II.
Il padre di Pompeo Barbetta era un cuoco rinomato: un artista, com'egli diceva di sè con molta gravità, non senza una certa amarezza da genio incompreso.
Non si era mai impiegato se non in famiglie ragguardevoli; si mostrava molto schifiltoso nella scelta, e nei patti. Il mondo, sempre pronto a lasciarsi infinocchiare, gli faceva di cappello, e più egli si dava aria, più lo pagava caro.
I suoi padroni lo tenevano di conto, come se l'avere il Barbetta a capo cuoco fosse una piccola gloria di famiglia; e oltre il grasso salario, gli prodigavano un'infinità di garbatezze, e regalavano il suo bambino di vestitini e di balocchi, e gli permettevano di menarselo dietro quando andavano in campagna, dove Pompeo poteva fare il chiasso coi signorini.
Per tal modo il figliuolo del cuoco aveva preso gusti e tendenze che, certo, non convenivano alla sua condizione, e quando poi divenne un giovinetto si trovò fuori di posto e senza avviamento alcuno. Era stato avvezzato troppo bene per poter adattarsi a fare un mestiere qualunque, e intanto passava in ozio i mesi e gli anni, rimpiangendo i piaceri che non poteva più godere, invidiando coloro che li godevano ancora, sempre stizzoso e sornione; sempre malcontento di sè, malcontento de' suoi, malcontento di tutti. Amici non ne aveva: scansava egli stesso i giovanetti della sua condizione, per una certa alterigia di zotico rincivilito, e i signorini, passati già nelle mani dei precettori, lo salutavano appena con un'aria contegnosa.
Pompeo, del resto, non li amava punto questi compagni de' suoi primi anni, dai quali era sempre stato trattato come i cani, a zuccherini e a bastonate. Ma, pur non amandoli, la sua mente era sempre là, fissa in loro, e avrebbe voluto rientrare in quel mondo così pieno di lusso e di delizie, per poter ancora mettersi alla pari co' suoi padroncini e vincere la loro superbia con la sua.
Pure, per parecchio tempo, tutti questi impeti di rabbia, queste smanie di lusso e di grandezza non facevano capo altro che ad un'apatica rassegnazione.
—Ah perchè la fortuna non mi ha fatto nascere un conte!—sospirava di tanto in tanto, incontrando qualche suo antico camerata, a cavallo o in carrozza; e così sfogava tutta la stizza e l'odio suo; e perchè gli pareva che certe distinzioni di caste non si potessero superare, cercava di vivere il meglio possibile, impinzandosi di leccornie e facendo la vita del Michelaccio alle spalle del babbo e della mamma.
Ma, dopo essere stato presente all'arresto dell'orefice fallito, e dopo ciò che gli aveva detto il mercante filosofo, cominciarono a bollirgli in capo pensieri e desideri nuovi. Pochi mesi lo mutarono come fossero trascorsi parecchi anni, e sentiva che non gli bastavano più nella vita nè le dolcezze dei pasticcini paterni, nè i pochi quattrinelli che cavava di tasca alla mamma.
—I galantuomini sono coloro che san rubar molto e bene.... Dunque—pensava Pompeo—tanti che sfoggiano lusso da gran signori e che si vedono riveriti e stimati, non sarebbero altro che birbe e imbroglioni fortunati?
Allora si mise a discutere sull'origine delle grandi fortune; e specialmente di quell'aristocrazia recente, che, per l'irresistibile potenza del danaro, era quasi sul punto di sopraffare l'antica. E il figliuolo del cuoco, che aveva sempre servito nelle case grandi e che non avrebbe potuto concepire da solo (nel 1842, o nel 1843) l'idea di una vistosa fortuna disgiunta da un qualche titolo di nobiltà, provò una piacevole sorpresa quando vide, osservando bene, che non erano i danari la conseguenza dell'esser nobile e titolato, ma che invece, per lo più, la nobiltà e i titoli erano la conseguenza... del conquibus!
—Dunque anch'io—concludeva Pompeo—potrei farmi un riccone, e metter su casa e carrozza e superbia?...—Non era poi vero che i padroni del mondo fossero gente di un'altra razza e di un altro sangue!... Tutto stava nel saper scegliere la buona strada e nel pigliar la fortuna per il ciuffo!
—Ma, come fare?... Da che parte incominciare?
Lì stava il difficile: da che parte incominciare!
Gli era venuto in mente, sul principio, di avviarsi agli impieghi, oppure di dedicarsi agli studi, ma codeste fisime durarono poco.
—Per avanzar negli impieghi—pensava Pompeo—bisogna trovare validi aiuti, e per gli studi non ci ho gamba. E poi, anche a farla grassa, come impiegato resterei sempre pitocco, e colle professioni d'avvocato, o di legale, che sono le più lucrose, ci vuol troppo tempo e si risica di crepare prima di arrivare in porto.... Certo, tutto ben ponderato, il miglior partito sarebbe quello di mettermi negli affari, ma in questo caso mi ci vorrebbe una buona scorta di quattrini per non capitar nelle mani degli usurai, come l'orefice del Gobbo d'oro. Ah! se potessi riuscire a mettere insieme un capitaletto! Potrei tentar la sorte di qualche speculazione!...
Fatto questo disegno, ci s'impuntò con tutte le forze. Era l'idea più pratica, e quella che meglio si confaceva all'indole sua. Non avrebbe dovuto far di cappello, nè stare agli ordini d'alcuno. Avrebbe impinguato giorno per giorno il suo borsellino; e poi o dentro o fuori: o sarebbe diventato ricco, o avrebbe preso in santa pace il suo destino.
Da quel momento Pompeo fece risparmio d'ogni superfluo; e quindi, a poco a poco, senza accorgersene, diventò avaro; e di un'avarizia così sordida, da non aver riscontro in nessun altro giovane. Vendeva di nascosto la roba di casa per far quattrini, e usava tutti i modi, tutti gli espedienti, fin anco le garbatezze, per mungere le tasche del babbo e della mamma. Avrebbe dannata l'anima per il becco di un quattrino. Aveva rinunziato alle ambizioncelle di zerbinotto, ai vizi e sino agli svaghi che potevano costargli qualche soldo; e rinunziò pur anco all'amore, che per lui, non gentile d'animo, nè d'aspetto, non era mai stato un dono della fortuna.
Pompeo, colla faccia olivastra, secca, senza barba; col naso schiacciato e storto, e cogli occhietti piccoli e un po' loschi, somigliava più al babbo che alla mamma; ma aveva meno cuore dell'uno e dell'altra. In casa era sempre lunatico e irascibile; fuori, quando gli faceva comodo, sapeva prendere i tratti e le maniere di persona per bene, e quantunque ignorante, tirava dritto a parlar di tutto e a dir male di tutti, compiacendosene con certe sghignazzate sue proprie, che risuonavano come uno schiocco di frusta. Fiacco di tempra, non avrebbe resistito a nessuna fatica nè morale, nè materiale, ed ora lo manteneva saldo ne' rigorosi propositi soltanto la fede ne' suoi sogni fantastici di lusso, di godimenti e di prepotenza.
Tutto il giorno, quando passeggiava solo per le vie di Milano, e la sera, appena entrato a letto, egli continuava a fabbricare e a rifabbricare il suo bel palazzone che avrebbe comperato, facendo un affar d'oro, da qualche nobile spiantato. E già lo addobbava nella sua mente con un fasto principesco; e comandava a bacchetta al servitorame. Poi, quando il ragazzaccio era tentato dagli stimoli dell'amore, anche allora teneva duro, pensando al giorno in cui avrebbe avuto per amante, o per moglie, una gran dama, proprio una Venere dell'Olimpo, simile a una di quelle belle signore che aveva vedute, da fanciullo, capitare alcune volte in giardino in mezzo ai signorini per portar loro dolci e balocchi, per coprirli di baci e di carezze, spandendo attorno dai capelli e da tutta la vaga persona un profumo nuovo, penetrante più del profumo stesso dei fiori.... Sì; voleva avere una di quelle donne pallide, delicate che, mentre prodigavano tante moine a' suoi compagni, non degnavano nemmeno di guardarlo, lui, il figliuolo del cuoco!... Sì, la voleva; ma la voleva per vendicarsi, per trattarla da padrone, per farle scontare lo sprezzo e l'alterigia delle sue compagne!
Passato qualche tempo aveva pensato bene, per certi riflessi, di vincere la sua salvatichezza burbanzosa, e aveva cominciato a fare amicizia con alcuni giovinotti ch'erano fra' suoi casigliani. I Barbetta abitavano proprio nel cuore della città, vicino a Piazza Mercanti, in una di quelle tante stradicciuole strette, abbuiate da altissimi tetti; piene di gente, di fracasso, e di sudiciume, che c'erano allora, appunto fra Piazza Mercanti e la via di Santa Margherita. La sua viuzza, più che altro, pareva un andito tortuoso, girante fra mezzo a portichetti e a cortili di case, aperti al pubblico.
In principio, dalla parte di Santa Margherita, c'era una vôlta bassa, lunga, dove l'oscurità era così fitta, che anche di giorno, per sicurezza, vi mantenevano acceso un lampioncino ad olio. Sotto a quella vôlta, oggi demolita, e che fin d'allora era chiamata dell'Arco Vecchio, si vedeva, solitamente aperta, una porticina, di stile gotico, da cui si entrava in una cortaccia che pareva la gola di un pozzo tanto era angusta e tetra. Vicino a ogni angolo di quel buco, sempre ingombro di casse e di ceste vuote e dove le pareti, annerite, tramandavano un tanfo di mucido, c'era una scaluccia a chiocciola, sudicia e buia, come tutto il resto: di là si saliva al quartiere del cuoco Barbetta.
In quella vecchia casa stava la gente ammonticchiata come le acciughe, ed era tanta da bastare a popolare un piccolo paese. Però, Pompeo, non si spinse a far amicizia con tutti i pigionali dello stabile, ma invece scelse, fra i pari suoi, chi potesse un giorno essergli utile. Erano figliuoli di piccoli merciai che stavano in bottega col babbo, o giovani praticanti di qualche cavalocchio, o commessi di negozio.
Abitava pure, in quella casa, un personaggio singolare, che aveva attirato subito l'attenzione di Pompeo: era un vecchio dall'aspetto rispettabile, tutto lindo e sempre vestito di nero come un curiale, che aveva a pigione due piccole stanzette al terzo piano. Chi fosse non si sapeva bene: sull'uscio del suo quartierino vedevasi soltanto, attaccato ad una borchia d'ottone, un cartello bianco, rettangolare, con su scritto a mano, in carattere gotico, grosso: Mediatore; senz'altro.
Nessuno ricordava il nome di famiglia del personaggio, perchè nella casa, da tempo immemorabile, era invalso l'uso di chiamarlo Don Miao, imitando la voce del gatto. E davvero come i gatti, egli capitava addosso alla gente all'improvviso grazie alle scarpe di cencio, che usava anche d'estate; e andava attorno adagio adagio, rasente le pareti, e aveva poi certi occhiali d'oro che quando egli appariva tra l'oscurità delle scale e degli anditi, gli luccicavano sulla faccia rotonda, pelata, rossiccia, come fanno al buio gli occhi del gatto.
Nel complesso Don Miao conservava alcunchè di misterioso, quantunque co' casigliani si mostrasse sempre pieno di complimenti, di garbatezze e di storielle. Ma la sua cortesia, con tutti uniforme, non dava adito a confidenze; nè si sapeva nulla della famiglia sua, nè della clientela, nè della gente che praticava. Per altro, non destando egli grandi curiosità, e non recando poi fastidio a nessuno, anche gl'inquilini dell'Arco Vecchio finirono col non curarsi di saperne di più e col lasciarlo vivere in santa pace. Gentile e paziente, mostrava molta predilezione verso i bamberottoli del casamento, e con loro amava intrattenersi lungamente, facendoli chiacchierare; e spesso li baciucchiava e li regalava di chicche; ma i maligni anche in ciò trovavano da ridire, sussurrando che fossero tutte lustre per cattivarsi l'animo delle bambinaie e delle donne di servizio colle quali, per dir vero, egli era proprio di una galanteria sopraffina.
Anche Pompeo, come le serve della casa, aveva subìto il fascino dell'abito nero, degli occhiali d'oro, e della grande considerazione in cui il vecchietto era tenuto. Ma più che altro, appunto per l'aria di mistero che gli spirava d'attorno, egli lo aveva giudicato un furbacchione di quelli che san condur bene i propri affari, senza render conti a nessuno, e che poi un bel giorno, magari quando crepano, si sente dire che erano milionari!—A ogni modo,—pensava il giovinotto,—anche se Don Miao non nasconde il morto sotto il letto, deve certo trattar con ricconi, con banchieri, con casse forti, chè non gli si vede mai alle costole quella gentucola che usa bazzicare co' mediatori di piazza!—E subito cominciò a salutarlo con gran rispetto, e tentò ogni mezzo per avvicinarlo un po' più degli altri e per entrargli in grazia....—Ma chè!... La simpatia pareva non fosse reciproca. A Pompeo, per quanto facesse, non gli fu possibile di varcare i limiti dei complimenti comuni o delle solite chiacchiere sul più o sul meno. Don Miao gli sorrideva, cortese; gli contraccambiava gl'inchini rispettosi con un "buon giorno, caro" affabilissimo, accompagnando il saluto con cenni ripetuti di mano e strisciando sull'erre grassa con una mellifluità piena di protezioni; ma dopo quel sorriso e quel fare garbato, se l'altro cercava andare più innanzi, si sentiva fermato a mezzo delle sue espansioni, come da un muro di ghiaccio.
In sulle prime Pompeo non si perdette d'animo.
—Se Don Miao—pensava—mi volesse aiutare, potrei avviare le cose mie, e, se non altro, far crescere il mio peculio!—E con tale idea fissa in capo, si fece ancora più cerimonioso, più umile e insinuante col vecchietto, e sembrò che gli si volesse proprio attaccare alle falde, tanto che quegli, seccato e insospettito, e non indovinando certo il perchè di quell'insistenza, senza smettere punto i sorrisi e le maniere gentili, cominciò a schivarlo e a tenerselo lontano, finchè Pompeo, vedendo riuscir vani i suoi sforzi, perdette la pazienza, insieme colla speranza, e:—Pitocco maledetto!—gli borbottò dietro, tutto stizzito,—non dovevi alloggiare in una stamberga del terzo piano se volevi far tanto il superbo!
Poi, a sfogo di bile, cominciò a dirne male e a metterlo in sospetto presso gli altri pigionali.
—Chi era, alla fin fine, quel vecchio tenebroso? quali erano le sue aderenze? Perchè viveva sempre solo? Chè! Chè! Bisognava star in guardia; non fidarsene punto. Vattelapesca chi era! poteva essere un farabutto; un mercante fallito, un pezzo da galera!
Data la spinta, successe in quel subito un po' di sussurro, e tornarono a galla le curiosità, i discorsi e i commenti di una volta; ma il pettegolezzo non durò a lungo. Don Miao si era assentato per qualche giorno da Milano, andando in campagna, e allora i pigionali non trovandoselo più tra' piedi lo dimenticarono e anche a Pompeo passò un poco la stizza.
Da questo fatto, per altro, parrebbe che il figliuolo del cuoco godesse di un certo credito al Vôlto dell'Arco Vecchio; e in parte la cosa era vera.
Sulle prime, quand'egli cominciò a perdere la salvatichezza e ad accompagnarsi co' suoi casigliani, questi stettero un po' titubanti, perchè vedendogli stillare il quattrino, dubitavano ne avesse pochi da spendere; ma poi, quando si accorsero che la sua era avarizia e non miseria, lo presero subito in una certa stima. Dietro le spalle gli davano dello spilorcio, e mettevano in burletta la sua grettezza, ma poi, sul muso, gli facevano tutti il bel bellino, se lo tenevano caro, gli pagavano da bere e volevano che prendesse parte alle loro festicciuole, quantunque sapessero che non era suo costume contraccambiare gl'inviti.
Pompeo, cominciando così ad accorgersi anche per scienza propria della verità del proverbio che: "chi ha è, e chi non ha non è," si attaccò vie più al danaro e ogni giorno sentiva crescere la bramosia, la febbre di diventar ricco; ma, sgraziatamente, il tesoretto non aumentava in proporzione dei desideri; ed egli vedendo che a quel modo avrebbe dovuto stentar tutta la vita senza costrutto, si addolorava e si avviliva e gli pareva adesso di essere anche più pitocco di prima, perchè il danaro è come il sapere: bisogna averne un poco, per capire di non averne punto.
La fretta stessa dell'arrivare gli metteva in corpo mille inquietudini che lo rendevano un po' incerto nella presa risoluzione e gli toglievano fiducia della buona riuscita. Anche i cari sogni della fantasia, appunto per esser sempre quelli e non altro, cominciarono a perdere delle loro attrattive. Egli si era già fabbricati in testa tanti palazzi da rifar mezza Milano, e ormai si era già date per amanti tutte le più belle signorine che incontrava per istrada; ma quando si chiudeva in camera e tornava a contare per la millesima volta i suoi danari s'avvedeva che sarebbero bastati appena per metter su bottega di tortelli!...
Co' suoi vecchi era diventato a poco a poco sempre più rapace e più scontroso; il suo umore bisbetico amareggiava gli ultimi giorni di quella povera gente. S'era messo in testa che il babbo e la mamma gli nascondessero il morto e però li tormentava in mille modi, parendogli che colla loro avarizia fossero di impedimento alla sua fortuna. Ma la verità era che la mamma aveva finito i quattrini; e da un'altra parte il cuoco Barbetta, per quanto affezionatissimo al figliuolo e condiscendente ai suoi capricci, doveva pure dar qualche cosa da mangiare ai padroni!...
Invaso dalla smania di arricchire e con mille ghiribizzi che gli frullavano nel cervello, Pompeo andò allora a consigliarsi, di sottecchi, or coll'uno, or coll'altro de' suoi amici. Ma i loro pareri non facevano per lui. Uno gl'insegnava la via di mettere il danaro a usura, in barba alla legge; un altro proponeva certe speculazioni colle quali, in un paio d'anni, si poteva raddoppiare il capitale: insomma, tutte chiacchiere!... Pompeo voleva centuplicarlo il suo danaro, e subito, e poi centuplicarlo ancora!
—Ah se quella gatta melliflua di Don Miao avesse voluto aiutarmi!—E il giovanotto avvezzo sempre a lavorare di fantasia, aveva finito con credere, come un articolo di fede, che Don Miao fosse proprio l'uomo dei miracoli; onde, rammaricandosi del contegno riserbato del vecchio, tanto più s'irritava contro l'avverso destino.
Come avevano fatto e come avevan cominciato coloro ch'eran riusciti ad acciuffar la fortuna?... Aveva sentito dire che bisognava essere audaci.... Ebbene, lui, nel caso, sarebbe stato pronto a tutto!... Che si doveva bandire gli scrupoli: e lui non ne aveva mai avuti!... Del resto, anche se fosse stato costretto a recar danno agli altri, una volta ricco avrebbe potuto riparare il male, e largamente!... Non era più il secolo delle pecore; ma bisognava farsi lupo, chè, a restar pecora, c'era da farsi mangiare, come l'orefice del Gobbo d'oro.... Dunque?... Ma già lui, che era la calamita delle disdette, sarebbe stato costretto a restar galantuomo per forza!
Con quella smania addosso, pur di fare qualche cosa, si lasciò vincere dalla tentazione, e una volta che i suoi compagni giocavano a sette e mezzo, domandò una carta.
Erano più e più sere che stava là chiuso in una stanzuccia d'un caffeino a vederli giuocare senza puntar mai. Stava vicino al tavolino allungando il collo e cacciando la testa fra le teste dei giocatori, tutto attento, assorto, fisso cogli occhi anche lui sulle carte. Intanto, colla mano in una tasca dei calzoni, faceva girare e rigirare una svanzica fra le dita convulse, senza mai osare di tirarla fuori. Ma per altro, fra sè, fingeva ad ogni partita d'averla puntata sulla carta di questo o di quell'altro giuocatore, e si rallegrava tutto, quando vedeva che avrebbe perduto; e, viceversa, si rodeva l'anima, quando vedeva che avrebbe vinto. Così, provava, senza arrischiar nulla, tutte le commozioni del gioco, e a quel modo passava le sere e gran parte delle notti.
Ma quella volta, non si sa come, giocò. Chiese la carta con voce rauca, levandosi in piedi di scatto. Tutti si misero a guardarlo maravigliati, e qualcheduno, celiando, gli domandò se voleva morire. Pompeo non rispose nulla: guardò la sua carta e vi puntò la svanzica che gli bruciava fra le dita. Dopo puntata l'avrebbe voluta ritirare; ma non era più in tempo, e provò un'angoscia affannosa in quel minuto in cui chi teneva banco guardava la sua per risolvere sul da farsi. Era una partita d'impegno perchè, di solito, non si vedevano girare altro che monete di rame.
Il giocatore non rimase molto in sospeso. Con una rapida occhiata fece il conto di tutte le puntate degli altri e vide subito che, sommate insieme, restavano al di sotto della svanzica.... La sua carta era il sei, ma quella di Pompeo doveva essere il sette, altrimenti egli non ci avrebbe puntato, e tanto meno poi così grosso!
—Stai fermo?—domandò Pompeo con voce strozzata.
—No; prendo carte,—rispose l'altro:—ne scoprì una; era il fante di spade.
—Sei e mezzo!—esclamarono tutti insieme i giocatori.
Le guance livide del Barbetta arrossirono a un tratto e le labbra gli tremarono dal piacere.
—Bisogna che ne prenda un'altra,—osservò con aria grave, ma tranquilla, il suo competitore.—Pompeo ha un sette di certo. Del resto...—e guardò le carte in giro,—figure ne son uscite poche.
Scoprì un'altra carta (i giocatori stavano attenti, muti, senza neppur fiatare): era il re di danari.
—Sette!—esclamò a una voce tutta la brigata levandosi in piedi.
—Sto fermo,—dichiarò subito il banchiere.
Pompeo aveva perduto; buttò con ira la sua svanzica sul tavolino brontolando che l'altro doveva conoscere le carte. Poco mancò non leticassero; ma Barbetta s'acquetò subito, premendogli di correr dietro a quella prima svanzica, e giocò tutta notte, e tutta notte perdette.
Egli variava le puntate, dai tre centesimi ai cinque; dal quarto di svanzica alla mezza svanzica e alla svanzica intera; ma non ne azzeccava una: se puntava poco, vinceva: se puntava molto, era sicuro di perdere.
Aveva la faccia livida, gli occhi loschi, stranamente infossati. Tracannava i bicchieri d'un fiato, ma non riusciva a stordirsi. Intanto si faceva tardi e i suoi compagni volevano andarsene; ma Pompeo, fuori di sè per quella febbre indemoniata, teneva duro ad ogni costo, e gridava, smaniando, che era più presto del solito; che non avrebbero dovuto andar via colle tasche piene, senza lasciargli tempo di prender la rivincita; che quello si chiamava bruciare, e che gli facevano una porcheria. Poi vedendo che colla prepotenza non otteneva nulla, li pigliava colle buone e si faceva umile, e li supplicava, colle lacrime agli occhi, di trattenersi ancora. Finalmente, quando tutti si alzarono dal tavolino stanchi e proprio risoluti ad andarsene, Pompeo, col mazzo di carte in una mano, afferrò coll'altra, per il panciotto, un giocatore che pareva meno ostinato, promettendo e giurando che sarebbe l'ultimo colpo, così fra loro; ma proprio l'ultimo davvero!—Il paziente lo accontentò brontolando, e tornarono a giocare, ma frettolosamente, in piedi, col cappello in testa e quasi al buio, perchè il cameriere uggito e insonnolito aveva già cominciato a spegnere i lumi.
Ma non c'era verso: Pompeo continuava a perdere.
—Anche i santi mi farebbero le corna; anche i santi!—borbottò nell'uscire del caffeino, e per rimettersi diè in una sghignazzata, ancor più stridente delle sue solite; pareva insieme una sfida e una bestemmia.
Perdeva all'incirca una settantina di svanziche; meno di tre marenghi; ma arrivato a casa sbalordito non potè chiuder occhio. Entrato a letto gli pareva che tutta la sua cameretta gli ballasse intorno la monferrina. Si sentiva nelle orecchie un ronzìo molesto, continuo, come se avesse la testa piena di mosconi; e il vino bevuto gli pesava sullo stomaco, crescendogli insieme colla smania l'arsura in gola e l'amariccio in bocca.
All'alba si appisolò; ma subito si destò ad un tratto, col pensiero della perdita fatta: allora, collo stomaco vuoto e illanguidito, sentì il peso dell'angoscia anche più grave e profondo. In fin dei conti non aveva perduto se non una piccola parte del tesoretto, ma ormai, con quella buca di settanta svanziche gli pareva di non aver più nulla.
Che fare?... Giocare un'altra volta; tentar la rivincita? Ma avrebbe potuto perdere dell'altro e si sarebbe poi roso dalla rabbia nel vedere i quattrini suoi passare nelle tasche di que' ciaccheri.... No, no; piuttosto avrebbe preferito buttarli nel Naviglio: così almeno nessuno se li sarebbe goduti.
Pure qualche ripiego bisognava trovare; ci pensò alcuni giorni: poi, stimolato dal vizio che ormai gli era entrato nel sangue, cominciò a giocare al lotto. Andava di nascosto, in un botteghino lontano da casa sua, in un quartiere dove non era conosciuto. Dato il caso che il diavolo, una volta o l'altra gli mandasse un buon terno, Pompeo voleva che non lo sapesse anima viva e meno che mai que' due vecchi spilorci, che da un pezzetto s'eran messi a pianger miseria, per paura d'esser toccati nella borsa!...
Giocò; per sua disgrazia vinse subito un paio d'ambi. Ne fu beato e gli parve d'avere scoperta la vena d'oro. Ma invece, dopo quegli ambi, non gli sortì più nemmeno un numero solo! Studiò il libro de' sogni e le sibille dei lunari; si mise a cercar la fortuna con certi giochi di carte che usano le vecchie mezzane, e si sprofondò nella scienza cabalistica; ma tutto inutilmente; e intanto continuava a far grosse giocate e fin dieci, dodici alla volta! Insomma, in poche settimane, tutto il suo tesoretto passò nelle granfie del governo ladro.
E siccome una disgrazia non vien mai sola, così mentre egli stava mangiando bile per quella disfatta, fu colpito da un altro disinganno e fierissimo: in breve tempo gli morirono il babbo e la mamma, e per quanto frugasse tutta la casa, non riuscì a trovare un soldo.
Questa volta non era soltanto rabbia la sua: era proprio disperazione!
—Ma per Dio,—pensava,—se ci fossero stati i danari, non avrebbero potuto portarseli dietro! Dunque vuol dire che non possedevano proprio nulla, che non sono stati buoni, in tutta la vita, altro che a piangere e a mangiare!... E in tal caso perchè non mi hanno messo un mestiere in mano? Perchè?... A che pro que' due vecchi mi hanno tradito?