III.
Allora cominciarono per Pompeo Barbetta i giorni neri. Sulle prime campò alla meglio, con la gratificazione che gli era stata largita dagli Alamanni (i padroni dove era di servizio suo padre, quando venne a morire); ma poi, finiti anche que' pochi, non sapeva più come fare per tirare avanti.
—Cani di signori!—brontolava tra sè,—non c'era pericolo, no, che si rovinassero per i quattrini che gli avevano dato!—Avaracci sudici!... E dire che il babbo li serviva come fossero tanti re di corona!
Ma nemmeno da questi lamenti poteva cavare profitto, e però se li teneva dentro, senza sfogarsi, e co' padroni si mostrava invece umile, rispettoso, pieno di riconoscenza e di bei complimenti e anche colla portinaia e colle altre persone di servizio, ch'egli sapeva affezionate alla casa, lodava di continuo la loro generosità e bontà d'animo.
Intanto la miseria ed i debiti gli crescevano attorno un dì più dell'altro.
Que' due vecchi, pensava, non potevano crepare in peggior momento. Proprio quando egli aveva dato fondo a' suoi risparmi; quando si trovava coll'acqua alla gola... E per poco non faceva loro un addebito anche d'esser morti!
Cominciò a vendere, capo per capo, tutti i mobili di casa; e fin gli utensili più necessarii. Non aveva trovata un'anima pietosa che gl'imprestasse il becco di un quattrino. Non aveva più amici, nè conoscenti: tutti lo sfuggivano e fingevano di non vederlo per non aver la noia di salutarlo.
Almeno (gli avrebbe fatto tanto comodo) lo avessero invitato qualche volta a pranzo!... Quand'era pieno di quattrini e mangiava bene a casa sua, tutti facevano a gara per averlo alla propria tavola e lo imbeccavano come un passerotto... adesso che pativa la fame, non c'era più un cane che lo volesse!
E tutti, adesso, lo biasimavano severamente per l'avarizia, il fare bisbetico e l'alterigia di una volta....—Il figliuolo di un cuoco!—e si mettevano a ridere—era stato pure un gran buffone!
Poi tiravano in ballo l'egoismo ed i mali trattamenti verso i genitori, mormorando ch'era stato lui, che avea fatto morire que' due poveri vecchi di stenti e di crepacuore.—Chè! chè!... Era un cattivo arnese quel Barbetta! Aveva avuto ragione Don Miao di non volerselo tra i piedi!
Pompeo, che si vedeva schivato da tutti e si sentiva ronzare intorno le chiacchiere, a volte schiantava dalla bile, e a volte rimaneva avvilito, col cuore affranto, sotto quel cumulo d'ingiurie e di maldicenze.
—Ah se un giorno, a costo di mettermi a fare qualunque cosa, anche il boia! potessi diventar ricco e vendicarmi di tutta questa canaglia ipocrita e vigliacca.
—Non c'è proprio al mondo altro che il danaro—quello solo!—e da quello si giudicano le azioni.... Quando avevo il gruzzolo ero per tutti un uomo onesto e rispettabile; adesso che non ho fatto nulla di male, altro che dar fondo ai quattrini miei, son diventato un mariuolo. Ah, se un giorno o l'altro potessi agguantare la fortuna! Non me ne starei, dovessi barattar l'anima col diavolo!
Ma era passato il tempo di fabbricar castelli in aria: adesso bisognava tenersi giù, terra terra, anche coi pensieri, e trovar modo invece di pagar la pigione al padron di casa!
Questo galantuomo era già salito parecchie volte al terzo piano, in cerca del suo pigionale; ma sempre inutilmente. Pompeo aveva buon naso e gli scappava di sotto. Il creditore, non trovandolo, ridiscendeva sempre le scale brontolando, ma continuava a pazientare.
—Nella peggior ipotesi—pensava—potrò mettermi al sicuro col sequestro dei mobili!
Figurarsi dunque le furie del brav'uomo, quando venne a sapere che il Barbetta aveva già fatto repulisti del meglio. Oltre al danno, s'ebbe a male d'essere canzonato. Gli fece la posta senza stancarsi, e aspetta un giorno, aspettane due, tre, finalmente lo agguantò mentre l'altro cercava di svignarsela sotto il Vôlto dell'Arco Vecchio. Allora acchiappatolo per il bavero, cominciò a ingiuriarlo, smaniando e gridando in modo da far correre tutta la gente del casamento:—Se non mi paghi e subito—era il solito ritornello—ti manderò ad alloggiare gratis sotto chiave!... Furfante, fannullone!—e continuò per un pezzo quella scenata, finchè stanco e rauco rallentò gli artigli e Pompeo potè sfuggirgli di sotto correndo via, come un cervo ferito, lontano, lontano, dove non c'era alcuno che lo potesse conoscere. Era livido, batteva i denti come un febbricitante.
—In prigione.... in prigione....—Lo avrebbero messo in prigione come l'orefice del Gobbo d'oro!... Ma dunque.... era proprio vero? In prigione ci andava tanto il ladro quanto il galantuomo?! E in tal caso.... In tal caso meglio sarebbe stato andarci per ladro!... Almeno si poteva prima arrischiare di far quattrini!... Già la povera gente non godeva più nessuna libertà.... Era stato fermato per la strada... insultato... percosso... e tutti stavano a veder lo spettacolo ridendo!... Sarebbe stato cacciato in prigione... e tutti avrebbero applaudito!—Già... già... già!—e i denti gli tremavan tanto da scricchiolare, e andava attorno stordito come un ubbriaco:—Già... già... già... la miseria è la schiavitù dei bianchi! Bisogna affrancarsi... o curvar la schiena sotto le bastonate.... Affrancarsi o curvar la schiena!
E per tutto quel giorno e per molti altri ancora Pompeo Barbetta durò a lamentarsi e a filosofare in quel modo: e avrebbe pur continuato per un pezzo anche a digiunare, se una buona figliuola, vedendolo sempre tristo nell'aspetto, umile e rassegnato, e credendolo di animo gentile come con lei si mostrava a parole, non si fosse presa di compassione per il poveretto; poi la compassione si mutò in simpatia, tanto che, dopo aver cominciato col soccorrerlo, finì col volergli bene.
Questa caritatevole creatura era la portinaia degli Alamanni, gli ultimi padroni del cuoco Barbetta.
Era nata e avea vissuto in quella casa e propriamente nelle due stanzucce terrene della porteria, dove anche i genitori di lei erano invecchiati e morti, sempre fidatissimi e sempre al servizio degli Alamanni.
La Betta, così chiamavasi la povera ragazza, rimasta orfana, aveva continuato a far la portinaia in quella casa, e vi era tenuta in conto quasi d'una figliuola.
Ma, salvo la fortuna d'avere un discreto impieguccio e qualche quattrino messo in serbo da' suoi parenti, la Betta poteva dirsi proprio disgraziata.
Piccolina, magrolina, tisicuzza era, sebbene ancor giovane, senza bellezza e senza salute. La testa grossa, co' capelli biondi, fini fini e radi, portava un po' piegata fra le spallucce ricurve, come se il collo sottile fosse un picciuolo troppo debole per tenerla ritta. Ma pure nel sorriso e negli occhi aveva un'espressione così mite di soavità rassegnata e affettuosa che la rendeva subito simpatica al primo vederla; un'espressione a volte indefinibile e con la quale pareva, in certo modo, volesse domandar perdono della sua bruttezza.
La Betta era uno di quegli esseri privilegiati e infelici che non sanno far altro al mondo che voler bene. Dopo la signora Lucia, la padrona, per la quale la Betta sentiva una vera adorazione, dopo gli altri della famiglia, dopo le stanzucce dov'era nata e che non abbandonava mai fuorchè per recarsi alla chiesa vicina, essa voleva bene a tutti; si dava intera a quelli che avevano bisogno di lei con un trasporto ch'era la sola voluttà della sua personcina ammalata. Le sofferenze, le beffe e la stessa ingratitudine non le avevano mai strappato di bocca un lamento, nè una parola cattiva.
Quando le morì il babbo, e poi la mamma, essa si ammalò tutte due le volte; ma, neppure allora, non mutò natura: non s'inasprì la sua dolcezza, non fu smossa la sua fede, e la preghiera sua non le uscì meno calda e fervorosa dal cuore angosciato.
Pure, sapendo di non esser bella, essa non si era mai innamorata, e perciò appunto sentiva come il bisogno di diffondere intorno a sè, in una tenerezza tranquilla e perenne, l'affettuosità appassionata che le traboccava dall'anima. Voleva, non potendo dare il suo cuore a una persona sola, almeno dividerlo fra tutti coloro che la circondavano.
E lo stesso Pompeo non l'aveva vinta colle seduzioni dell'amore, ma soltanto colla grande pietà che, insinuandosi a poco a poco nel suo animo, avea saputo ispirarle.
Quell'improvviso mutamento di fortuna, quel vederselo capitar dinanzi smunto e lacero, dopo averlo conosciuto lindo come un damerino, e la fame che aveva scritta in viso, e la sua aria di rassegnazione e le sue lacrime per non aver potuto seppellir degnamente i suoi poveri morti, e la gratitudine verso gli Alamanni e infine l'entusiasmo con cui parlava sempre della signora padrona avevano acceso lo spirito di carità nella fanciulla e in pari tempo esaltata la sua fantasia. Essa così s'indusse ad amare Pompeo; e lo amò appunto perchè lo credeva buono e infelice, lo amò come poteva amar lei, non per altro che per far del bene.
Non ebbe quindi i turbamenti e i languori delle fanciulle innamorate. Il suo volto pallido non arrossì mai per alcuna commozione, e i suoi occhi buoni, non mandarono guizzi di foco, ma rimase inalterata la tranquilla e serena espressione del suo sorriso. La Betta, mentre donava tutta sè stessa ad un uomo, non pensava se non a restituirgli la famiglia perduta, nè si aspettava altro gaudio che quello di dividere la sua casa e il suo pane con uno sventurato, privo di soccorsi e troppo altero per stendere la mano. E se pure una simpatia più nuova per il suo cuore, e più viva, entrava per qualche cosa nell'impeto di carità che l'aveva spinta a quel passo inconsiderato, era la simpatia mesta e profonda che nasce dalla corrispondenza dei comuni dolori. Anche Pompeo era rimasto orfano come la Betta; come lei aveva perduto in poco tempo il babbo e la mamma, e così le loro lacrime avrebbero potuto confondersi in un solo pianto e le loro speranze e i loro affetti in una sola preghiera.
Tutto ciò formava l'amore della povera giovane: troppo alto e puro perchè chi ne era l'oggetto potesse contraccambiarlo od intenderlo.
Anche dopo il matrimonio, la portinaia degli Alamanni continuò a rivolgere al cielo, come in cerca di pace, gli occhi dolci e rassegnati; ma spesso si vedevano pieni di lacrime, e s'era fatto più mesto il loro sorriso. Vestiva ancora, tutta linda, lo stesso abito di rigatino che aveva da ragazza; ma non le stava più bene; era diventato troppo largo per il suo corpicciuolo che dimagrava ogni giorno più; mentre invece il sor Barbetta si dava le arie di aver fatto, sposando la portinaia, un matrimonio morganatico e tornava a star sulle sue, ripigliando un'aria florida e prepotente.