VII.
Il generale non disse più una parola a Gerardo Parvis intorno al suo matrimonio; anzi cercava di nominare la marchesina il meno possibile Pure stava attentissimo, osservava, spiava ogni più piccolo incidente ed era molto soddisfatto del come procedevano le cose. Prima di colazione, dopo il tennis, passeggiata igienica della marchesina coll'onorevole... e dopo colazione, musica. Dopo pranzo, altra passeggiata — tutti i giorni un po' più lunga, — o su, arrampicandosi in mezzo al bosco, sotto i vecchi abeti del viale Elena, o giù per la strada provinciale verso Fiumalbo; e la sera, di nuovo musica. Al «Je t'adoore» adesso, si erano aggiunti: l'adieu de l'hôtesse Arabe e la serenade Espagnole, e l'onorevole, che sedeva accanto a lei al pianoforte, cominciava a capire la musica tanto da saper voltare le pagine al momento giusto.
E Teo?... Sicuro, anche Teo faceva la sua parte! Come il leardo pomellato della Tavola rotonda, girava attorno per Boscolungo con i colori della bella: un nastro rosa, — uguale ai nastri del cappellone, — con un magnifico fiocco e i bubbolini d'argento: il tutto ricamato e regalato dalla casta diva.
«Gambe de pano» gongolava! Soltanto quando sentiva i sonaglini si oscurava in viso:
— Maledetto cane e maledetti bubboli!... Frastornano la testa!
E tornava per la millesima volta a esaminare, a studiare e a fregare col dito, come per farlo sparire, un ricordo dei dentini di Teo, che era rimasto indelebile in fondo alla falda del soprabito, con la forma di un piccolo sette.
Intanto ferve il lavoro per la rappresentazione dei burattini: e all'Abetone non si parla d'altro. È stata scelta la commedia Stenterello cuoco e generale in capo alla corte della bella Ircana. Tutto il mondo aristocratico è affaccendato in preparativi; Cesare e Achille, pittori dilettanti, dipingono gli scenarî e gli avvisi illustrati, la marchesina prepara una nuova toilette sfolgorante per la bella Ircana, e per le damigelle d'onore. Sua Eccellenza loda il talento artistico dei rivali suoi, oramai pienamente sconfitti ed anche rassegnati, e ammira la grazia, la bravura e più di tutto le manine della marchesina. Due mani bianche e morbide, lunghe, sottili, con le unghiette lucenti come il cristallo.
— Che bella mano, la sua! Con l'espressione del carattere e dell'intelligenza!
— Oooh!... Ma che cosa dice, signor Parvis!... Un'espressione intelligente, le mani? Le mani non hanno occhi, e l'intelligenza è espressa dagli occhi!
— Sì, appunto! Queste sue manine hanno bene gli occhi: due occhiettini furbissimi.
— Dove sono?
— Lì, guardi lì! — Le indica le due fossettine della mano. — Eccoli lì, e come ridono!
Sofia si diverte guardando la mano, alzandola, allungandola, facendo sparire le fossette, o facendole riapparire più fonde.
— Ridere? Di che cosa dovrebbero ridere?
— Di me. — Il Parvis si corregge subito. — Del papà!
— Non so...
— Perchè è un papà troppo giovane? Poi... sarebbe forse un papà troppo indulgente!
E si finisce sempre che il papà bacia la manina che la figliuola gli offre scherzando.
Il giorno della rappresentazione, — la rappresentazione deve aver principio alle ore due, in punto, — è l'onorevole che sceglie il posto più adatto nel bosco dietro l'albergo, e che presiede all'impianto del teatro e alla divisione dei posti di platea. Nella prima fila i bambini, nella seconda le signore, in fondo gli uomini.
E Teo?... Il signor Matteo, dove lo si mette? Fra i piccini o fra gli uomini grandi? E se non starà fermo?... Se abbaierà? Teo avrebbe certo messo in pericolo il buon successo della rappresentazione. Era già colpevole di un grave reato: mentre si stava innalzando la baracca, aveva rubato il sire di Trebisonda, padre d'Ircana; era fuggito, scappato a nascondersi in un cespuglio e gli aveva strappato la corona, la barba e divorato il naso!... A tanto strazio, figurarsi il dolore e gli strilli di tutti i bimbi che riempivano il bosco e lo animavano con le loro vocine e lo picchiettavano di bianco e di rosso con i loro vestitini; angeli ed uccelletti insieme.
Il generale, energicamente, propone di chiudere Teo nella rimessa dell'albergo: Prospero si offre di condurlo a passeggiare finchè dura la recita; ma Sofia legge fra le rughe del faccione ingenuo e buono il rammarico di perdere il trattenimento e allora dichiara senz'altro che Teo resterà con lei, sopra una seggiola accanto a lei!
— Sarai buono? Prometti che sarai buono, buono, buooono?
Il generale scrolla il capo, borbotta che è un capriccio, una pazzia, ma Teo, invece, che è stato attento al dibattito dimenando la coda, risponde di sì, che sarà buono, con uno starnuto ed un saltetto di gioia.
E infatti per tutto il tempo che dura la commedia, Teo rimane immobile, sulla seggiola accanto alla marchesina, intento alla baracca e ai burattini.
Quando Stenterello, con il manico della scopa, bastona gli sguatteri che non fanno il loro dovere, sollevando l'entusiasmo dei bambini, Teo con gli occhi fissi, allunga il muso, odorando col nasetto lustro e umido verso la baracca, ma non abbaia nemmeno allo sparo dei petardi che annunziano l'ingresso solenne di Stenterello, creato generalissimo, alla corte della bella Ircana; spari indiavolati, che portano lo spavento e lo scompiglio fra le testine rotonde e ricciolute della prima fila.
Furono trecentocinquantatrè lire d'incasso che il Parvis fece diventare cinquecento. Una vera ricchezza!
La marchesina Sofia ripone la somma in una busta, mentre il generale parla di interessi, di libretti, di cassa di risparmio.
— No, no! Bisogna portar subito il danaro alla povera piccina pallida, dagli occhi tanto buoni e tanto intelligenti! Caara!.... Tesooro!
Il burattinaio e la sua famigliuola — la figliuoletta e i due bambini — due poveri esseri mezzo rachitici, con un enorme testone, sudici e mocciosi, abitavano nel loro carro-omnibus, o meglio, nella loro casa di legno, ambulante.
Quando l'onorevole e la marchesina giunsero al largo erboso, dietro gli alberi, alla fine dell'abitato, ove il burattinaio aveva piantate le tende, dal breve fumaiolo di lamiera che sovrastava al tetto del carro usciva un pennacchietto di fumo azzurrognolo; ma tosto non lo si distingueva più; svaniva sul fondo del cielo, reso di un azzurro languido, nella grande luce ultima, prima del tramonto.
La fanciulletta pallida dagli occhi intelligenti accoccolata presso l'usciolino del carro-omnibus faceva cuocere un po' di cena in un vecchio tegame sopra un fornelletto di ghisa; e le cipolle, friggendo, mandavano intorno certe zaffate grasse, di stantio, che sembravano più acri e più nauseanti fra i miti profumi dei prati in fiore e la fragranza della vicina pineta.
Il burattinaio era seduto sopra un muricciuolo, masticando tabacco per ingannare l'appetito, e sembrava assorto nel rabberciare il cranio nero di un Matamoro, sul quale la spatola di Arlecchino aveva picchiato troppo forte per ordine di Stenterello. Il capocomico vagabondo delle teste di legno, quando era nascosto nella sua baracca e stava infondendo una parolina di vita ne' suoi fantocci, poteva essere immaginato un uomo simpatico, allegro ed anche geniale. Ma lì, visto in quell'atteggiamento, alla luce del giorno, appariva soltanto quello che era in realtà: un villano, tra lo scaltro e l'assonnato; un mezzo bruto dal viso gonfio e livido e dallo sguardo spento dall'acquavite.
All'estremità di una delle stanghe del carro, legato con un cencio di corda, stava il vecchio asino del burattinaio, magro, spellato, malinconioso, sintesi moribonda, o quasi, di tutte le tristezze e di tutti gli stenti, le fatiche, i patimenti raccolti intorno a quel povero disgraziato che portava attorno la commedia della fame e della miseria.
Quando Teo vide la brutta bestiaccia, non ne riconobbe subito la razza, si fermò sospettoso, fiutando alla lontana, non arrischiando di avvicinarsi... e l'asino, a sua volta, chinò il testone canuto verso l'aristocratico Teo, così lustro, così elegante, col bel nastro rosa dal largo fiocco, il dono di Sofia. Fiutava anche il ciuco per riconoscere Teo, ma più che fiuto, il suo pareva sospiro: un sospiro che usciva dalla povera e martoriata carcassa, tatuata di piaghe e di guidaleschi.
Sofia ebbe una stretta al cuore, alla vista di quegli infelici, — la ragazzina, i due bimbi ed anche la bestia: — ma volle vedere dentro nella baracca. Dal vano aperto, un raggio di sole basso, entrava diritto nell'interno del carro... Quali tristi segreti fra quelle pareti tarlate e sconnesse! Là dentro si faceva da mangiare e si dormiva in quattro. Si accumulavano i cenci, i burattini, le scene, gli avanzi dei magri pasti, il bottino dei furtarelli campestri del burattinaio ed anche dei due marmocchi mocciosi. Sopra mensole sostenute da funicelle, vecchi libri slabbrati — il repertorio per le grandi rappresentazioni — misti a mazzi di rape e di carote, a pezzi di pane raffermo e di cacio ammuffito: e bottiglie dal collo rotto, contenenti liquidi sospetti, e vasi d'ogni forma e povere salme di burattini mutilati, decapitati, sventrati... Alle pareti, immagini sacre, il ritratto di Garibaldi, canzoni popolari illustrate: un vecchio schioppo arrugginito, con una carniera vicina, rigonfia ormai chi sa di che cosa e in un angolo un vasetto di garofani che protendeva fuori dal finestrino un bel ramo carico di bottoni con qualche fiore sbocciato, aperto, come sitibondo d'aria e di luce! Il garofano era il giardino della fanciulletta pallida dagli occhi tanto intelligenti, come suo doveva essere il giaciglio dall'altro canto, meno sudicio, meno scomposto di quello dei bimbi...
Il burattinaio dormiva certo più in fondo, laggiù sopra quel mucchio di vecchi panni, di pacchi, di stuoie. Non si vedeva bene; il sole... nemmeno il sole voleva entrare fin là!
Sembrava che in quei pochi metri di spazio, una lunga vita randagia avesse accumulato tutte le reliquie della pitoccheria incontrata su tutte le strade, in ogni paese, in ogni costa e si ostinasse a mettervene ancora, ogni giorno di più, senza rimuovere nulla, senza nulla rinnovare, in una specie di ostinazione incosciente, di compiacimento infingardo.
La fanciulletta dagli occhi intelligenti capiva tutta la bruttezza, l'orrore di quel suo antro ambulante?
Chi sa?... Quel fiore, quel garofano, messo lì, certamente da lei, vicino alla finestretta, non era forse un rimpianto, un desiderio, un anelito verso qualche cosa di bello, di gentile?
Anche l'onorevole Parvis era rimasto colpito da quel triste spettacolo. Egli ricordava le grandi e tempestose discussioni della Camera, la facondia, gli strepiti dei socialisti... A quella piccola gente lì, chi mai ci pensava? Non aveva «Camera del lavoro» non aveva «Società umanitaria!»
Oh, prima che penetrasse fin dentro a quella baracca il beneficio degli sgravi!
Come tutti gli uomini del Parlamento, anche i più avanzati, anche i più scalmanati erano lontani col loro pensiero, col loro cuore e con le loro chiacchiere, da tutta quella miseria materiale e morale!
Invece Sofia... Sofia sì. Pur così delicata e squisita nella vita e nei gusti, lei, un vero fiore fra la seta e i merletti, lei circonfusa di grazia, di soavità e di profumo, lei non mostrava nè ripugnanza, nè ribrezzo: non era e non appariva altro che profondamente commossa da una viva, da una grande pietà.
Uno dei due bimbi ha un ditino malconcio: Sofia si fa portare dell'acqua, lo lava delicatamente, lo copre col taffetà che ha sempre con sè. E nel consegnare il danaro alla sorellina maggiore, rimasta sbalordita, trasognata, incapace di dire una parola, le fa raccomandazioni e le dà consigli... Sofia sente che la sua presenza, lì, fa del bene, e non se ne andrebbe mai.
Tutto ciò che vi è di brutto e di immondo in quella grande miseria non l'ha offesa: ella non ne sente che le sofferenze e le lacrime.
— Quanti dolori, non è vero? — dice Sofia al Parvis, mentre riprendono il sentiero del bosco ritornando verso la locanda. — Quanti dolori, che nessuno vede, ai quali nessuno può provvedere!
— E questa gente non si agita e non impreca, non fa comizî, nè scioperi. E tutti, tutti noi, abbiamo la colpa di lasciar vivere e crepare tanta gente, tanti uomini, come bestie!
— Quei due piccini, poveretti...
— Erano brutti, assai!
— Non lo dica! I bambini non sono mai brutti! Sono disgraziati, sofferenti, ammalati, ma non sono mai brutti!
— Sì.
— Le piacciono molto?
— Tanto, tanto!
— E se... — il Parvis si fa forte e le domanda sorridendo: — E quando avrà un bambino suo?
La fanciulla diventa rossa; una fiamma. China gli occhi, un istante, ma poi li rialza raggianti, con una luminosità piena di dolcezza e di lacrime:
— Non è forse il perchè di tutto, nella nostra vita?
Gerardo la guarda: ella sospira e per un lungo tratto di strada rimane raccolta, tutta in sè stessa e pensierosa.
Il Parvis che le cammina accanto passo passo sente l'odore acuto della massa folta, confusa, ondulata dei capelli neri. Egli guarda, continua a guardare e sospira. Sono così neri, quei capelli, così neri e lucenti che abbruniscono la bella nuca rotonda e forte sotto il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.
E intanto, guardando e sospirando, i suoi propositi di saviezza, i suoi disegni di prudenza svaniscono tutti insieme, rapidamente.
Sì; il generale Bonferreri aveva colpito giusto. Sì; gli piaceva molto quella bella, quella giovane creatura così giovine e così bella! Ma voleva star a vedere qualche mese, voleva aspettare ancora, allontanarsi per qualche tempo... Voleva mettere alla prova sè stesso, il proprio cuore, la propria passione. Sì, questo bisognava fare: allontanarsi da lei a qualunque costo! Scrivere a Genova, andare a Genova, sapere, informarsi... — Ma intanto guarda, continua a guardare e a sospirare. No, no; non è nera, è bianchissima la bella nuca rotonda e forte; è la radice dei capelli folti, è la lanurie dei capelli più fini, che la rendono bruna...
Bisogna informarsi, bisogna sapere, prima, tante cose! Bisogna scrivere, bisogna andare a Genova. Genova! Genova!... Come in quell'istante la vede bella, Genova, in faccia al mare, piena di luce, piena di sole!
Che cosa ne sa lui, della marchesina D'Albaro?
— Ciò che gli ha detto il generale; nient'altro. Il generale, del resto, è un bravo uomo, un perfetto galantuomo... Egli poi, il Parvis, è riuscito anche a sapere, finalmente, ciò che più gli preme, — a chi la marchesina scrive tanto sovente e così a lungo; e adesso egli sa, finalmente, perchè aspetta con tanta ansia l'ora della posta e perchè ripete sempre, a ogni momento, che non si può vivere all'Abetone con la posta una sola volta al giorno! — La marchesina scrive alle sue amiche! Aspetta lettere e cartoline dalle sue amiche. — Ne ha molte, sparse in tutta Italia, ma sono tre, le più care; due di Genova e una di Torino: l'Ippolita, la Felicina e la Poupette.
— Com'è buona! Come vuol bene alle sue amiche!... Buona, sincera! Sopratutto sincera. Che bella cosa la sincerità!
Perchè aspettare ancora a parlare, ad aprirle il cuore? — Per informarsi, per sapere... — Sapere che cosa? informarsi di che cosa? Non lo sa che è buona, affettuosa, tenera, non lo vede che è bella, com'è bella — tanto, tanto, troppo...
— Cara... figliuola.
Sofia si ferma e lo guarda interrogandolo con gli occhi ridenti:
— Signor... papà?
Gerardo ha un tremito negli occhi, e gli trema leggermente anche la voce:
— Papà?... Risponda, marchesina. — Papà? Proprio... sempre... soltanto papà?
La fanciulla ha un sussulto e il suo viso si trasforma mentre si allontana d'un passo, istintivamente:
— Teo?... Dov'è Teo?... Dov'è andato Teo?
— È rimasto indietro! S'è perduto! Non c'è più! — E Sofia chiama forte, con tutta la sua bella voce: — Teo! Teo! Teo!
Il Parvis fa un passo, la raggiunge e le afferra una mano.
— Risponda! Deve rispondere!
— Ma... Teo!
— È corso avanti! L'ho visto io! È a casa!... Non si tratta di Teo; mi guardi; si tratta di me, — di un uomo, — della felicità, dell'avvenire, della vita di un uomo!... Ma non capisce?... Non ha capito? — Il Parvis cerca di afferrarle anche l'altra mano e fa per portarsele tutt'e due alla bocca: — Non ha ancora capito?
Sofia si ritrae come spaventata, scioglie le mani da quella stretta e fissa il Parvis muta, con una grande espressione di maraviglia dolorosa.
A Gerardo si oscura la vista: sente la terra che gli manca sotto i piedi.
— Ha capito e... e mi risponde di no?... È un no?
Sofia, più che attonita, è come atterrita: fissa quel volto pallido, contraffatto dall'ansia, dall'angoscia, dal dolore... Poi è lei stessa che gli afferra una mano e gliela stringe con forza, con tutta la forza, mentre le lacrime le corrono agli occhi.
— Amico! Amico! Oh povero amico mio!
Il Parvis sente in queste parole, in questo dolore della buona fanciulla, che la sua condanna è inesorabile. Aspetta un istante, poi le domanda, con un'altra voce, una voce stranamente mutata, ma ferma e sicura:
— Nemmeno col tempo? Nessuna speranza?
Ella rimane a capo chino.
— Risponda: mai, nessuna speranza?... Mi risponda.
Sofia alza il capo lentamente e lo guarda: ha una grande, una profonda pietà negli occhi dolcissimi. Vorrebbe parlare, non sa, non ne ha il coraggio. Allora leva dalla tasca della giacchettina un telegramma arrotolato, e glielo dà.
— Legga.
Il Parvis la fissa; guarda il telegramma come per indovinare, poi apre e legge:
«Mamma contentissima — parlerà lei babbo — sono felice.
Andrea.
Tutto si ferma, per un istante: anche i due cuori non battono in quell'istante...
— A lei. — Il Parvis le ritorna il telegramma: un sorriso cattivo gli increspa le labbra. — Sia tutto come non detto. E, soltanto, mi usi la finezza di dimenticare le mie stupide parole.
Il bosco, folto in quel punto, dopo un breve tratto, diradandosi, si apre sulla strada maestra. Sofia si arresta per poter discorrere, lì, senza essere veduti.
— Signor Parvis, si fermi! Ascolti, ho anche io da parlarle! Lei non mi deve disprezzare, non mi deve giudicar male, e non mi deve odiare! Soffrirei troppo: voglio sempre essere stimata da lei! Con Andrea — con mio cugino — ci siamo fidanzati da due anni. E da un anno e mezzo non lo vedo! È in marina: ufficiale. È stato in Cina: è tornato soltanto da pochi giorni.
— Io non ho il diritto di chiederle niente; non ho diritto di saper niente!
— Sì, invece; tutto! Deve saper tutto! Voglio spiegarle tutto! Mi ha dato un grande dolore, sa, e lo merito! Lo merito, perchè senza saperlo, creda, senza saperlo, sono stata leggera con lei! Ho sbagliato; l'ho ingannato!
— No... No!
— Sì, mi lasci dire! L'ho ingannato, e ingannato me stessa nell'interpretare la mia simpatia per lei. Mi lasci dire! Mi lasci dire, mi ascolti! Non ci vedremo più, ma io voglio dirle tutto, tutto. tutto! Il sentimento, la simpatia, lo chiami come vuole, ciò che io sento per lei, è vero, è sincero, è forte! Sapesse... è proprio così. Io le voglio bene. Un bene fatto di stima, di fiducia, di confidenza! Era così bella, così buona la nostra amicizia e mi addolora tanto di doverla perdere! — Ho sbagliato, ci siamo ingannati.
— No...
— Io, io! Mi sono ingannata! Peccato! Lei scherzava quando mi chiamava «cara figliuola», io invece credevo, mi ero illusa! Fosse proprio così, proprio, come una figliuola! Lei scherzava ed io ho avuto torto di non capire, di aver preso il suo scherzo sul serio! Ridevo e scherzavo anch'io quando le dicevo «signor papà»; ma pure, nel dirlo, sentivo in me una grande tenerezza e un grande rimpianto! Pensi, io non l'ho conosciuto il mio povero babbo, e ho conosciuta appena la mia povera mamma! È un vuoto grande, sa, nella vita, non avere il papà, non avere la sua mamma! È un vuoto che nemmeno l'amore non riesce a colmare! Ho sbagliato! Non dovevo scherzare con lei, come ho scherzato! Ma... avrei mai potuto pensare, immaginare che lei, proprio lei, un uomo di tanto merito e di tanto spirito, un uomo così grande, — ne parlavano tutti con tanto rispetto, con tanta ammirazione, quando doveva arrivare quassù!... — avrei potuto mai immaginare che ella prendesse così sul serio una ragazza, come me, una ragazza frivola, che non sa niente, che non saprebbe fare un discorso con un po' di giudizio... Io credevo che lei si divertisse a star con me, appunto, perchè con me non aveva da pensare a niente! Così... un po'... come con Teo!
Gerardo scrolla il capo, vuole interromperla.
— Mi lasci dire! Mi lasci dir tutto! Poi, a poco a poco, senza accorgermene, lo scherzo per me diventava realtà... o idealità, come vuole! Lei è tanto buono, tanto diverso degli altri, tanto superiore agli altri. Dice così giuste cose che colpiscono e fanno pensare!... E io ho sognato, ho sperato... Se davvero, col tempo, diventasse proprio un amico, un buon amico, se diventasse davvero... un po' il mio papà? L'amico nostro, buono! — Sofia si corregge subito — l'amico mio, che mi avrebbe guidata, consigliata, confortata. Sì, confortata, perchè la vita non è mai senza lacrime, anche quando si crede di poter essere felici! E in cambio, di questa sua amicizia, di questo suo affetto, io sentivo e sento, che avrei potuto darle lealmente, e apertamente, una parte così buona della mia anima, della mia tenerezza! Non è possibile! Non è più possibile! Lo capisco! Lo sento! Per questo non ci vedremo più, non ci parleremo più! Ecco, le ho detto tutto! Adesso... addio! Ma pure... questo mio sentimento, questo mio grande rimpianto lo proverò sempre, sempre! — Io adesso torno indietro; è meglio che non ci vedano insieme; e poi devo avere la faccia stravolta... — Si ricordi sa, così... come le ho detto, un gran bene! Sempre, sempre! Per tutta la vita.
Sofia si volta a un tratto con la voce rotta da un singhiozzo e si allontana rapidamente, quasi correndo: il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa, si perde, e sparisce nel buio, fra i tronchi vecchi e diritti, in fondo al lungo viale.
Il Parvis ritorna verso l'albergo, camminando in fretta, a capo chino, senza vedere nessuno, senza salutar nessuno.
— La posta, Eccellenza.
È il portiere che gli presenta il solito fascio di lettere, di giornali e di libri.
Il Parvis lo prende macchinalmente e straccia la busta della prima lettera, senza nemmeno guardarla.
— Il mio servitore dov'è?
— Era qui adesso.
— Fatelo chiamare, subito. E il mio conto, subito. E una carrozza.
Il portiere fa un atto di meraviglia:
— Parte, Eccellenza?
— Sì.
— Prende il diretto per Roma o per Milano?
— Per Roma.
— Vorrà pranzare, prima. Le ordino il pranzo?
— No. Pranzerò a San Marcello o a Pracchia.
Gerardo parla spedito, con la voce sicura, con tono risoluto. La sua faccia è la solita, di tutti gli altri giorni. Soltanto ha le labbra pallide, stirate e in mezzo alla fronte è apparsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e fonda, che non c'era prima.
Fa le scale tranquillamente, ma poi entrato in camera richiude l'uscio con un impeto di collera. Rapidamente, quasi macchinalmente, prende la piccola valigia a mano e la riempie di lettere, di carte, di libri: vi caccia dentro la scatola delle sigarette, i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'orario. — E il portafogli? Dov'è? — Non ricorda se lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano.
— Eccolo.
— Ma invece del portafogli è l'astuccio di pelle con il ritratto di Flaviana.
Lo guarda, ma senza commuoversi: freddamente.
— Sei vendicata! Come sei vendicata!
Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli, continuando invece a cacciar roba nella valigia, tutta la roba che gli capita sotto le mani.
A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa di fresco, di umido è passato sopra la sua faccia; è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul tavolo.
— Via! Va via!
Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ritorna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa inciampare!
— Maledetta bestia!
Gli dà un altro colpo così forte, che lo fa rotolare sul pavimento.
Teo non guaisce, corre a nascondersi sotto il canapè.
— Comanda?...
È la voce di Prospero, entrato dietro a Teo, ma che il Parvis non ha veduto.
— È un'ora che aspetto, vivaddio! Mai al tuo posto! Mai!
Prospero non risponde: la sua faccia rasata, scura, sembra diventata di bronzo.
— Il mio baule, la mia roba subito. Soltanto la mia. Tu partirai domani, per Milano.
E non dice più una parola. Rimane immobile, muto, diritto, le braccia dietro il dorso, fissando il baule che Prospero riempie lentamente.
Soltanto, quando sta per salire in carrozza, non può trattenere un impeto, un moto di stizza.
È il generale che lo chiama, che lo ferma. Il generale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca aperta, è tutto un punto d'interrogazione.
— Ritornate presto, onorevole?
— No. Non torno più.
— Come?... Non tornate più?
— Ho ricevuto un telegramma: sono chiamato a Roma d'urgenza. Affari importantissimi. Buona permanenza, generale, e sempre in buona salute!
— Ma...
La carrozza parte. «Gambe de pano» rimane fermo, in mezzo alla strada, seguendone, con l'occhio stupito, la rapida discesa.
Prospero, sempre con la faccia scura, annuvolata, ritorna subito in camera del padrone, appena questi è partito, e si china ginocchioni, guardando sotto il sofà.
— Teo! Vieni qui! Teo! — Niente: Teo non risponde, non si muove. — Teo! Vieni qui! Teo!
Dopo un momento, Teo, quatto quatto, esce di sotto il canapè, le orecchie basse, la coda nascosta fra le zampe: si avvicina a Prospero, gli odora la faccia, poi corre di nuovo ad accucciarsi nel suo nascondiglio.
Prospero scrolla il capo e se ne va chiudendo l'uscio. Prima di sera, ritorna con la zuppa di pane e di carne.
— La pappa, Teo!... Buona la pappa!
Teo riappare, odora il piatto, ma gli dà contro con il muso, rifiutandolo, e di nuovo si rifugia sotto il canapè.
— Teo!... Teo!... Povero Teo!