V.
In due o tre giorni, Gerardo Parvis ha fatto conoscenza con tutti gli abitanti di Boscolungo.
— Buona gente, in fondo; abbastanza simpatica!
Gli dimostrano molta deferenza, molta stima e molta ammirazione; tutte cose che in faccia alla marchesina D'Albaro lusingano il suo amor proprio e la sua vanità. Ma non fa il grand'uomo per ciò; non sta in sussiego. È semplice, alla mano; è allegro e pieno di brio. Si diverte sopratutto a punzecchiare, come fa il generale, la marchesina Sofia.
— Sofia!... Che bel nome!
Ha preso passione alla musica — proprio lui, l'onorevole Parvis, — che non ne capisce niente! È vero, tuttavia, che Massenet non è Wagner... e che si finisce sempre colla romanza del Massenet: Je t'adoore!
Questa romanza, adesso, la marchesina la canta soltanto per l'onorevole e cantandola, lo guarda, lo fissa co' suoi occhi neri, neri, nerissimi... Je t'adoore!
Finita la romanza, mentre il pubblico applaude, la marchesina si avvicina all'onorevole Parvis e sorridendo con dolcezza, con soavità, con bontà, gli domanda sempre:
— È contento, signor Parvis?
Il Parvis risponde:
— Sì, grazie... — e rimane incantato ed esitante, e studia e pensa per ben capire il significato di quella bontà, di quella soavità...
— Giudizio, Gerardo mio! Giudizio! Potresti essere suo padre! Domani, niente passeggiata! Scenderò soltanto a colazione e forse nemmeno a colazione! Ho da lavorare; ho da rispondere a un mucchio di lettere.
E mantiene la parola data a sè stesso. Il giorno dopo, appena alzato, si mette subito al lavoro. Teo, che vuol uscire, gli annaspa con le zampe contro le gambe. Gerardo gli tira un po' le orecchie accarezzandolo e lo manda a passeggiare con Prospero.
— Giudizio! Giudizio! Non bisogna perdere la testa! Posso essere suo padre!
Se avesse una figliuola così bella e così buona, come le vorrebbe bene! E se ci fosse ancora la povera Flaviana, come ne sarebbe gelosa!
— Povera Flaviana, non ci sei più, proprio più!
Lavora, lavora in fretta, e per un po' di tempo riesce a non pensare ad altro. In un paio d'ore risponde a tutte le lettere e comincia a scrivere al Daily Express, quando, a un tratto, sente bussare...
— Toc, toc, toc...
Si volta: è Teo, sulla soglia, che dimenando la coda, la batte contro l'uscio.
— Toc, toc, toc...
— Teo!... vieni qui! Teo!
Ma Teo, accertatosi che il padrone è ancora lì, in camera, che non è andato via, invece di entrare sparisce di nuovo, e dopo un momento lo si sente abbaiare giù, dietro l'albergo.
Il Parvis va alla finestra:
— Eccolo là, il cappellone rosa!
La marchesina giuocava al tennis e Teo, abbaiando, correva dietro alle palle. La marchesina vede l'onorevole alla finestra:
— Basta! Non si lavora più! Venga giù! Venga a sgridare il suo Teo!... Non ci lascia giuocare!
Gerardo scende di corsa e poi, quando la partita è finita e gli altri si fermano a raccogliere le palle e le racchette, egli invita la marchesina a fare «due passi» nel bosco, all'ombra, come raccomanda l'igiene. Teo li segue, dando la caccia ai grilli e alle cavallette.
— Com'è accesa in volto! Com'è riscaldata!... Si stanca troppo!
— Non è vero! Mi sento così bene! — Ho forse brutta cera?
La marchesina lo guarda sorridendo; sa anche troppo di averla buonissima la cera!
— Io ho diritto di farle la predica, signorina!
— Perchè... diritto?
— Perchè... potrei essere suo padre!
— Avrei un papà giovane e un bel papà!
— Le farebbe piacere... se io fossi suo padre?
— Moolto!
Quanta tenerezza e quanta grazia! La marchesina Sofia guarda fissa negli occhi l'onorevole ed è lui questa volta, il forte parlamentare, che abbassa i suoi.
Lì presso, c'è un piccolo muricciuolo.
— Mi siedo qui. Permette, signor papà?
— Si copra; se piglia freddo le farà male. Si metta la giacca.
— Obbedisco... papà!
Il Parvis resta in piedi e Teo si allunga annaspando contro la veste della marchesina per farsi accarezzare.
— Mi dica proprio la verità, marchesina.
— La dico sempre la verità,
Gerardo esita, poi dopo un momento ripiglia con un leggero tremito nella voce:
— Ha veramente l'intenzione di darsi al teatro?
La marchesina lo guarda un istante, poi abbassa a sua volta gli occhi e ha un lampo di rossore che le corre fin sulla fronte.
— Risponda... Sia buona... Risponda...
— Adesso... non l'ho più.
Il cuore dell'onorevole batte violentemente.
— È molto tempo che non l'ha più?
La marchesina lo guarda... abbassa ancora gli occhi e risponde di «no», ma soltanto con un cenno del capo.
Rimangono tutti e due silenziosi, poi è lei, la prima a parlare:
— Che ora è?
— Le undici e mezzo.
— Bisogna ritornare, o facciamo troppo tardi per la colazione.
— Ritorniamo.
E di nuovo, per quasi tutta la strada, non parlano più nè l'uno, nè l'altra: sembrano solo intenti a guardare Teo, che ha ripresa la sua caccia facendo dei piccoli saltetti graziosi e comicissimi.
Gerardo Parvis pensa alle ultime parole, soprattutto a quell'ultimo no della marchesina: questa, invece, deve avere tutt'altro in mente, perchè giunta vicino all'albergo esclama con un sospiro:
— All'Abetone, però, c'è un grande inconveniente: la posta una volta sola al giorno... e non arriva mai!