IV.
Pompeo credeva di aver concluso un miglior affare. Egli aveva sperato che il gruzzolo della gobbetta fosse più grosso.
Nei primi giorni del suo matrimonio, trovandosi con tutti i comodi e ben pasciuto nelle due stanzucce della porteria, tepide, pulite, e piene zeppe di roba, gli pareva d'essere, addirittura, in paradiso. Poi nella camera degli sposi, proprio di contro al letto ampio e alto, facea bella mostra di sè, l'altare di tutti i voti e di tutte le devozioni di Pompeo: il cassettone dove stava riposto lo scrignetto.
Era un cassettone antico, di noce, e nella sua severità massiccia di un aspetto straordinariamente simpatico agli occhi e assai consolante al cuore di Pompeo.
Durante le lunghe serate in cui, nella qualità di promesso sposo, teneva compagnia alla Betta, per far l'ora di chiudere la porta, Pompeo più che colla fidanzata, faceva all'amore col cassettone. A volte, alla luce fioca di una candela di sego, il cui lucignolo fumoso ardeva crepitando, il vecchio mobile di noce, tirato a lustro, avea certi chiarori, certi riflessi fantastici e pareva ancor più grande per le ombre circostanti. E per tutto il tempo che rimaneva seduto in silenzio accanto alla Betta che cuciva o ricamava, alzando ogni tanto gli occhi dal tombolo per sorridergli, egli faceva e rifaceva il conto di tutti gli anni ch'eran vissuti i vecchi della sua sposa; e di quanto avevan guadagnato e speso, e di quanto, a un dipresso, avevano potuto metter da parte.
La somma totale di questi risparmi, dal più al meno, era sempre considerevole. Però, gli occhietti di Pompeo, guardando verso il cassettone, si facevano luccicanti, e con quella sua testaccia così facile ad esaltarsi, si teneva sicuro d'aver trovato il tesoro e già ci faceva sopra di bei disegni quando, giunto l'istante di por la mano sul sacchetto, s'accorse d'aver sbagliato all'ingrosso. In un attimo il paradiso si tramutò per Pompeo in un inferno; dal dolore e dalla rabbia gli parve di essere stato frodato e canzonato.
—Duemila settecento svanziche?!—mormorava fra sè, strappandosi coi denti i baffettini radi:—Duemila e settecento svanziche?! Possibile che in vent'anni e più di economie quella gente che viveva come le talpe, abbia messo da parte così poco?... Chè! Chè! Non è possibile!... Chi sa quanti ne avrà sprecati dei quattrini quella brutta civetta che può proprio vantarsi d'avermi chiappato alla pania. Costei ha proprio le mani bucate!
Fisso in quest'idea, coll'ostinazione propria dei ragazzacci viziati. Pompeo non dette più pace a sua moglie. Cominciò a sgridarla e a maltrattarla, perchè era una sciupona e perchè non conosceva il valore del danaro e lo buttava via senza pensar all'avvenire. Poi regolò la casa in maniera che la Betta gli doveva render conto di tutto, fino all'ultimo pezzetto di pane.
Pompeo teneva le chiavi e misurava la legna, l'olio per la lucerna, il filo per cucire. Era lui che andava a fare la spesa, ed a riscuotere il salario dal ragioniere. I giorni delle mance non abbandonava mai la porteria, e stava addosso alla moglie, con tanto d'occhi, strappandole subito di mano quanto le veniva regalato; e la sera, quando la poveretta era in letto, frugava dappertutto; e le scoteva la veste, per sentire se aveva nascosto qualche quattrinello; perchè "quella sorniona" diceva lui "era capacissima di levar di bocca il pane a suo marito, per ingrassare gli oziosi e i vagabondi." Poi, a poco a poco, le rifiutò anche il danaro per le medicine, sostenendo che, col suo fisico, non poteva pretendere di star bene.—Quando alla macchina manca una ruota,—le diceva, a mo' di conforto,—si ha un bell'ungerla, non può girare. Stare in dieta, tenersi riparata dall'aria, e accontentarsi di andare innanzi alla meglio, senza intrugliarsi lo stomaco: non c'era da far altro. E un giorno, finalmente, avendo la Betta preteso di fargli qualche osservazione, Pompeo esclamò alzando la voce che, se avesse dato retta a' suoi grilli, alla sua manìa spendereccia, sarebbe andato presto in malora!
—Duemila settecento lire!—ripeteva fra sè.—Proprio una miseria! Fossero state almeno tremila, la cifra tonda! Basta; queste per ora le metteremo a dormire e a mano a mano che ne verranno altre, andranno a tener loro compagnia!—E così, ritornato al possesso di qualche soldo, Pompeo si rifece avaro. Non aveva più le matte illusioni di una volta, ma si godeva il piacere che dà il danaro per sè stesso, e la soddisfazione di vederselo crescere a poco a poco. Per altro non voleva accumulare a proprie spese, assoggettandosi a stenti e a privazioni, no; risparmiava soltanto sui bisogni della Betta. Lui voleva godersi il papato: toccava a sua moglie a servirlo in ogni cosa e a stentare!
In casa Barbetta si desinava con una scodella di minestra e una fettina di carne lessa; ma Pompeo era sempre il primo a servirsi e a mangiare, perchè la moglie doveva cucinare e mettere in tavola; e pensava a saziarsi lui, senza tanti complimenti. Già aveva per massima che la Betta meno mangiava, meglio stava. Poi, ogni tanto, egli si faceva fare, cogli avanzi della cucina dei padroni, qualche manicaretto, che sua moglie preparava, ma che non doveva nemmeno assaggiare, perchè "con quel suo stomacuzzo rovinato" le avrebbe fatto male di sicuro. Vino, nemmeno per idea!, non se ne comprava mai! E le bottiglie, che la signora Lucia mandava di tanto in tanto a regalare alla Betta, Pompeo le metteva subito sotto chiave e poi, a desinare, ne versava un dito alla moglie e ne beveva un buon bicchiere per sè:—A farti bere di più sarebbe la tua morte!
Ma le premure di Pompeo per la salute della moglie finivano tutte lì. Del resto, la povera donna era costretta a sfaccendare giorno e notte. Tutto lei doveva fare, anche la pulizia del loggiato e della corte. Soltanto quando passavano i padroni e il ragioniere di casa, Pompeo veniva fuori e strappando la granata di mano alla moglie, si faceva vedere pieno di zelo per il suo servizio.
E già, in ogni incontro, egli aveva saputo fingere con loro un'aria così umile e da buon ragazzo, e aveva saputo arrossire così bene per la confusione e per il piacere, quando gli domandavano notizie della salute della Betta, e s'era mostrato sempre così attento e sollecito nell'eseguire gli ordini ricevuti che gli Alamanni lo avevano preso a benvolere; tanto più che su questo punto erano ingannati anche dalla Betta, la quale sarebbe morta di fatica piuttosto che fare scomparire il su' omo presso i padroni. Essi perciò lo credevano una perla, e se lo tenevano caro, affidandogli anche incombenze delicate.
Ma nelle stanzette della porteria le cose andavano diversamente, e subito dopo le nozze il marito teneva la Betta in una specie di continuo sbalordimento. E lui si godeva a imporsi, a comandare; faceva ballar la sua donna sur un quattrino, e guai se fiatava!
Le ordinava tutto a cenni, senza dire una parola, come ad un cane ammaestrato. Betta non doveva mai fermarsi sulla porta, non doveva vedere, non doveva discorrere con nessuna amica. Le aveva proibito anche di andare in chiesa, fuorchè alla festa, perchè non voleva pettegolezzi e confidenze colle tonache. La mattina, d'inverno, essa si levava molto prima di lui, per accendergli il fuoco e scaldargli l'acqua; la sera andava a letto molto più tardi, perchè gli doveva pulire e rassettare i panni, e prima di andarci lui se la faceva inginocchiare davanti e le metteva nelle mani, magre e giallognole, gli stivali pieni di mota, perchè glieli levasse; e a volte, quando erano umidi, le dava tali scossoni da tirarsela dietro. E non le risparmiava nessun servizio, per quanto umile e ributtante.
Nè Pompeo aveva coscienza di tutto il male che andava facendo. Anzi, gli pareva in fondo al cuore di aver fatta una gran buona azione sposando la gobba e di essere meritevole di ammirazione e di compassione insieme, e da ciò traeva una specie di conforto, che bastava a vincere ogni scrupolo, se per caso gli fosse venuto.
Per la gobba non era stata una bella fortuna quella d'aver trovato un marito?... E, per di più, un marito giovane, senza difetti, senza vizi, e di buona famiglia?
E così, secondo la logica di Pompeo, in casa sua tutto era ripartito con giustizia. A lui toccava di vivere con quel canchero accanto: la Betta doveva aver cura della casa e del marito....—Ciò che, alla fin fine, facevano tutte le altre mogli, le quali, poi, anzichè fare schifo come lei, erano belle e sane.
Betta, a cui non venivano mai risparmiati tali confronti, chiudeva tutto in core: lo serviva, l'ubbidiva tremando, impaurita e istupidita sotto la sferza di quel ragazzo villano, che aveva gli istinti del tirannello. La disgraziata osava appena piangere la notte tardi, a letto, quando suo marito russava, e anche allora soffocando i singhiozzi sotto le lenzuola.
Una volta soltanto trovò la forza di ribellarsi. Pompeo voleva, a ogni costo, che la moglie approfittasse per loro uso, dell'olio che i padroni le affidavano, e che doveva servire per i lampioni del loggiato e delle scale.
—Sei pur grulla colle tue fisime!—le diceva colla solita voce arrogante.—Non ci sono portinai, scommetto, in tutta Milano che, come noi, facciano la scioccheria di comperar l'olio a once avendone una damigiana intera a disposizione.
—Fo sempre tutto quello che vuoi, ma ladra... non sarò mai!
—Stupida!... Che voglio forse insegnarti a rubare io?!
La Betta seguitò a scuotere il capo e, quasi parlando a sè stessa, come volesse trovare nelle proprie parole la forza di cui aveva bisogno, tornò a ripetere con orrore:—Ladra, mai!
—E dagliela!... Se tu fossi una ladra, sarei io il primo a mandarti in galera! Quello che ti dico di fare, lo fan tutti: è passato in uso, e anche i padroni lo sanno e chiudono un occhio!... Già... per il bel salario che dànno ai portinai!
La Betta lo lasciava brontolare e, come al solito, stava zitta. Aveva disteso un panno bianco sulla tavola, dalla parte opposta a quella dov'era seduto Pompeo e s'era messa a stirare. Ma si vedeva che quel lavoro la stancava assai e le faceva male, perchè sulle guance scialbe, scarne, le apparivano due macchie di un rosso acceso.
Pompeo, seduto, canterellava dondolandosi sulla seggiola. Era irritato per l'ostinazione e per il silenzio della moglie. Egli voleva trovar la via di leticare per poi farle fare a modo suo, a furia di urlacci.
—Andiamo, rispondi: smetti di far la muta! Per tormentarmi ti fai venire anche gli scrupoli dell'onestà; e poi non badi alle spese di casa!
Betta, senza aprir bocca, tirava via a stirare, tutta piegata colle ossa protuberanti sotto il vestito di rigatino sbiadito. Pompeo si fermò di botto colla seggiola, e dando un gran pugno sul tavolino:—Ohè, dico,—mormorò con voce sorda, strozzata, per non essere udito di fuori, nel cortile,—sciogli lo scilinguagnolo, hai capito? o ti dò un par di ceffoni da farti gonfiare il viso.
Betta, tutta tremante, si scostò dal tavolino alzando gli occhi dolcissimi, pieni di spavento in faccia al marito: non poteva parlare, perchè le lacrime le facevan nodo alla gola.
—Devi tacere sempre,—continuò l'altro che s'era alzato per avvicinarsele:—sì, devi tacere sempre, perchè non voglio essere seccato dai tuoi lagni e dalle tue ciance; ma adesso, invece, ti ordino di parlare; te lo comando!
La povera donna indietreggiava ancora, e tentando di trar fuori la voce, si stringeva la gola colla mano scarna di tisica.
Pompeo le si strinse addosso coi pugni chiusi, cogli occhi torvi che l'ira rendeva anche più loschi, mentre i capelli folti, neri, tagliati ritti a spazzola, gli si movevano sul capo, per una tensione nervosa, come il pelo dei gatti.
—Hai capito, gobba?!
La Betta si sforzò, e mettendo fuori la voce con un singulto, balbettò daccapo le stesse parole con un'espressione piena di terrore e d'angoscia, che pareva insieme un lamento e una preghiera.
—Tutto ciò che vuoi... morir di fame... di fatica... ma rubare... ladra... mai!
—Io sono più onesto di te, birbona!—e Pompeo, sulla cui faccia scura, olivastra era corsa una vampa rossa di bile, afferrato uno zoccolo ch'era stato messo accanto al fuoco, ad asciugare, glielo tirò in viso, e la colpì così forte sull'occhio, che venne fuori il sangue.
Betta non gridò, non proferì una parola, non fece un lamento, smise perfino di piangere. Cercò nelle tasche, dove aveva il fazzoletto, e con quello si coprì la ferita.
Ma Pompeo alla vista del sangue fu tutto sossopra, e le corse subito appresso, accarezzandola, domandandole perdono, giurandole che non aveva mirato a lei, che aveva voluto soltanto farle paura....
—Già egli era fatto così, che a contraddirlo montava in bestia. E poi quel giorno non si sentiva bene, aveva il sangue caldo, non sapeva quel che faceva.
—Non è nulla.... non è nulla,—mormorava intanto la Betta, ripiegando il fazzoletto che da una parte era già tutto rosso.
Pompeo era proprio pentito d'essersi lasciato trasportare a quell'eccesso e poi era molto spaventato dalle conseguenze che ne potevano nascere....—Se arrivava agli orecchi dei padroni ch'egli maltrattava la moglie, e a quel modo, era bell'e fritto!
Volle per forza, che la Betta si bagnasse subito con acqua e aceto e le medicò lui stesso la ferita con ogni cura e colla maggior delicatezza. Ma dopo, quando si persuase che era una cosa da poco, e dopo specialmente che udì la Betta raccontare a tutti ch'era sdrucciolata nel sottoscala, egli tornò daccapo, col solito umore, ed anzi a cena ordinò alla moglie, brontolando, che si coprisse il muso con una benda, perchè "con quella ammaccatura gli faceva anche più schifo di prima."
Ma l'odio più feroce di Pompeo era contro i padroni: un odio che gli si accumulava nell'animo giorno per giorno, sordamente, con nessun altro sfogo tranne quello di dirne plagas colla Betta, che non aveva coraggio di difenderli contro di lui.
Il lusso dei padroni stizziva Pompeo; la loro felicità gli faceva male; l'affezione rispettosa dalla quale li vedeva circondati gli pareva "pecoraggine da plebei". Lui doveva sudare e stentar la vita per mesi e mesi, prima di riuscire a mettere in serbo cento svanziche e quei "cani di signori" che stavano lì tutto il giorno a non fare altro che guardare in aria, avevano un mucchio di fittaioli che venivano al palazzo a portare i marenghi a sacca!
Era forse giustizia, codesta?!
E ogni volta che gli Alamanni uscivano in carrozza e che Pompeo al fischio del cocchiere doveva correre a spalancare il cancello, intanto ch'egli si attaccava rasente alle pareti, inchinandosi, col berretto in mano, faceva il conto che soltanto quell'equipaggio valeva dieci volte più di tutti i suoi averi: e quel confronto lo sgomentava diminuendo grandemente, a' suoi occhi, il valore del tesoretto; sicchè sentiva sfumare, in un attimo, tutte le rosee speranze.
—Giù, una ribaltatura da fiaccarvi il collo!—mormorava poi, ghignando, nel richiudere il cancello, mentre i cavalli, facendo la voltata, s'impennavano sull'acciottolato della strada.
E non era questa la sola idea che lo tormentava; ma era tutta l'umile oscurità della sua vita di servo messa a confronto col fasto e coi godimenti dei padroni. E Pompeo sentiva meglio di ogni altro la grande amarezza di così enorme disparità di fortuna, appunto perchè egli, da ragazzo, era stato ammesso a vedere, e a godere anche, in parte, le delizie dei ricchi, le quali gli avevano lasciato nella mente come un raggio d'oro sfolgorante, che serviva a inasprire le sue invidie e le sue afflizioni.
Quante volte mettendosi solo solo a mangiar la broda che gli preparava la Betta sopra un angolo della tavola da stirare, egli pensava ai signori del primo piano, alla loro mensa su cui scintillavano i cristalli e le argenterie, e dove i camerieri e i servitori, seri e composti, servivano da' piatti ricolmi i cibi succolenti e i pasticcini e le leccornie manipolate dal successore di suo padre!... E quante volte di notte, tardi, andando a dormire dopo che i padroni erano ritornati dal teatro o da una festa, trovandosi nella sua cameretta bassa, angusta, piena di robaccia vecchia e grossolana, in quel lettone duro, e così alto, che bisognava prender lo slancio per montarvi su, egli correva coi desideri alla camera "di sopra" grande e chiara, tutta a stucchi, a dorature e a dipinti, dove il letto, coperto da un drappo, spariva con amoroso mistero tra le tende e le trine. E Pompeo pensava alla giovine sposa del suo padrone, che gli era apparsa tanto bella mentre scendeva di carrozza, col piedino chiuso in una scarpina da fata, coi capelli nerissimi, luccicanti di gemme, colle braccia e le spalle nude. La vedeva ancora quando saliva le scale, appoggiata con languida tenerezza al braccio del marito; e la voce di lei, e il riso fresco e squillante, e il profumo di violetta delle sue vesti, pareva diffondersi nella fredda stanzuccia del portinaio, che si sentiva prendere da un impeto di rabbia; e guardando la Betta addormentata gli veniva voglia di strozzarla per la sua bruttezza... come avrebbe voluto strozzare quell'altro "di sopra" per le gioie che godeva!
—Ma dunque, il padrone doveva avere tutti i beni e le delizie della terra, e lui niente?... Con qual diritto?! Tutt'e due non erano uomini fatti allo stesso modo, di carne e di sangue? O perchè, allora, si facevano le rivoluzioni?!...—E intanto bestemmiava senza poter pigliar sonno; si voltava e rivoltava nel letto, mormorando che "ci sarebbe stato bisogno d'un Robespir (lui lo chiamava così) anche a Milano!"
In quel tempo, per altro, meno male!, gli rimaneva ancora qualche conforto. I giorni, si sa, non sono tutti compagni, ed anche per Pompeo ce n'era di quelli, se non affatto sereni, almeno senza burrasca. Aveva ore di quiete in cui il suo spirito pareva disposto a ricevere più miti impressioni, oppure un buon bicchier di vino gli faceva nuovamente frullar pel capo le rosee speranze. Ma, in fondo, era sempre il danaro che, come la lancia della favola, lo feriva, e lo risanava ad un tempo; era sempre l'idea del suo piccolo capitaletto che a volte lo avviliva e lo rendeva disperato, e a volte invece gli procurava il balsamo d'illusioni dolcissime. Il suo avvenire egli lo vedeva prepararsi e distendersi a poco a poco in quella borsaccia di pelle, unta e bisunta, dove, insieme col cuore, aveva chiuso il libretto della Cassa di Risparmio. E già egli aveva avuta la gioia di raggiungere e poi anche di sorpassare la cifra rotonda delle tremila svanziche; già gli pareva che sarebbe arrivato all'apice della felicità il giorno in cui gli fosse dato di poter toccare l'altra cifra, più grossa, delle cinque mila, e risparmiava su tutto, e faceva digiunare sua moglie, e ricominciava lui pure a tenersi a stecchetto, mirando solo a quell'unico fine, quando un avvenimento impreveduto venne a sconvolgere i suoi bei disegni e a minacciare l'esistenza del tesoro.
La Betta era incinta!
In sulle prime, quando essa gli svelò, arrossendo e tremando (tremando di gioia questa volta) il suo caro segreto, Pompeo non lo voleva credere in nessun modo.
—Se non ricordo il tempo che t'ho presa in isbaglio per una donna!—le disse dando in una delle sue sghignazzate.
Poi dichiarò che doveva essersi ingannata, e seguitò così finchè non fu scomparso ogni dubbio sullo stato della Betta. Allora peggio che mai: andò in furia come un matto, ingiuriandola e maltrattandola, quasi che ne avesse colpa lei!
—Bel gusto: mettere al mondo un mostriciattolo, un infermo o un rachitico, perchè già, col suo fisico, non c'era da aspettarsi altro!—E poi dalla stizza passava a una maraviglia piena di desolazione:
—Chi si sarebbe mai immaginato che uno sgorbio, che avea più del ragno che della donna, potesse mettersi a far figliuoli!—
E perciò, appunto, si figurava che la "gobba" dovesse insuperbirsi del fatto; e faceva di tutto per isvergognarla, per avvilirla, dicendole, fra le altre cose, che "avrebbe dovuto contentarsi del baule che portava sulle spalle."
Tutta quell'ira, tutta quella disperazione di Pompeo, provenivano dal suo modo di sentire la paternità. Nel figliuolo che stava per nascergli non scorgeva altro che una bocca di più da mantenere e una rovina pel suo peculio, che vedeva sfumare dietro ai medici, alle medicine, ai sciroppi e alle balie; e più sarebbe cresciuto il bamboccio e più, pensava, sarebbero cresciute le spese...
—Addio bei disegni, addio speranze, addio sogni, addio tutto! Era finita! Questa volta la fortuna gli aveva proprio voltate le spalle!—Allora, prima che i suoi quattrini fossero mangiati "dagli altri" volle mettersi lui a farli girare.
—In fine son danari di una gobba, e chi sa che non abbiano a farmi buon gioco!—E pensò subito al modo d'impiegarli, e quali speculazioni sarebbero state da tentare; e frattanto diventava sempre più cupo ed irascibile.
Ma la Betta, adesso, si affliggeva molto meno per i maltrattamenti del marito. Una gioia nuova e piena, le traboccava dall'anima, e non sentiva più nè le privazioni, nè le angosce. Quella creaturina non ancora perfetta, ma che si moveva e si agitava nel suo seno, era già viva, era già sua, come fosse nata, e già le pareva di stringersela amorosamente fra le braccia! Un'immensa pace spirava da' suoi occhi grandi, d'un grigio chiaro, celeste, così vivo alle volte, e scintillante per la contentezza, che non era più colore, ma pareva luce. Le sue preghiere erano state ascoltate; il buon Dio, la Santa Vergine, le avevano mandato ciò che doveva essere per lei amore e conforto, e di quel bambino che aspettava s'era già formata la sua consolazione e la sua difesa. L'uomo, che prima le incuteva tanta paura, adesso non lo temeva più, e le riusciva indifferente... No... alla sua creaturina nulla le doveva mancare e non le sarebbe mancato nulla. Per essa sentiva dentro di sè, nello spirito e nel sangue, una forza di volontà, un'energia ignota fino allora: era già un'altra donna con nuovi affetti, con nuovi doveri e con un nuovo coraggio... era la madre!
Barbetta aveva notato subito lo strano mutamento di sua moglie. Avvertiva bene che adesso c'era qualche cosa in quell'essere debole e malatticcio; qualche cosa che gli sfuggiva e su cui non poteva dettar legge e far da padrone; ma non arrivava a capirlo e lo spiegava a modo suo: "Per i suoi affari egli non poteva più restar tanto in casa a invigilare la moglie, ed essa cominciava già ad alzare la cresta!"
Pompeo aveva aperta una latteria, affidandone la direzione a un antico sguattero ch'era stato a servizio sotto suo padre, ma che non era andato molto innanzi nell'arte culinaria, perchè aveva troppo il vizio d'ubriacarsi.
—Finchè beve vino, non berrà latte,—pensava Barbetta fra sè.
Quello sguattero smesso, gli andava a genio; lo aveva adoperato in varie occorrenze anche quando era vivo e celebre suo padre. Uomo da fatica, forte, tarchiato, era avvezzo ad ubbidire senza rifiatare. Lo chiamavano Sbornia, e non se ne aveva a male.
Del resto Pompeo non avea fatto lussi nelle spese d'impianto: aveva preso a pigione una botteguccia, in via Santa Radegonda, e l'aveva fornita coi mobili della Betta. Non voleva fare il passo più lungo della gamba lui; non voleva aver bisogno di ricorrere a prestiti; non voleva finire come l'orefice del Coperto dei Figini.
Erano già scorsi due o tre anni da quel tempo, ma aveva sempre viva dinanzi agli occhi la brutta scena, e gli veniva freddo al solo pensarci!...
Tuttavia quel suo stambugio con un catino giallo ricolmo di panna montata, dipinto sull'uscio a vetri, gli riempiva l'anima di soddisfazione. Era roba sua; ideata e messa su da lui solo; e perciò sentiva per la botteguccia un po' di quella compiacenza amorosa che provava la Betta per il figliuolo che aveva da nascere.
—Ah!—pensava fra sè, abbandonandosi all'esaltazione solita in chi, da giovane, si mette in una prima impresa—ah se questa volta avessi trovata davvero la via di far quattrini!
Diamine; era tanto facile allungar il latte coll'acqua fresca e montar la panna colla chiara d'ovo!
E allora, in grazia del buon avviamento del suo commercio, si astenne per qualche tempo anche dal maltrattare la moglie.
La Betta, a mano a mano che s'inoltrava nella gravidanza, peggiorava in modo da incutere le più serie apprensioni, e una disgrazia che fosse successa in quei primi giorni ch'era stata aperta la latteria avrebbe sconvolto i disegni di Pompeo. I suoi capitali, ormai, egli li aveva tutti impiegati, e faceva assegnamento, per le spese di famiglia, sulla pensioncella che gli Alamanni largivano alla moglie, e sui regali che aspettava in occasione del parto della signora Lucia.
Ma la Betta, appunto per la pace lasciatale dal marito e per la gioia e la felicità che si sentiva in cuore, sbugiardò completamente i cattivi pronostici, e non solo superò la crisi dando alla luce un maschiettino, al quale fa messo nome Giulio, in onor del padrone; ma presto si rimise in forze stando quasi meglio di prima.
A cose finite, Pompeo, senza punto impazzire per la gioia d'essere padre, intascò tutti i regali ch'erano stati fatti alla moglie; trincò due bottiglie di barbèra e fece bravamente la sua zuppa nelle scodelle di brodo sostanzioso che i padroni avevano dato ordine fossero inviate alla puerpera, e poi, appena questa fu in piedi, le spiattellò tondo tondo che, "siccome gli affari non andavano troppo bene, non poteva spendere nemmeno un soldo per la balia di Giulietto. D'altra parte era affar suo, codesto.—Chi deve allattare non è mica il marito!... Se lei non poteva fare il proprio dovere, s'ingegnasse." E giacchè ora Pompeo vedeva di potere ricavar profitto dalla salute della moglie sosteneva, al contrario di prima, che la Betta era di ferro, e finiva anche col persuadersene.
—S'è visto alla prova—diceva alla moglie—che tutti i tuoi malucci d'una volta non erano altro che pretesti e smorfie da scansafatiche. Quando una donna mette al mondo i figliuoli come niente fosse, vuol dire che la macchina è in ottimo stato. Dunque ungi la gobba con un po' di buona volontà e tira via! Sudo anch'io, come un cane, per far buona figura e per mandare avanti la baracca!
E la Betta, dopo aver servito Pompeo, fatte tutte le faccende di casa, spazzato le scale, l'atrio e il loggiato, doveva anche rovinarsi gli occhi a cucire e ricamare di bianco la sera e buona parte della notte, per mantenere a balia la sua creaturina.
Ma ora che cosa importavano a lei le fatiche e le privazioni?... Viveva tutta col pensiero in una casuccia vicino a Sesto, dov'era il neonato. E tutte le feste andava là a piedi, e godeva gioie che non aveva mai provato nè immaginato.
Appena arrivata prendeva subito in collo il suo bambinello e se lo portava via e correva a sedersi sola sola con lui, dietro la casa, sul margine di un vasto campo di trifoglio, contenta, giuliva, che il piccino non si fosse messo a piangere vedendosi levare a un tratto dalle braccia della balia. Allora lo spogliava tutto e lo copriva tutto di baci, diventando rossa, cogli occhi luccicanti dal piacere. Non aveva più freno in quelle sue smanie di carezze; e baciandolo e stringendolo e ribaciandolo non gli sapeva dir altro che mio, mio, mio! e tutto il suo cuore traboccava in quella sola parola. Il bimbo, co' primi moti istintivi delle manine grassocce le stringeva e le graffiava le guance, il naso, le orecchie; le strappava i capelli, e lei lo lasciava fare, beata che avesse dimenticata la balia, beata che se la godesse a star solo con lei, beata di quelle piccole strida di allegrezza, colle quali il piccino, quand'ella se lo teneva in piedi sulle ginocchia, accompagnava le mosse e gli sforzi che faceva colle gambucce e coi braccini per arrivare ad afferrarle la faccia. E la Betta colle sue illusioni di mamma era convinta che il bambino la conoscesse e che le volesse già bene; le pareva che guardasse lei diversamente dalla balia, e per ciò tornava a baciarlo sulle manine e sui piedini con passione, con adorazione, con gratitudine infinita.
Erano quelle le ore che la risanavano; che davano al suo corpo debole e malato la forza di lavorare e di sfacchinare da mattina a sera; era una provvista di felicità per tutto il resto della settimana.
Pompeo non accompagnava mai la moglie in quelle gite:—aveva da badare alla bottega lui; altro che andare in campagna a divertirsi!—E difatti, se prima aveva finto colla Betta che i suoi affari gli andassero poco bene, per risparmiare i quattrini del baliatico, adesso la latteria si metteva maluccio, proprio per davvero. Egli aveva abusato un po' troppo del latte artificiale, e gli avventori, giorno per giorno, avevano finito col disgustarsi, e coll'abbandonare la botteguccia di Santa Radegonda. Pompeo dava colpa di quello sviamento allo Sbornia, che non aveva maniera colla gente, e che era sempre briaco fradicio. L'altro lo lasciava dire, e a volte, nei momenti di malumore, si buscava anche qualche pedata senza rispondere nè rifiatare. Sgobbava come un negro, sempre in ciabatte, col grembiule sudicio, col faccione dimesso, umile e devoto al padrone, non per tornaconto nè per altra ragione particolare, ma solo per istinto, come una bestia.
—Non c'è Cristo che tenga!... Tutto mi va alla maledetta,—brontolava Pompeo, rodendosi le unghie fino alla carne.—E ho sulle spalle anche due scimmiotti da mantenere!
Il bambino, sopraggiunto l'inverno, era stato divezzato e lo avevano ripreso in casa.
Pompeo, chiusa la bottega, tornò dunque a stare giorno e notte ozioso e col muso lungo, sempre alle costole della moglie. E quando non la poteva torturare in altro modo, la metteva in croce per il piccolo Giulio, borbottando ch'era un bimbo rachitico, che non poteva campare; ostinandosi a strapparglielo dalle braccia, per farlo camminare prima del tempo, e poi mettendosi a gridare che era uno zuccone, perchè nascondeva il visino e si stringeva colle braccine al collo della mamma, e cominciava a strillare appena lui gli s'accostava, senza aver ancora capito ch'egli era suo padre!
Ah se non avesse avuto l'impiccio della famiglia! Allora sì; o di riffe o di raffe l'avrebbe spuntata!... Sarebbe andato in Dalmazia, o in Ungheria, a coltivare il seme da bachi, oppure in Sardegna, nelle miniere; o, meglio di tutto, in America! I quattrini di certo, non eran mai piovuti in tasca alla gente; bisognava mettersi a girare il mondo: chi viveva in un guscio di noce non poteva far altro che morir d'inedia!
Ragionando in questo modo, senza ricordarsi punto che prima di sposar la Betta pativa la fame, e che da solo non era stato buono di guadagnarsi un soldo, gli pareva che la famiglia fosse d'inciampo al suo genio industriale. E nelle notti insonni (dormiva poco perchè restava ozioso, in casa, tutto il giorno) smaniava rivoltandosi nel letto, e correndo dietro col cervello a speculazioni fantastiche. E il respiro grosso della moglie e quello più lieve del bimbo lo infastidivano, e se Giulio, che dormiva in una culla vicino al letto dei genitori, si moveva appena, Pompeo cominciava subito a sbuffare, brontolando che non lo lasciavano nemmeno riposare in pace. Al rumore la Betta si destava di soprassalto; il piccino, spaventato, si metteva a strillare, e Pompeo, sempre più stizzito da quella "maledetta sinfonia," tirava calci come un mulo.
La Betta, allora, aspettava che si calmassero le furie del marito; poi scivolava giù adagio adagio dal letto, correva dal suo bimbo, gli ravviava le coperte nella culla, e lo riaddormentava premendo la faccia sul suo visino e riscaldandolo co' suoi baci e col suo fiato caldo di lacrime.
Intanto una nuova e grande sventura si preparava a questa poveretta: la padrona, la signora Lucia, così buona con lei, essa in cui aveva riposte tante speranze per l'avvenire del piccolo Giulio, le veniva a mancare improvvisamente. La giovane signora moriva presso all'apice della felicità, proprio nel punto di diventar madre.
La Alamanni, per altro, pareva avesse preveduta la sua misera fine. Era stata molto malinconica e abbattuta negli ultimi mesi, e aveva preparato una lettera al marito in cui, colle supreme tenerezze dell'amore, gli faceva palesi alcuni suoi desideri pel caso che venisse a morire. Erano ricordi alle amiche, erano soccorsi, elemosine, opere di carità; insomma era tutto il suo cuore che voleva espandersi ancora dopo la morte, come alcuni fiori delicati continuano a diffondere intorno, anche inariditi, la loro soave fragranza.
La Betta pure era stata ricordata in quella lettera, e la signora Lucia, volendo riparare in parte alle perdite sofferte dalla famigliuola colla botteguccia di Santa Radegonda, le aveva fatto un lascito d'un migliaio di svanziche.
Quando la portinaia venne a sapere di questa nuova munificenza che la concerneva, era ancora in lacrime per la padrona, nè quella notizia valse a consolarla, anzi l'addolorò maggiormente.
—Si è ricordata anche di me! Si è ricordata anche di me, la mia buona signora!—E la poverina proruppe in un altro scroscio di pianto.
—Chètati, grulla!—le sussurrò allora Pompeo infastidito.—Se tutte ci avessero a lasciar mille lire, bisognerebbe che ne crepasse una al giorno delle padrone!
La Betta, dopo tante amarezze, al nuovo insulto di quel tristo che la colpiva nel vivo de' suoi affetti e della sua gratitudine, si riscosse a un tratto, indignata; e rimangiandosi le lacrime, fattasi rossa, di fuoco, gli gridò contro con voce sorda, ma con impeto, e fissandolo bene in faccia:
—Mostro!
Pompeo stupì a tanta audacia, poi si avvicinò d'un passo alla moglie, levando la mano in atto di misurarle un ceffone:
—Ripeti un po', gobba, quello che hai detto?!
La Betta afferrò Giulio, che avea lì vicino, per un braccio; lo nascose in un attimo, dietro di sè, per ripararlo dall'ira del marito, e poi con tutto un sussulto dell'esile corpicciuolo e sfidandolo cogli occhi, solitamente così dolci, ma in quel punto pieni di sdegno, tornò a ripetere, mezzo soffocata da un urto di tosse:
—Mostro!... Mostro!
Pompeo le si avvicinò ancora un altro passo; sempre con la mano alzata: la guardò, fece una mossa di scherno colle labbra; ma, sorpreso e impacciato, non osò toccarla.
—Se la tua padrona ti voleva far del bene,—soggiunse infine, alzando le spalle,—poteva lasciarti molto più, senza scomodarsi. Già, i suoi quattrini non poteva portarseli dietro... in viaggio!
Ciò detto, Pompeo uscì nel cortile e terminò il discorso con una risataccia che la povera donna sentì ripercuotersi in viso, come se in quel punto la colpisse lo schiaffo che l'avea prima minacciata.