VI.
Il generale Bonferreri, che i veneti della colonia chiamavano «general gambe de pano,» se appunto stava male in gambe, era altrettanto forte anzi duro di testa. Di solito, non gli venivano in mente più di due idee all'anno, una d'estate e l'altra d'inverno, ma poi l'idea gli restava dentro fissa, come un chiodo nel muro, per tutta la stagione. In quell'anno, a Boscolungo, l'idea estiva era il matrimonio dell'onorevole Parvis con la marchesina D'Albaro: due bei nomi, uno vecchio e uno nuovo, — per tutti i gusti, — e anche due belle persone. C'era, evidentemente, molta simpatia, perchè si trovavano insieme spesso e volentieri... — Lui sembrava appassionato per la musica, lei... per i cani. — Dunque, un bel matrimonio!... Un bellissimo matrimonio!
Pensandoci sopra, queste nozze sarebbero state appunto convenientissime, almeno per il generale, sotto tutti gli aspetti. Egli era un vecchio amico della marchesina e all'Abetone avrebbe avuto campo di diventarlo anche dell'onorevole. Lui pure, il generale, — perchè no! — si sarebbe stabilito a Milano. Sarebbe andato in villa da Parvis a passare l'autunno; poi in città, in casa Parvis, a pranzare la domenica... e qualche altro giorno della settimana. A teatro, avrebbe avuto il palchetto dei Parvis dove avrebbe fatto da cavaliere alla marchesa... cioè a donna Sofia, quando l'onorevole sarebbe stato a Roma.
— Sì! sì! Il matrimonio è più che conveniente, è necessario!
Oramai «Gambe de pano» sente il bisogno di avere una famiglia... altrui.
Egli comincia col decantare e col far ammirare la ragazza all'onorevole, come fosse «un puro sangue» di cui volesse proporre l'acquisto.
— Guardate, onorevole, che bella incollatura.
— Bellissima!
— Che portamento superbo!... E che ginger! Ma nello stesso tempo di bocca gentile! Garantisco: parola d'onore! Niente morso, niente briglie! Si lascia guidare con un filo di seta rosa!
Nella foga dell'entusiasmo, «Gambe de pano» sa trovare anche l'immagine poetica; ma pure, non perde tempo in chiacchiere e viene subito e diritto all'assalto.
Sono otto giorni, in punto, da che il Parvis è arrivato all'Abetone. È appena finito il pranzo e passeggia su e giù col Bonferreri dinanzi alla Succursale. La sera è dolce e tepida: una di quelle due tre sere primaverili, che l'Agosto concede alla montagna. La luna immobile — inonda l'etere — e dall'orizzonte pallido e luminoso la catena dei monti e il profilo frastagliato della pineta sembrano avvicinarsi, sembrano unirsi in un'intimità consapevole ed affettuosa.
Ma Gerardo non vede nè la luna d'argento, nè le stelle d'oro, nè il cielo bianco, nè la terra nera. Sofia canta; egli non vede: ascolta. La sua anima e i suoi sensi provano il fascino, il languore di tutti gli ooo del Je t'adooore!
— Onorevole, una buona idea.
Il Parvis ha una scossa.
— Voi, generale?... Sentiamo.
— Dovete prender moglie.
— Prendere moglie?
— Penso io a tutto!
— Grazie; troppo buono, generale. Trovatemi intanto la moglie, poi ne discorreremo.
Il Parvis si ferma serio, inquieto.
— E... sarebbe?
— La... casta diva.
Gerardo aspettava il colpo e però risponde ancora più arrabbiato, con un'alzata di spalle.
— Diventate matto!
Ma l'altro replica spiccando le sillabe:
— La ca-sta di-va! Ed è davvero una creatura da far diventare matti! Vorrei esser in voi per una cosa sola, garantisco: per sposarla io!
— Scherzate; avete voglia di scherzare!
— Che cosa c'è di strano? La ragazza vi piace. Non negatelo, vi piace molto: si vede ad occhio nudo.
Il canto è cessato: vien gente in istrada.
— Parlate sottovoce!
— E voi... — Gerardo sente i baffoni bianchi ed ispidi del generale che gli sfiorano l'orecchio: — e voi, piacete a lei.
— Basta! Cambiamo discorso!
— Vi guarda in un certo modo!... Quando voi la punzecchiate finge di arrabbiarsi, ma le ridono gli occhi! E poi, volete una prova? In tanti anni non è mai andata sola a passeggiare, con nessuno, e con voi sì.
— Come ve ne ricordate! — Il generale molto soddisfatto di poter cogliere in trappola un'Eccellenza, scoppia in una risata rumorosa.
Gerardo diventa ancora più serio, quasi torvo vuol mettere fine allo scherzo.
— Se è venuta a passeggiare con me... lo poteva fare. Non sono più un ragazzo. Potrei essere suo padre.
Il generale si scosta un attimo fissandolo attentamente con l'aria di fare una stima.
— Quanti anni avete?
— Sono... dopo i quaranta, da un pezzo.
— L'uomo, fino a che non ne ha cinquanta, e molte volte anche dopo, ne ha sempre quaranta.
— Sia pure; ma la signorina D'Albaro ne avrà venti, ventidue! Quanti ne ha, generale?
— Ventidue che vanno per i ventitrè. È più vecchia lei, come ragazza, di voi, come ex-ministro. L'età è relativa, secondo la condizione dell'individuo. Mettete in capo a un uomo di quarant'anni un berretto da capitano e avrete un vecchio obeso: metteteci quello coi distintivi di colonnello e avrete un uomo fresco e vegeto.
— E allora voi, che siete... generale? — Il Parvis comincia quasi a divertirsi agli aforismi dell'amico. Ma «Gambe de pano» risponde con un doloroso sospiro:
— Vicino ai sessanta, si hanno sempre più anni, in realtà, di quelli che si dimostrano!
A questo punto, quasi conferma dell'asserzione, il Bonferreri ha una specie di traballamento. È Teo, il signor Teo, che gli è piombato addosso improvvisamente, con tutto l'impeto.
— Saper... lotte! Fermo... Giù!
Ma Teo, invece di quietarsi, continua con le feste e con i salti indiavolati.
Il generale rinuncerebbe assai volentieri a tante e così affettuose espansioni. Le zampe del cane gli insudiciano le falde del soprabito nero; un nero un po' lustro, che tradisce la pensione.
— Grazie, caro; grazie! Adesso basta! Basta complimenti!
Teo spicca un altro salto: gli strappa quasi un bottone della sottoveste.
— Giù... E finiamola!
Alla voce minacciosa del padrone, Teo si acquatta, sbirciandolo di soppiatto, mentre, per rabbonirlo, gli passa fra le gambe scodinzolando.
— Dove siete stato finora? — Prospero dov'è?
Teo gli esce di fra le gambe, allungandosi, strisciando, terra terra.
Teo si torce e si avvoltola rimanendo diritto, disteso sul dorso, con le gambette corte, ripiegate.
— Rispondete! Si risponde! Dove siete stato?
Teo si raddrizza, si alza, squassa le orecchie, e allunga e spinge il musetto contro il padrone: gli risponde come può, in tutti i modi, sforzandosi quasi per trovare la parola che non ha.
Ma intanto ecco Prospero che sopraggiunge. Prospero minaccioso a sua volta, e in atto d'accusatore. Teo corre di nuovo a mettersi vicino al padrone e lo guarda.
— Perchè non lo tieni con te, questo cane?
Prospero mastica una mezza frase che non si capisce, poi conclude più intelligibilmente:
— Cerca Mimì; scappa.
— Chi è questa Mimì?
Il vecchio resta muto un momento: si ode il leggero tintinnìo di una piccola bubbolina. Teo rizza il muso, fissa gli occhi, gli si gonfiano le orecchie.
— Eccola là!
Una bestiola bigia, arruffata, tonda tonda, mezzo cane e mezzo gatto, con un grande collarone d'argento, esce in quel punto dall'albergo: per un tratto di strada, fin che dura la luce dei lampioni, la si vede camminare di sghembo su tre gambe, che sembrano due, dietro una vecchia americana.
La brutta bestiola è Mimì: Teo la fissa, ritto, immobile, finchè può vederla; poi quando sparisce nel buio, via come un lampo per raggiungere Mimì.
— Teo! Teo! Teo! Qui Teo! — grida Prospero, mettendosi egli pure a correre.
Si diffonde rapidamente la grande notizia: Teo è innamorato, innamoratissimo di Mimì, arrivata quel giorno stesso da Cutigliano.
— Caaro il suo Teo! Com'è facilmente infiammabile! Caaro! — È la marchesina che si affaccia ad un tratto sulla soglia della succursale.
È imbacuccata in un mantello rosso e sotto il riverbero del lampione appare in un contrasto fantastico di luci e di ombre. Che bel diavoletto con quei capelli neri, con quegli occhi neri, fiammeggianti! Più bello di qualunque angelo biondo!
— Ancora non ha finito il suo sigaro?
Sofia, sorridendo, guarda il Parvis e lo fissa sicura: il Parvis, invece, non può sostenere quello sguardo; è intimidito per il discorso di poco prima del generale.
— Eravamo qui... intenti a sentirla cantare!
— Lo sapevo; e per farle piacere ho cantato la sua romanza!
La bella fanciulla risponde forte, persino un po' ardita.
L'onorevole ha la voce bassa e alterata.
— Venga con noi! Venga a giuocare! Miss Kean e Mrs Brand sono partite! La sigaretta è permessa e, se vuole... anche il sigaro! Faremo un'eccezione per lei! Ma venga a giuocare! Giuoco anch'io stasera, perchè la chouette è a scopo di beneficenza!
— Cioè?
— Si fa così: chi perde perde e la vincita è destinata al povero burattinaio di Boscolungo. È il solito che viene quassù tutti gli anni. Pensi, gli è appena morta la moglie. È rimasto solo con tre figliuoli. Una ragazzina di dodici anni, con un visino pallido pallido, tanto intelligente, e due bimbi piccini piccini, biondi bioondi, due amoori di piiccoli, due tenerezze caare...
L'onorevole attratto da tante vocali d'oro segue la marchesina nella sala dove si giuoca, disposto a perdere tutto il suo patrimonio, se occorre... e anche la testa per sopramercato. La marchesina è allegra e felice: per amore del burattinaio, suo protetto, si fa un giuoco d'inferno e Sua Eccellenza perde più di tutti e con grande piacere. Sofia lo ha voluto accanto, al tavolino di giuoco, e gli ride proprio sotto il naso, con quei denti bianchi, e con quella bocca da baci. Lo guarda, lo fissa, e gli dice tante cose, col solo guardarlo: sono risposte, osservazioni, arguzie, che si riferiscono a questo, o a quello, alla parsimonia del generale, alla goffa prodigalità di Cesare e di Annibale, gelosi l'uno dell'altro, e che, pare, cominciano ad esserlo un po' tutti e due, di Sua Eccellenza.
Il Parvis è beato; si diverte a stuzzicare la marchesina, ma il frizzo non punge e gli occhi rimangono incatenati.
Una volta, nel passarle il mazzo delle carte, irresistibilmente le stringe la mano, ed ella risponde alla sua stretta guardandolo calma, tranquilla.
Intanto, c'è chi fa la proposta di una rappresentazione del burattinaio dinanzi all'albergo. La proposta è accolta con entusiasmo e subito Sofia invita l'onorevole ad essere il suo compagno di questua.
Gerardo starebbe ancora più volontieri lì, accanto alla marchesina e sarebbe completamente felice se lì, non ci fosse anche il generale. Ma il buon vecchio è distratto, indifferente. Lanciata la bomba, «Gambe de pano» spiega una straordinaria diplomazia.
Gerardo non capisce più niente: tanta amabilità, tanta confidenza, tanta simpatia? E insieme tanta sicurezza?
Ingenuità o civetteria? Che cos'è? Cos'è? Ma che cos'è?... Fosse vero?... Davvero una grande simpatia... per lui?
Quella stretta di mano in risposta alla sua?... Che cosa ha voluto esprimere quella stretta di mano?
L'ex ministro, mentre è beato, lì, vicino a Sofia, mentre non darebbe quel posto per nessun altro, neppure a capo del Ministero, si sfoga fra sè in buoni proponimenti.
— Bisogna usare prudenza; bisogna lavorare, rimanere in camera tutto il mattino, tutto il giorno, per non compromettersi, per non compromettere la marchesina, per evitare le chiacchiere, i pettegolezzi, i commenti! — Pensa persino di partire!
— Sì, se il generale torna da capo con quel discorso stupido, si fanno i bauli e si parte! — Ma intanto che matura in mente così fieri propositi non si accorge di dare importanza al più piccolo atto di Sofia, ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, a tutto di lei. Non vede che lei, non sente che lei!
E quella stretta di mano?... Come, a poco a poco, diventa importante e grave il piccolo episodietto!
La stretta di mano della sincera, della allegra fanciulla, diventa quasi una promessa. — Oppure è una civetteria... Una grande civetteria!
Altro che riposare! altro che dormire! Egli era molto più tranquillo e dormiva meglio a Roma, dopo le sedute più tempestose in Parlamento!
Anche quella notte rimase un pezzo alla finestra: l'afa era insopportabile... e dalla sua finestra vedeva quella di Sofia.
La stanzetta era illuminata. A un tratto, pure Sofia venne alla finestra.
Il cuore del Parvis battè con violenza.
— Veniva per lui?
No. La fanciulla lasciò la finestra aperta e si sedette a un tavolino. A leggere o a scrivere?
— Scriveva?.... A chi scriveva?.... Di notte?.... Tutta notte?
Gli occhi di Gerardo diventarono serî, poi torvi...
A chi scrive? A chi continua a scrivere?...
Finalmente Sofia si alza, chiude la finestra, e dopo un momento anche il lume si spegne.
Gerardo respira! Prova un senso di sollievo: chiude a sua volta la finestra e si corica. Ma non vuol più restare in camera la mattina dopo, a lavorare. Tutt'altro!
Ha la smania che sia giorno, per correre giù, in cerca della marchesina e sapere, — scherzando, ridendo, punzecchiandola, — a chi ha scritto così a lungo, durante la notte.