II.
Don Ottavio, attraversando l'anticamera, dà un'occhiataccia di malumore ad un cappello e a un soprabito da uomo, appesi all'attaccapanni.
— Ah! Ah! Lelio non è venuto al pranzo della barcaccia per poter essere più presto da mia moglie e trovarla sola!
Egli è geloso, come tutti i mariti, che hanno una moglie che piace moltissimo agli amici di casa; ma per boria e per seguire la moda, più si sente rodere e più si fa forza, ostentando una olimpica indifferenza.
— Ah! Ah! Mia moglie che doveva andare da sua zia! Brava! E non fa altro che vantare la sua straordinaria sincerità!
Don Ottavio sta per entrare nel salotto, ma poi si ferma un istante, chinandosi e sbuffando. Egli allenta la cinghia del panciotto: ha mangiato troppo; si sente oppresso.
— Che seccatura aver moglie! È il fastidio più grande e più inutile!... Però l'amico, questa volta, ha preso fuoco davvero! Mattina, giorno e sera! Ormai, io non lo vedo più!... E mia moglie, così piena di affettazioni e di scrupoli, comincia a slanciarsi! Brava! Ma che peso, dev'essere mia moglie innamorata! Povero Lelio, ti compiango! — Ottavio si sbottona un occhiello del panciotto. Il peso di sua moglie gli fa sentir maggiormente quello del pranzo.
— Chi sa quante smorfie, quante esagerazioni e quante contradizioni! Con quegli occhi, con quella faccia sempre incantata! Dev'essere insopportabile! Maledetti gli escargots! — Si ferma di nuovo, dà un'alzata di spalle, e torna indietro.
— Da mia moglie... A far che?
Invece di andare da Rosana, entra nelle sue stanze.
— Non sono tornato a casa altro che per mettere la falda e prendere le sigarette!
Non è vero. Ottavio ha fatto quella corsa per levarsi una curiosità, che gli era venuta subito, appena si era messo a tavola e che, alla frutta, era diventata assai stimolante: sapere se Lelio, quel dopo pranzo, sarebbe andato da sua moglie e sapere se sua moglie, con tutta la sua «sincerità» sarebbe rimasta in casa invece di andare dalla zia, come aveva annunziato. — Nient'altro che questo.
Appena in camera, egli cerca le sigarette, le sue solite sigarette «Sossidi frères» marca violetta: le scatole sono tutte vuote.
— Rosana, di là, ne deve avere; ne ha sicuramente! Come si fa? Eppure.. Mi spiace interrompere i dolci colloqui, ma perchè Lelio fa la corte a mia moglie io non devo restare anche senza sigarette... Ah no!
Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.
— Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, — pensa sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. — Disturbo?... Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!
— Lì, nel mio cestino! — indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a parlare di musica.
Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i nervi terribilmente.
— Wagner! Ma che Wagner! — barbotta fra sè. — Questa è una commedia! Un improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La donna perfetta! La donna sincera!
E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie, non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottole di vetro nero infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!
— Oh! Oh! Che salti acrobatici! — esclama dopo un momento ridendo forte, ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. — L'anno scorso, quando mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro che Maestri Cantori! Andava in estasi per l'Ideale!
Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: — Io non mi sono mai fatta fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!
— Tutto il santo giorno — continua Ottavio sempre sogghignando e sempre rivolto a Lelio, — non avevo nelle orecchie altro che la sua voce, languida e stonata:
«Io ti seguii com'iride di pace...»
E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.
— Basta! Finiscila! — ribatte Rosana.
— Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai, se non altro... più divertente! — Ottavio fa un'altra risataccia. — Sincerità! Sincerità! Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi abbigliamenti, le tue acconciature, — certe volte sei bardata più di una cavalla del Gondrand! — Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere! Per farti far la corte!
— Finiscila!
Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso del Falcone e con lo stomaco gonfio degli escargots, continua a sfogarsi, diventando sempre più sguaiato e più incivile.
— Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto di toilette; a farti i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! — Non ho ragione, Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?... Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu come le altre! Come tutte le altre!
Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale:
«Io ti seguii com'iride di pace...»
Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!
Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è sulle spine.
— Buono il pranzo? — domanda dopo un momento, tanto per dire qualche cosa.
— Squisito! — Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.
— E les Escargots?
— Ne ho mangiato quattro dozzine!
Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.
— È un inferno! Si soffoca!
— Diventi matto! — Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e frizzante.
— Vi prego, Lelio, chiudete! — esclama Rosana senza muoversi, senza scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio» e in quel tono di affettuosa intimità.
Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove. Cantarellando, con odiosa insistenza, la solita arietta dell'Ideale, va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi e riabbottonandosi la sottoveste.
— Uff! Maledetto pranzo!
Ha un cerchio alla testa; gli occhi pesanti... — Maledetto pranzo!
«Io ti seguii com'iride di pa...ce...»
A mano a mano canticchia più sottovoce, con uno sforzo visibile, con riso stentato e melenso. Rosana rimane impassibile e muta mentre il conte Vigodarzo pensa come potrebbe fare a salutare e svignarsela.
... — Che cos'è?... Anche i libri, sotto le sedie? — Ottavio, chinandosi faticosamente e allungando il braccio afferra il volumetto delle poesie di De Musset che era caduto dalla poltrona. — Vedi, Lelio? Tu sei un ammiratore di mia moglie; ammira anche il bell'ordine col quale ella tiene i libri! E si tratta, nientemeno, dell'autore favorito! Dimmi la verità: quante volte non ha detto anche a te, «rapita in estasi» i bei versi innamorati del suo poeta romantico... e alcoolizzato?
Rosana, gli strappa il volumetto di mano: ha gli occhi stravolti, sfavillanti di collera.
— Mi hai graffiato! — Don Ottavio la guarda un po' inquieto e comincia a succhiarsi un dito per metter la cosa in burletta.
— Per tua regola, — prorompe Rosana appena può parlare, — per tua regola, io non tollero e non permetto in mia presenza nè questi tuoi modi, nè questo tuo spirito troppo da..... da dopo pranzo!
— Oh! oh! Che furia!... Mi hai graffiato... a sangue!
— Assolutamente no! Sia detto una volta per sempre!
— Oh! oh! — ripete Ottavio continuando a succhiarsi il dito. Lancia ancora qualche frizzo a mezza voce... finalmente allungandosi e appoggiando la testa sulla poltrona, non dice più una parola.
Don Ottavio non ha paura di nessuno, ma di sua moglie, qualche volta, quando va molto in collera... sì!
Eppure, quella sera, in quel momento, egli non è soltanto intimidito: dinanzi alla rivolta di Rosana prova un senso di sollievo, di benessere, un moto vivissimo di contentezza e di tenerezza. Egli, in fatti, pensa così: — Mia moglie si è arrabbiata; è fiera con me, più del solito: ciò vuol dire che con Lelio... non c'è niente di nuovo!
— Povero Lelio! — Don Ottavio, lo guarda fra le palpebre socchiuse: — Eh! eh! il tuo naso con la mia Rosana, deve diventar più lungo di quello di Cyrano! — Intanto, stirandosi e adagiandosi più comodamente continua a pensare:
— La mia Rosana! — Quanto tempo che non l'ho più abbracciata, che non le ho più susurrato all'orecchio queste semplici parole «la mia Rosana» che la fanno tremare e diventar più bianca... ancora più bianca, più pallida e più bella! Non le dico più «La mia Rosana cara» soltanto perchè le fa piacere. Niente di ciò che le fa piacere! Invece... tutto ciò che le fa dispetto! Sono geloso, non voglio mostrarmi geloso e mi vendico a furia di dispetti! Com'è bella anche in collera! E dire che se io voglio, quando voglio, una parola sola, e si getta fra le mie braccia sempre più innamorata, appassionata, cara... Io le dico «cara» e i suoi occhi si riempiono di lacrime e perdonano. È una sensitiva innamorata. E anche io sono innamorato... Sono geloso e soffro... perchè... perchè... vorrei essere solo persino a guardarla! Dirle «cara... perdono» e portarmela via! Portarla via a Lelio, portarla via a tutti!
.... Donna Rosana rimane immobile e muta con le ciglia aggrottate: la ferita è stata troppo profonda! E in faccia a Lelio? Proprio quella sera, proprio in quel momento! — Basta, adesso basta! — Ha sempre perdonato a suo marito finchè è stato cattivo e ineducato, ma da solo a sola, con lei! Adesso basta! Poteva farla piangere, farla soffrire, ma renderla ridicola no; ridicola anche in faccia agli altri, in faccia a Lelio, no!
Senza muoversi, senza voltarsi, senza guardarlo, ella sente sopra di sè gli occhi umidi, amorosamente devoti del povero innamorato e soffre atrocemente nel suo cuore e nel suo orgoglio.
— Basta, adesso basta! Stupido e villano! Ma Lelio, Lelio? Che cosa penserà di me? Chi sa come deve soffrire vedendomi trattata in questo modo; messa in ridicolo in questo modo! Lui che mi ama, che parte, che mi sacrifica tutta la sua vita! Ma che cosa penserà di me?... Crederà che abbia voluto mentire con lui e che l'abbia fatto per vanità?... Chi sa che cosa penserà di me!... Lelio adesso non mi crederà più! Ha diritto di non credermi più! Mi giudicherà bugiarda e ridicola... ridicola!...
A questo punto, trasalendo, si volta verso suo marito: dal cantuccio buio del caminetto, ha sentito un sibilo, un fischietto, che a mano a mano diventa il concertino sempre più rumoroso di una piccola orchestra: suo marito russa.
— Che ne dite?... Lelio? — Rosana ha il viso contraffatto da un sorriso amaro, sardonico.
Lelio rimane serissimo. Le rivolge uno sguardo appassionato, ma più che mai rispettoso e devoto. Si mostra addolorato per Ottavio e cerca di scusarlo:
— Les escargots!... Povero Ottavio! Quattro dozzine! — Si alza, si avvicina in punta di piedi a donna Rosana e inchinandosi con la testa bassa mestamente, fa per salutarla, e prender commiato.
— Addio! Addio! E adesso che voi non potete più fingere con me per eroismo, per... virtù sublime, adesso con tutto il mio cuore vi auguro ancora di poter essere felice, ma veramente felice!
Il dardo è tratto: Rosana ne riceve la punta in mezzo al cuore. Che cosa fare? Non vuole, non può lasciarlo partire così, per la Cina! Senza quasi salutarlo! Senza giustificarsi! impossibile!
— Andate subito a casa vostra, o andate al Club?... Dove andate?
— Passerò un momento al Club. Debbo combinare con Pippo Sardis e con Castelsillia, per... domani.
— Vi accompagno io, con la carrozza. Devo passar di lì, andando da mia zia. Aspettatemi: in un attimo sono pronta!
Così dicendo, ella se ne va, tirando la portiera, sbattendo l'uscio senza alcun riguardo: ma Ottavio non si sveglia; cessa appena un momento dal russare, poi l'orchestrina ricomincia l'andante misurato, con tutti i vari strumenti.
Lelio, giubilante, non può più contenersi! Quando Rosana si è allontanata, si pone diritto dinanzi al povero marito, e con un'espressione di comica severità, alzando e scotendo la mano in segno di rimprovero e di minaccia, ripete sottovoce quell'aria fastidiosa dell'Ideale, che gli ronza ancora nelle orecchie, ma cambiandone le parole:
Les escargots, les escargots, mio caro!
Ad un tratto sente un profumo delizioso; si volta: donna Rosana, alta, sottile, vaporosa, tien sollevata la portiera: il suo viso non è stato mai così pallido; i suoi occhi mai così neri.
— Andiamo? — mormora appena, sottovoce.
Lelio s'inchina senza parlare, e passo passo attraversa tutte le sale seguendo l'ombra bianca e avvolto dall'onda profumata.
Don Ottavio non si sveglia; continua a fischiettare e a russare: Fabrizio ha ricevuto l'ordine dalla padrona, di lasciarlo dormire.
— Che cos'hai, stasera?... Non ti senti bene — domanda più tardi la zia a donna Rosana.
— Non è nulla. Un po' di emicrania; passerà! Ma l'emicrania ha durato un pezzo, e donna Rosana ha proprio cominciato quella sera a soffrire, ad essere infelice e a piangere tutte le lacrime che sgorgano calde come il sangue da una ferita, da quella ferita atroce dell'anima che cambia la vita in dolore e che non si rimargina più!
Lelio, in carrozza, l'ha baciata sugli occhi, sulla bocca e le ha detto che non sarebbe più partito, che ormai non voleva partir più!
... Che cosa fare? Che cosa doveva fare? Ella si sente molto, profondamente scontenta e infelice... Ma che cosa può fare?... Che cosa doveva fare?... Anche Lelio è tanto infelice e infelice per lei, per cagion sua!
Invece il conte Lelio di Vigodarzo, appena giunto al Club, offre lo Champagne agli amici e discutendo sulla virtù delle donne dichiara, col fondamento della propria esperienza, e fra le più matte risate, che tutte le donne sono conquistabili: per quelle facili, basta saper ridere; per le difficili, — per le virtuose, — basta saper piangere!
A rovescio!...
COMMEDIA DI UN ATTO
PERSONAGGI.
Donna Fulvia — Il Conte Andrea — Un vecchio servitore.
La scena rappresenta un salotto ricco, elegantissimo, da giovane scapolo: il salotto precede la camera da letto: l'uscio dal salotto alla camera da letto, è a sinistra dello spettatore e rimane socchiuso: si vedrà, in iscorcio, il cortinaggio del letto. La comune è a destra. In un angolo del salotto, un tavolino con servizio di liquori e con teiera, tazze, zuccheriera. Sopra una mensola un grosso involto di pasticcini e un cartoccio di fiori freschi.