V.
Un'ora dopo: un campanello elettrico, diverso dal solito, acuto, sottile, comincia a suonare senza più smettere. Sultano attraversa di corsa il salotto e sparisce.
La principessa (con un grido tutt'affatto plebeo). Maria Vergine Santissima! La questura!
De-Farentes (cacciandosi il denaro in tasca). Presto! Tutti ai tavolini!... A discorrere, a cenare, a fumare!
Il maggiordomo (In fretta, fa per buttare un tappeto sulla roulette, ma intanto due signori si precipitano dall'anticamera in sala, seguiti dal fracasso di una portina a vetri, mandata in frantumi). Fermi tutti!
Dietro ai due delegati, e in fondo al salotto, appariscono altre facce risolute di questurini in borghese.
La principessa (strillando come un'indemoniata, mentre tutti gli altri, compreso l'ex-maggiore, sono rimasti muti, allibbiti). Mi protesto innocentissima! La mia casa, come tutta la mia parentela, è onorata e rispettatissima da secoli a Milano e fuori di Milano! Sarà stata certo qualche... donnaccia a far la spia! Per il dispetto di non poterci entrare!... Si giuoca per puro divertimento! A giuochi... di pura società, perchè la mia società, la mia conversazione può stare a pari delle più aristocraticissime di tutto il mondo! Presento il marchese Dolfin-Cocaglio! Il Conte Galantino di Castelpusterlengo, e il commendatore Spinazzola, nientemeno, tutti intimissimi! (Rivolgendosi al bolèro e alla Tirolese che continuano imperterrite a cenare).
— Siete state voi due? Spione?
Uno dei delegati (con viso torvo, al bel contino, all'ambasciatore e al banchiere). Con me, lor signori!
Li fa passar in fretta nella camera da letto della principessa, poi, scambiata appena una rapida occhiata, apre loro l'uscietto della gabbia e i tre privilegiati piccioni pigliano il volo, prontissimi a dichiarare, alla prima occasione, che «con questo Governo» c'è troppa eguaglianza e libertà!
Frattanto di là, nella grande sala, mentre l'altro delegato e le guardie procedono alla perquisizione ed al sequestro di vari mazzi di carte, e di un'altra piccola roulette, la lite fra la principessa, il bolèro e la tirolese si fa più arrabbiata, le voci più assordanti, e il De-Farentes, per sfogarsi, finisce col dare uno schiaffo al bolèro che si rivolta, si dibatte, cerca di graffiarlo e strepita e piange, mentre gli scaraventa addosso le peggiori ingiurie:
— Ladro!... Schifoso!... Ladro!
Il delegato. Silenzio! (fissando il bolèro). Ma brava!... la Teresa Rossetti?... La Bolognese!... Tu hai avuto il foglio di via e sei tornata a Milano a batter la frusta? In arresto!... (indicando la tirolese). E tu pure! Verrai con noi! Farai vedere le tue carte in questura! E anche la padrona del locale, e il nostro bravo signor De-Farentes che teneva il banco! E anche quello là (indicando l'ex-maggiore). Arrestati!
L'ex maggiore (Senza più fiato in corpo). Ma io... è stato un caso... un puro accidente...
Il delegato. Arrestati: tutti gli altri in contravvenzione. — Lei? — comincia indicando il cavalier Letizia che balbetta nome cognome professione indirizzo. — Lei?... — (continua rivolgendosi a Carlo Brenta che fa altrettanto) — Lei?...
La principessa (fra le guardie). Almeno il brum! La carrozza! Una carrozza! E manderò i miei reclami in alto!... Molto in alto! Perchè io sono intimissima con deputati, senatori, ministri! Con tutti i nobili di Milano!... Con tutti i grandi personaggi più influentissimi!
Una guardia in borghese che continua nella perquisizione, ad uno dei compagni, indicando il fagotto nell'angolo del canapè:
— E qui?... Che ci sta?
L'altra guardia (sollevando il fagotto). Chiò, el se move!
La prima guardia (aprendo il fagotto con un grido di maraviglia). Na piccirilla!
La seconda guardia. La sarà la fia de la parona.
La prima guardia (Toglie la bimba ancora addormentata dal tappeto). Dorme!
La seconda guardia (prendendola in braccio e scotendola). Chiò piccola! Sveiete!
La prima guardia. Non fingere di dormire! Chi sei? Come ti chiami?
La bimba (apre a stento gli occhi, pallida pallida, tutta madida di sudore).
— Parla!
— Piccola, che nome ghetu?
La bimba. Celestina... (correggendosi) Mercede.
— O Mercede o Celestina!
— La verità! Se dise la verità!
La bimba (li crede due «bei signori» in visita dalle sue mamme. Svegliandosi completamente, fissa le due facce minacciose e nuove per lei, ma senza punto spaventarsi: poi, dopo un momento, ricordandosi del nome che le è stato imposto la sera innanzi e sorridendo graziosamente).
— Fernanda! Mi chiamo Fernanda!... Buon giorno! (Allunga il collo per offrire un bacio sorridendo e continua con la vocina tenera, insinuante, volendo mostrarsi compita con tutti e due). No, buon giorno!... Buon giorni!... Buon giorni! Signori papà!
Canto di Montagna
Troppo grasso... e troppo grassi!
Quel gran cuoco del Kurhaus — benchè cavaliere e malgrado tutte le sue stagioni di Vichy — aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.
Ecco!... Le zaffate di goulasch e di plumcake — compresi ogni giorno nel ménu per gli stomachi... deboli — arrivavano sin là, alla sua panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il viale della Trinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante quella turba di pingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!
Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata, di dover ingrassare?
La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di maggio — era un giovedì — nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati del Ventura.
Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.
A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente, l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così come ella si trovava in quel punto.
Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento simile, in uno specchio così riservato!
Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe mai arrivato nemmeno e pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo, quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su, il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso.
E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la contessa Ersilia!
In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto, un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto giovine, tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno» delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di peso.
E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più!
La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate?
Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù al Kurhaus un'altra dozzina.
E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro!
Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo: «Andiamo a sfogliare l'ultimo numero dei Fliegend Blätter!» Ma ormai gente e luoghi, e quel continuo ja! ja! so! so! nelle orecchie le erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati — soli italiani, soli magri e soli amici — quel povero Rinetto.... e il cavalier Febo!
***
Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della splendida egloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa alla Trinkhalle, tanto era stufa e infastidita della solita processione, pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia ineffabile della table d'hôte, nel salone semibuio e triste come una chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po' alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita! La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque?
***
— È arrivata! Non ha sentito il tuff tuff?
Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di bianco, sul bastoncino puntato innanzi.
Si era messe anche le scarpe di melton tutte bianche, e le mani e i piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante, imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi.
Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi strapazzandolo, chi mai fosse arrivato.
— Come? Non si ricorda? Eureka, la nuova automobile di Febo.
— Ah! Sì! Arrivata? E dov'è?
— Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le due salite sino al Waldhaus. Una bella macchina, non c'è che dire.
— Di che forma?
— Una vittoria, una vera vittoria.
— Il colore?
— Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po' troppo.
— Sarà goffa e pesante come le altre.
— Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo!
Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di giorni, presso di voi, rimango... io solo!»
Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta, slacciata prima pel caldo.
Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza; di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità, quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre, mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia del bar, padroni del Corso, pieno di sole e vuoto di gente, difendendo l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità: «Non ci siam mossi un giorno da Milano!»
E per che cosa poi? Per vederla ridere?
Ridere... o flirtare con Febo!
Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta, di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata, ella non rideva più?
La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia. Prima di infilare il grande viale del Kurhaus, si volse d'improvviso a Rinetto e quasi seriamente gli chiese:
— Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo?
— Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo ritorno in Italia dal Sempione. Un record... ed una pazzia!
— Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar?
Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto, c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio.
— Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta: è una vittoria, tal quale una vittoria di cavalli!
— Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suo record, ci potreste venire anche voi?
— Come?... Si andrebbe?
— Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni amici.
Rinetto era rimasto di gesso — tutt'intero come le mani e i piedi! — e il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli in mente.
— Per gita alpina in automobile, disse Felicita — credo correttissimi i costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.
E la marchesa tirò via verso il Kurhaus senza aprir più bocca.
***
Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno ad Eureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa molto strana ed anche — via! — molto arrischiata. Febo, chino a serrare le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.
— È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per cambiare aria.
— Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!
— Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via liscia.
— Già, come l'automobile.
— Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con me?
— Con te? Con te è un altro conto!...
— Ma ti troverai benissimo anche... con noi. In viaggio, come qui! Via, non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me...
— Presi ad uno ad uno, nevvero?
— Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina, tuff, tuff, tuff.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento?
E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una grande soddisfazione imminente.
***
Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze — sottolineate, al momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa — il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, in Brianza, un altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la partenza, la mattina seguente, prestissimo.
Avevano lasciato il Kurhaus ch'erano appena scoccate le cinque, quasi di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, ed Eureka correva da un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene aveva narrato Febo.
Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi voluttuosa, ma buona, infantile.
Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra, deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il cielo. — Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, ma ne aveva a volte un senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale.
***
Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo.
Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie ch'erano state chiuse negli ampi fianchi di Eureka, mentre il grosso dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione della corsa.
Job non era passato altre volte, come Febo, per quella strada, ma in un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli.
Quel magnifico tipo incrociato di starter e di master che Febo prima di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami dello sport, dall'ippica al lawn-tennis, dal foot-ball all'automobilismo, s'era insediato a cassetta di Eureka, come un capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile, sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel suo gergo fatto di tutte le lingue, quando Eureka sostava alle porte dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi.
***
Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto, acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo stringeva con la sinistra il polso della marchesa, nervosamente, perchè non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di visi esotici, maravigliati e sorridenti verso Eureka e verso la bella, elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una vampa di ammirazione e di cupidigie.
A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva, sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia lasciata dietro per via, ma poi il sonno — quel sonno invincibile della mattina per chi suole dormire tardissimo — lo riafferrava alla gola e non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio...
— Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido in confronto dei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile?
***
Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo. Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a guardare chi arrivasse e spariva in uno dei soliti chalets.... Altri visi di donna — visi affaticati e invecchiati anzi tempo — comparivano ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio breve e dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale di Magalì nella Sapho del Massenet.
I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla solita botteguccia dei conditorei co' suoi immancabili automi di cartone, in vetrina, per la rèclame del Maestrani: altri se ne incontravano pure sui gradini della chesa comunela, il Municipio del paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica e la protestante, che non fosse di legno e in forma di chalet.
— Sente come parlano? — le diceva Febo. — Questo non è ancora precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci nostre e di vecchio francese. — Poi, sommesso, chinandosi su di lei: — Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... — E d'un tratto: — Mi siete più cara che mai!
Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli della montagna, di là della valle.
— Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso quei chalets... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi, scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste!
— L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome, nel Bäedeker; guardate qui; Immersäge! Immer, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore intorno...
— Mettetela in versi!
— E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così cara, così buona...
— E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!...
Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare, leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna commiserazione:
— Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di siesta...
***
Ritta in piedi su quello strano blocco di neve immacolato, ravvolta, anzi fasciata da quel suo costume morbido e fine a riflessi di bronzo, che non turbava una sola delle grazie rigogliose della bella persona. Felicita si poggiava all'alto alpenstok cui aveva legato in cima un fascio di rododendri; e il mazzo delle roselline delle Alpi spiccava come una gran macchia di sangue sul fondo cupo e quasi verdastro del cielo.
Sostava così ansante e commossa ad ammirare la distesa melanconica del ghiaccio e siccome si era riempita anche tutta la cintola di fiori dell'Alpi — raccolti con ostinata abnegazione pur nei momenti più scabrosi della salita — così sembrava sbocciasse col busto forte ed eretto e la testa superba, di mezzo ad una festa bizzarra di violaciocche, di tulipani, di verbene, di anemoni, di petunie e di calceolarie... La si sarebbe detta, tutt'insieme, la statua di un'iddia dolce e fiera della montagna, ergentesi sopra un rozzo basamento di marmo purissimo, alla quale il prodigio di una nuovissima gioia avesse infuso vita e calore. Felicita, infatti, era tutta rapita e vibrante di fatica, d'ansia, di curiosità e si sentiva sinceramente grata a Febo che le aveva procurato un così strano piacere. Egli non l'aveva obliata un minuto solo, dacchè erano scesi di carrozza per salire a piedi il ghiacciaio, e la marchesa, per oltre due ore, in quella immensa e suggestiva solitudine alpina, si era sentita in balìa di quell'uomo quasi protervo che pur sapeva con squisita sapienza dirle troppo in mille modi, ma senza dir mai tanto ch'ella potesse bruscamente punirlo.
In quello sforzo assiduo di forza e di resistenza fisica, ed in pari tempo di coltura e di genialità dello spirito, l'ostinato amore si rivelava con tutte le seduzioni, con tutte le arti e con tutte le armi di una seconda o terza gioventù, intraprendente ed esperta. Chi lo avrebbe mai detto, conoscendolo solo come un impenitente viveur cittadino? Agile, destro, prontissimo, audace e discreto, egli l'aveva per così dire portata lassù e quasi senza un battito più frequente dei polsi, senza un più affannoso respiro, nè una stilla di sudore; aveva larvato per lei la fatica e i timori della salita, narrandole le cose più varie, insegnandogliene una quantità d'altre, tutte curiose ed interessanti. Ora ella, lo sentiva ancora tranquillamente seduto, lì su di un greppo, sotto di lei e chi sa perchè, proprio in quel punto, di fronte alla scena nuova e nella nuova commozione, le passavano dinanzi come mortificate e piccine, le figure del marito e di Rinetto... quel povero Rinetto che con cento pretesti, fino lassù, al ghiacciaio, non c'era voluto venire...
***
Una nube bianca e soffice passava sopra il disco del sole e tosto si smorzò tutto lo scintillio di quell'immenso mare immobile di ghiacci, si spensero le vive luci abbaglianti che venivano prima dai nevai. Sulla scena desolata corse come un brivido di morte: tutto all'intorno si fece squallido, livido, sinistro e Felicita n'ebbe un senso improvviso di raccapriccio, di terrore: le parve che anche i suoi fiori declinassero ad un tratto, improvvisamente avvizziti, si sentì sola, come una bimba persa, nell'orrore di quel paesaggio spettrale, e fattasi smorta, si lasciò scivolare dal suo piedestallo di neve, si lasciò prendere sotto le braccia di Febo e stringere, quasi rabbiosamente, da lui...
Ma nel mentre egli stava forse per osare, la nube stopposa, veleggiando e sfasciandosi a fiocchi, lasciò sgorgare ad un tratto la grande luce del sole... Tutto si riaccese: un senso di tepore e di conforto rianimò la bella smarrita... le sembrò che la vaniglia bruna di cui aveva tutto ingombro il corsetto la richiamasse, con un alito repentino della sua forte fragranza, ai sensi e al pericolo, cosicchè sorrise, si scosse, dolcemente si sciolse, tentò col piede il terreno e arditamente cominciò a discendere verso la strada che serpeggiava laggiù tra i larici estremi, senza più volgersi indietro, senza parlare.
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L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla moda borghese, dalla réclame più fastidiosa. La si sarebbe detta una peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più quiete.
L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche tratto a piedi chiedevano licenza di risalire. Job, sempre taciturno, sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi, avvertiva che un incidente qualunque — uno stormo di corvi gracchianti nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno scoiattolino saltellante fra gli alberi — avesse destato la curiosità della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui — il cavaliere ed il giovinetto — sembravano mangiarsi cogli occhi.
Rinetto — nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i pasti, spesso frugali, nei piccoli gasthaus ove la marchesa aveva vaghezza di soffermarsi, — smarriva tutta la sua spavalderia, il suo snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.
La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità del loro mondo. Ogni sera, separandosi da lei per coricarsi in un luogo diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma sempre più idealmente.
Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino, non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese, delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù sulle «montagne russe» inventate — come diceva lui — da Febo... per i suoi fini.
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Ed anche intorno ai fini... insidiosi del vecchio Febo, il buon Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima, ella si era fermata a tracciare con la punta dell'alpenstock il suo nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile. Rinetto, seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...
— Passerà qualcuno, — osservò ad un tratto timidamente, — e leggerà male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia lasciato il suo nome...
La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero:
— Non è forse così?
— Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca sempre l'accento.
E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocente a finale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una intonazione seria e recisa, concluse:
— Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!
Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!
Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcuno dei piccoli disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi, egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggio romancio, copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso Febo che con il poket kodak avrebbe fotografato ogni pianta, ogni sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.
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Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Il record volgeva alla fine. La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda, fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo speco. Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva, galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste, i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.
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Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati. Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei... Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano, ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali al menu, ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di semi-analfabeti, diventati milionari... Dinanzi a quel lago ghiacciato, una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due melanconici versi tedeschi i suoi fjords. Un prete bretone aveva trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiando au drapeau de la France nel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro dei cieli.
Ad un tratto Felicita, alzando gli occhi dal libro, sentì Febo dietro di sè. Egli le prese un po' per forza le mani, gliele tirò indietro, stringendole fra le sue che scottavano, e chinandosi come per leggere nell'albo, cominciò a dirle che lassù si viveva benissimo, anche nel cuore dell'inverno.
— Io ci sono passato, tre anni fa, con le slitte... Tutto bianco intorno... E come vi pensavo sin d'allora! Ci conoscevamo assai poco, nevvero? Eppure mi ero giurato che sarei tornato con voi... Con voi, Felicita, qui e dappertutto, con voi e per voi...
Ella strappò le mani da quelle tenaglie, chiuse rumorosamente l'albo, si avviluppò tutta nel plaid ed uscì a dar del pane, rompendolo ella stessa a grossi pezzi, ad un povero cavalluccio giunto sin lassù, dietro di loro, con una carriuola sconquassata, e che si riposava ora in un angolo, ma si guardava intorno, come esterrefatto di tutti quei sassi, di tutta quella neve senza un arboscello, senza un filo d'erba! Febo, passandole vicino, per raggiungere Job che scaldava l'automobile, la guardò prima fieramente, poi le disse, con una scrollata di spalle:
— Meglio così! L'elemosina a tutti! Al cavallo come ieri al cane, come domani a Rinetto... A me nulla!... — E premendo stizzosamente la palla di gomma dell'automobile, ruppe il divino silenzio delle Alpi, con lo stridulo, insistente què, què, què, della cornetta, che fece accorrere in furia Rinetto, dal vicino ufficio postale.
Felicita, frattanto, deposta la manciata dei suoi anelli nel lieve cavo di un sasso e rimboccate alquanto le maniche, si lavava energicamente le manine fatte violacee dal freddo, voltandole e rivoltandole sotto lo zampillo gelido che canticchiava da un tronco, di fronte alla porta dell'albergo.
— Carmen bionda, nel terzo atto! — esclamò Rinetto rapito.
Ella era adorabile davvero anche così, e Febo ebbe di nuovo un sussulto come stesse per commettere una sciocchezza, come volesse lanciarsi verso di lei... La bella capì, e crudele nella vittoria, lo pregò che le infilasse gli anelli, ad uno ad uno, e le riallacciasse i polsini, dicendogli ad ogni momento:
— Così, da bravo, les petits services... mantengono le grandi amicizie!
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— Vedete quei culmini ultimi, lassù? Li vedete ancora? Lassù è appollaiato il villaggio, il più alto di tutta l'Europa ove crescono ancora le biade, l'ultimo ove si parli ancora il bel dialetto romancio... Domattina, ridiscendendo al di là, non udremo parlare altro che il francese e vedremo la catena dietro la quale è l'Italia... Fra tre giorni al più saremo a casa... È finita.
Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile, purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôlta azzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle... Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche fuggevole stormire nei rami, — uccelletti che mutavano di posto — e null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla... nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si addormiva, in una calma magnifica.
— Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? — le chiese Febo.
Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.
Eureka aveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso! Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi: senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario? Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione, Eureka, in continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani diretti essi pure lassù, ad associarsi a lui nello spingere innanzi l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.
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Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era smorzato il pettegolezzo?
Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:
— Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente alle anime, se le anime dormono...
— La mia anima dorme? — aveva chiesto Felicita.
— Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime, non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più, nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e deserto e sentirsi felici di esservi...
Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con lui.
Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui fondo brillava una fiamma.
— C'è qualcuno? — chiese Felicita vivamente.
— Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?
— No, soltanto vedere.
Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva, in una ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.
Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.
— Quanti anni fa?
— Oh! molti. — Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva ancora.
Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la rozza gamba di legno alla sua coscia.
Il vecchio aveva detto la sua miseria, tranquillamente, sorridendo, parlando piano, in quel romancio di cui poco ormai sfuggiva all'orecchio musicale di Felicita; e intanto il ragazzo scemo e la capretta arguta guardavano i due, ma senza curiosità.
Neppure il vecchio sembrava stupito della apparizione di quella coppia signorile, a quell'ora, a quell'altezza....
— Oggi sono passate in su molte carrozze, con molti signori.
— E qualcuno si è fermato a discorrere con voi?
Il vecchio alzò gli occhi dal paiuolo, sorridendo di più.
— Di giorno il sole batte forte sulla cava. Non si ferma nessuno qui. Io non parlo mai... Quasi mai. — Non un lagno in quella voce, nè il menomo accento d'invidia o di rancore per quei signori che gli passavano dinanzi, in carrozza, senza fermarsi, mentr'egli viveva così, inchiodato dalla sventura e dalla miseria ai macigni della sua montagna, ignaro della suprema bellezza della scena che ogni giorno gli si apriva dinanzi, quando all'alba usciva carponi come una povera bestia dal covo, e riprendeva a martellare sul sasso...
— Siete cattolici o protestanti qui? — gli domandò Febo.
— Cattolici. Il villaggio dove arriverete fra mezz'ora, è il primo della valle, abitato tutto da cattolici. Vedrete che bella chiesa!... Ci vado anch'io alla domenica.
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Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.
Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile nel plaid. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.
Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...
Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce si precipitò sulla strada.
Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il lampione dell'automobile.
— Amici! — gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano — Siamo fritti! L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!
E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di Febo, continuò:
— Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...
— Possibile? Neppure qualche camera?
— Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno dell'albergo, dappertutto!
— E nondimeno, una camera per la marchesa, bisognerà pure che ce la diano! — esclamò Febo, in furia, contrariato, seccatissimo, riprendendo a trascinare rapidamente Felicita verso l'albergo, del quale apparivano, nel buio, le finestre illuminate in fondo all'unica via del villaggio.
— Caro mio — proseguì Rinetto, egli pure di pessimo umore, tenendo dietro, e badando alla strada — puoi credere se ho tempestato per una camera, almeno una, per la marchesa!... È tempo perso! Ti rispondono appena: «Tutto occupato!» Non c'è altro che accettare la proposta dello stesso proprietario dell'albergo, l'unica tavola di salvezza, del resto...
— E cioè? — fece Febo.
— Chez monsieur le curé, s'il vous plaît, messieurs.
— In casa del curato?
— Già. La casa laggiù, quasi in faccia all'albergo. Pare che la casa del ministro di Dio, sia una specie di dépendance, al bisogno!
La marchesa non aveva aperto bocca, ma era più infastidita di tutti per quel contrattempo. Si sentiva fisicamente stanca. Durante l'ultimo pezzo di strada, a passo affrettato, non aveva sognato altro che una bella camera con un bel fuoco e molto spazio per tuffare le mani nelle valigie... anzi tutto; poi, prima ancora, della cena, del fuoco, del letto, aveva bisogno, materialmente bisogno di un buon bagno tiepido... di un lungo bagno riparatore. Tutti i suoi istinti, le sue abitudini, le sue raffinatezze, fatte tacere in quei giorni fra le distrazioni del nuovo, riprendevano ora il sopravvento di fronte all'impossibilità di appagarle, e il dispetto, la stanchezza, il freddo, la prospettiva di una cattiva notte, le davano un senso di amarezza indefinita, quasi quasi la voglia di prendersela con Febo e con Rinetto, o di mettersi a piangere...
In casa del curato! Che sciocchezza, che seccatura! Dover magari dar conto... spiegare... far delle presentazioni! Il suo entusiasmo per i piccoli chalet svizzeri, visti dal di fuori, si era molto smorzato da quando aveva avuto occasione, in que' giorni, di mettere la testa dentro a qualcuno di essi. Puliti sì e ordinati, ma afosi: vere scatole opprimenti.
Capitare di notte in un luogo simile, a quell'altezza, e trovare un solo albergo, senza una camera vuota... Era la prima contrarietà del viaggio, ma fastidiosissima!
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L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e signorine che sembravano uomini, tutti dall'aria stanca e severa, occupavano sino all'ultimo posto della table d'hôte e sbucciavano gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro, scambiando appena qualche parola.
Scialli, plaid, zaini, binoccoli e Bädeker dappertutto; in ogni angolo fasci di alpenstok giganteschi, delle piccozze nelle custodie di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi di edelweiss e di alpen-rose. L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue il maître d'hôtel e i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli sbarbati indigeni delle rive del Michigan.
Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali, in smoking e in cravatta bianca.
Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furbo ed il gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i suoi ospiti forzati.
Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e precisamente, grigione, dell'Oberalpstein, da oltre trent'anni curato fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo, del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da sè, parlando mezzo francese e mezzo romancio con qualche storpiatura, qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sul Fremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a «così nobile compagnia».
— Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora, monsignor Calabiana!
Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.
— Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete a Milano?
— Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario di Milano. Una concessione che risale al medio evo!
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Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.
Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi dieci dan-cucù, quasi festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare, curvo e festoso dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu un harmonium di legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.
Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero, fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.
— Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già spiegato.
Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa, la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia, quasi infantile.
Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po' scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capelli castagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano tremato nelle ampie maniche della veste nera....
Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.
La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che — spiegava il curato — da sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro
Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato giovialone chiese il permesso di ritirarsi.
Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto, faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur dirla!
— Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però, come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora! Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la musica, lui!
Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata all'harmonium:
— Musicista?
— Sì, — rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente, tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: — O almeno, appassionato tanto della musica!
Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò all'harmonium, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre sfiorava appena la tastiera, soggiunse:
— Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione!
La voce dell'harmonium, in quella piccola stanza foderata di legno, aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani languori.
Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel vecchio linguaggio romancio della vallata e le mani esili e bianche traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione, in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna scuola:
L'uman, nad dalla donna vis da court età
e vegni impli de diversas miserias. El comparà
sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,
sco la sumbriva....
L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà delle vette inaccessibili....
L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti; pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.
— Non è la prima volta che noi c'incontriamo!
— Davvero? Ma dove? Quando?
— Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di C..., nevvero?
— Sicuro! E come lo sa?
— Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al Seminario?...
— Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!
— Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i compagni.
La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo a esclamare:
— Ah! Ecco finalmente! Ci siamo!
Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San Babila, per le funzioni. E ricordava, quegli spirlongoni, tutti cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti, quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi, sfavillanti, gettati di traverso alle donne in istrada, ed anche in direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh, allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto, fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere come mai scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù, fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola.
— La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto è qui, fra di loro.
— E ci sta tutto l'anno? — chiese Felicita.
Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì.
— Chi sa che freddo d'inverno! — esclamò Rinetto.
Il pretino sorrise.
— Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta passa soltanto due volte la settimana, con le slitte.
— E allora? — fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.
Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che ardeva ancora sull'harmonium ed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:
— Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la scuola. — Dove? Qui, a casa?
— No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei ragazzi.
— Sicuro per che cosa?
— Per la valanga.
E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.
Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.
Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:
— Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese, nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....
E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta forse di tutte le Alpi.
— E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.
Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.
Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese sommessamente:
Ella sorrise e scosse il capo.
— Ha bambini?
Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.
— Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può; deve esserlo!
***
Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con un lettone altissimo dai materassi di piume.
Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni.
A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere, celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso, s'intravedevano cotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti, luccicavano i papi e i candelabri degli altari.
— La chiesa è così piccola!... — aveva detto la fantesca.
La marchesa cominciò a spogliarsi.
Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica, quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal portone del Seminario....
Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore.
Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po' anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole, verso il monte, era appesa una fotografia di lui, in piedi, vestito mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in italiano, da mano femminile, — la mamma od una sorella forse, — al basso della fotografia, sulla neve:
Wo Liebe da Friede
Wo Friede da Segen
Wo Segen da Gott
Wo Gott keine Noth.
Dov'è amore è pace
Dov'è pace è benedizione
Dov'è benedizione è Dio
Dov'è Dio nessun bisogno.
Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto, come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo tormentavano?
La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto, istintivamente — era un senso di freddo o di pudore? — raccolse intorno al collo il morbido saut du lit di crépe de Chine che le era scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova, bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno, ripetendo a fior di labbra, come una preghiera:
Wo Liebe, da Friede...
***
E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva animate, agitate le notti dolorose ed ardenti di un tempo, prima delle tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per lei e per sè.
... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna, porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna, ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre il picchio cominciava a battere il tempo...
***
Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata ed Eureka cominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un forte odor di benzina.
Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.
Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna, il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano esaltata nell'universale volgarità del desiderio.
Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava alla mamma morta, che era stata bella e desiderata quanto lei e che nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto simili ai suoi....
Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente, quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.
Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma dell'automobile, sfogando con quel rabbioso tè — tè — tè — d'allarme, il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina, lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più niente, tranne il cielo e Dio!
Il pranzo della barcaccia
Donna Rosana, dopo aver pranzato in cinque minuti, mangiando poco, divorando in fretta, non bevendo altro che due gocce d'acqua calda, attraversa quasi di corsa le sale riscaldate a 16 gradi reaumur ed entra nel suo piccolo salottino, esclamando con un brivido di freddo:
— Presto, Fabrizio! Accendete il fuoco!
Sta ritta, immobile dinanzi al caminetto ad aspettar la fiammata; e, così alta e sottile, tutta bianca nella morbida veste da camera dalle pieghe ondeggianti, sembra quasi una statua ergentesi sopra uno sfondo di arazzi dalle scolorite allegorie amarantine, in mezzo alle dorature, alle rarità artistiche, agli sparsi gruppettini di vieux-saxe dagli atteggiamenti languidetti e voluttuosi.
— Presto! Presto, Fabrizio!... Brrr!
Fabrizio, in falda, rigido ed ossequioso, si china un istante sotto l'ampia cappa del caminetto sontuoso e subito i fastelli di pino divampano crepitando e illuminando il salotto d'una luce rossastra.
— Comanda altro?
— Portate il caffè.
Fabrizio, già lontano, sparisce dietro una portiera come un'ombra.
Donna Rosana dà un'occhiata all'orologio, poi spinge una poltroncina dinanzi al fuoco, siede, si sdraia con un sospiro, e mentre stende le mani per riscaldarle e per ripararsi la faccia, verso la fiamma troppo viva, guarda l'ora un'altra volta.
— Sono le otto. Prima delle otto e mezzo non verrà di certo.
Chiusi gli occhi, si allunga dell'altro, e mettendosi un po' di fianco, appoggia il capo sulla poltroncina, e rigira le mani dinanzi alla fiamma che ne fa scintillare gli anelli, che le fa diventare trasparenti e rosee come conchiglie.
Ad un tratto si riscuote trasalendo e si rizza a sedere. Voleva cercare di addormentarsi, voleva fingere di essere tranquilla, indifferente, ma non può. Non può fingere, non può mentire nemmeno con sè stessa, e allora si abbandona interamente a quel pensiero che la turba, che la inquieta e che le imprime in mezzo alla fronte piana e luminosa, una ruga profonda.
— Doveva finire... proprio così. Tutto deve finire a questo mondo!
Ma poi, adagio adagio, la collera si calma, sparisce la ruga e il volto sempre pallido di donna Rosana, quel volto che per le commozioni, la fatica e la gioia non si accende di subitanee vampe, ma si fa più pallido ancora e ha trasparenze quasi brune, sorride appena con ironia amara; e i grandi occhi neri come carboni, lucidi come diamanti, hanno il tremolio delle lacrime.
— Doveva finire... e proprio così Mah! Tutto deve finire a questo mondo!
La portiera si alza e riappare Fabrizio col caffè.
— Mettete due altri fascinotti sul fuoco, — gli ordina donna Rosana senza voltarsi: — Versate pure il caffè. Datemi quel libro lì, piccolo, legato in pergamena. Guardate lì, sulla scrivania!
Fabrizio va, porta il libro e torna a sparire, in punta di piedi. Nella stanzetta si ode soltanto lo scoppiettìo sempre più interrotto del fuoco che si va spegnendo.
Intanto, donna Rosana, ha aperto macchinalmente il volumetto e macchinalmente comincia a leggere:
«Amour, fléau du monde, exécrable folie...»
Alza gli occhi dal libro, e guarda un'altra volta l'orologio:
— Le otto e mezzo!
Lelio, quel giorno, dalla marchesa Ippolita, le aveva detto sottovoce, in fretta: — Mi permettete di venire da voi stasera, un momento solo, ma subito dopo pranzo? Ho da parlarvi! — Sono le otto e mezzo; non può tardare. — A donna Rosana sembra già di sentire quel maledetto campanello elettrico del portiere che annunzia le visite...
«Amour, fléau du monde, exécrable folie,
«Toi qu'un lien si frêle à la volupté lie,
«Quand par tant d'autres noeuds tu tiens à la douleur»
... ma gli occhi soli continuano a leggere; il pensiero di donna Rosana si allontana da Don Paez e si ferma ostinatamente sul contino Lelio Vigodarzo.
— Sapeva egli che quella sera, Ottavio (Ottavio di San Severo, marito di lei) non avrebbe pranzato in casa? Che sarebbe andato al Falcone per il solito pranzo inaugurale dei soci della barcaccia?... — Altro se lo sapeva! Lelio non era con lei, era sempre con... lui! — Subito, dopo pranzo, ho da parlarvi? — Subito? — Evidentemente per trovarla sola!... — Ed erano tanti giorni che donna Rosana, invece, faceva di tutto per non trovarsi mai sola con Lelio!
Ahimè! Da certi sospiri, da certi dispetti gelosi, da certe occhiate or furibonde or troppo tenere, ella ha capito che l'istante temuto e preveduto si avvicinava.
— Posso venire, subito dopo pranzo?... — Perchè tanto mistero, tanta trepidazione? Perchè chiedere il permesso? Quando si chiede il permesso per fare una cosa lecita, vuol dire che quella cosa non è più lecita. Cioè che è diventata non più lecita... cioè... Auf! — Non le riesce di cogliere la forma del bisticcio che pur sente nella sostanza così vero: fa un atto di dispetto e torna con la mente dov'è rimasta cogli occhi:
«.... je songeais qu'une femme
Qui trahit son amour, Juana, doit avoir l'âme
Fait de ce métal faux dont sont fabriqués
La mauvaise monnaie et les écus marqués».
— Son amour... — pensa donna Rosana, questa volta chiudendo il volumetto e buttandolo sopra un seggiolino lontano. — Son amour, secondo le buone regole, dovrebbe essere il proprio marito: e una moglie che tradisce il proprio marito fa peggio ancora di Juana!... Questo, il signor Lelio, dovrebbe sapere; e in tal caso, che concetto si è formato di me? Proprio carino! Tante grazie! Se facessi dire alla porta che stasera non ricevo? — No; domani mi troverei allo stesso punto! È meglio parlar chiaro e finirla subito, così com'era destino che dovesse finire!
— Destarsi, aprir gli occhi, non sognare mai più... e amen!
— Peccato! Era un sogno così bello e senza inquietudini, senza turbamenti! Volersi bene sempre e non dirselo mai! Tutto il cuore preso, tutta la giornata occupatissima e la coscienza libera. Leggere negli occhi di Lelio attraverso un guizzo di gelosia ed un lampo di collera, la passione più ardente: ma non dover mai ascoltare e, per conseguenza, non dover mai rispondere ad una dichiarazione esplicita, compromettente. Vedere e non vedere; capire, e all'occorrenza, quando sarebbe stato il caso di dover andare in collera, poter anche non capire... Rispondere pure... ma agli occhi soltanto e soltanto con gli occhi, ora quasi un sì, ora quasi un no. Insomma, poter trovare il proprio «ideale» nella vita senza mancare ai propri doveri e senza dar adito alle malignità della marchesa Ippolita!... Un «ideale» elegante, simpatico, apprezzato nel proprio mondo, al quale poter dedicare l'orario delle giornate così eterne, le acconciature, le visite, le passeggiate a piedi della mattina e quelle in carrozza del pomeriggio... Un «perchè» insomma nella vita! Il «perchè» di andare ancora alle cacce a cavallo, alla Scala, al Manzoni e a quelle monotone feste da ballo, sempre in mezzo alle stesse persone che cambiano soltanto per diventare più vecchie e più brutte! No, no, certo! Non l'acre e disgustoso sapore del peccato, ma soltanto il lontano profumo del frutto proibito!... Un peccato, forse, sì, un peccato anche questo; ma così veniale, da far sorridere il confessore... ed anche Ottavio!
— Invece, tutto è andato a monte! Com'è noiosa, Dio mio, questa nostra esistenza! E come tutto ciò che deve accadere, accade inesorabilmente ad ora fissata, con monotona precisione!
In fatti mancava poco alle nove, e per le nove il conte Lelio Vigodarzo sarebbe venuto di sicuro!
— ... Come?... Da che parte avrebbe incominciato il suo discorso?... Mah!... — Gira, rigira e poi a donna Rosana pareva già di sentirlo esclamare:
— È più forte di me, è più forte della mia volontà, della mia ragione! Ormai non posso più frenarmi; non posso più dissimulare, tacere... vi amo!
Così, indubbiamente, avrebbe finito Lelio, e così indubbiamente, avrebbe dovuto finire anche lei... col metterlo alla porta!
— Non voglio fare anch'io come Ippolita, ah, no! per quanto l'a...mico d'Ippolita, ormai, ammesso e riconosciuto, col suo tatto, con le sue aderenze, le faccia più bene che male anche nella pubblica stima! Ma Ippolita, — grazie! — , è molto leggera e sventata; ha bisogno della guida, del freno di un a...mico. Io, invece, no: saprò sempre condurmi da sola, anche per un riguardo a Ottavio. Povero Ottavio! — Donna Rosana ha un sussulto, dà un balzo sulla poltroncina, ma poi si calma subito: è l'orologio del caminetto che comincia a battere le nove.
— Così tardi? che non venga più?... Io, veramente, non gli ho risposto — sì — che poteva venire: non gli ho risposto nulla. L'ho fissato soltanto, con molto stupore. — Le nove? Ormai posso anche far rispondere alla porta, che non ricevo più: far attaccare e andare dalla zia.
Per qualche sera ancora c'era la Scala, il Manzoni, casa Resi e la Lina Suardo. Il suo «ideale» avrebbe, così potuto durare in vita un'altra settimana. Ma, ad un tratto, corrugò ancora la fronte: gli occhi nerissimi e cupi ebbero un lampo.
— No! Potrebbe sorprendermi, farmi una scena! Bisogna parlar chiaro, adesso che lo aspetto, che sono preparata: bisogna finirla! Forse, ho già aspettato troppo!... Ippolita ha certi sorrisi... E poi, ha troppa cura di farci trovar insieme a pranzo o in teatro, per non aver capito, o supposto, di farci molto piacere. E se ha capito Ippolita, hanno già capito in tre: Ippolita, il marito di Ippolita e l'a...mico d'Ippolita: l'uomo perfetto!
— E Ottavio? — Rosana fa un lungo sospiro. — Chi sa? Alle volte avrebbe potuto anche darsi il caso che Ottavio pure sospettasse di qualche cosa... In tal caso, potrebbero succeder guai... Certo, ci sarebbero malumori. Per quanto Ottavio si studii molto di non farsi scorgere, anzi, di mostrare tutto il contrario, in fondo... è geloso! — A questo punto donna Rosana sorrise e continuò a sorridere, pensando:
— Come il mondo è fatto di strane contradizioni! Se io fossi la moglie di Lelio, mi piacerebbe moltissimo che Ottavio mi facesse la corte!... Se io fossi la contessa Vigodarzo, indubbiamente sarebbe don Ottavio il mio ideale e forse anch'io, — altro che ideale! — sarei la grande passione di don Ottavio! Quante stranezze, quante contradizioni nella vita, mentre sarebbe così naturale e così semplice... essere felici!
Ormai preso l'aire, sempre sdraiata dinanzi al fuoco semispento, ella continua a sprofondarsi nel nuovo sogno: riunire in un uomo solo il reale e l'ideale, il marito e l'a...mico. Lei e Ottavio, in fondo, si volevano bene. Perchè, con una piccola spinta, non avrebbero anche potuto amarsi? Di ostacoli gravi, ne vede uno solo: l'essere, precisamente, marito e moglie. Tutta la poesia di cui il suo cuore e la sua intelligenza sentono il bisogno, perchè non chiederla al cuore e all'intelligenza di suo marito?
— Quando sono stata ammalata, così gravemente, Ottavio è stato sempre, giorno e notte, accanto al mio letto. Sorrideva per farmi coraggio, ma con gli occhi pieni di lacrime! È buono; nascosto in fondo al suo cuore c'è un tesoro di bontà, e la bontà non è la più vera, la più alta poesia? Sì, ma... siamo, pur troppo, marito e moglie! Che peccato!
A turbare il bel sogno di donna Rosana ecco apparire d'improvviso le tre facce ironiche d'Ippolita, del marito d'Ippolita e dell'a...mico d'Ippolita che ridono e che fanno ridere alle loro spalle inventando mille storielle sciocche e cattive!
Il «marito amante della moglie» e viceversa, dopo tre anni e più di matrimonio?... Dio! Dio. Avrebbero finito, tutti e due, lei e Ottavio, con l'essere soggetto di scandalo... anche per le ragazze!
E dare un bel saluto al mondo noioso e maligno, popolato solo di Ippolite, con altrettanti mariti grotteschi e relativi a...mici perfetti? D'inverno il mare, d'estate la montagna e il resto dell'anno a San Severo? Divertirsi da soli, loro due, invece di annoiarsi tutti insieme in mezzo alla gente? Oh, essere un po' liberi, alla fine, liberi da ogni pregiudizio, da ogni rispetto sociale, liberi al punto di potersi anche amare... pur essendo marito e moglie!
— La felicità — continua a pensare fra sè donna Rosana — la vera felicità è una sola: amare, Dio! Potersi amare con tutta la passione del cuore, e con la coscienza in pace! Certo, è il lieto fine della commediuccia borghese, un po' volgare, terra terra, senza le emozioni, le ansie, i turbamenti del dramma; ma il dramma, non c'è caso, va quasi sempre a finir male!
— Ottavio far la corte a me?... Che idee!... Eppure, se io proprio volessi che gli saltasse in testa un'idea simile? Se quel tanto di «mio», che ci ho messo fin qui e che è bastato ad innamorare Lelio, lo impiegassi d'ora in poi per... conquidere Ottavio! Se proprio proprio volessi mettermi di buon proposito?... — Rosana apre gli occhi e torna a sorridere con una certa malizietta birichina e tutta particolare. Pensa che con Ottavio le sarebbe stato anche più facile; avrebbe potuto spingere la propria civetteria molto più innanzi! Ella si allunga di nuovo, si allunga di più sulla poltrona, stirando le braccia con un sospiro, con un fremito... poi torna a chiudere gli occhi, ma adesso, continua a sorridere.
Il bellissimo sogno non accende soltanto la fantasia un po' romantica della donna giovine e sensibile, ma ne accarezza, ne ravviva le fibre più nascoste e penetra nell'anima.... Ottavio si affina idealizzandosi. Non è più il marito un po' bisbetico e svogliato, irrisore sistematico di ogni più delicata sentimentalità; è un amico migliore assai dell'altro, di Lelio, del corteggiatore assiduo ed astuto, abile nell'appagare la sua vanità, ma inetto a vincere il suo cuore. Ottavio, a poco a poco, va acquistando con l'aiuto della fantasia di sua moglie tutte le migliori qualità positive e poetiche. È lui, proprio lui, Ottavio, l'ignoto... tanto aspettato! Egli non è più il marito, è lo sposo, è l'amante al quale potrà abbandonarsi, finalmente, con tutto il cuore, con tutto il trasporto della sua grande tenerezza che ha tanto bisogno di prorompere! È lui, è lui, è Ottavio, l'amante caro, l'amante appassionato al quale potrà concedere tutti i tesori della sua bontà, tutti gli incanti della sua bellezza, tutti i suoi baci e tutte le sue carezze, senza esitazioni, senza restrizioni e con l'animo tranquillo: senza rimorsi e senza... spaventi!
— Amore, amore, amor mio!... — bisbiglia donna Rosana. Si alza ad un tratto, spalanca gli occhi e cammina su e giù premendosi la fronte, battendo i piedi per cercar di calmarsi.
— Son quasi le nove e mezzo! Non ricevo più, chiamo Fabrizio, ordino di attaccare e mi faccio condurre dalla zia! Domani mattina, niente passeggiata! Anche più tardi, resterò in casa e non andrò da Ippolita per due o tre giorni. Se Lelio vorrà capire, capirà, se no, peggio per lui! — E con questa minaccia contro il povero Lelio, stendendo il braccio si appoggia con abbandono quasi voluttuoso e preme sul bottoncino del campanello elettrico; ma in quel punto il campanello del salotto si unisce e si fonde con l'altro della portineria che annunzia una visita.
— Eccolo! — esclama donna Rosana con dispetto. — Sta fresco!
C'è ancora il caffè, già versato nella chicchera; ella lo inghiotte d'un sol colpo così freddo e amaro. Poi, quando sente che Fabrizio si avvicina con quell'altro, volta le spalle all'uscio con una mossa di stizza, afferra le molle e chinatasi dinanzi al caminetto, picchia e ripicchia contro un lungo tizzone, facendo sprizzar le scintille fin sopra i tappeti. Tutti quei colpi sono diretti, in cuor suo, contro Lelio di Vigodarzo; le fa dispetto che sia innamorato di lei, e le fa ancora più dispetto il pensare che, in questo, anche lei ne ha avuto un po' di colpa.
— Che cosa crede? Crede forse di poter vantare qualche diritto?
Adesso, più che mai, tutti i diritti sono di Ottavio!
Fabrizio alza la portiera, annunziando:
— Il conte Vigodarzo!
Donna Rosana indica al servitore il vassoio del caffè, ma quasi senza voltarsi e picchiando sul tizzone con più forza: — Portate via!
Entra Lelio: tre teste sopra un abito tutto chiuso, lunghissimo: la sua, dai capelli neri lucenti, ben pettinati; quella bianca del garofano all'occhiello; quella d'oro, appuntata alla cravatta monumentale. Egli si avvicina a Rosana per darle la mano con passo lento e grave, da uomo fatale.
Donna Rosana continua a picchiare sul tizzone:
— Buona sera.
Il conte Lelio non si scompone: aspetta che Fabrizio sia uscito, poi le chiede sommessamente, scrollando il capo:
— Perchè?... Siete in collera?... Perchè?
Rosana butta le molle in un angolo e torna a sdraiarsi sopra la poltroncina dinanzi al fuoco sforzandosi di parer tranquilla, ma facendo saltare i candidi merletti de' falpalà colle punte dei piedini irrequieti.
Lelio, dopo essersi seduto a sua volta nell'angolo del canapè, accanto al caminetto, mormora dolcemente:
— Perdonatemi.
— Perdonarvi? Di che?... Io non sono in collera! — Donna Rosana dà in una risatina troppo lunga, che lo resta in gola. — Soltanto, fa un po' freddo qui, non vi pare?
— Non mi pare, anzi, tutt'altro!
— Sapete? Stasera devo andare da mia zia.
Rosana comincia a parlare, e continua a parlare a parlare, saltando di palo in frasca, con grande volubilità, e sempre a voce alta; troppo alta. È seccata, è inquieta. Non vuol lasciar tempo al Vigodarzo di cominciar lui quel suo bel discorso!
Ma Lelio... non ci pensa nemmeno! Sta tanto bene lì, così, e sta zitto volentieri. Seduto comodamente, come raccolto in un'estasi malinconica, se la gode alla vista delle grazie eleganti della giovine signora e al suono della bella voce armoniosa. Sta tanto bene lì, così, nel dolce riposo del dopo pranzo, nel tepore profumato di quel salottino delizioso!
Rosana, tira diritto per un pezzo, ma finisce a stancarsi, nè trova più nuovi argomenti. Allora, per evitare un silenzio pericoloso, vuol far parlare quell'altro:
— Come mai non siete andato anche voi al Falcone, al famoso pranzo della barcaccia?
Lelio strizza gli occhi e le labbra con un'indicibile espressione di noia e di disgusto. Dopo un momento, quasi faticando a parlare, bisbiglia a fior di labbra:
— Les escargots à la Perigord?... L'ultimo grande successo della gastronomia che Ottavio ha portato trionfalmente da Parigi a Milano? Non avendo nè il coraggio, nè lo stomaco di vostro marito, voglio morire per una causa migliore.... che non sia un'indigestione!
— Prego! Prego! Non fate il sentimentale, l'uomo che vive soltanto di poesia... dopo il caffè! Al club siete citato anche voi come esempio di buon appetito e maestro nell'arte squisita di comporre il menu! Ditemi, piuttosto, dove avete pranzato oggi e che cosa avete mangiato di buono?
Rosana, tuffandosi in tanta prosa, spera di allontanare e, forse, di scansare il pericolo.
— Da mia sorella, — risponde il contino Lelio, ma subito arrossisce visibilmente.
In fatti egli è stato invitato a pranzo da sua sorella, la marchesa Tarvis, ma non c'è andato. Temeva di far troppo tardi per la sua visita a donna Rosana della quale, da un paio di giorni, è innamoratissimo. Tre o quattro duchi e principi romani e napoletani, venuti a Milano per le corse, hanno ammirata donna Rosana dicendola bellissima, elegantissima, tout ce qu'il y a de plus parisien, e il grande entusiasmo degli amici gli ha montata la testa, e ha spinto al massimo bollore quel suo tepido affetto sino allora scaldato a bagnomaria.
Lelio ha pranzato, solo solo, all'hôtel de la Ville facendosi servire un pranzettino sostanzioso, ma leggero. La serata poteva riuscire molto drammatica: sarebbe stata certo agitatissima. Ad ogni modo, con le donne, non si sa mai: è sempre prudenza prevedere... anche l'imprevedibile! Di una cosa però si trova pentito, nell'attraversare le sale troppo riscaldate del palazzo di San Severo: di aver pasteggiato con lo Champagne Schröderer, secco. Lo Champagne gli produce un effetto strano: lo rende sensibilissimo. Quanto più secco è stato lo Champagne, tanto più gli occhi gli s'inumidiscono facilmente.
— Rosana!... Rosana!... — Oh, in quel momento come l'avrebbe teneramente abbracciata! E quando Rosana gli domanda, certo per burlarsi de' suoi sguardi appassionati: — A pranzo, che cosa avete mangiato di buono? — Lelio non si sente offeso, niente affatto!
Anche ironico, quel sorriso mostra una bocca... deliziosissima!
— Che dentini, saperlotte!
Egli la guarda e continua a guardarla con tenera mestizia:
— Ho da chiedervi un consiglio.
— Sì; a voi. Pippo Sardis, Castelsillia e Niccolino de Rolland, partono irrevocabilmente, al primo del mese.
— Per la Cina?
— Per il loro viaggio, attraverso la Cina! — Lelio ha la voce profonda. — Resteranno assenti un paio d'anni per lo meno. Doveva essere della brigata anche Fabio Spinola, ma Fabio, all'ultimo momento, preoccupato dalla distanza, dalla lunga assenza e dai pericoli del viaggio, adduce la scusa di sua madre, e si ritira. Pippo Sardis, Castelsillia e De Rolland, rimasti in tre, mi offrono di prendere il posto di Fabio Spinola. Io... non ho madre, sono solo, non ho nessuno al mondo, che mi voglia bene. Ditemi voi se... se devo accettare.
— Lo domandate a me? Perchè lo domandate a me?
— Perchè se voi mi dite di andare, allora vado.
— Ma, scusate, e vostra sorella? Avete una sorella, la marchesa Tarvis!... Perchè non andate a chiedere alla marchesa Tarvis un simile consiglio? — Rosana, così dicendo, afferra di nuovo le molle e ricomincia a picchiare, a tartassare, a scheggiare il povero tizzone fumoso che sembra gemere sotto i colpi, con un gorgoglio di bollicine d'aria.
— Dio, Dio! Ci siamo! — pensa in cuor suo. Ma come mai avrebbe ella potuto prevedere che la dichiarazione amorosa di Lelio facesse un viaggio così straordinario?... Dovesse arrivare, nientemeno, fin dalla Cina?
— Non avete nessuno al mondo che vi voglia bene? — ripiglia dopo un momento. — E la marchesa Tarvis? Povera marchesa! Avete dimenticato vostra sorella!
— Oh le sorelle... Sono come i fratelli! — esclama il giovinotto scrollando il capo gravemente, come se queste parole che non dicono nulla, nascondessero un concetto profondo e doloroso. Un lungo silenzio, poi ricomincia con accento prima umile, supplichevole, ma che a mano a mano diventa risoluto, imperioso:
— Voi sola dovete decidere; mi dovete dire sì o no. Vi prego, vi prego... Vi prego! Sì o no? Devo andare?... Devo andare?
— Ma sì! Andate! Tanto più se credete di divertirvi! — risponde Rosana con impazienza, quasi con ira.
Com'è insistente, quel Lelio! È opprimente! Ma d'altra parte, finchè non c'è in ballo altro che la Cina, deve fingere di non capire e non può offendersi!
Ella si rimette a sedere, ma i piedini fanno saltare sempre più nervosamente i merletti del falpalà. Ad un tratto, con uno scatto improvviso, si alza di nuovo per suonare e per chiamare Fabrizio.
Si alza subito anche Lelio, ma senza scostarsi dal canapè. Fissa Rosana, prima attonito, sbalordito; poi diventando serio, assume un'aria quasi di rimprovero.
— Decidete. Dovete decidere.
Ella rimane un po' scossa:
— Vi ho già detto che stasera devo andare asso-lu-tis-simamente da mia zia.
— Prima mi dovete dire, sì o no!
Lelio si ferma, ascolta: sente il passo del servitore. La fretta, l'ansia del momento gli raddoppia il coraggio.
— Sì o no? Se vado via, è per voi! Per disperazione!
— Cosa?... Che cosa? Non... non capisco! — balbetta Rosana sottovoce; poi, più sottovoce ancora, indicando l'uscio:
— Per amor del cielo!... Viene Fabrizio!
— Sì o no? Bisogna decidere fra la morte o la vita per me!... Fra la morte o la vita...
Fabrizio si presenta all'uscio, e la decisione, per il momento, rimane sospesa.
— Dite a Giacomo di attaccare, — ordina Rosana al servitore, con voce alterata.
— Giacomo è uscito con la carrozza. È andato a prendere il signor padrone.
— Va bene. Appena ritorna gli direte di non staccare e verrete ad avvertirmi.
Fabrizio s'inchina, fa per andarsene, ma è ancora trattenuto.
— Portate qui la scatoletta delle sigarette. — Guardate il fuoco; mettete legna nel caminetto..
Lelio indovina che donna Rosana non vuol restar sola con lui; la vede inquieta, nervosa... È contentissimo!
Ha fatto bene a spiegarsi! Perchè non ha parlato anche prima? Di che mai aveva paura? Oh, come egli sente di amarla quella donna!... Stringerla fra le braccia! Coprir di baci gli occhioni ardenti di fuoco lavorato, la bella faccia così pallida!
Rosana, sempre in piedi, irrequieta, dinanzi al caminetto, si china, si rizza, si volta di qua, di là, stende ora le mani, ora un piedino verso la fiamma... e Lelio si sente sempre più commosso anche dalle grazie leggiadre della bella persona.
— Sembra quasi magra, tanto è perfetta la sua alta e svelta eleganza! E invece... Che splendore di... movimenti! Anima mia! Tesoro! Che tesori!
Lelio, oramai, è più che sicurissimo di... non andare in Cina!
Come gli era saltato in testa quell'ottima trovata della Cina?... Mah! Un lampo di genio! In Cina, no; pure, come si sentirebbe disposto dalla dolcezza profonda della sua stessa commozione a compiere ogni doloroso sacrifizio per quel tesoro di creatura! — E magari anche... sì, perchè no? Anche in Cina, se lo avesse imposto lei stessa, come una condizione, con la sua voce armoniosa, così calda e penetrante... Il suo cuore, la sua vita, la sua felicità, sono ormai nelle mani di donna Rosana! Che manine!... E che piedini! E che... Tutto in lei è meraviglioso!... Altro che la Cina! Si sente pronto a giuocare la vita per una donna simile! Anche morire!
— «Morir... per te d'amore!»
Morire, chiuder gli occhi dolcemente, al caldo... senza muoversi da quel delizioso cantuccio del canapè!
— Cara! — Si sprofonda tutto nella nuova estasi, finchè è riscosso dalla voce di Rosana:
— Voi avete ragione, sì; avete ragione.
Egli spalanca gli occhi e cerca Fabrizio nel salottino: Fabrizio se n'è già andato tranquillamente.
— Avete ragione, sì; avete ragione, — continua Rosana, non più sdraiata, ma seduta sulla poltroncina e chinata in avanti, curva, con la testa bassa, con gli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e battendo, tratto tratto, l'una contro l'altra le palme delle mani. — Avete ragione di trattarmi così; di non stimarmi, di disprezzarmi...
— Oh!... — geme Lelio dal canapè.
— Sono stata leggera e cattiva! Voi mi avete data la lezione che mi merito. Mi sta bene; non ho nessun diritto di offendermi.
— Oh!... — Il gemito si ripete più lungo e più tremulo.
— Ho avuto torto! Ho creduto, forse, anche di poter ispirare un sentimento puro, sincero di amicizia e di devozione. Sono stata una sciocca credendo possibile... l'impossibile, e voi mi avete aperto gli occhi!
— Se vi ho dato un dispiacere... — risponde Lelio balbettando, e non può più proseguire.
Rosana continua a battere nervosamente le palme delle mani, poi si rivolge di nuovo a Lelio ma con un'intonazione più calma e più cordiale:
— Si fa la pace? Io sono stata un po' civetta... e voi un po'... leggero nel giudicarmi. Facciamo la pace e amici come prima. Anzi, più di prima! Ora ci conosciamo meglio e ci stimeremo anche di più. È... inutile il viaggiare; restate pure a Milano. Soltanto, basta con le nostre passeggiate mattutine e coi nostri ritrovi quotidiani da donna Ippolita. — Via, da bravo, si fa la pace? Volete?
Così dicendo ella stende la mano e si volta verso Lelio, ma Lelio rimane immobile, muto, a testa bassa, mentre due lacrime silenziose gli colano lungo le guancie paffutelle.
Rosana balza in piedi sbuffando. Un'altra cosa che non aveva previsto! Dopo la Cina... le lacrime!
— Infine poi... spieghiamoci! — esclama vivamente. — Che cosa pretendete da me?
Lelio non risponde: le due grosse lacrime gocciolano sul cravattone nero.
Che dispetto le fa quell'uomo! Rabbia e dispetto! Eppure... piange. Per piangere, un uomo, — anche donna Rosana ha il pregiudizio che l'uomo sia un animale molto forte, — per piangere, deve soffrire assai!
Se soffre, peggio per lui! Peggio per lui, sì: ma per altro è anche un po' colpa mia! È colpa mia! Soffre... per me!
Povero giovine!
In certe donne nervose, troppo sensibili e portate all'analisi, tutto diventa complicato e pericoloso; anche la coscienza che, ad ascoltarla troppo, finisce magari col suggerire più il male che il bene.
— Basta!... Non voglio così... Basta! Rosana non osa guardare Lelio in faccia.
— Mi date un grande dispiacere!... Non me lo perdonerò mai!
L'altro risponde appena scrollando il capo.
— No! Mai! Voi potete perdonarmi perchè siete buono, molto buono, ma io non perdonerò mai a me stessa di avervi dato tanto... dispiacere!
Quel «buono, molto buono» aumenta la commozione, le lacrime di Lelio.
— Non fate così! — supplica Rosana sottovoce. — Può entrare Fabrizio e se vi vede a piangere?... Anch'io ho le mani gelate! Devo avere la faccia stravolta! Ebbene, sentite, se proprio è così... il consiglio che mi avete chiesto poco fa... Andate via.
Lelio la fissa, attonito; non ha capito bene.
— Sì; andate via! Partite! Ma non andate in Cina! No, no; non ci sarà bisogno, vedrete, di un viaggio così lontano!
Rosana gli sorride con arguta finezza e insieme con una dolcezza quasi materna.
— Sarà un'assenza brevissima, anzi, speriamo, di qualche giorno soltanto! E appena... guarito, verrete subito a trovarmi e avrete in me un'amica sincera e affettuosa.
— Foste almeno felice!... — sospira l'innamorato, scrollando il capo con grande sconforto. — Nel mio sacrificio immenso, nel mio esilio doloroso, eterno, potessi, almeno, avere la consolazione di sapervi felice! Invece... no!
Rosana, a questo punto, pacatamente, ma risolutamente, cerca di farlo ben persuaso che credendola infelice si è molto ingannato.
— No, no, no! — replica Lelio con più forza. — Voi non dite la verità! Il vostro è «un eroismo sublime di virtù» ma voi non dite la verità! Voi non siete felice.
I piedini di donna Rosana tornano a guizzare vivamente fra i merletti bianchi.
— Scusate, conte Lelio; devo saperlo io più di voi. Del resto... ciò non vi riguarda.
— Mi riguarda, precisamente: la vostra infelicità è la mia scusa, anzi la mia giustificazione.
Rosana aggrotta le ciglia, Lelio continua a gemere e a sospirare.
— Oh, credete, signora, io non vi amo con gli occhi, vi amo col cuore! Vi amo e vi ho sempre amata non già perchè siete bella, — bellissima! — ma perchè siete infelice. Sorridete, deridetemi pure! Non è per il vostro sorriso che io vi amo tanto; è per le vostre lacrime!
— Sì?... Allora tanto meglio! Allora dovete guarir subito! Per vostra regola, non piango mai! Io odio le lacrime!
— Voi dovete rispondermi così per... per... «un eroismo sublime di virtù», ma io so molto bene, e me lo ha detto anche la marchesa Ippolita, che voi siete infelice, infelicissima!
— La marchesa è... troppo gentile! Avrà detto così per farvi piacere!
— Oh... ci sono lacrime, le più amare, forse che non si vedono! Restano giù, giù!
— Ma per poter vedere le lacrime che... restano giù, scusate, caro conte, bisognerebbe conoscermi di più e meglio.
— Oh!... — Lelio, ha bisogno di parlare, di tirar fuori le parole con un sospirone, lungo come la corda del pozzo. — Oh, conosco Ottavio intimamente! E basta. Sono troppo amico di vostro marito per potermi ingannare. Con quell'uomo così... terra terra, voi così... in alto? Ma come potreste essere felice?
— Eppure lo sono.
— Sì! Certo molto più, in ogni caso, che non sia stato felice mio marito nella scelta dei suoi amici... intimi!
— È colpa mia se ho cominciato col voler bene a lui, e se ho finito, invece, col voler bene a voi?... Del resto che cosa vi domando, io? Vi domando, forse, di ricambiare la... tenerezza del mio cuore? No! Dunque, se vi fo arrabbiare perchè non credo alla vostra felicità, perdonatemi. Oh! — Lelio torna a commuoversi profondamente, al pensiero del proprio sacrificio, della propria partenza. — Perdonatemi; vi fo arrabbiare per l'ultima volta. Parto domani mattina, prestissimo. Soltanto prima dovete confessare che voi siete infelice; molto infelice!
— Ma...
— Molto infelice! — continua a ripetere Lelio con un'ostinazione molto strana in lui, di solito sempre garbato e remissivo.
— Sentite, donna Rosana: qui fa caldo, un caldo, da togliere il fiato. Ebbene, se voi mi diceste — qui fa freddo — io vi crederei subito e sarei capacissimo anche di gelare. Ma voi, felice con Ottavio?... No, no; conosco Ottavio troppo bene; siamo troppo amici! È impossibile!
— Ah! ah! ah! — Rosana finisce col ridere allegramente; e il suo riso è tutto un tesoro di arguzia e di grazia, è una visione di amoroso abbandono per Ottavio e di canzonatura atroce per il povero Vigodarzo. Ella ormai non è più irritata, non è più nervosa; Lelio non le desta più nè compassione nè pietà, e quindi non le fa più nè rabbia nè paura: Lelio, adesso, la diverte!
Infatti egli non è stato abile. In generale, attaccare il marito per sedurre la moglie, è sempre una mossa sbagliata: nel caso particolare poi, con donna Rosana, peggio che peggio! Quella goffa e presuntuosa insistenza ha urtato la sua delicata sentimentalità e l'ha punta nella sua fierezza di donna, e per ciò, scomparsa dal suo animo ogni impressione del viaggio in Cina e delle lacrime di Lelio, non vi resta altro «ideale» che Ottavio; Ottavio, lo sposo, l'amante accarezzato, adorato dal suo sogno.
— Ah! ah! ah! Ma voi credete, caro Vigodarzo, che il mio Ottavio sia lo stesso Ottavio che conoscete voi? Che conoscono i suoi amici... amici buoni, come voi? Ah! ah! ah! No; nè punto nè poco! Mentre molti fingono di sentire anche ciò che non sentono in realtà, il mio Ottavio finge invece di non sentire ciò che sente davvero e con tutto il trasporto della passione! Ma bisogna far così; anch'io voglio che Ottavio faccia così! Un marito innamorato di sua moglie? — Lelio si volta, la guarda, sorride leggermente, ma Rosana continua senza fermarsi, sempre con più calore e con più esaltazione: — Un marito amante di sua moglie? È come una moglie innamorata di suo marito! In pubblico, in società, bisogna fingere tutto il contrario o si diventa ridicoli! Abbiamo poi tutto il tempo, tanto tempo per volerci bene... a casa nostra!
— Innamorato Ottavio?... — Risolino di Lelio, ma leggero leggero...
— Vi ripeto che mio marito non ama far pompa dei suoi sentimenti. È troppo geloso e orgoglioso della bontà, della nobiltà, della delicatezza, della poesia che chiude nella sua anima e che io sola posso conoscere ed apprezzare!
— Poesia? — Il risolino si fa più visibile e più vivace. — Poesia? Quello là?
— Ottavio; — prego.
— Poesia, quell'Ottavio là? Ma se è la negazione di ogni poesia! Se non l'apprezza la poesia, se non la capisce nemmeno!
— Basta! Finitela! Non vi permetto di continuare su questo tono!
— Se non ha mai capito voi!... Voi che siete davvero la più bella, la più splendida poesia della terra! Oh, se vi avesse capito vi adorerebbe in ginocchio, umilmente, devotamente, teneramente! — Ottavio... — No! No! Voi volete difenderlo con me, esaltarlo, perchè... Perchè voi siete «un eroismo sublime di virtù!»
— Il mio Ottavio... altro che adorarmi in ginocchio! Quando sono stata tanto ammalata è rimasto giorno e notte a vegliarmi presso il capezzale del mio letto! Ha avuto per me, allora, tutte le cure, le delicatezze più affettuose! Era un innamorato vero, un fratello, un babbo, era tutto per me! Quanto ha sofferto, povero Ottavio! — Certe volte, quando mi destavo, dopo un lungo assopimento, vedevo i suoi occhi stanchi e infossati, che mi fissavano ansiosi. Come ascoltava attento, inquieto, ogni parola del dottore!... E che grido di gioia, che baci, la prima volta che il dottore dichiarò sicura la guarigione! E durante tutta la convalescenza? — Ottavio è sempre stato con me, vicino a me, tenendomi stretta la mano. Credete ancora, adesso, che Ottavio non mi abbia capita?... Vi fa ancora ridere l'idea di un Ottavio innamorato? — Rosana ha uno sguardo di trionfo, poi soggiunge, con una lentezza più languida: — Vedete quel libro?
Lelio alza il capo, ma non vede niente. Sconvolto da quella descrizione così viva, da quella voce lenta, carezzevole, ha la testa in fiamme, e lo sguardo smarrito. Egli non vede che quegli occhioni neri neri, grandi grandi, che diventano sempre più neri e sempre più grandi.
— Vedete quel libro?
— Quale? — Lelio segue l'indicazione della manina bianca: sulla poltrona di faccia, dall'altra parte del caminetto c'è il piccolo libro legato in pergamena: — Quello lì?
— Sì. Le poesie del De Musset. Durante la mia convalescenza lo abbiamo letto e riletto! E ne abbiamo imparato a mente tante pagine! Com'era buono, povero Ottavio! E com'è buono sempre! Soltanto... bisogna conoscerlo a fondo... come me!
Lelio china il capo mortificato, vinto. Ottavio ha persino imparato a memoria le poesie del De Musset?
— Perdonatemi; avete ragione. Sono stato ingiusto con Ottavio; perdonatemi.
Rosana lo guarda: rimane colpita da quella faccia, da quell'accento.
— Perdonarvi? Il torto è mio! La colpa è mia! Nella nostra vita così vuota, eppur così rapida e affannata, diventiamo distratti, smemorati: si dimentica tutto; e questo è male. Anch'io ho avuto il torto di dimenticare troppo e troppe cose! Il torto è mio! La colpa è mia! Sono stata io, leggera, molto leggera, troppo leggera!
— Oh — ricomincia a gemere Lelio ancora più forte, facendole segno di no; di non proseguire: gli fa troppo male.
— La colpa è mia! Io dovevo farvi amare e stimare Ottavio; invece con la mia leggerezza l'ho calunniato dinanzi ai vostri occhi, dinanzi al vostro cuore! Io, io stessa, sono colpevole anche verso di voi. Ho fatto soffrire anche voi; ho reso infelice anche voi. Voi che pure siete buono... molto buono!
Lelio non può più frenarsi: al ripetersi di quel «buono, molto buono» ha un singhiozzo e le lacrime ricominciano a gocciolare.
— Sono stata cattiva, cattiva, cattiva! Cattiva con Ottavio, cattiva con voi! Non merito che mi si voglia bene! Sì, sì; partite; andate lontano, e per dimenticarmi! Pensate soltanto, quanto sono cattiva! — A questo punto ella pure ha un singulto nervoso, improvviso; uno scoppio di lacrime.
— Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! — balbetta Lelio, disperato. — Abbiate pietà di me! Non posso vedervi piangere! È uno strazio troppo forte!
— Guardate: non piango più! — Rosana si asciuga gli occhi. — Ma adesso... andate via. Sì, andate via. Diamoci la mano e andate via!
Lelio le stringe la mano, ma non può parlare. Si scosta da Rosana andando a tastoni e vacillando, verso l'uscio... Ad un tratto si ferma, si volta, come per interrogarla.
— Che cos'è?
Un lungo fischio dalla strada: una carrozza entra nel cortile.
— Chi è?
— Ottavio! — esclama Rosana vivamente.
— Ottavio! — risponde Lelio come un'eco.
— Fermatevi, adesso! Non potete andar via senza salutarlo! Asciugatevi gli occhi! Aspettate!
E in fretta, spaurita, col suo proprio fazzoletto, Rosana stessa gli asciuga le lacrime cadute sulla cravatta e sul vestito. È un attimo: quando si sente camminare nella stanza attigua, donna Rosana è già sdraiata sulla poltroncina dinanzi al fuoco, Lelio è seduto nel solito cantuccio del canapè e tutti e due discutono animatamente a proposito della Scala e dei Maestri Cantori.