenza, avendo servito soltanto a mostrare la sollecitudine previdente dell'Inghilterra per le sue colonie.
E come la manifattura della lana così le altre venivano col tempo vietate. All'America, ad esempio, che era la patria del castoro, veniva vietato di fabbricarsi i cappelli: chi voleva fare il cappellaio nelle piantagioni doveva esser stato sette anni apprendista, e nessun maestro poteva adoperare più di due apprendisti in una volta, coll'esclusione assoluta dei negri: il commercio poi dei cappelli fra piantagione e piantagione era assolutamente proibito. Peggio ancora per le industrie minerarie: impeditole di stabilire alti forni, acciaierie o magone, l'America doveva rinunciare alle immense ricchezze di ferro, di carbon fossile, di lignite, che teneva nel seno. Una disposizione della camera dei Comuni sul principio del secolo XVIII dichiarava che «nessuno nelle colonie doveva fabbricare mercanzie in ferro di alcuna specie»: ragione di ciò la gelosia degli industriali inglesi per l'industria americana; pretesto il fatto «che l'erezione di manifatture nelle colonie tendeva ad indebolire la loro dipendenza dalla Gran Brettagna». «Dovesse il nostro potere sovrano di controllo legislativo e commerciale venir sconfessato, dirà il primo Pitt, io non soffrirei che un solo chiodo di ferro da cavallo fosse fabbricato in America»!
S'interdiva così agli Americani non solo di fabbricare gli articoli capaci di far concorrenza a quelli inglesi sui mercati esteri, ma perfino di fabbricarsi in casa propria e col proprio lavoro gli oggetti indispensabili alla vita! Si faceva eccezione, è vero, per le industrie navali: ma ciò non già per dare un qualche compenso a tante enormità, ma solo per combattere meglio nel campo mercantile le nazioni rivali, tanto è vero che a siffatto favore s'accompagnava l'estendersi della giurisdizione del Parlamento su tutti i boschi situati al nord del Delaware. Ogni pino, non compreso in un lotto individuale, fu ormai consacrato ai bisogni della marina inglese; e nessun tronco del territorio vacante, che fosse adatto a fare un albero od un'antenna, poteva esser abbattuto senza l'autorizzazione della regina! Questa la carità pelosa del Parlamento inglese, che dai coloni non voleva lana ma legname per la marina.
Dove però questo sistema mercantilistico si manifesta in tutta la sua odiosità, è nell'appoggio incondizionato, che dava agli orrori della tratta africana, fatta parte integrante di esso. Fra le tante limitazioni al commercio delle colonie, questo ramo era andato immune, giacchè per quanto dannoso ai negrieri inglesi pure tendeva ad allargare la schiavitù nelle colonie, cosa d'interesse capitale per la metropoli. Quando infatti nel secolo XVIII il commercio degli schiavi fu lasciato libero a tutti gli Inglesi, le città marittime della Nuova Inghilterra vi parteciparono su vasta scala, accumulando grandi ricchezze: ancora nel 1789 la città di Boston, che pur sarà la culla del movimento abolizionista, impiegava nell'infame commercio una trentina di negrieri! Ma, se vantaggiosa alla classe mercantile del Nord ed a quella dei piantatori del Sud, la tratta era ancor più proficua all'Inghilterra: nel Nord come nel Sud i coloni non erano ignari che la metropoli favoriva il commercio dei negri non solo pel guadagno economico, che ne ritraeva, ma anche perchè esso, allargando la schiavitù negra, ribadiva le catene politiche ed economiche che avvincevano le colonie alla madrepatria. Ad esse la schiavitù avrebbe permesso solo l'agricoltura, lasciandole così strettamente tributarie della metropoli nel campo industriale. In un opuscolo politico infatti, avente per titolo «Il traffico degli schiavi africani colonna e sostegno delle piantagioni inglesi in America», un mercante inglese così si esprimeva: «quando fosse possibile sostituire nelle piantagioni il lavoro dei bianchi a quello dei negri, allora le nostre colonie recherebbero danno alle fabbriche di questo reame, ed in tal caso avremmo veramente ragione di paventare la prosperità delle nostre colonie; ma fino a tanto che noi possiamo provvederle abbondantemente di negri, non c'è ragione di abbandonarsi a simili apprensioni»; e più oltre: «il lavoro negro manterrà le nostre colonie nella debita sommissione agli interessi della madrepatria, perocchè fino a tanto che le nostre piantagioni dipenderanno meramente dal lavoro dei negri, non vi sarà pericolo che le nostre colonie rechino alcun danno alle manifatture inglesi o si rendano indipendenti dal loro impero».
A completare il fosco quadro dei guai arrecati alle colonie nord-americane dalla politica economica dell'Inghilterra verso di esse, s'aggiungano le perturbazioni del loro mercato interno dovute alla viziata circolazione monetaria. Costrette dalla madrepatria a non intrattenere relazioni commerciali se non con essa ed alle condizioni sfavorevoli da essa imposte, negata loro ogni altra fonte di credito che non fosse il mercato inglese, credito tanto necessario a paesi nuovi bisognosi quanto mai di capitale per sviluppare le ricchezze naturali del suolo, le colonie si erano trovate ben presto in uno stato permanente di debito verso la metropoli, a soddisfar il quale s'era ricorso alle tratte. Coll'uso e l'abuso di queste però le specie metalliche non avevano tardato a sparire, e l'America era stata lasciata senza moneta corrente. Allora, data l'impossibilità da tutti ammessa di conservare una moneta corrente metallica nello stato di dipendenza delle colonie, queste, comprese del dovere d'ogni governo di procurare alla popolazione la moneta necessaria agli scambi, avevano perduto ogni ritegno nel fabbricare carta-moneta; ogni qualvolta occorreva denaro, il governo coloniale metteva in circolazione carta monetata pagabile a lunghissima scadenza e garantita sulle terre pubbliche, vantandosi del doppio risultato di soddisfare ai bisogni più urgenti del popolo e di creare un cespite di entrate senza ricorrere a tasse. Vittime così del mercantilismo inglese, nella prima metà del secolo XVIII tutte le colonie, eccettuata la Virginia che continuava ancora nel suo sistema di economia naturale, erano ricorse a questo comodo sistema, il quale coi suoi eccessi aveva fatto sparire a tal punto la moneta d'oro e d'argento, emigrata in Inghilterra, che «quando ne capitava, si considerava come mercanzia». I primi frutti dell'accrescimento fittizio della moneta erano parsi saporiti, vedendosi l'impulso apparente dato al commercio: ma ben tosto se ne videro gli effetti disastrosi.
Lungi dal rimediare al male, esso aumentava sempre più la sete di nuove emissioni, ogni qualvolta in ispecie la classe dei debitori insolventi otteneva il predominio nelle legislature: il paese era inondato di carta deprezzata, che ad ogni nuova emissione subiva delle fluttuazioni nel suo valore con danno enorme di quanti vivevano su salari od altre rendite fisse, con disordine inaudito del commercio, data l'incertezza da cui necessariamente erano colpiti i valori in tutti i contratti della vita giornaliera. Tale incertezza non tardò a guadagnare tutto il paese. Nel 1738 la moneta corrente della Nuova Inghilterra non valeva che 100 per 500; quella di New York, di New Jersey, della Pennsylvania e del Maryland 100 per 160 o 170 o 200; della Carolina del Sud 1 per 8; mentre che la carta della Carolina settentrionale, lo stato per sua natura meno commerciale di tutti, non era stimata valere a Londra che 1 per 14 e nella stessa colonia che 1 per 10. E con tutto ciò questa politica non venne mai ripudiata dall'Inghilterra, i cui statisti non proposero o non manifestarono mai il desiderio di mettere la moneta corrente interna delle colonie sul piede d'uguaglianza con quella del gran mondo commerciale: l'America, segregata economicamente dal resto del mondo se ne eccettui dalla madrepatria, poteva bene anche senza moneta anzi perchè senza di essa rimanere la tributaria di questa, la schiava che non sapeva rompere le secolari catene.
Tale politica, che il maggior economista inglese dichiarava «una violazione manifesta dei diritti dell'umanità», doveva necessariamente mutare un legame prezioso di pace e d'accordo, quale il commercio, in una sorgente violenta d'ostilità tra madrepatria e colonie, gettando in queste ultime il seme indistruttibile della guerra civile: essa conteneva il pegno dell'indipendenza finale dell'America, giacchè le relazioni fra essa e la metropoli più non si riducevano ormai che all'applicazione a suo danno d'una legge fatta esclusivamente dal più forte ed a proprio esclusivo vantaggio, diritto della forza contrario ad ogni principio d'equità naturale, che non poteva durare più della superiorità della forza stessa.
Relazioni siffatte, ponendo la proprietà, l'iniziativa individuale, l'industria, le libertà dei coloni consacrate da carte, alla mercè e sotto «il potere assoluto» della legislatura inglese, non potevano che condurre alla indipendenza del Nuovo Mondo. Gli Inglesi furono i primi a notare questa tendenza. Già dal 1689 l'insurrezione della Nuova Inghilterra eccitava l'allarme, come indice del fiero spirito di libertà dei coloni. Nel 1701 i lords del commercio dichiaravano in un documento ufficiale «la sete d'indipendenza delle colonie attualmente evidente». Nel 1703 Quarry scriveva: «Le idee di repubblica fanno strada tutti i giorni; e se non vi si mette ostacoli in tempo, i diritti ed i privilegi di sudditi inglesi saranno riguardati come troppo ristretti». Nel 1705 si leggeva nella stampa: «col progredire del tempo, i coloni si sbarazzeranno della loro dipendenza dall'Inghilterra e si daranno un governo di loro scelta»; ed un pochino alla volta si venne perfino a sentir ripetere «da gente di ogni condizione e qualità, che il loro numero e le loro ricchezze crescenti ed inoltre la loro grande distanza dalla Gran Brettagna avrebbero fornito loro l'occasione, al termine d'un piccolo numero di anni, di scuotere il giogo della metropoli e di dichiararsi libera nazione, se non fossero stati domati a tempo e sottomessi alla corona». Molti personaggi autorevoli convenivano della possibilità di tale avvenire e della probabilità del suo realizzarsi ad un momento o ad un altro. Un conservatore moderato americano, il Logan, nel 1728 diceva: «si parla d'un atto del Parlamento avente per fine di proibirci di confezionare sbarre di ferro, perfino per nostro uso. Ora io non conosco niente che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle popolazioni di questa contrada ed a scuotere la loro sottomissione alla Gran Brettagna».
Quando nel 1750 il Parlamento discuteva le misure intese a proibire l'industria del ferro esercitata dagli Americani, tra l'applauso dell'Inghilterra e le proteste dell'America, misure di cui l'agente del Massachusetts sosteneva l'incompatibilità coi diritti naturali dei coloni, lo stesso realista Kennedy, membro del Consiglio di New York e partigiano della tassazione per parte del Parlamento, faceva notare pubblicamente al ministero che «la libertà e l'incoraggiamento sono la base delle colonie»: «procurarci quanto ci occorre col mezzo delle nostre manifatture, è cosa facilissima; ed allorchè in tale circostanza un popolo è numeroso e libero, esso tenterà quanto riterrà del suo interesse; in tutte le leggi proibitive egli vedrà degli atti d'oppressione, e specialmente in leggi che, conforme all'idea che ci facciamo della libertà inglese, non si ha il diritto di discutere o di proporre: non si possono tenere i coloni in dipendenza impoverendoli»; e ricordava al ministero il consiglio già da altri suggerito, il quale diceva che il mezzo di impedire alle colonie di staccarsi era quello di non farlo loro volere.
Verso quell'epoca il già ricordato viaggiatore svedese, Pietro Kalm, nella relazione del suo viaggio attraverso le colonie, dopo averne dipinta l'oppressione economica, scriveva: «Queste oppressioni hanno fatto sì, che gli abitanti delle colonie inglesi siano meno attaccati alla propria madrepatria; la qual freddezza è accresciuta per opera dei molti stranieri, che si sono domiciliati in esse, poichè Olandesi, Tedeschi e Francesi qui sono misti con Inglesi e non nutrono nessun affetto particolare per la vecchia Inghilterra. Inoltre v'è assai gente sempre scontenta, che vede volentieri un mutamento, mentre per di più crescente prosperità e libertà formano uno spirito pubblico indomabile. Non solo nativi americani, ma perfino emigranti inglesi mi hanno detto apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell'America nordica forse formeranno una stato separato, affatto indipendente dall'Inghilterra».
§ 3. Maturità delle colonie per l'indipendenza. — L'egoismo mercantile dell'Inghilterra preparava così la via all'indipendenza politica dell'America, chè la resistenza contro di esso da parte di un paese destinato dalla natura ad una vita economica e statale autonoma doveva diventare tanto più forte, quanto più le colonie si sviluppavano sotto l'aspetto economico e sociale, quanto più stretti si facevano i loro legami, quanto più energica la loro coscienza di uomini liberi, quanto più maturo infine diventava il loro processo di differenziazione dalla madrepatria. In tutto il continente la libertà nazionale e l'indipendenza guadagnavano ogni giorno più in vigore ed in maturità. Non era questo un prodotto cosciente della previdenza e della riflessione, ma il risultato inconsapevole dei rapporti fra madrepatria e colonie. Il bisogno di libertà economica doveva tradursi fatalmente in una aspirazione oscura dapprima ma sempre più chiara in seguito a quell'indipendenza politica, che sola avrebbe assicurato la prima: l'oppressione economica preparava l'indipendenza delle colonie in doppio modo, determinando in esse una resistenza sempre più viva alla madrepatria, sviluppando in esse con la solidarietà coloniale una coscienza propria diversa non solo, ma in opposizione con quella della vecchia Inghilterra. Del resto, indipendentemente anche da ciò, i vincoli nazionali, che avevano unito alla madrepatria i primi coloni, andavano ogni giorno più rilassandosi: le nuove generazioni nate e cresciute in America conoscevano la Gran Brettagna soltanto dai funzionari poco graditi ch'essa loro inviava; imparavano dalla tradizione essere quella la terra la quale, matrigna più che madre, aveva bene spesso costretto i loro avi, poveri o perseguitati dal fanatismo religioso e politico, a cercare in una nuova patria condizioni migliori di vita; vedevano in essa il governo, dai cui attacchi dovevano costantemente guardarsi in difesa della propria libertà: per di più gli emigranti tedeschi, francesi, olandesi, che dopo una dimora di sette anni nelle colonie ricevevano il diritto di cittadinanza, non potevano nè nutrire simpatie nè avere riguardi per l'Inghilterra, freddezza ed ostilità che non poteva essere controbilanciata in favore della metropoli nè dalla chiesa episcopale britannica soppiantata nelle colonie dalle chiese rivali, presbiteriani in maggioranza, puritani, quaccheri, cattolici, nè dal debole elemento realista di qualche città, come Boston e New York, che per interessi di solito personali si appoggiava sul governo inglese.
Questo processo di differenziazione dalla madrepatria andava così maturando le colonie americane, già use a governarsi da sè, per quella vita statale indipendente, cui sembrava facesse del suo meglio per spingerle con le gravezze economiche il governo inglese: «le colonie, diceva giustamente il Turgot a questo proposito, si assomigliano a frutti, che stanno attaccati all'albero, finchè non sono maturi: tostochè l'America sia in grado di reggersi da sè, farà ciò che un tempo fece Cartagine».
Ben prima del 1776, a vero dire, le colonie americane sarebbero state in grado di governarsi da sè; ma, a parte la coscienza di loro debolezza di fronte all'Inghilterra, il momento storico e l'interesse futuro si sarebbe opposto ad ogni idea di indipendenza da essa. Gli Americani anzitutto non erano semplicemente coloni dell'Inghilterra, ma erano legati ad un sistema coloniale, che tutti gli stati commerciali dell'Europa avevano contribuito a formare e che abbracciava tutto il mondo: un loro tentativo di indipendenza sarebbe stato nel secolo XVII o nei primi del XVIII non già, come al cadere di questo, il primo strappo ad un sistema ormai logoro e consunto, una lotta favorita o almeno veduta di buon occhio dall'Europa, gelosa della potenza commerciale dell'Inghilterra, ma bensì una insurrezione immatura contro tutto un sistema ancora vigoroso, rivoluzione commerciale oltrecchè politica, che la Francia soltanto avrebbe forse tollerato per rivalità con l'Inghilterra, ma nessun'altra nazione d'Europa avrebbe certo incoraggiato. I coloni inglesi in secondo luogo liberatisi, quand'anche l'avessero potuto, dai ceppi economici della madrepatria, si sarebbero trovati esposti senza difesa alle brame ingorde di quella potenza, che dal Canada s'era inoltrata nella valle del Mississippi ed aveva spinto ormai i suoi avamposti sino al golfo del Messico, sbarrando ad essi il passo per ogni ulteriore progresso. «Tutte le colonie inglesi, scriveva in una lettera diretta in Francia il futuro difensore del Canadà, il generale Montcalm, si trovano in floride condizioni, sono popolose e ricche ed hanno in sè i mezzi per soddisfare a tutti i bisogni della vita. L'Inghilterra fu tanto folle da lasciar introdurre fra esse arti, commercio e industria, di permettere loro cioè di spezzare la catena di bisogni, che le avvinceva alla metropoli e le rendeva dipendenti da lei. Quindi tutte le colonie inglesi già da un pezzo avrebbero scosso il giogo, ogni provincia avrebbe formato una piccola repubblica indipendente a sè, se il timore dei Francesi non le avesse frenate. Per quanto come signori preferiscano i loro connazionali a stranieri, si sono fatti una regola di prestare obbedienza alla madrepatria il meno possibile. Ma aspetti un po' che il Canadà sia conquistato e i Canadesi e queste colonie formino un popolo, crede lei che gli Americani seguiteranno, a rimaner soggetti alla metropoli, come prima l'Inghilterra sembri preoccuparsi soltanto dei suoi interessi? O che hanno in vero da temere, se si rivoltano?».