CAPITOLO VI La lotta pel continente.
§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — § 2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie inglesi — § 3. La lotta per la terra.
§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione. — Mentre nella regione costiera, tra gli Allegani e l'Atlantico, s'andava sviluppando una società anglo-americana, ch'era in gran parte frutto di immigrazione spontanea, nel paese contermine andava svolgendosi in modo affatto diverso quella società franco-canadese, la quale era più che altro una creazione politico-militare del governo, che ne aveva preso la direzione ed assunto il controllo.
Colonizzazione che mirava a costituirsi una nuova patria, la prima procedeva in modo normale, non occupando più suolo di quello che bastasse alla sua attività immediata: commercianti e marinari lungo le coste, agricoltori nell'interno i coloni inglesi procedevano lentamente ma vigorosamente con la scure e con l'aratro, mettendo salde radici su ogni palmo di terreno conquistato fecondato e popolato, creando via via nuove collettività di uomini liberi attaccati al suolo dalla idealità della patria non meno che dai bisogni della vita. La colonizzazione francese invece, come quella che non sorgeva dalle viscere profonde del popolo, ma obbediva soltanto agli interessi di compagnie mercantili ed ai fini politici del governo, ha per fine immediato lo sfruttamento e la conquista del paese. I coloni canadesi non sono sin dagli inizi che agenti, preti, soldati. Nel 1640, cinque anni dopo la morte del Champlain, il centro pressochè unico del dominio francese nel N. America, Quebec, sorpassa appena i 200 abitanti, costituiti in gran parte da agenti dei «Cento compagni», da servi, da gesuiti e da monache, senza che la compagnia coloniale possa per mancanza di mezzi e deficienza di emigranti effettuare il trasporto nel N. America dei 4000 coloni, cui s'era impegnata pel 1643. Poco tempo dopo due mistici francesi, mossi dal desiderio di convertire gli Indiani, fondano un'altra società con fini puramente religiosi, ed ottenuta dai «Cento compagni» un'isola posta alla confluenza del S. Lorenzo coll'Ottawa, costruiscono ivi nel 1642 Villemarie de Montreal, l'odierna Montreal, sotto la guida d'un gentiluomo pio e valoroso, il signore di Maisonneuve.
Cresciuta assai lentamente nei primi decenni, sì da non sorpassare alla salita al trono di Luigi XIV i 2500 abitanti, la popolazione canadese riceveva sotto questo monarca un incremento adeguato all'espansione politica della Francia in quell'epoca. A meglio raggiungere i fini, cui non sarebbe bastato il capitale e l'iniziativa individuale, sorgevano allora sotto gli auspicii dell'onnipotente Colbert e l'influsso delle idee mercantilistiche da lui denominate numerose compagnie coloniali, fra le quali notevolissima la «Compagnia dell'Occidente» del 1664, cui oltre a parte dell'Africa, dell'America Meridionale e delle Antille veniva concessa pure a perpetuità la Nuova Francia. Dal solito omaggio alla corona in fuori, tali compagnie di nome almeno erano sovrane assolute del paese, di cui ottenevano il monopolio commerciale, potendo esse sole fornirlo dei viveri e delle mercanzie necessarie, esse sole esportarne i prodotti. Prediletto però tra le colonie per le grandi speranze su di esso riposte e per la potenza dei gesuiti in esso impegnati, al Canadà rivolgeva speciale attenzione lo stesso Luigi XIV, desideroso di fondarvi una nuova Francia in tutto simile all'antica. Venivano a tal fine emanate pel Canadà leggi speciali, che incoraggiavano con premi in denaro ed altri modi i matrimoni e la prolificazione; mentre appositi agenti percorrevano le provincie della vecchia Francia in cerca di emigranti e convogli di donzelle d'ogni classe, scelte con tutte le cure, venivano mandate ad accasarsi nel Canadà, e centinaia di soldati del reggimento Carignano vi erano spediti per mutarsi in coloni essi, in signori feudali di vasti territori i loro ufficiali. Qualunque personaggio importante poi avesse voluto passare in America coi suoi servi della gleba otteneva vaste terre, ch'egli poteva distribuire come gli pareva, colla sola condizione che il vassallo servisse nella milizia contro gli indigeni in caso di bisogno: caccia, pesca, molini erano diritti riservati al signore come nella vecchia Francia. Giovani nobili in cerca di avventure, baroni spiantati desiderosi di ritornare al primitivo splendore il blasone avito, ottenevano così con tutta facilità delle terre nel Nuovo Mondo, tanto che veniva in esso formandosi rapidamente una nobiltà locale.
Quanto era facile però creare la casta feudale, altrettanto era laborioso creare quella dei paesani; giacchè, senza contare la natura del popolo francese in ogni tempo troppo attaccato al suo focolare per abbandonarlo, lo stesso sistema feudale coi mille gravami imposti all'agricoltura s'opponeva alla coltivazione d'un paese, che, per essere vergine, solo dal frazionamento della terra in piccoli lotti, sufficienti ai bisogni d'una famiglia, avrebbe potuto aspettarsi una larga immigrazione, mentre pel suo clima e pel genere dei suoi prodotti non poteva contare sulla schiavitù dei negri. Gli emigranti erano per conseguenza nella maggior parte delle classi più basse, che non avendo un tetto in patria erano disposte a tutto pur di migliorare la loro sorte; ma una volta raggiunte le nuove sedi, l'antica disposizione al vagabondaggio risorgeva più forte di prima in quell'ambiente così propizio, traducendosi nella preferenza per la pesca, la caccia, la vita randagia anzichè per la vita sedentaria e faticosa dei campi. E quasicchè non bastassero i ceppi imposti al commercio a vantaggio delle compagnie, i mille privilegi concessi alla chiesa ed al sacerdozio a danno dei coloni, ed infine, terzo e più gravoso monopolio, il sistema feudale ad ostacolare lo sviluppo della Nuova Francia, allontanandone ogni sana immigrazione, anche il più rigido assolutismo accentratore veniva a toglierle coll'ombra perfino dell'autonomia locale e della libertà politica, ogni possibilità di movenze.
Il feudalismo infatti, introdotto quale base della società franco-canadese, non era più quello di vecchio stampo, chè non invano il cardinale di Richelieu aveva spianato la via a Luigi XIV: anche nelle colonie come nella madrepatria la volontà regia, sinonimo di accentramento, conservavasi superiore alla potenza feudale; e per quanto il Canadà fosse ceduto di nome ad una lega di mercanti, questi, contenti del monopolio delle pelli, ne lasciavano arbitro pur sempre il monarca, il quale lo trattava in tutto e per tutto come una provincia francese che da lui direttamente dipendesse. Conservata pertanto ai grandi signori feudali una certa giurisdizione entro il loro territorio, il governo centrale fu affidato ad un governatore, cui spettava comandare le milizie e dirigere i rapporti colle colonie straniere e colle tribù indiane; ad un intendente regio, che vigilava le finanze, i tribunali, i lavori pubblici, le faccende amministrative, e di tutto, la condotta del governatore compresa, faceva ogni anno minuzioso rapporto al sovrano; ad un consiglio supremo o corte di giustizia, che formava il più alto tribunale d'appello, salvo pei casi concernenti il re o le relazioni tra signori e vassalli, che competevano al solo intendente: questi i signori assoluti del Canadà, ai cui abitanti veniva tolto ogni e qualsiasi partecipazione agli affari pubblici, sia d'interesse locale che generale.
L'assolutismo e l'accentramento della madrepatria dovevano regnare qui pure; cosicchè quando l'energico conte di Frontenac, nominato governatore, nel 1671, costituiva alla meglio e convocava in Quebec i tre ordini tradizionali della nobiltà, del clero e del terzo stato, il Colbert gli scriveva: «La sua convocazione degli abitanti per prestare il giuramento di fedeltà e la divisione di essi in tre ordini può avere avuto, pel momento, buoni effetti, però è meglio per lei aver di continuo presente che ella nel governo del Canadà deve sempre attenersi alle forme vigenti presso di noi. E dacchè i nostri re, da lungo tempo, hanno reputato conveniente di non radunare gli Stati generali del regno, per sopprimere forse l'antica consuetudine senza dar nell'occhio, sarebbe suo obbligo di dare solo rarissimamente o, per esprimermi con maggiore precisione, di non dar mai una forma corporativa di governo agli abitanti del Canadà».
Struttura intima e costituzione politica coincidevano così col bisogno economico di quella società per farla quanto mai atta ad effettuare il poderoso disegno francese d'espansione territoriale, che ideato in Francia veniva elaborato per ragioni politiche e personali da governatori ed intendenti sul suolo stesso del Canadà, sotto l'influenza immediata delle circostanze locali. Ben più che dell'agricoltura il paese viveva del commercio delle pelli, donde la necessità di strade libere e d'uno spazio praticamente illimitato, necessità cui la popolazione obbediva tanto più volentieri, in quanto era costituita anzichè da uomini liberi ed indipendenti, attaccati al suolo della nuova patria, da coloni che vivevano in uno stato di servitù temporale e spirituale, da agenti di compagnie commerciali, da avventurieri senza patria, da soldati, tutta gente che il desiderio di lucro, lo spirito di ventura e la disciplina militare facevano cieco strumento dei capi. Lo spirito di ventura, la grandiosità dei progetti senza la forza di poterli eseguire, la vastità del fine senza i mezzi corrispondenti, l'immensità in una parola dei territori dominati senza una densità di popolazione adeguata nonchè a coltivarli a difenderli, dovevano essere le caratteristiche necessarie di questa colonizzazione, così diversa dall'inglese. I coloni francesi infatti, anzichè diboscare, coltivare, popolare il suolo occupato, come quelli inglesi, si accontentano di appendere piastre di piombo, in cui è incisa l'insegna francese, d'intagliare gigli e croci negli alberi più alti, mirando solo ad occupare militarmente gli sbocchi delle vallate ed i punti strategici, dove il fortilizio funge ad un tempo da stazione commerciale, da casa per le missioni, da luogo di rifugio in caso di bisogno pei rari agricoltori, che costruiscono sempre le loro case lungo la riva dei fiumi.
La stessa conformazione geografica del paese favoriva l'espansione della società franco-canadese. Da nord a sud, dai Grandi laghi al Golfo del Messico nessun ostacolo naturale sorgeva ad arrestarla: i suoi figli non avevano che da seguire la corrente del Mississippi e dei suoi affluenti e subaffluenti per disperdersi in tutta la immensa contrada; mentre la colonizzazione inglese, a prescindere anche dal suo carattere affatto diverso, solo nell'aumento della popolazione avrebbe trovato l'impulso a superare quella barriera degli Allegani, che la obbligavano a concentrarsi nello stretto versante dell'Atlantico prima di espandersi nel cuore del continente. A differenza così degli Inglesi, i Francesi gettano i lor germogli in tutte le direzioni, perdendo in profondità quanto guadagnano in estensione, s'internano nelle regioni più selvagge, esplorano e conquistano di nome un continente, senza riuscire a metter salde radici che in una piccolissima parte di esso, nella vallata cioè del S. Lorenzo e su un lembo del Golfo. Mentre i coloni inglesi al soffio della libertà si moltiplicano in modo meraviglioso nella stretta zona loro riservata, sull'area immensa pretesa quelli francesi, nonostante gli sforzi del loro governo, anzi a causa di questi, da 3418 nel 1666 non salivano che ad 82.000 nel 1759. Se il fanatismo religioso non avesse acciecato i dominatori della Francia, e gli Ugonotti dopo la revoca dell'editto di Nantes avessero potuto trovarsi un asilo di pace tra le selve americane, le valli dell'Occidente si sarebbero popolate d'una gente laboriosa ed onesta, che avrebbe assicurato alla Francia un immenso dominio; ma ciò non permise il carattere religioso di quella conquista, di cui erano strumento principalissimo i Gesuiti. Ed invero, mentre il mercante attirava l'Indiano colla compera delle pelli, il prete lo soggiogava con la conversione al cattolicesimo. Se l'introduzione infatti d'una gerarchia ecclesiastica privilegiata nelle nuove terre fu di grave danno allo sviluppo progressivo di esse, non fu però meno favorevole alla rapida dominazione di mezzo il continente: la chiesa cattolica più ancora dello spirito d'intrapresa commerciale, più della stessa ambizione politica, portò la potenza della Francia nel cuore del Nord-America. Essa fondò Montreal ed innalzò nel Canadà ospitali e seminari insieme cogli altari; i suoi monumenti ed i suoi nomi si trovano sempre accanto a quelli della feudalità; i suoi militi più valorosi, i Gesuiti, hanno spianato sempre la via alla dominazione politica, chiudendo bene spesso con la morte eroica del martire una vita intessuta di sacrifici ignoti al mondo civile nonchè ricompensati. Obbediente alla voce del dovere ed a quella del cuore ardentissimo, il gesuita, imparata la lingua dell'Hurone o dell'Algonchino, si recava impavido fra le erranti tribù; sacerdote le convertiva, maestro le educava, commerciante le impiegava a vantaggio della compagnia, assennato politico le amicava alla Francia.
La cura dei Gesuiti per gli Indiani rientrava del resto nel piano generale della politica francese, dei cui successi il trattamento fatto agli aborigeni era cagione non ultima. Alla Nuova Francia era sconosciuta quella rigida barriera, che nelle colonie inglesi separava il bianco dal rosso: in esse non solo il governo s'adoperava con ogni cura di cattivarsi le tribù indiane per farle ausiliarie del suo commercio ed alleate contro i suoi nemici, gli Inglesi, ma gli stessi coloni trattavano da pari a pari gli indigeni. Lungi dal deriderne le idee religiose, gli usi ed i costumi, i Francesi mostravano di apprezzarli anzi cercavano addirittura di imitarli: lo stesso Frontenac, se dovea recarsi presso un capo, si pitturava come lui e come lui ballava la danza guerresca; se un capo alla sua volta veniva a visitare un forte francese, le salve dei cannoni lo salutavano ed i brillanti ufficiali, cui non erano ignote magari le seduzioni di Versailles, lo accoglievano come ospite onorato alla loro tavola.
Mentre tale politica cercava d'infrangere idealmente la barriera, che altrove esisteva tra bianchi e rossi, la rompeva materialmente quella razza mista, che risultava dall'incrocio tra essi, e più ancora quella classe di rinnegati della civiltà, i quali dalla lingua e dal colore in fuori per nulla più si distinguevano dagli indigeni. Era essa costituita specialmente da quei coureurs de bois o scorritori di boschi, da quelle centinaia e centinaia di refrattari alla vita civile, che facevano da intermediari fra i mercanti e gl'Indiani, e guidavano i canotti dei primi sui laghi, sui fiumi. Dispersi nella solitudine delle foreste, questi vagabondi rinselvatichivano e nel contatto con gli indigeni si sprofondavano nella più oscura barbarie. Dimenticato ogni vincolo di sangue, bandito ogni ricordo della patria e della civiltà, diventavano affatto simili ai selvaggi nella vita e nei costumi, più feroci di loro nell'animo: conducevano la vita del wigwam, dove passavano sdraiati le giornate d'ozio, con la pipa in bocca, mentre la loro donna, per lo più indiana, preparava la selvaggina; si ornavano i capelli di piume, si tatuavano, gareggiavano col pellirosso nella caccia, nella danza, nel canto, nello stesso skalp. Al di sopra di questi rifiuti della civiltà stavano quegli avventurieri, nobili bene spesso, che per un bisogno irresistibile di libertà sconfinata, per amore di lucro, per desiderio di fama, per spirito di conquista si davano alla vita errabonda: mescolati colle tribù indiane, ne diventavano oracoli in pace e condottieri in guerra; seguiti da bande di coureurs de bois esercitavano di contrabbando il commercio delle pelli, che monopolizzato dalle compagnie era prescritto ai privati da regi decreti; accompagnati da pochi entusiasti esploravano il corso dei fiumi, rivelavano al mondo civile catene di monti, gettavano le prime fondamenta di future città.
Determinata da moventi politici religiosi e commerciali anzichè da una vera corrente immigratoria, la colonizzazione della N. Francia aveva così plasmato una società quanto mai atta a raggiungere i fini, per cui era sorta, una società feudale e militare, aggressiva ed espansionista per eccellenza, che sarebbe stata la nemica naturale della società agricola e mercantile dell'America inglese, quand'anche profonde rivalità politiche tra Francia e Inghilterra non le avesse spinte alla lotta per la supremazia e la conquista dell'intero continente.
§ 2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie inglesi. — Basandosi sulla scoperta del Caboto, gli Inglesi reclamavano tutto il paese dal Labrador al nord ai possessi spagnuoli al sud, dall'Atlantico al Pacifico. I Francesi invece, negando ogni valore al preteso diritto di scoperta, basavano sull'occupazione e più ancora sulla fortificazione dei punti strategici occupati il loro diritto sulla vallata del S. Lorenzo, sui Grandi Laghi, sulla vallata del Mississippi. Non si trattava dunque soltanto d'una lotta tra Francia e Inghilterra per la baia d'Hudson e l'Acadia, come sembrava in sulle prime, nè d'una tra Nuova Inghilterra e Canadà per le pescherie di Terranova; ma il grande duello, concernendo in teoria l'intero continente, doveva avere per obbietto la conquista di esso, non appena le pretese territoriali delle due metropoli avessero trovato sul luogo ragioni ineluttabili di lotta senza quartiere tra coloni francesi ed inglesi. Nè queste mancavano; senonchè, prima d'assumere la forma d'una lotta per la terra, la grande contesa assumeva la forma di una lotta commerciale. Inglesi e Francesi si disputavano infatti il primato nel commercio delle pelli dell'intero continente, servendosi gli uni e gli altri a tal fine delle bellicose tribù indiane. Le regioni occidentali in ispecie attorno ai Grandi laghi erano tutte in mano di tribù, che direttamente o indirettamente subivano l'influenza francese; cosicchè la produzione di pelli e pelliccie di buona parte del continente terminava in mani francesi. Favorevoli invece alle colonie inglesi erano nei primi tempi gli Irochesi, i quali dipendevano economicamente dal mercante olandese ed inglese, che somministrava loro in cambio delle pelli di castoro le armi da fuoco, la polvere, il piombo, l'acquavite, le stoffe dagli smaglianti colori, gli articoli tutti di cui l'europeo aveva creato in essi il bisogno. E poichè il loro territorio non bastava ad appagare la richiesta di pelli, i «Romani del nuovo mondo», fidenti nel terrore che ispirava la lega delle Cinque nazioni, si accingevano coll'aiuto inglese ad impadronirsi di tutto quel traffico ed a trasferirlo nelle mani dei loro alleati, soggiogando le tribù propense alla Francia, disegno la cui attuazione avrebbe rovinato il Canadà. Da ciò uno stato pressochè permanente di lotta lungo i confini, dalla parte della Nuova Inghilterra e di New York in ispecie, lotta che si mutava in vere e proprie guerre intercoloniali quando sopraggiungevano altre cause interne od esterne di dissidio, le guerre tra Francia e Inghilterra in prima linea.
L'indiano, alleato al bianco, conduceva la guerra all'uso nazionale, portandovi tutta la crudeltà innata; ed il bianco pieno d'odio e smanioso di vendetta lasciava fare o perfino aizzava alla ferocia il selvaggio: cosicchè, se il nome solo di Canadà rievocava alla mente dei coloni inglesi lugubri scene di stragi notturne, d'incendi, di donne e bambini sorpresi e sgozzati; d'altra parte i loro alleati, gli Irochesi, in una sol volta, bruciato Montreal, scannavano due mila persone e ne facevano prigioniere altrettante. In questa lotta pel commercio, sia che il movente venisse dalle rispettive metropoli sia che risiedesse in antagonismi etnici e religiosi od in rivalità economiche, il più forte era il francese. Mentre infatti la Nuova Francia, senza agricoltura, senza industria, compatta ed obbediente ciecamente ai suoi capi, era organizzata, può dirsi, per la guerra; le colonie inglesi date all'agricoltura, al commercio, all'industria, divise in governi separati, rette a democrazia e perciò in mano ora d'un partito favorevole alla guerra ora d'uno contrario, agitate bene spesso da interni dissidî, male sorrette dalla madrepatria, prive di truppe, di organamento militare, di capi erano assai meno adatte alla lotta. Aggiungi le condizioni locali dei due paesi; chè non solo la frontiera esposta agli assalti del nemico era senza confronto meno estesa dalla parte francese che dall'inglese; ma le abitazioni stesse per esser costrutte lungo la riva dei fiumi davano agio ai coloni francesi di rifugiarsi in caso di pericolo nel forte più vicino, bene armato e difeso, mentre i poderi ed i casali dei coloni inglesi dispersi tra le foreste, lontani da ogni centro fortificato, non permettevano agli abitanti di riunirsi in breve tempo e difendersi al sopraggiungere delle orde indiane o delle bande canadesi, che piombavano di notte sulla preda, incendiavano e scannavano senza misericordia, ritirandosi indisturbati col loro bottino.
Le cose doveano procedere però diversamente il giorno, in cui la lotta pel primato commerciale si fosse mutata in lotta per la terra, ed il sentimento della propria conservazione avesse trascinato in essa tutte quante le colonie inglesi: allora i pacifici agricoltori combattendo pro aris et focis sarebbero diventati soldati invincibili, e la società democratica dell'est del continente, più ricca, più colta, più popolosa sopratutto, trascinata dalla necessità economica e dalla nuova idealità della patria, avrebbe soppiantato quella feudale-militare dell'ovest. Il giorno venne quando le colonie inglesi, che s'erano sviluppate per forza propria, senza alcun aiuto estraneo, senza seguire alcun piano determinato di capi o di principi, superati gli Allegani, si trovarono sbarrato il passo per un ulteriore sviluppo dai Francesi, signori oramai dell'intera vallata del Mississippi.
Il disegno del Colbert di estendere la dominazione francese a tutto l'interno del continente americano, limitando gli Inglesi alla stretta zona costiera dell'Atlantico, gli Spagnuoli alla Florida, diventato programma pratico dei governatori ed intendenti canadesi, Frontenac, Talon e De Courcelles in ispecie, aveva cominciato ad effettuarsi dopo che un illuminato e geniale avventuriero di Rouen, Roberto Cavalier de la Salle, aveva dischiuso alla colonizzazione bianca la vallata del gran fiume. Nato di agiata famiglia borghese nel 1643 ed educato in un seminario di gesuiti, il La Salle era partito poco più che ventenne per la Nuova Francia in cerca di fortuna e di gloria. Confinato nelle solitudini dell'alto Canadà, dove aveva ricevuto in dono dai gesuiti vasti terreni, il giovane ardente, di cui la descrizione dei viaggi di Colombo e delle avventure di Soto eccitavano la fantasia, aveva ripreso il vecchio disegno, condiviso da tanti altri esploratori prima di lui, di trovare un passaggio per il Pacifico, una via commerciale per la China ed il Giappone, via che poteva forse esser data da quel grande fiume, che gli Indiani gli dicevano sboccare nel mare dopo mesi e mesi di navigazione. Animato da questa fede, egli aveva già esplorato nelle sue spedizioni il corso dell'Ohio e forse dell'Illinois, quando il canadese Luigi Joliet lo preveniva il 1673 nella scoperta del Mississippi, di cui discendeva la corrente sino alla confluenza dell'Arkansas, mettendo in sodo il fatto che il Mississippi, anzichè nel mare della Virginia o nel Pacifico, sboccava nel Golfo del Messico. Piantare sulla riva di questo, a dispetto di Spagnuoli ed Inglesi, la bandiera francese, trapiantare la civiltà francese dal rigido Canadà nella prodigiosa vallata del «padre dei fiumi» e mandare direttamente in Europa i tesori di essa, divenne da allora il fine immediato dell'entusiastico La Salle. Ottenuta in Francia pei suoi meriti insieme con una patente di nobiltà la concessione del forte Frontenac, l'odierna Kingston, presso il lago Ontario, ed un monopolio commerciale, della sua rocca, donde avrebbe potuto senz'altro rischio sfruttare il traffico d'un continente intero, egli fece la vedetta da cui gettare ben più lungi lo sguardo aquilino, la base d'operazione per esplorare e colonizzare l'intera vallata del Mississippi. Dopo anni di progetti e di tentativi, condotti con energia meravigliosa in mezzo ad ostacoli insuperabili, a pericoli formidabili, tra la gelosia dei mercanti canadesi suoi emuli e la sorda ostilità dei gesuiti minacciati nella loro potenza, il La Salle, aiutato nei suoi disegni e sorretto nei momenti più terribili da un veterano italiano, Enrico de Tonti, arrivava finalmente il 6 aprile del 1682 al delta del Mississippi ed il 9 aprile innalzava presso la foce una colonna con le armi di Francia prendendo possesso in nome del re dell'immenso paese, cui dette il nome di Luigiana. Se a lui però tutta la gloria dell'iniziativa, l'opera grandiosa da altri doveva esser compiuta. Di ritorno infatti dalla Francia, dove tra l'entusiasmo generale aveva ottenuto uomini e mezzi per impiantare la prima colonia francese alle foci del Mississippi, il La Salle oltrepassava con le sue navi senza avvedersene la bocca del fiume, e nelle steppe deserte del Texas invano cercando fra stenti e sofferenze indicibili il «padre dei fiumi» veniva assassinato dai suoi uomini ammutinati nel 1687. Spariva così dal campo della sua gloria il padre della colonizzazione bianca del Mississippi e la colonia soggiaceva alla fame ed agli assalti degli Indiani; ma il seme da lui gettato doveva col tempo germogliare in una messe grandiosa di ricchezza.
Mentre però a settentrione le cose procedevano felicemente e dal Canadà i Francesi lungo la via segnata dal La Salle andavano guadagnando il cuore del continente; a mezzogiorno essi trovavano ostacoli formidabili nell'illusione e nell'errore ben più che nella natura. Non convinti ancora che in quel vergine suolo la ricchezza sarebbe stata frutto del lavoro, i rari coloni dispersi nell'immenso territorio, invece di darsi all'agricoltura, base indispensabile per una colonia nascente, vivevano di caccia e di pesca errando affamati in cerca di quell'oro, per cui il vicino Messico era diventato famoso. Quando poi il traffico del paese fu affidato alla compagnia del Mississippi diretta da un filibustiere della finanza, il famigerato Giovanni Law, la Luigiana divenne per la madrepatria un vero Eldorado e la fama, artificialmente creata, della sua ricchezza uno strumento di più nelle mani di Law per far salire in modo vertiginoso le azioni dei «Mississipesi». Avventurieri, delinquenti, poveri, cortigiane venivano mandati volenti o nolenti nella Luigiana, dove sorgeva Nuova Orleans in onore del Reggente, sotto la cui non disinteressata protezione si stava preparando la più grande catastrofe finanziaria che la storia moderna avesse ancora veduto. La rovina della compagnia del Mississippi non segnava però la rovina della Luigiana più di quello che i suoi trionfi ne avessero fatta la floridezza; l'avvenire di essa, non riposava sugli sforzi del Law ma su quei 300 schiavi negri, che erano stati introdotti nella colonia: il lavoro servile permise la coltivazione della canna da zucchero, e questa divenne la base della vita economica del paese, la cui popolazione andò da allora in poi costantemente aumentando.
Da nord come da sud, dall'alto Canadà come dalla foce del Mississippi i coloni francesi nella loro espansione militare e religiosa andavano così guadagnando tutta la vallata centrale del Nord-America; mentre battevano oramai alle porte di essa nella loro espansione agricola dalla parte d'oriente i coloni inglesi: nel mezzo fra le parti contendenti solo poche tribù indiane, tutto inasprite contro gli Inglesi, le Cinque nazioni comprese, le quali abbandonate da questi parteggiavano ormai pei Francesi. Il momento supremo della lotta fra le due razze, rappresentanti due civiltà diverse, era giunto. Guerre intercoloniali non erano mancate nemmeno per l'innanzi: già in una prima guerra, nel 1629, un colpo di mano, come vedemmo, aveva dato per poco agli Inglesi Quebec; in una seconda, detta la «guerra del re Guglielmo» (1689-97), terminata senza risultati notevoli con la pace di Ryswick del 1697, mentre il Frontenac meditava la conquista di Nuova York, le milizie di questa unite con schiere della Nuova Inghilterra avevano tentato quantunque invano di invadere il Canadà e quei di Boston avevano veduto perire miseramente la loro flotta inviata contro Quebec; in una terza, detta la «guerra della regina Anna» (1702-1713), mentre i confluì venivano devastati dai Canadesi, una flotta inglese conquistava l'Acadia (Nuova Scozia), che per la pace di Utrecht del 1713 passava insieme con Terranova alla Gran Brettagna, la quale nel 1755, non potendo costringer alla guerra contro la Francia i semplici paesani brettoni dell'Acadia, infamemente li caccerà in massa dalle loro terre, pietoso argomento alla futura «Evangelina» del Longfellow; in una quarta (1744-48) gli abitanti della Nuova Inghilterra s'erano impadroniti della fortezza di Louisburg, la chiave del fiume S. Lorenzo, che veniva però restituita ai Francesi in seguito alla pace d'Aquisgrana del 1748. Ma tutte queste non erano state che il prologo della vera lotta. Questa più che nella rivalità tra Francia e Inghilterra, più che negli odii mortali tra coloni francesi ed inglesi, più che nelle stesse ragioni commerciali di cui parlammo più sopra, aveva sue radici nell'antagonismo tra le due società cresciute sul continente nord-americano: più che una guerra di rivalità mercantile-coloniale fra le due metropoli, questo dovea essere un duello all'ultimo sangue tra le due colonizzazioni per la conquista definitiva del continente, una lotta per la terra nel senso più stretto della parola.
§ 3. La lotta per la terra. — Diretta da oriente ad occidente, la colonizzazione inglese della costiera Atlantica era stata salvata da una dispersione precoce da quella catena degli Alleghani, i quali se non coll'altezza delle cime colla larga massa delle loro selve ininterrotte costituivano un'ottima barriera naturale all'espandersi d'una prima società essenzialmente agricola. Col raddensarsi però della popolazione fra il mare ed i monti, le pendici orientali di questi erano state guadagnate, risalendo le vallate dei fiumi; e l'avanzarsi dei coloni facilitato dalla superficie stessa del sistema, fruttifera e quindi abitabile, qualche cosa di simile nella costituzione come nell'aspetto al Giura europeo, non aveva trovato alcun ostacolo di roccie o di ghiacci da superare per affidarsi agli opposti versanti. Il movimento d'espansione, com'era naturale date le condizioni demografiche e geografiche del paese, aveva suo centro in quella colonia di Virginia, che in virtù d'un trattato concluso nel 1744 s'arrogava il diritto di estendere la sua giurisdizione su tutto il paese situato all'ovest sino al Mississippi; ed in essa si fondava una Compagnia dell'Ohio, che nel 1750 mandava l'avventuriero Cristoforo Gist ad esplorare il paese all'ovest delle «Grandi Montagne». Questi infatti esplorava la vallata dell'Ohio e del Kentucky; ma i mezzi della Compagnia erano troppo limitati per assicurare ai coloni inglesi dei territori, in cui ormai s'inoltravano con successo i Francesi, laonde nel 1751 si riunivano ad Albany, nella colonia di New York, i rappresentanti di varie colonie, New York, Connecticut, Massachusetts e Carolina del Sud, per avvisare al modo di promuovere un'azione collettiva in proposito. Di fronte poi all'avanzarsi costante dei Francesi lungo le vallate degli affluenti settentrionali dell'Ohio, il governatore della Virginia nel 1753 chiedeva in nome dell'Inghilterra lo sgombero di quei territori. Portava il vano messaggio ai Francesi un giovane di 21 anni, allora aiutante generale della milizia virginiana, che doveva in breve riempire il mondo del suo nome, Giorgio Washington. Nato sulle rive del Potomac sotto il tetto d'un fittavolo del Westmoreland, la sua sorte fin dall'infanzia era stata quella, può dirsi, d'un orfano: leggere, scrivere e far di conto erano state le cognizioni di questo giovane, che a 16 anni aveva cominciato a guadagnarsi il pane col lavoro faticoso dell'agrimensore in mezzo alle foreste degli Alleghani, senz'altri compagni che analfabeti o indiani selvaggi, senz'altro strumento scientifico che la sua bussola, senz'altri agi che una pelle d'orso per letto ed un pezzo di legno levigato per piatto! Nella primavera dell'anno dopo una compagnia di Virginiani, che valicando i monti muoveva alla volta dell'attuale Pittsburgh, era costretta dai Francesi a retrocedere; ma tornata sul luogo con gli aiuti condotti dal Washington impegnava una mischia violenta, che durava una giornata intera.
Così, prima ancora che i governi d'Inghilterra e di Francia si fossero dichiarati la guerra, questa veniva ingaggiata con moto spontaneo dalle rispettive colonie, e per decidere di essa si radunavano di nuovo in Albany nell'estate dello stesso 1754 i delegati delle varie colonie inglesi. I convenuti dichiaravano all'unanimità che era necessaria l'unione di tutte le colonie; ed allora veniva presentato al congresso un completo progetto di federazione, basato su un compromesso tra la prerogativa regia e la volontà popolare. Philadelphia la città centrale per eccellenza doveva esser la sede del governo federale, il quale veniva ripartito tra un governatore generale, rappresentante della corona, che possedeva il diritto di veto, ed un Gran consiglio triennale, eletto dalle legislature delle singole colonie: queste alla loro volta conservavano ciascuna la propria costituzione ed amministrazione locale, essendo di pertinenza del governo federale solo gli affari generali, come i rapporti di guerra e di pace cogli Indiani, le relazioni commerciali, la fondazione e l'ordinamento di nuovi stabilimenti, le forze militari di terra e di mare e così via.
L'autore di questo progetto, l'uomo che cercava di dar corpo all'idea di un'Unione americana, lanciandola in seno al paese fra la meraviglia e lo sbigottimento del Board of trade inglese, presago ormai dell'avvenire delle colonie, era Beniamino Franklin, il prototipo della freddezza e dello spirito pratico americano. Nato in Boston nel 1706, aveva appreso nei primi suoi anni il mestiere del tipografo presso il fratello Giacomo, che vi pubblicava dal 1721 una gazzetta, The Boston Courant: ma, ammonito in seguito agli attacchi di quel giornale contro la bacchettoneria religiosa del clero, era passato in Filadelfia dove la libertà di stampa maggiore che altrove lo aveva favorito in quell'opera di diffusione e popolarizzazione del giornalismo, pel quale a buon diritto va considerato come il babbo della stampa americana. Uomo di pensiero al punto da meritarsi l'elogio del Kant di «Prometeo del nuovo tempo», s'era rivelato pure uomo d'azione per eccellenza come nella vita privata, in cui s'era fatto col lavoro e la sobrietà una discreta fortuna arrivando a possedere una stamperia propria, così nella vita pubblica, quando s'era trattato di difendere la Pennsylvania dalle scorrerie dei selvaggi, dalle stragi, dagli incendi delle tribù indiane di confine. Laddove infatti l'assemblea della colonia, fedele all'ideale quacchero, s'opponeva ad ogni armamento, rifiutando i fondi e gli uomini per la guerra contro quei feroci devastatori; il Franklin non solo avea preso il moschetto in difesa del paese, ma anche contribuito a costituirvi una forte milizia, ideata ed attuata una lotteria per armare di batterie la città, mentre nella legislatura si opponeva in ogni modo alla politica quietista della maggioranza, ricorrendo ai più astuti stratagemmi, come quello di chiedere dei fondi per la compera d'una «macchina da fuoco», che dovea essere un forte cannone, anzichè una tromba da incendio.
Il progetto d'Albany, per quanto popolare apparisse l'idea d'una lega, per allora naufragava, rigettato ad un tempo e dalla corona inglese, che paventava l'eccessiva potenza concessa al popolo e più ancora l'unione, e dalle stesse colonie, le quali attaccate tenacemente alle loro autonomie locali, non sapevano rassegnarsi ad un accentramento, che avrebbe rafforzato il potere regio. Se il progetto di lega abortì, rimase però l'unione delle colonie di fronte al nemico comune nella guerra ingaggiata tra i coloni e secondata poi col maggiore accanimento dalle due metropoli. Fu una guerra senza quartiere per la conquista d'un continente, combattuta per mare tra le flotte francesi e le inglesi, per terra tra gli eserciti e più ancora tra i coloni delle due nazioni in mezzo a paludi impraticabili, a vergini foreste, dove l'ascia del guastatore spianava la via alla baionetta del soldato. Il piano degli Inglesi era di attaccare contemporaneamente i Francesi da ogni parte e di occupare così d'un colpo i loro possessi: una divisione infatti di truppe provinciali doveva mirare ai possessi della baia di Fundy, un'altra dirigersi sul lago Champlain, una terza contro il forte di Niagara, ed una quarta infine, composta di Virginiani ed Inglesi e comandata dallo stesso generale in capo, il Braddock, contro il forte di Dunquesne nella regione più contrastata.
La guerra però cominciava male per l'Inghilterra, chè dal primo obbiettivo in fuori gli altri fallivano completamente: lo stesso Braddock, caduto in un'imboscata, veniva sconfitto terribilmente, ed i suoi si davano alla fuga nonostante l'eroismo del capo, ferito a morte, e quello del Washington impavido tra il grandinar delle palle, che gli foravano il mantello. La sconfitta inglese per di più alienava all'Inghilterra le tribù indiane pencolanti, scatenando sulle colonie tutte le crudeltà e gli orrori d'una guerra indiana, che desolò in ispecie le frontiere della Pennsylvania e della Virginia; mentre l'inetto successore del Braddock mal poteva competere col valoroso Montcalm, comandante in capo dei Francesi. Salito però al ministero negli anni seguenti l'energico Pitt, la guerra era ripresa con maggior vigore ed il Canadà, esausto di forze ed assalito contemporaneamente da tre eserciti, ad occidente a mezzogiorno ed a levante, vedeva cadere l'una dopo l'altra le sue fortezze: nel giugno del 1759 il generale Wolfe alla testa di 8000 uomini piantava il suo campo sotto Quebec nell'isola d'Orleans e, fallitogli miseramente il tentativo di dar la scalata alle posizioni inespugnabili del Montcalm, con abile mossa strategica lo prendeva alle spalle, lasciando poche forze nel campo e traghettando le rimanenti oltre il fiume sulle alture, che dominano la città. Colti così alla sprovvista e costretti ad uscire in disordine contro il nemico ormai alle porte di Quebec, i Francesi venivano sconfitti il 13 settembre 1759 nella pianura dell'Abraham perdendo lo stesso Montcalm, il quale ferito mortalmente si rallegrava di ciò per non assistere alla resa di Quebec, proprio nell'ora che tra i vincitori il Wolfe impartiva morente gli ultimi ordini, ringraziando il Signore della vittoria. Il 18 settembre Quebec s'arrendeva e lo stesso faceva l'anno dopo Montreal, stretta da tre eserciti vittoriosi: l'8 settembre del 1760 il marchese di Vaudreuil consegnava alla corona brittannica il Canadà con tutte le sue dipendenze.
Nella pace di Parigi del 1763 l'Inghilterra otteneva tutto il paese ad est del Mississippi, la Spagna la città di New Orleans e la cessione per sè di tutte le pretese francesi sul territorio all'ovest del Mississippi, come ricompensa delle perdite subite per aiutare la Francia, prime fra tutte la Florida. La carneficina della guerra dei sette anni terminava coll'esaurimento della Francia, con lo spopolamento e la miseria più orribile di certe parti della Germania, senza che i confini territoriali dell'Europa fossero per nulla mutati; ma le conseguenze della guerra erano della più alta importanza per l'avvenire delle razze europee nel grande teatro coloniale: alla potenza inglese, ottenuta la supremazia nelle Indie Orientali, si apriva un campo sterminato di ricchezze incalcolabili e di acquisti territoriali illimitati; mentre alla civiltà anglosassone veniva assicurato nel Nuovo Mondo un continente intero, in cui svolgere e migliorare i germi portati dall'antico.
Il Nord-America infatti non era diviso più che tra Inglesi invadenti e Spagnuoli incapaci nella loro debolezza di tenersi saldi ai loro possessi, nonchè di minacciare quelli dei primi: nessun forte francese sbarrava più il passo agli Anglo-Americani nella loro marcia trionfale alla conquista d'un continente. Rimanevano, è vero, gli Indiani; ma questi, soli nella lotta, mal potevano arrestare la fiumana bianca che stava per dilagare nel loro paese. Consci ormai della sorte che li attendeva, essi tentano invano un ultimo sforzo contro quell'espansione agricola degli Inglesi che, a differenza di quella francese, politico-commerciale soltanto e quindi più nominale che effettiva, era incompatibile con la loro esistenza, perchè li spogliava senza ritegno delle lor terre. Il momento sembrava quanto mai propizio, giacchè la Francia dava lusinghe e promesse di aiuto e le colonie estenuate dalla lunga guerra erano prive di mezzi e di eserciti, mentre rinfocolata dall'elemento francese covava la più profonda irritazione contro i coloni inglesi negli animi degli indigeni, di cui l'ultima guerra aveva rovinato il commercio delle pelli, privandoli di mercanzie ormai indispensabili.
L'odio compresso scattava dapprima in insurrezioni terribili, veri flagelli devastatori, che, domate verso sud con una sconfitta sanguinosa inflitta ai Cherochesi, scoppiavano poco dopo più vive nel nord e, per la grandezza dell'uomo messosene alla testa, assumevano il carattere d'una vera guerra nazionale contro gli invasori bianchi. La concepiva un selvaggio, il Pontiac, che la saggezza politica, la vastità del fine, l'abilità dei mezzi, l'amore sublime di patria mettono alla pari dei più famosi tra i bianchi civili. Nato fra gli Ottawa e venerato da tutte le tribù comprese fra gli Alleghani ed il Mississippi come capo d'una setta misteriosa e potente, questo «re delle selve», dotato al sommo grado dei caratteri salienti della sua razza, intelligente, facondo, astuto, coraggioso, crudele, riprendeva le idee del re Filippo di stringere insieme le Pellirosse per una lotta di liberazione contro la potenza inglese. Incoraggiato e lusingato dalle promesse francesi egli preparava tutto un piano di attacco generale contro le colonie stanche di guerreggiare, mandando attorno il suo grande wampun di guerra. La guerra di distruzione s'ingaggiava pressochè simultaneamente nel maggio del 1763 sopra un vastissimo territorio, nella regione dei Grandi laghi ed in quella selvaggia dell'occidente. I punti fortificati cadevano in mano degli Indiani, i presidii fatti a pezzi, gli sparsi casali incendiati; ma Detroit, l'obbiettivo precipuo del Pontiac, benchè a lungo assediato, resisteva vittoriosamente, e le schiere indiane combattute dagli Inglesi, non aiutate dai Francesi, decimate da pestilenze e carestie, si sbandavano: la confederazione indiana si dissolveva ed il Pontiac, costretto alla pace, infranto il cuore per l'insuccesso, veniva assassinato qualche anno dopo da un mercante inglese. La via alla colonizzazione interna era spianata per sempre agli Anglo-Americani.
Tra le fitte selve dell'occidente il colono inglese non trovava ancora altra via che il sentiero tracciato dalle orme dei bufali; il suo casolare, rozzamente costrutto, non aveva ancora finestre nè pavimenti; suoi vestiti, in mancanza d'altro, doveano esser ancora le pelli, suoi stivali i mocassini del selvaggio; di legno i suoi vasi ed i suoi piatti; giacigli formati di pelli e di coperte i suoi letti; maiz e selvaggina i suoi unici cibi; dura, terribile la vita ridotta ad una lotta d'ogni giorno e d'ogni ora contro la verginità della natura e la barbarie degli Indiani sempre all'agguato: ma ormai un continente era suo, e stati popolosi, floridi di vita di ricchezza di civiltà, stavano compendiati nella capanna, ch'egli intrepido spingeva sempre più avanti dagli Alleghani al Mississippi[14].