SCENA IV.
Il Conte Andrea e Donna Fulvia.
Andrea (con grande passione, per abbracciarla). Finalmente!
Fulvia (Respingendolo; agitatissima). Mi lasci stare! Per amor di Dio, mi lasci stare!
Andrea (Insiste per abbracciarla, non molto sorpreso, perchè si comincia sempre così, con una piccola scena). Un altro spavento?... Anche oggi un incontro noioso?
Fulvia (Sempre respingendolo e con più forza). Ma no! Ma no! Ho detto di no!
Andrea. Bambina! Cara!
Fulvia. Sono nervosa! Sono nervosissima!
Andrea. Ti levo soltanto il cappellino, i guanti. Siedi qui, vicino a me!
Fulvia. Impossibile! Devo tornar via, subito! Ho fatto una corsa, — che corsa! — perchè lei non restasse qui tutto il giorno ad aspettarmi!
Andrea (Vivamente). Non aver sempre tante paure!
Fulvia. Paura!... Adesso no, più! Vorrei che mi vedesse tutto il mondo! Anche Alberto! Anzi il mio signor marito più di tutti! (Affettuosamente) Lei mi vuol bene? Mi vuol proprio bene?
Andrea. Ti amo! Ti adoro!
Fulvia. Allora... mi sia amico! Ho tanto, tanto bisogno di un amico per potermi sfogare! (Con le lacrime agli occhi). Senta come ho le mani gelate!
Andrea. È vero! (Le bacia le mani e le stropiccia in fretta). Ti preparo una buona tazza di tè, caldo caldo!
Fulvia. Dio mio! Ho già detto che devo tornar a casa, subito!
Andrea. Perchè?
Fulvia. Alberto mi aspetta.
Andrea (inquieto). Ti ha fatto qualche osservazione sul conto mio?
Fulvia (Scoppiando in una risata piena di amarezza e di ironia). Mi ha fatto — sicuro! — quello che non avrei proprio mai creduto!
Andrea. E sa che io?..
Fulvia. Ma non c'entra lei! Pensa tanto a lei... e a me, quello là! (Con impeto e con la voce sorda) Sono quattro mesi! Più di quattro mesi, che mio marito mi tradisce!
Andrea (non osservato da Fulvia, si rasserena e tira il fiato). Ah!...
Fulvia. Lui! Proprio lui! Alberto! Il grand'uomo, l'uomo d'ordine, l'uomo della compostezza, della freddezza, della moralità — sopratutto della moralità — nella famiglia e nello Stato! (Di nuovo con impeto). E sa con chi?... Sa con chi? con la mia migliore, con la mia più caara amica!
Andrea. La Vivaldi?
Fulvia. La Ninì! Quella patetica smorfiosa! Gneognao-merignao! Tonda, corta, goffa! Cammina dondolando, tipeto-tapete! Come una cagnetta bassè!
Andrea. Ah! Ah! Ah!
Fulvia. Non rida. Avrebbe il coraggio di ridere?
Andrea. No!
Fulvia. Falsa! Ipocrita! La mia Fulvietta, la mia bella Fulvietta. (Con ira) È troppo!
Andrea. Ma in fine... A me, che cosa importa?
Fulvia. Troppo! Troppo! Troppo!
Andrea (Le leva un guanto, le accarezza e le bacia la mano per calmarla). Non esagerare! Non inquietarti! Come lo sai, intanto?
Fulvia. Come lo so?
Andrea. Scommetto!... Non è vero niente!
Fulvia. È vero! È vero! È vero!
Andrea. Non sarà... tutto quello che credi!
Fulvia. Tutto!... Et ultra!
Andrea. Vieni qui, con me, vicino a me, amore, amor mio! (Siede e la fa sedere sul canapè). Mi racconterai tutto!... Ma tranquillamente! (Con amoroso trasporto) Dio, come sei bella! Oggi sei ancora più bella!
Fulvia. Grazie! Me l'ha già detto... anche ieri!
Andrea. Non essere cattiva! C'è tanto tempo per... per gli altri! Adesso... guardami, gioia, e non pensare che a me!
Fulvia (Ironicamente). Bravo!... Ecco una buona idea!
Andrea. Siamo qui soli! Io ti amo! Ti adoro! (Abbracciandola). Io dimentico tutto il mondo!
Fulvia (Alzandosi e allontanandosi). Perchè non è stato offeso lei, nel suo punto d'onore! — Fosse stata un'altra, almeno! No!... Proprio la Ninì!... Quella bombolona sentimentale!
Andrea. (Fa per condurla con tenera violenza nell'altra camera). Ma la Ninì, o un'altra, o cento altre...
Fulvia (Corruga la fronte: irrigidendosi). Che cosa fa?... Che cosa dice?
Andrea. Due dita di curaçao nell'acqua gelata?... Hai corso...
Fulvia. Non ho sete.
Andrea. Un fondant?
Fulvia. Non ho fame.
Andrea. Un fondant si mangia anche senza fame! Ridi anche tu, ridi, ridi, ridi! Ch'io veda i tuoi bei dentini! Voglio coprirti di fiori e di baci!
Fulvia. (Scostandosi: seccamente). Lei, almeno, ha il grande talento dell'opportunità!
Andrea (con ira). Anche tu, per opportunità... scusa...
Fulvia. Io le ho detto, le ho ripetuto che sono nervosa, nervosissima! (Pausa: Fulvia apre e chiude il ventaglio nervosamente finchè lo rompe e lo butta via: Andrea cammina su e giù per calmarsi).
Andrea (S'incontra faccia a faccia con Fulvia: sorride e torna a prenderle la mano dolcemente). Dunque Alberto fa la corte alla marchesa Vivaldi?
Fulvia. La corte!... Altro che corte!... Quello là... non perde il suo tempo!
Andrea. Come lo hai saputo?
Fulvia. È il mio segreto.
Andrea. Pettegolezzi! Malignità! Non ci credo!
Fulvia. Così lei dimostra... di essere anche pieno di perspicacia!
Andrea (Vivamente). Quando una relazione c'è — davvero — non si può mai nasconderla interamente! E noi due (con un sospiro) lo sappiamo per esperienza! — Io non ho mai sentito la più piccola allusione sul conto di... Sua Eccellenza e della Vivaldi.
Fulvia. Perchè Alberto è più prudente e più furbo di lei! (Con ammirazione). Per bacco, se è furbo! Comincio adesso a conoscerlo bene il mio signor marito e ad apprezzarlo per il suo giusto merito! È un famosissimo Don Giovanni! Ci sa mettere in un sacco tutti e due: Lei... e poi anche me!
Andrea. Ah! Ah! Ah!... Alberto? L'ex sottosegretario delle poste e telegrafi? — Lo vedo ministro, una volta o l'altra — magari degli esteri! — ma Don Giovanni, mai!
Fulvia. Io, invece, sì; ce lo vedo, e moltissimo!
Andrea (Irato e geloso). Risponda, dunque: lei come lo sa? Chi gliel'ha detto? Credo di avere il diritto di saperlo e voglio saperlo! Chi gliel'ha detto?
Fulvia. Nessuno.
Andrea. Chi te l'ha detto?
Fulvia. Le lettere! Le lettere! Ho le lettere!
Andrea. Sst! Abbassa la voce! Qui le pareti sono grosse un dito!
Fulvia (Sottovoce, battendo le sillabe). Ho tutte le lettere! — (Cambiando tono). Le riunioni della minoranza? Le sedute per combattere i sovversivi?... Va dalla Ninì, a sedere... e a riunirsi!
Andrea. Come hai avuto queste lettere?
Fulvia (Con aria solenne). La giustizia di Dio! — Perchè Dio è giusto! — Volevo comperare Flirt, il sauro della Ninì e stamattina aspettavo una risposta. Ma stamattina — si ricorda? — io dovevo uscire presto, per trovarmi con lei sul Corso...
Andrea. Appunto! Invece... niente!
Fulvia. Invece, proprio sul portone, incontro il servitore dei Vivaldi. — «Una lettera della signora Marchesa!» — Per me? — «No, per Don Alberto». — Datemela; fa lo stesso!... — Apro, leggo...
Andrea (Severamente). Male.
Fulvia. Il biglietto — proprio così! — mi sono sentita gelare, poi montare il sangue alla testa! — il bigliettino, era un appuntamento! Voglio saper tutto! Voglio andare in fondo a tanta... mostruosità! Corro in camera di Alberto, nello studio di Alberto e comincio a cercare...
Andrea (Borbottando). Ed io, intanto, su e giù, lungo il Corso, ad aspettarti!... Su e giù!
Fulvia. ... A frugare in tutti i tiretti, in tutte le carte...
Andrea. Male.
Fulvia. E finalmente, in una cassettina chiusa a chiave, trovo il pacchetto delle lettere!
Andrea. Male! Ha fatto male!
Fulvia. Auff! Non prenda quel... sussiego di predicatore! — Male! Male! — E a venir qui, allora?... Faccio bene?
Andrea. Non spostiamo la questione. Si tratta del segreto delle lettere, che deve essere inviolabile!
Fulvia. Ma che segreto! Ma che inviolabile! Si tratta di mio marito, che da me, sua moglie, è violabilissimo! — Quattro mesi! È una relazione che dura da quattro mesi! — Mio marito!... Il papà di Ettorino! (Con le lacrime alla gola). Che coraggio!... Ingannarmi in tal modo! (Cambiando tono) E sa?... Tutte le cautele e tutti i comodi! Hanno il loro nido sicuro le due colombe! (Andrea, istintivamente, dà un'occhiata in giro). Già: il loro appartamentino par-ti-co-la-re, dove si trovano insieme, loro due soli...
Andrea (Teneramente, abbracciandola). Soli... come noi... qui...
Fulvia (Senza badare all'interruzione di Andrea). Non crederà che io sia gelosa? Gelosa? Io? — È... è la finzione, la grande finzione di quell'uomo che mi fa orrore, che mi fa... male! Ma pensi, dopo i ritrovi teneri, nell'appartamentino ammobigliato, aveva il coraggio, il toupè di tornarsene a casa mia, a casa nostra, tranquillamente... di abbracciarmi — come se niente fosse! — di venire a pranzo con me, di sedersi lì, a tavola, con me, in faccia mia, in faccia di Ettorino! — Noi tre! — E parlava, rideva, scherzava, allegro, disinvolto, fresco come una rosa! — E mi faceva anche... dei complimenti! — Sicuro, se lo vuol proprio sapere, in questi ultimi tempi era di un'affettuosità, di un'espansione... straordinaria! — La mia muci, la mia bella mucina! — Mostro! — E ha perduto anche l'avarizia! In quindici giorni mi ha regalato tre cappellini — tre! — E, forse, anche questo.... (Alzando gli occhi). Sicuro! (Se lo strappa dal capo: lo guarda). Questo no, per fortuna! (Lo butta sul canapè).
Andrea (Con ironia). Cara donna Fulvia....
Fulvia. Che c'è?
Andrea. Non avrei mai creduto di vederla così furibonda per... per un fatto simile!
Fulvia. Ah, caro mio, scoprire di essere ingannati non fa mai piacere a nessuno! E per noi donne è molto peggio che per gli uomini! Noi non abbiamo nient'altro al mondo! Il nostro amor proprio e il nostro orgoglio è tutto lì.
Andrea. Mi giurava, anche, — più volte me lo ha giurato! — di non essere mai stata innamorata di suo marito!
Fulvia. Io no, ma lui sì!
Andrea. In fatti... c'è una bella differenza!
Fulvia. E lui ha l'obbligo di essere sempre innamorato di me!
Andrea. Hai ragione! Adesso hai ragione! Cento volte ragione! Per dimenticarti, per trascurarti, bisogna essere un vero... cretino!
Fulvia. Però, — scusi sa — non toccherebbe a lei, — proprio lei — il suo più grande amico, ad accusarlo!
Andrea. Ah, ma finalmente! Non so più che cosa dire, nè che cosa fare! Difendo Alberto, fo male; do ragione a lei, fo peggio! Non vuol essere gelosa... e smania! Non vuol essere innamorata e si dispera! Che cosa vuole? Dica, almeno, che cosa vuole?
Fulvia. Come alza la voce! Che maniera! Che modi!
Andrea. Sarà, a furia di gelosia, diventata matta, perchè non la riconosco più, non la capisco più, ma perdio!
Fulvia. Bestemmia adesso? Di bene in meglio!
Andrea. Fa diventar matti anche gli altri!
Fulvia. Già, già, già! Lei non mi riconosce più, lei non mi capisce più! Ma sa perchè?... Perchè, lei, non ha mai altro che un solo movente, una sola spinta: il suo proprio egoismo!
Andrea. Oggi il mio amore, la mia passione... si chiama egoismo!
Fulvia. Diventa egoismo! L'anima di una donna non può essere sempre la... la stessa a tutte le ore! Oggi lo slancio, l'impeto del cuore che mi ha portata qui era l'aspirazione, la speranza di un affetto, buono, nobile, alto! Oggi avevo tanto bisogno d'indulgenza e di protezione! Mi sono illusa? Non avrei dovuto illudermi? Va bene. Io avrò torto e lei avrà ragione, ma anche questo non è nè un conforto, nè un piacere per me!
Andrea. Una cosa sola, non doveva dimenticare e non aveva il diritto di dimenticare...
Fulvia. Oh, Dio mio! Si comincia coi diritti e coi doveri! Che malinconia!
Andrea. Da egoista, da profondo egoista, ma — ti amo — e anch'io divento geloso e sono geloso.
Fulvia. Geloso di Alberto?
Andrea. Sì.
Fulvia. Ma Alberto è mio marito.
Andrea. E questo ti par poco?
Fulvia. Non è un fatto nuovo! Mio marito è sempre... stato mio marito. Lo sapeva anche prima.
Andrea. Non sapevo, per altro, che tu fossi così facile a disperarti per i suoi traviamenti.
Fulvia. L'ironia no; si ricordi, l'ironia non la tollero!
Andrea. Ma allora, certi suoi dolori, intimi, perchè viene proprio a confidarli a me... qui, perchè viene a dirli proprio a me, a me, a me, e proprio qui?
Fulvia. Perchè se non vengo a dirli a lei, a chi potrei andarli a dire?... A chi? Forse a mio padre? Ah! Ah! Un marito anche lui, e un altro bel campione come sopra! Tutti gli uomini sono uguali... Tutti una risma e tutti una lega: avrebbe preso le difese di Alberto. La mamma? — Mia madre crede che le donne sieno state create e messe al mondo soltanto per far visite, far toilette e far figliuoli! — Mi avrebbe imposto la rassegnazione ed il perdono. Le mie amiche? — Oh povera Fulvietta! Oh povera la nostra Fulvietta! — Per sentirmi compiangere e vederle beate?... Dunque, vede, per confidarmi e per confortarmi, non avevo che lei! Non avevo che lei per potermi sfogare... Cioè, lo credevo e lo speravo! Invece no! Anche lei non sente che il suo risentimento, il suo orgoglio, ed io non ho nessuno, nessuno al mondo, più nessuno, al quale poter aprire la mia anima e il mio cuore, col quale potermi lamentare, gridare e piangere. (Scoppia in un pianto dirotto di dispetto e di dolore, buttandosi sul canapè). Sì, piangere, piangere, piangere!
Andrea (Calmandosi a sua volta e dopo una lunga pausa, si appoggia dietro il canapè e accarezza Fulvia sui capelli). E io? E il mio cuore? Vedendoti a piangere così per... un altro? (Le dà un bacio).
Fulvia (Si alza e si allontana con un profondo sospiro). Il torto è mio, tutto mio!
Andrea (Conciliante). No, no! Anch'io, forse, sarò irragionevole...
Fulvia. Il torto è mio! A questo mondo, soprattutto, bisogna sapersi risolvere. O una cosa, o un'altra...
Andrea. Ma Fulvia!
Fulvia. Sì! Sì! Io, invece, sono un complesso di indecisioni, di contradizioni e così ho fatto infelice me, faccio infelice lei..
Andrea (Per abbracciarla). Io infelice? Ma soltanto una tua parola...
Fulvia (Continuando a respingerlo). E ho fatto infelice anche il povero Alberto.
Andrea. Alberto! Alberto! Basta! Ieri, lo chiamava Sua Eccellenza anche lei! Alberto, lasciamolo dove si trova!
Fulvia. Ragioniamo!
Andrea. Ah, no! Per amor del cielo! Non c'è quanto i tuoi ragionamenti, che facciano perdere la testa!
Fulvia. Perchè sono pieni di sincerità e di verità.
Andrea. E di contradizione: lo hai detto tu stessa.
Fulvia. Ma più ancora di sincerità.
Andrea. (Con un nuovo impeto di passione). Ebbene sì, cara, bambina cara, capricciosissima, ma tanto cara!... Sincera, sempre sincera!
Fulvia. Sincera anche... a proposito di Alberto?
Andrea. Anche a proposito di Alberto.
Fulvia. Questo lo deve ammettere. Senza esserne mai stata proprio innamorata, però le ho sempre detto che a mio marito volevo molto bene.
Fulvia. Può arrabbiarsi fin che vuole; ma si ricordi: quando una donna le dirà di non voler bene a suo marito, le dirà sempre una bugia. Sempre! — Tutte noi amiamo nostro marito, e se molte volte ci rendiamo infelici è appunto perchè non abbiamo il coraggio di confessare questa grande verità a noi stesse!
Andrea. Brava!
Fulvia (Sospirando). Certe... scoperte, come rischiarano la vista, caro mio!
Andrea. E... che cosa si comincia a vedere?
Fulvia. Che anch'io ho la mia parte di torto.
Andrea. Benissimo!
Fulvia. Sono stata eccessiva oggi nel condannare Alberto, e sono stata ingiusta prima, nell'apprezzarlo.
Andrea. Nell'apprezzarlo? Oh! Oh! Sua Eccellenza deve essere molto soddisfatto... del rialzo delle proprie azioni!
Fulvia (Scrollando il capo e sospirando). Oh, il Circolo monarchico, il prefetto, il presidente del Consiglio! (Continua a scrollare il capo). No, no, no! Non possono riempiere il cuore di un uomo, la vita di un uomo! — Avrà trovato in me della freddezza...
Andrea (Con molta ironia). Della freddezza? Possibile?
Fulvia. Io sono spesso lunatica, intrattabile, insopportabile. Gli ho resa la casa uggiosa, antipatica. — Se Alberto, in fine, è andato a cercarsi delle distrazioni altrove, la colpa, siamo giusti, non è anche un po' mia? Un po' di rimorso non devo averlo anch'io?
Andrea. Perchè no? Anche il rimorso è un'opinione!
Fulvia. Il rimorso, intanto, di aver trattato Alberto come l'ho trattato, anche poco fa. Io — proprio io — ero in diritto di fargli una scena così tremenda?
Andrea. Eh, cara mia, quando si ama, quando si diventa gelosi...
Fulvia. Quando si sente il proprio torto! Ecco il tormento! Una cosa sola, avrei dovuto dire in un impeto di sincerità.
Andrea. Quale?
Fulvia. Tu l'hai fatta a me, ed io l'ho fatta a te.
Andrea (Vivamente). Lei scherza! Non lo dica nemmeno per ischerzo!
Fulvia. Guai se la mia coscienza comincia ad alzare la voce! Guai se mi monta il sangue alla testa! In un impeto di onestà e di lealtà sarei capacissima di buttarmi fra le braccia di mio marito e di confessargli tutto!
Andrea. Ma vivaddio!
Fulvia. Glielo giuro! E farla finita, una buona volta, con tutti i sotterfugi, coi timori, con gli sgomenti! — Sì, Alberto! Sono colpevole anch'io come te: tu mi hai tradita con la mia migliore amica, io ti ho tradito col tuo migliore amico! Perdoniamoci a vicenda!
Andrea (Fuori di sè). Queste sono sciocchezze, fanciullaggini, balordaggini!
Fulvia (Osservandolo). Brr! Che spavento! Si calmi! Si calmi! (Sorridendo). Ha un po'.. un po' d'inquietudine — pare — per le conseguenze, che potrebbe avere... la mia sincerità?...
Andrea. Ho paura di una cosa soltanto: del ridicolo!
Fulvia. Ridicolo?
Andrea. Potrò esserlo, forse, per un momento, in faccia sua: ma in faccia a... agli altri, al mondo, no!
Fulvia. In faccia mia? Ridicolo? Mai! Sa quanta stima ho di lei!
Andrea (Inchinandosi con affettazione). Oh, grazie!
Fulvia. Si offende, adesso, anche della mia stima?
Andrea. La ringrazio! Se la ringrazio! Soltanto io sarò un egoista, ma lei...
Fulvia. Io sono una leggera, una civetta! È il solo, però, che può prendersi il gusto, il capriccio di dirmelo! È il solo!
Andrea. Perchè sono anche il solo — lei che vanta tanto la sua sincerità — col quale lei... non è stata sincera!
Fulvia. Ma benissimo! Sono stata io a ingannarla! Ero io che volevo partire! Ero io che volevo morire! — Un'ora! Un'ora sola e poi morire! — Quante ore! E, guarda lì, che bella cera!
Andrea. Ma lei, lei mi ha visto soffrire! Le ansie del dubbio, la febbre della gelosia, i tormenti della disperazione! Oh! lei, lei può vantarsi di avermi visto soffrire!
Fulvia. Appunto! Appunto per ciò. Una donna può resistere all'amore che prova, ma insisti, insisti, insisti, viene il giorno — santo cielo! — che non può più resistere all'amore che ispira! (Va a prendere il cappellino: poi va dinanzi allo specchio della caminiera a metterselo).
Andrea. Che cosa fai?
Fulvia. Non vede? Mi metto il cappello.
Andrea. Vuoi proprio andare?
Andrea. Ti prego! Ti supplico! Rimani!
Fulvia. Impossibile! Glie l'ho detto! Impossibile! Alberto mi aspetta.
Andrea. Un bacio! Voglio un bacio! Sei qui con me, finalmente! Sei mia. Un bacio! Voglio un bacio!
Fulvia. No! La prego, la supplico, di essere buono, di essere generoso! Non mi faccia pentire di... di volerle bene!
Andrea. Bene!... Mi vuol bene? Lei a me?
Fulvia. Sì, un bene forse più tranquillo del suo, ma più sicuro — riposante...
Andrea (Con uno scoppio di risa). Ah! Ah! Ah! Un bene riposante!
Fulvia. Sono una povera (cantarellando) ammalata! Mi aiuti a curarmi e a guarire!
Andrea. Dovrei aiutarla a guarire di quel po' di bene che... non mi vuol più?
Fulvia. Guarire... di tutto ciò che può turbarmi, agitarmi. E per farmi guarire — lei, proprio lei, — dovrebbe aiutarmi a farmi dimenticare... tante cose.
Andrea. A dimenticare una cosa sola: me.
Fulvia. No, invece. A dimenticare soltanto questi ultimi mesi. Chiudere un momento gli occhi — e poi riaprirli — ah! — e trovarmi, come prima, come quest'estate... a San Moritz! Quanta gratitudine per lei! Quanta poesia per lei e per me!
Andrea. Ma scusi...
Fulvia (Interrompendolo: con forza). È un sacrificio! Sarà un sacrificio! — Voleva esser messo alla prova? Ecco la prova!
Andrea. Intanto, spieghiamoci chiaro. Tutto questo «dimenticare» sarebbe per qualche giorno... o per sempre?
Fulvia. Non precisiamo adesso! È inutile! Chi può mai prevedere... ciò che sarà? Chi mi avrebbe detto, soltanto questa mattina, che io, proprio oggi, le avrei fatto un simile discorso?... E per la Ninì, poi! Per colpa di quell'antipatica odiosa! Con tutto quel... (accenna al seno) peso! Dio, che peso!
Andrea. E per colpa di Sua Eccellenza.
Fulvia. Di Alberto. Proprio così. E tutto questo m'impone un nuovo dovere.
Andrea. Un nuovo dovere?
Fulvia. Per la mia famiglia, per Ettorino, per me stessa. Mio marito non deve perdere la testa, non deve mettersi sopra una cattiva strada, ed io devo, voglio salvarlo!
Andrea. Sua Eccellenza? — Sicuro! Salvarlo, in buona salute! Anche per lo Stato! Anche per l'Italia!
Fulvia. Ho capito stamattina che il marito è qualche cosa di più e di diverso... della mia prima idea. Nostro marito è la casa; è tutta la casa! Col marito che si perde, è il sistema della nostra vita regolata e sicura, dei nostri rapporti, delle nostre abitudini, che ne soffre... che va a soqquadro. E io stessa che cosa fo? Che cosa divento se mio marito prende l'abitudine d'ingannarmi? Quando una donna commette un piccolo errore... sa poi, anche, sacrificarsi e riparare. L'uomo, no; mai! Per un uomo le conseguenze sono ben più gravi e ricadono tutte sulla povera moglie!
Andrea. È innegabile! Dal suo punto di vista lei ragiona benissimo. Ma... e dal mio... punto di vista?
Fulvia. Lei non domandava che di vedermi: mi vedrà sempre: più di prima. Anzi, dopo domani, sabato, è la festa di Ettorino. Ci sarà con noi, a pranzo, il papà e la mia mamma. Aspetto anche lei. Si pranza alle sette. (Dà un'occhiata all'orologio del tavolino). Adesso, mi lasci andare.
Andrea. Adesso no!
Fulvia. Mi lasci andare. Guardi se non c'è nessuno sulle scale.
Andrea. Lei ha fatto il suo nuovo piano, ha preparata la sua nuova vita, calma, serena, dopo il grande temporale di questa mattina, e sta bene. Io, generoso e buono, farò tutto quello che lei vuole, come lei vuole; ma... cominciando da domani.
Fulvia. Sarebbe a dire?
Andrea (Mentre dura il dialogo, Andrea l'insegue, senza parere, e Fulvia, senza parere, continua a ritirarsi). Sì cara: sabato verrò al pranzo di famiglia, perchè la mia presenza ti occorre, perchè la mia assenza susciterebbe commenti. Sì, io mi sacrificherò alla tua riputazione, alla tua tranquillità, alla tua casa, a tuo marito ma... cominciando da domani! Oggi sei qui! Qui, dove ci siamo amati, dove sei stata mia, dove sei mia, dove l'aria è ancora piena del nostro amore, della nostra gioia, dei nostri baci...
Fulvia. Sst! Badi! Ha detto lei, che possono sentire!
Andrea. No, cara! No! Non devo essere punito io, se Alberto è colpevole! Soprattutto se il grand'uomo, se il futuro ministro, è stato così ingenuo da lasciarsi cogliere! (Le corre dietro: Fulvia fugge). Fulvia! Fulvia! La vendetta! La gioia della vendetta! (Sta per afferrarla, Fulvia rovescia una seggiolina nella quale Andrea inciampa e cade).
Fulvia (Corre sulla comune: gira la chiave e si ferma sulla soglia tenendo l'uscio socchiuso). Sst! C'è gente di sopra!
Andrea (Si è alzato di colpo per inseguirla: si ferma interdetto).
Fulvia (Dopo un momento, sorridendo). È stato cattivo, sa?... Molto cattivo!
Andrea. Basta! La finisca! Basta!
Fulvia. No! In collera, no! Non voglio che sia in collera! (Gli stende la mano, poi la ritira). No! No!... Oggi non mi fido! Vede, che cosa ha guadagnato? Non mi fido più! (Scrollando il capo) Più...! Addio!
Andrea (Irato). Addio!
Fulvia. Cioè «a rivederci» sabato alle sette: a pranzo.
Andrea. No!
Fulvia. Sì. Badi! Non le conviene, sa, di contrariarmi, di essere cattivo con me. No, proprio no! — Verrà dunque?... Promette?
Andrea (Pestando i piedi: sbuffando). Verrò! Verrò! Prometto!
Fulvia. Ma non con quegli occhi! Non con la luna! (Supplichevole) Voglio vederla con la sua bella faccia... di buon umore! La prego! La prego tanto! Arivederci! E... presto! (Gli getta un bacio con la mano)... Se sarai buono! (via).
(Cala la tela).
In extremis
Guardando giù nell'immenso giardino, tutto pieno di silenzio, di fresco e di umidità, si dimenticava di essere nel cuore di Milano, a cento passi dal Duomo e dal grande forno brulicante della Galleria. Quelle piante secolari, quei viali invasi dall'erba, quelle vecchie statue di granito dal tronco verdognolo, facevano pensare al parco di qualche villa solitaria e disabitata.
Una malinconia sonnolenta stagnava nell'aria coll'odore acuto e snervante delle magnolie che sfiorivano sopra un albero gigantesco, presso la fontana. Dall'albero cadevano a intervalli con un rumore ora secco, ora velato, le foglie lucenti e metalliche già accartocciate e ingiallite.
Quei lievi strepiti, qualche eco indistinta di voci lontane passavano soli dentro a quella pace torpida, di clausura.
Il marchese Pier Luigi, appena finito di sorbire il caffè, si era alzato ed ora indugiava sul balcone verso il giardino, le due mani nelle tasche della giacchetta chiara, aspirando grosse boccate di fumo dall'avana squisito. Una passeggiatina mattinale, — dalle dieci alle undici, — in certi quartieri della città, gli aveva dato, a colazione, il «nervoso» allo stomaco.
Era una giornata splendida di giugno, un sole caldo e giocondo, quel bel sole domenicale che non pure alla piccola gente sembra così diverso dal sole degli altri giorni.
Egli si era avventurato, ballonzolando in tempo di valtzer nel fondo della charrette, guidando egli stesso, — col groom accanto, dalle braccia al sen conserte, come un piccolo Napoleoncino in tuba, — si era avventurato nelle vie più lontane dell'antico sobborgo, nei quartieri più popolari e più popolosi dove sorgono le numerose officine, gli opifici, e le enormi case operaie, quadrate, forellate dalle spesse finestre, simili a caserme o a gabbie mastodontiche. Quivi, sulle porte, sugli usci, nelle bettole e nei caffè, così frequenti da far disgusto e quasi terrore, in quel brusìo di gente affrettata e animata, non ostante la giornata di riposo, egli aveva trovato il popolo, il popolo tanto diverso da quello che egli aveva descritto, con foga retorica — non improvvisata — a' suoi colleghi del Parlamento; il nuovo popolo delle grandi città, cui il lavoro e l'industria dànno una fisonomia così tipica.
Il marchese Pier Luigi, sempre ballonzolando nella gialla, rilucente charrette, in mezzo a quei gruppi di operai, invece della soggezione ammirativa e invidiosa, che gli mostravano i contadini delle sue tenute, raccoglieva occhiate sarcastiche e irose, capiva di attraversare quel tal mondo reale e formidabile del quale egli ed i suoi amici si ostinavano, per convenienza più che per convinzione, a negare l'esistenza.
Ma l'ultima, la più sgradevole impressione gli era toccata nel ritorno, percorrendo le strade del quartiere di Porta Garibaldi, dove erano più spessi alle cantonate certi enormi manifesti di una tinta scarlatta, ch'era di per sè una provocazione. Quegli avvisi invitavano «i cittadini» per le due di quella stessa domenica, ad un grande comizio pubblico all'Alhambra. I «Partiti popolari» avrebbero discusso del «momento politico» e oratore del comitato era il dottor Giusto Allori.
Egli lanciava contro il suo baio dei dispettosi colpetti di frusta e sogghignava:
— Ah! Ah! Il dottor Giusto Allori!
Con un colpo di frusta avrebbe voluto stracciare anche i manifesti!
— Pagliaccio! Buffone! Anche oratore nei comizi! Buffone... Pagliaccio! E ingrato! Non bastavano i giornali, gli opuscoli, tutto quel suo lavoro, quei due o tre anni di... sobillazione! Adesso anche in teatro, anche in piazza!
E Pier Luigi tornava a guardare di traverso i manifesti.
— «Il momento politico!» Sì! Lo avrebbero studiato e capito e rappresentato loro il «momento politico» quei disgraziati capaci appena di compitare la Lotta di classe!
Il marchese Pier Luigi lo aveva vissuto a Roma, lo viveva ora a Milano il «momento politico!» Ma, pur troppo, quella plebaglia che sarebbe accorsa in una baracca di legno a cianciare, a sbraitare, a batter le mani a quell'ambizioso esaltato dell'Allori, era la stessa che del momento, appunto, era l'arbitra... in caso di elezioni.
Il marchese Pier Luigi aveva affrettata la corsa verso il palazzo, ormai risoluto a non mettere piedi fuor di casa in tutto il giorno. Era rientrato prima delle undici, si era impazientito perchè donna Maria tardava a farsi vedere, arrischiando quindi di perdere la messa e la predica del mezzodì a S. Fedele, poi aveva osato — ardimento ben raro — di mandar la cameriera a farle premura, e finalmente si era seduto solo a colazione.
Donna Maria entrò quasi subito: anch'ella appariva dello stesso umore del marito. Un umore che si intonava con maravigliosa armonia al colore del luogo, alla penombra triste, ai mobili austeri, alle tappezzerie oscure, al vasellame pesante, ai grandi quadri di «natura morta» della sala da pranzo, così sfarzosa e così opprimente.
Subito dopo colazione, il marchese Pier Luigi era uscito a fumare sul terrazzino. Temeva uno sfogo della moglie per il contegno troppo debole del gruppo lombardo alla Camera. Donna Maria, ritta sul busto e armata dell'occhialetto di tartaruga che dava un'espressione ancor più severa e quasi arcigna al suo bel volto di medaglia d'avorio antico, leggeva attentamente il Neo-Guelfo di quella mattina: non era opportuno distrarla nè disturbarla.
Giù nel giardino, sembrava che la pace e il silenzio aumentassero con l'avanzare dell'ora meridiana. Appena il tic metallico delle foglie di magnolia che cadevano a terra, appena qualche eco flebile dei rumori della strada. Chi avrebbe detto che oltre quella muraglia coperta di muschio e di edera si agitasse tanta vita sonora di voci e di anime?
Il gran mare fragoroso dell'ire popolari veniva a rompere le sue ondate ai piedi di quelle mura massicce, che resistevano impassibili, incrollabili da secoli. Oh! Esse ne avevano vedute e sopportate delle burrasche... e ben più terribili!
— Un comizio più o meno? Un comizio all'Alhambra non è ancora il finimondo, la rivoluzione!... Il «momento politico?» Buffoni!
A un tratto si sentì alle spalle la marchesa e voltandosi capì subito che la lettura del Neo-Guelfo non le aveva dato le stesse impressioni di calma consolatrice trasfuse in lui dalla quiete del giardino.
— Guarda — La marchesa gli segnò con l'unghia rosea un articolo del giornale. — Il dottor Giusto Allori fa anche il tribuno!
— Già.
Pier Luigi rispose con un sorriso di scherno, ma la marchesa, invece, ebbe un impeto di collera.
— E tutto questo è in gran parte colpa tua.
— Colpa mia?
— Sì. Con la tua debolezza verso il padre, hai contribuito alla rovina morale del figliuolo.
Pier Luigi rientrò nella sala e cominciò a girellare in lungo e in largo rannuvolandosi di più ad ogni passo.
Sua moglie aveva ragione: la colpa era anche sua. Non aveva data importanza alle eccessive indulgenze del vecchio Lorenzo verso il figliuolo. Anzi, per dir la verità, lui pure si era lasciato vincere qualche volta, dalla prontezza di quel ragazzetto, così pieno di sè. Egli stesso aveva tollerato, aveva letto le prime poesiole, le prime novelline del giovine studente, appena comparse sui giornalucoli letterari.
Invece sua moglie, no. Ella aveva sentito subito che in quel monello, male infagottato negli abiti smessi, che il padrone regalava a Lorenzo, si maturava uno spirito insofferente, un ribelle, un ambizioso, un declamatore; e lo aveva anche messo in guardia più di una volta, ma inutilmente.
Debole il padrone: il padre infatuato.
Una sera anche Monsignore gli aveva parlato dello scandalo di quel rivoluzionario che cresceva proprio nel suo palazzo, che mangiava il suo pane, che dormiva sotto il suo tetto; ma neppure allora egli aveva voluto intervenire, comandare. Sua moglie aveva ragione. Il nibbio cominciava a mettere le ali e gli artigli!... Ma che andasse almeno ad annidarsi altrove, lontano da casa sua!
— Lorenzo è in casa? — domandò il marchese ad un servitore.
— Credo di sì. È tornato alle undici dalla messa e dalle funzioni.
— Che cosa gli vuoi dire? — La marchesa, rannicchiandosi nella sua poltroncina sotto una finestra, e rompendo la fascia alla rivista Les dames du bien, sorrise crollando il capo: — Adesso è troppo tardi! Il figlio è quello che è, ed il padre è il primo ad essere pentito e spaventato.
— Non è mai troppo tardi! Lascia fare.
Pier Luigi si volse di nuovo al servitore:
— Chiamate Lorenzo.
Qualche momento dopo Lorenzo entrò, e, fatti pochi passi nel salotto, chiese licenza di poter sedere, perchè quella mattina il suo mal di cuore lo tormentava e quei pochi scalini gli avevano già dato l'asma.
Il maggiordomo, costretto ormai dagli acciacchi ad un riposo assoluto, aveva infatti una bruttissima cera. Gli occhi aveva pesti, incavati, cerchiati di livido, la pelle delle guance, sbarbate di fresco, floscia e cascante, e le labbra smorte erano agitate da un fremito angoscioso, come se il malato cercasse continuamente di bere a piccoli sorsi l'aria che si sentiva mancare.
— Mi dispiace di dovervi fare dei discorsi... antipatici, tanto più perchè non vi sentite bene; ma così non si va avanti. Sapete la nuova pagliacciata? Quella d'oggi?
Lorenzo, seduto sull'orlo di una sedia, le mani scarne abbandonate sulle ginocchia, cominciò a tremare in tutta la persona, ma quel tremito non era di spavento, nè di soggezione; il pover'uomo, soffriva assai.
— Il signor Giusto Allori va a fare il predicatore al popolo!
Lorenzo accennava di sì, con la testa, dolorosamente. Poi si sforzò a gridare:
— So, so, signor marchese. Il comizio all'Alhambra! Ho supplicato Giustino anche ieri sera, con le lacrime agli occhi; almeno una pubblicità simile... non la facesse per lor signori! Gli ho ricordato tutti i benefizi ricevuti... L'ho scongiurato di aver compassione di me, così vecchio, così malandato. M'ha risposto quello che mi risponde sempre, da un anno: — «È inutile, babbo! Tu non capisci, tu non puoi capire certe cose. Quello che io faccio è il mio dovere!»
— Il suo dovere! Il suo dovere! — balzò a dire la marchesa Maria con un sussulto di sdegno e di odio nella voce. — Il suo dovere sarebbe di rispettare il nome della famiglia presso la quale suo padre ha lavorato tutta la vita, di non schierarsi con i più furibondi nemici del nostro sangue e della nostra religione! Questo sarebbe il suo dovere! Questo è il suo preciso dovere!
Il vecchio guardò la padrona, stupito e sconcertato da quell'ondata di avversione che le prorompeva dalle labbra, e non rispose. Egli accennava sempre di sì, continuamente di sì, chinando la testa grigia, respirando con fatica. Non avrebbe immaginato mai che il suo figliuolo fosse tanto odiato!
La marchesa proseguiva, implacabile, senza guardarlo:
— Dal canto mio, non ho nulla a rimproverarmi. Ho cercato di giovare materialmente e moralmente a vostro figlio, come la mia religione e il mio cuore mi consigliavano. Sì, anche il mio cuore; perchè quel... ragazzo prometteva tutt'altro: era sveglio, molto vivace, ma docile, riflessivo. Non dico già che lo si dovesse mettere in seminario... ma almeno non si doveva permettere che gli montassero la testa con tutte le empietà, con tutte le mostruosità che sono state inventate dai nemici del bene.
— Appunto, — intervenne Pier Luigi, il quale trovava opportuno lo sfogo della moglie, che sebbene un po' eccessivo, arrivava ad una conclusione. — Che cosa avete creduto di farne col seguire la vostra vanità e la sua ambizione? Sacrifici d'ogni sorta, per sette od otto anni, perchè diventasse dottore! Dottore in scienze economiche! Belle... scienze! L'ingiustizia del capitale, l'abolizione della proprietà.
L'onorevole si concitava al suono della propria voce come un vecchio cavallo di razza al suono di una fanfara. Era un pezzo che non aveva occasione di far udire in casa, a sua moglie specialmente, come il gruppo neo-guelfo avesse approfondita anche la questione sociale. E tirava via, contro l'inganno indegno dei marxisti, sostenitori di una possibile socializzazione degli arnesi del lavoro, contro l'auto-suggestione morbosa e collettiva delle masse verso un'utopia rivoluzionaria alla quale giungevano dopo essersi lasciati adescare dall'illusione «deleteria» della tattica evolutiva, da parte dei sobillatori, capaci di tutto pur di appagare le loro sfrenate ambizioni personali. Camminava in su e in giù, con le mani dietro il dorso, lo sguardo al suolo, come ascoltando attentamente le parole ed approfittando dell'occasione per immagazzinare ed ordinare un po' di materiale adatto alla sua prossima conferenza, sulla enciclica papale d'incoraggiamento ai cattolici della «vera democrazia». Ma ad un tratto, nel volgere un'occhiata a Lorenzo, lo vide così accasciato, così disfatto, così piegato in due sull'orlo della sua sedia, ch'ebbe compassione del vecchio servo fedele e pensò ch'era tempo di liberarlo da quella tortura.
— Già, ormai, sono parole inutili! Mi ricordo, quando vi è nato questo vostro unico maschio, dopo parecchi anni di matrimonio! Sembrava che vi fosse piovuta dal cielo una speciale benedizione! E anche nella scelta del nome, vi ricordate? Non avete avuto niente affatto la nostra approvazione. Chiamarlo Giusto!
— Giustino...
— Giusto! Come se non ci rintronasse abbastanza la testa con la giustizia, senza cacciarla anche nei nomi! Avete già la disgrazia di quel vostro cognome, così... bizzarro, di Allori!... Anche Giusto! Così n'è venuto fuori il Giusto Allori. Un tutt'insieme... spettacoloso, che pare proprio combinato apposta per fare del chiasso, per battere la gran cassa di tribuno e di martire!
— Ma queste cose poi, signor marchese, chi le va a pensare! — osò mormorare Lorenzo, giungendo le mani tremanti.
Donna Marianna intervenne, alzandosi ed accennando al povero vecchio ch'era finita l'udienza.
— Non si tratta di parole nè di nomi, ma di fatti. Ed il fatto... grave ormai, insopportabile, è che abiti ancora qui nella nostra casa, quello stesso individuo che fuori, nei giornali, nelle assemblee...
— No, no, scusi, signora marchesa, non si inquieti più — supplicò Lorenzo, in piedi, con una certa energia. — Credevo ne fosse già informata. Giustino, da quasi due mesi, non abita più precisamente qui, con me. Viene di tanto in tanto, a trovarmi, a sentire come sto; ha ancora qui... qualche libro, ma ha capito anche lui che non era più il caso!... Sicuro, signora padrona, anche questo dolore mi era riserbato. Non aver più vicino il mio figliuolo, alla vigilia di andarmene per sempre. E loro signori hanno tutte le ragioni! Con tanta bontà che hanno sempre dimostrato a quel ragazzo, con tanti benefici... Ah! Io capisco, capisco, e non dimentico nulla... Ma che fare? È la mia disgrazia! Il Signore ha voluto così. Non bastava la malattia, questo asma, che mi tronca il fiato... scusino, scusino tanto!... Giustino in casa, se credono non ci verrà più affatto! Andrò io a trovarlo, fuori del palazzo, finchè potrò... E poi una volta morto io... gli perdonino per me... soltanto per me!
Il vecchio si portò le mani alla gola per aprirsi il colletto: la commozione, il dolore, le lacrime gli avevano accresciuta l'asma. Uscì a ritroso, inchinandosi barcollando e annaspando con le mani. Impiegò non meno di dieci minuti a fare i tre piani della scala di servizio, per rifugiarsi nelle sue camerette dove almeno avrebbe potuto starsene solo, solo col suo struggimento, con la sua disperazione. Non sarebbe uscito neppure pei vespri. Gli era impossibile fare ancora le scale in quel giorno. Poi lassù, poteva raccogliersi e pregare con tutta la devozione, come in chiesa. Avrebbe letto tutti i vespri ed anche compieta ed un po' di salmi, guardando dalla finestruola il suo bel Duomo, così vicino, che gli pareva di poterlo toccare allungando la mano, tutto bianco e roseo ed azzurro, co' suoi terrazzi, le sue balaustre, le sue guglie, e le statue, i santi, gli angeli, le madonne! Lorenzo le guardava, le salutava più volte ogni giorno da oltre quarant'anni e le conosceva ad una ad una, aveva parlato con ciascuna, aveva rivolta a ciascuna qualche preghiera speciale, nelle disgrazie della sua vita, quando era rimasto solo col bimbo, poi quando Giustino era cresciuto così sempre mezz'ammalato, poi negli ultimi anni quando Giustino aveva manifestato quelle idee, e si era buttato come un matto a quella maledetta politica ed a lui, povero vecchio, per le paure e i dispiaceri e i rimbrotti dei padroni, si era aggravato il mal di cuore.
Dopo una lunga sosta, premendosi le due mani sul petto perchè gli pareva che il cuore gli volesse saltare in gola, salì anche l'ultima branca della scala, la più breve, ma anche la più ripida e finalmente fu al pianerottolo pieno d'aria e di luce, come le sue camerette. Prima di scendere aveva chiuso l'uscio: come mai adesso era aperto con la chiave nella toppa? Da un leggero e noto colpo di tosse nell'interno capì subito.
— A casa, a quest'ora? A far che? — pensò il vecchio sempre più angosciato all'idea di incontrarsi col figliuolo, mentre si sentiva così male.
— Animo! — Spinse l'usciolo, ed appena entrato si lasciò cadere sopra una seggiola, affranto, con un sospiro che finì in un gemito.
— Perchè hai voluto fare le scale sentendoti così male? Avevi promesso di startene tranquillo o in casa o sul terrazzo.
— Sono stato chiamato giù dai padroni.
Il giovane, a questa parola «padroni», arrossì leggermente.
— Che cosa volevano? Lo sanno pure che sei ammalato!
— Dovevano parlarmi!
Il giovane aveva trovato finalmente un fascio polveroso di opuscoli, nel quale si era messo a frugare, febbrilmente, perdendo la pazienza, arrabbiandosi, pauroso di non arrivare a tempo.
— Se non ho il riassunto del Capitale fatto da Gabriele Deville, oggi sono senza una mano. Ed era qui, in questo pacco. Dove si è cacciato?
— Io già, sai... non tocco mai niente! — mormorò il vecchio.
Giusto alzò gli occhi e lo fissò commosso, turbato da quella voce addolorata, in quel momento per lui così grave. Poi gli sorrise, mormorando:
— So, so, babbo; i miei libri tu non li tocchi; ma bisogna che io trovi questo Deville. Voglio chiudere il Comizio...
— Lascia stare il Comizio! — interruppe Lorenzo giungendo le palme in atto d'umile, ma fervida preghiera. — Non ci andare a questo Comizio! Evita almeno uno scandalo, per riguardo a tuo padre, alla famiglia che tuo padre ha sempre servito con onore, con fedeltà...
— Servito? Ah! Ah! La fedeltà, la devozione colla quale tu hai servito questi signori, dovrebbero impedire a me di servire le mie idee? Ed è per dirti queste cose che ti hanno chiamato? E chi sa contro di me, la marchesa specialmente, chi sa che accanimento!... Via, via! Non ho tempo da perdere, io! Dirai giù, ai signori, che ho anch'io i miei padroni, e i miei padroni sono i miei doveri, che valgono molto più del signor marchese e della signora marchesa.
— No, no, Giustino! Non fare, non parlare così anche tu, quest'oggi!... Non arrabbiarti, anche tu! Non darmi altri dolori. Il mondo non cambierà nemmeno co' tuoi discorsi, perchè è sempre andato e andrà sempre allo stesso modo. È il buon Dio, il solo padrone dei grandi e dei piccoli, che vuole così!
Il giovane lo interruppe, col viso intelligente, illuminato da un lampo di indulgenza e di pietà.
— Basta, basta, babbo mio, povero vecchio mio! Oggi no, oggi no, non mi stare a ripetere queste cose, oggi. Son tre, quattromila persone, operai, lavoratori che si riuniscono, ora, ed io dirò a tutti quello che da un mese mi va fermentando qui dentro... Ma abbi pazienza, mettiti quieto e prendi, leggi il tuo libro da messa... Tu, non puoi capirmi. Ecco, ecco il mio Deville! Meno male! L'ho trovato! — Il giovane dà un'occhiata all'orologio come per avere la spinta e trovare il coraggio di finirla e di andarsene. — Le due meno un quarto?... Salto in tram e via all'Alhambra! Non posso arrivar tardi! E tu pensa che io sono sempre un galantuomo, qualunque cosa ti dicano contro di me per le mie idee!
Il giovane, piegando l'alta persona secca, ossuta, angolosa, per uscire dal piccolo uscio un po' basso, fece ancora un cenno d'addio al povero Lorenzo, scese rapidamente le scale e si diede a camminare ancor più in fretta verso il tram di Porta Garibaldi, sfogliando ed annotando in margine, a grossi segni di matita azzurra, il volume del Deville. Col cappello a cencio, gli occhiali d'oro, il vestito trasandato, una grande cravatta nera mezzo disfatta, le tasche piene di giornali, i gesti rapidi, nervosi, concitati, masticando fra i denti lo spunto di qualche frase oratoria, egli passava tra la gente senza veder nessuno, osservato da tutti, conosciuto da molti, e lo seguivano sguardi di curiosità, di ammirazione, di simpatia, ma anche di compatimento, di scherno, e di avversione palese ed astiosa.