V.
Giulio Alamanni, quando gli morì la moglie, n'era sempre innamorato. Lucia in fatti possedeva per maravigliosa intuizione l'arte tanto difficile di saper voler bene. Essa amava col cuore e coll'intelligenza e però conservava sempre desta, anche in mezzo ai trasporti più appassionati, la felice vivacità del suo spirito, e riusciva sempre a trasformarsi, con un senso squisito di opportunità, a seconda delle varie disposizioni d'animo o d'umore del marito. Così che l'Alamanni a volte trovava in lei un'amante appassionata, a volte una piacevole compagna dalle arguzie eleganti, e a volte invece, quando sentiva il bisogno di comunicare i più arditi concetti della propria intelligenza, o di espandere le più intime aspirazioni del cuore, era essa l'amica fidata, che meglio di tutti lo sapeva intendere ed apprezzare, e in due pupille nere, lucenti, che lo guardavano con amorosa attenzione, egli vedeva sempre riflessi i suoi affetti e i suoi entusiasmi.
Colla fortuna di una tal compagna nella vita all'Alamanni poco o nulla restava da desiderare. Viveva contento, felice, tutto chiuso nella sua casa, e però, di primo acchito, sentì di non poter amare, d'odiar quasi quella creaturina che veniva al mondo per distruggergli a un tratto ogni felicità, per strapparlo brutalmente dalle braccia della sposa, dell'amante, dell'amica diletta, per lasciarlo solo e misero a sopravvivere ai propri affetti, privo di ogni speranza.
Chiamò allora presso di sè una sua parente vedova e non ricca; le affidò la neonata, volle che la portasse via subito, che pensasse lei ad allevarla; insomma che le facesse da madre. Gliel'avrebbe ricondotta più tardi, quando il tempo, che non doveva certo mitigare l'acerbità della sua sventura, gli avesse almeno data la forza di soffrire con più coraggio.
Ma la tempra di Giulio Alamanni era vigorosa, e il dolore, per quanto forte, non poteva abbatterla. Egli aveva troppe e troppo care memorie, aveva troppo alta poesia nell'animo per abbandonarsi ad un'inerzia vergognosa; e però dopo quell'urto che lo avea violentemente scosso si riebbe col cuore sanguinante, ma con una energica risoluzione, e dedicò la vita e l'ingegno al trionfo di un ideale che ricominciava allora a infiammare potentemente gli animi: la libertà della patria.
Già un suo fratello, di poco più giovane, Francesco Alamanni, discepolo e strumento segreto e validissimo di Giuseppe Mazzini, caduto in gravi sospetti della polizia, avea dovuto esulare sotto altro nome in Piemonte. Giulio Alamanni, inscrittosi pure nella Giovane Italia, continuò allora a Milano, con pari animo e gagliardia, l'opera del fratello, finchè non si ritrovarono uniti, prima per combattere insieme durante le Cinque Giornate, e poi per arruolarsi nei Bersaglieri Lombardi e accorrere alla difesa di Roma.
Perciò quando pochi mesi dopo i Tedeschi tornati a Milano incrudelirono nelle rappresaglie, il palazzo degli Alamanni fu subito preso di mira e sorvegliato e perquisito, mentre la polizia si adoperava a tutta possa per aver nelle mani i due fratelli.
I pochi servitori ch'erano rimasti in casa venivano chiamati un giorno sì un giorno no, dal Commissario per essere sottoposti a lunghi interrogatori sul conto dei padroni. Si voleva sapere se mai ne avessero sentito a parlare, se ne erano giunte notizie a qualche parente, a qualche amico; e secondo l'umor della bestia, a volte erano minacciati di fieri gastighi, a volte blanditi e lusingati da seducenti promesse. Ma tuttavia, anche volendolo, essi non avrebbero potuto riferir nulla di rilevante: i padroni non si facevano vivi con alcuno.
Pompeo, nei primi momenti, ebbe pur egli una chiamata dal Commissario, e sebbene si affrettasse a rispondere all'invito, vi andò tutto tremante dalla paura.
Non già che si fosse compromesso durante la rivoluzione. Egli non era corso alle barricate; non aveva gridato per le strade: "Viva l'Italia e Viva Pio Nono!" non avea mai cantato l'inno fatidico di Mameli, nè, in ultimo, applaudito alle satire contro il papa spergiuro ed il re bigotto. Per tutte le cinque giornate era rimasto chiuso nel suo bugigattolo, pauroso, tremante, bestemmiando contro quei fanatici senza cervello, che avrebbero finito col far saccheggiare e incendiar Milano. E dopo fuggiti i Tedeschi, continuò a ringhiare contro ogni novità; e appena ritornarono, si affrettò a chiamarli per soprannome i gastigamatti, dichiarando che avrebbe dato chi sa cosa pur di non trovarsi in que' frangenti al servizio di due persone, come gli Alamanni, tanto pregiudicate col governo legittimo.
"In che modo avrebbe potuto levarsi d'impaccio?... Certo, anche lui sarebbe caduto in sospetto; e in quei giorni bastava un sospetto per far impiccare un galantuomo!... Dio, Dio, Dio! perchè era entrato in quella casa maledetta? perchè s'era messo in quelle peste?" E un giorno che sua moglie osò domandare, se si avevano notizie del signor Giulio, Pompeo montò su tutte le furie, rispondendole che era una imprudente, una matta, una fanatica; ch'era sempre stata la sua disgrazia, e che avrebbe finito col farlo mandare sulla forca.
Ma poi, subito dopo la visita fatta al Commissario, sembrò che un poco si tranquillasse. Appariva più sereno, non avea più tanta paura nel discorrere di tirar in ballo la politica, e sovente lui stesso, per il primo, intratteneva la Betta sul conto dei padroni, dimostrando per essi una devozione insolita. Figurarsi! arrivò al punto, colle sue premure, di mandar la Betta ogni due giorni da Donna Lucrezia, la parente cui era stata affidata la bimba Alamanni, per scovare notizie del signor Giulio e del signor Francesco. E quando la Betta tornava a casa dopo essere stata dalla vedova, Pompeo non la finiva più colle interrogazioni, e si mostrava persino amabile colla moglie; si prendeva il piccino sulle ginocchia e lo faceva trottare per un pezzo, a cavalcioni.
La Betta era tutta consolata e diceva ch'era stata la Madonna che aveva toccato il cuore del su'omo!
Questi, intanto, avea preso l'abitudine di andare a spasso quasi tutte le sere. Girava qua e là, a caso. per vie diverse; ma poi, capitava sempre nelle vicinanze di Piazza dei Mercanti o di Santa Margherita, imboccava il volto dell'Arco Vecchio, e sgattaiolando dalla porta attraversava lesto lesto la corte della sua antica abitazione; infilava di corsa una delle tante scalucce, a quell'ora buie e deserte, e si fermava ansante al terzo piano, dinanzi all'uscio su cui era scritto Mediatore.
—In fin dei conti—pensava Pompeo fra sè ogni volta che ritornava da quelle visite notturne—in fin dei conti io salvo la pelle, e non fo male ad alcuno. Già, i padroni non vorranno essere tanto grulli da tornare a Milano per cader in trappola! D'altronde io non ho mai fatto il rivoluzionario; non ho mai portato coccarde; non sono corso dietro a Garibaldi come quel bestione dello Sbornia!... Se gli altri vogliono tener mano agl'Italiani io credo d'essere libero di parteggiare per i Tedeschi. In fin dei conti è chiaro che le rivoluzioni non si fanno altro che per i signori. Sotto i Tedeschi o sotto gl'Italiani la povera gente farà quaresima allo stesso modo, e in quanto a me dovrò sempre servire, sgobbare e spazzar le scale anche in onore del Popolo Sovrano!... Chè!... chè!... per mio conto, viva l'Austria e il quieto vivere! E poi io non posso scherzare, non posso fare il matto come gli altri. Io ho i miei doveri: sono padre di famiglia!
Con tali ragionamenti Pompeo si metteva in pace la coscienza; ma non potè durarla a lungo.
Un giorno, nel tempo appunto che succedevano que' suoi colloqui segreti con Don Miao, egli se ne stava solo solo in porteria, seduto vicino al fuoco mezzo spento, quando a un tratto si sentì chiamar piano dietro le spalle da una voce che lo fe' trasalire. Si voltò, balzando in piedi, e rimase maravigliato trovandosi dinanzi un contadino lacero, smunto, che lo fissava senza dir motto, come aspettando che lo riconoscesse; ma poi, a poco a poco, alla sua maraviglia si aggiunse un'inquietudine strana, vivissima. Guardando la faccia tutta rasa dello sconosciuto, sentiva come una vaga reminiscenza, poi a poco a poco riconobbe i tratti di persona a lui ben nota. Allora, per un intimo turbamento, non potè più sostenere lo sguardo che lo fissava; abbassò gli occhi e mormorò:
—Mio Dio, il padrone!
Giulio Alamanni (era proprio lui, travestito in quel modo) si pose l'indice della mano sulla bocca, accennando a Pompeo di tacere; poi, guardando in giro con diffidenza:—La Betta—domandò, parlando sempre a bassa voce—è uscita?
—Sì... signor padrone....
—E... starà molto fuori?
—Non so... non credo.
—Allora aprimi subito la porta della scala e fammi passare: che nessuno mi veda!
—Sì... si...gnore....
—E gli altri della casa?
—Le donne sono in chiesa... il cocchiere dev'essere in scuderia.... in corte non c'è anima viva.
—Andiamo... sbrighiamoci!
—Sissignore....
Pompeo, tutto sconvolto, si avviò verso la tavoletta delle chiavi, staccò le due prime che vi erano appese, poi in fretta, seguìto dal padrone, attraversò l'atrio, aprì le imposte a vetri che davano adito alla scala, e quando furon essi dentro tutti e due, tornò a richiuderle con un doppio giro di chiave.
—Ora ci siamo!—esclamò l'Alamanni con un sospirone di sollievo.—È andata meglio che non sperassi. Ma e poi?—soggiunse rivolgendosi a Pompeo.—Se torna tua moglie e non ti trova in porteria?
—Figurerò d'essere salito su per aprir le finestre e dar aria alle sale,—rispose Barbetta sforzando la voce, che non gli voleva uscir chiara dalla gola.
—Hai presa la chiave del quartiere?
—Sì, signor padrone: ho presa la chiave dell'anticamera; tutte le altre son dentro.
Allora Pompeo e l'Alamanni cominciarono a salire le scale.
—C'è stata la polizia a farmi visita, non è vero?
—Una volta, signor padrone,—rispose il portinaio, che si sentì gelare il sangue e salì più in fretta gli scalini, come per sfuggire a quell'interrogazione.
—Avrà messo tutto sossopra?...
—Sissignore; ma non ha trovato nulla.... Almeno così ho sentito dire.
—Lo so, lo so. E la Betta?—continuò l'Alamanni colla sua solita affabilità.
—Benino al solito; grazie, signor padrone.
—Povera figliuola!—e Giulio Alamanni, pensando in quel punto quanto la Betta fosse stata affezionata alla sua Lucia, sospirò profondamente. Frattanto erano giunti nell'anticamera.
—Da che parte, signor padrone?—domandò Pompeo fermandosi nel mezzo, perchè sull'anticamera davano due appartamenti.
—Per di qua:—e l'Alamanni accennò a sinistra.—Aprimi la camera da letto... Di' la verità,—soggiunse poi, notando la confusione e la faccia stralunata del portinaio,—questa mia apparizione ti ha messo in corpo una gran paura?
—No... cioè... temo per lei, signor padrone!... Se mai la polizia venisse a sapere....
—Chi mai potrebbe riconoscermi così trasfigurato? E poi non uscirò certo di casa in tutto il giorno, e stanotte lascierò Milano per sempre.
—E... e il signor Francesco?
—Egli è già in sicuro.
Il portinaio non rispose verbo, ma alzò gli occhi al cielo quasi volesse ringraziare la divina Provvidenza.
Dopo aver attraversata adagio adagio, al buio, una lunga fila di sale grandi e fredde, dove i tappeti ammorzavano anche il rumore dei passi, i due erano entrati in una stanza più rischiarata in cui distinsero subito, come nuvola bianca, l'alcova e i cortinaggi di un letto matrimoniale.
Giulio Alamanni, che si era fatto pallidissimo, ordinò allora a Pompeo di aprire gli scuri delle finestre.
Il portinaio si affrettò a ubbidire. Le finestre prendevano luce dal piccolo giardino della casa e non c'era pericolo che alcuno, di là, potesse spiare nella stanza; ma tuttavia Giulio Alamanni non pensava certo in quel momento alla propria sicurezza; ben altri sentimenti gli agitavano l'animo.
Erano i ricordi più dolci e più dolorosi della sua vita; erano le gioie dell'amore ed era insieme l'ultimo grido di Lucia agonizzante, che si ripercuoteva ancora fra quelle pareti.
Egli era ritornato là dove avea tanto amato e tanto sofferto!... dove la sua Lucia gli aveva dato tutto il suo amore, e dove nell'ultima ora avea risposto con un rantolo ai suoi baci e alle sue carezze.
Ma la morte, col lugubre accompagnamento di lacrime e di disperazione, era passata per quella camera, senza lasciarvi alcuna traccia.... I rosei putti del soffitto danzavano sempre giocondi attorno ad un'Aurora tutta candida e soave nella sua nudità immacolata; e gli stucchi nitidi, e i fregi dorati, e i larghi fiori degli arazzi splendevano al sole, come il primo giorno in cui egli vi era entrato stretto al fianco della sua sposa, che gli sorrideva tremando.
Subito era corso collo sguardo al capezzale dove, sui guanciali affondati, avea veduto per tante ore, quasi immobile, il viso scarno, pallido pallido, di Lucia... ma adesso una ricca coltre di damasco antico dai vivi colori copriva tutto il letto morbido, ravviato che non faceva una grinza.
Sul tavolino accanto, in luogo delle boccette e dei medicamenti, ch'egli guardava in que' giorni con un senso supremo di speranza, si vedeano, disposti in bell'ordine, i gingilli eleganti e le figurine graziose di porcellana.... Tutto, insomma, era stato ripulito, mutato, rimesso a nuovo: e l'Alamanni cercandovi invano una traccia del suo gran dolore, a poco a poco si sentì come un estraneo in casa, in camera sua, quasi al pari che nel suo luogo di esilio.
—No, le cose non hanno lacrime,—mormorò fra sè con profonda angoscia. Ma poi, veduto Pompeo che gli si teneva vicino, umile, col berretto in mano, volle vincere per un nobile sentimento di fierezza la propria commozione; e usò di tutto il suo coraggio per mostrarsi forte, e ricordarsi di ciò per cui era venuto.
Con la voce spezzata dall'affanno ordinò subito al portinaio che accendesse il fuoco nel piccolo caminetto della stanza.
Pompeo era già troppo sbalordito perchè un ordine così inaspettato e, in quel momento, così strano, lo potesse maravigliare. Invece, tutto premuroso, levò il paravento, cercò la legna che trovò subito in un mobiletto di mogano accanto al caminetto, e l'accomodò sugli alari. L'Alamanni, intanto, lo seguiva cogli occhi aspettando impassibile che il fuoco fosse acceso; e poi, quando vide levarsi la fiamma dinanzi a Pompeo che inginocchiato soffiava sotto ai fastelli:—Ora—gli disse—bisogna vedere se ci riesce di staccare un po' quell'armadio dalla parete.
Questa volta Pompeo guardò fisso il padrone: non aveva capito bene che cosa dovesse fare.
L'armadio indicato, grande, pesante, a fregi e intarsiature, sullo stile degli altri mobili della camera, pareva infisso nella parete di faccia al letto e tutto chiuso fra la cornice dell'arazzo.
—Sì, lo potremo smuovere facilmente,—soggiunse l'Alamanni rispondendo alla muta interrogazione di Pompeo; e allora servendosi di una mano sola, che l'altra, la destra, la teneva sempre nascosta sotto la giacca di frustagno, riuscì a staccare dal muro una parte dell'arazzo, mostrando in tal modo che l'armadio vi era appena accostato.
—È forse ferito?—domandò Pompeo al padrone, avendo notato come non si fosse servito altro che della mano sinistra.
—Sì; ma è cosa da nulla.
Pompeo da solo giunse appena con molta fatica a scostare di tanto l'armadio che tra la parte di dietro e il muro potesse penetrare una persona.
—Mi ci vorrebbe un arnese di ferro; un martello, una spranga,—disse l'Alamanni guardando in giro per la stanza. Ma non trovò altro che le molle del caminetto: avevano un manico d'ottone fuso; grosso, massiccio. Le additò a Pompeo e gli diè ordine di battere con quelle, e con tutta forza, sopra un punto dove la parete si vedeva murata di fresco. Il tramezzo cedette subito ai primi colpi, per un largo tratto rettangolare, e dietro apparve agli occhi maravigliati del portinaio una grande cassa di ferro.
—Il pover'uomo che mi aveva murata questa buca, è stato ucciso dai Tedeschi alla barricata di San Celso!—mormorò il proscritto con un sospiro. Poi fatto ritornare il servo ad attizzare il fuoco aprì lo scrigno, mediante una chiave che portava con sè, e ne tolse alcuni fasci di carte che buttò sulla fiamma rimanendo muto, accigliato a vederli bruciare.
—Sai,—disse poi rivolgendosi a Pompeo quando di tutti quei fogli non rimase più altro che un mucchio di cenere nera, a falde, alcune delle quali svolazzavano qua e là su pel camino,—se i Tedeschi fossero riusciti a metter le mani su quelle lettere, c'era tanto da porre in pericolo mezza Milano.
—Ma per fortuna, signor padrone, i poliziotti non sarebbero mai venuti a capo di scoprirle, tanto bene erano nascoste.
—Eh, non si sa mai!... Alle volte si trova la spia dove meno si crederebbe....
Pompeo impallidì, e non potè rispondere altro che qualche parola inintelligibile.
—Ma ad ogni modo,—continuò l'Alamanni,—adesso sono più tranquillo. Anche se fossi preso, avrebbero me solo nelle granfie!
E così dicendo il proscritto si guardava attorno nella camera con un senso profondo di mestizia: pareva chiamasse tutte le memorie di Lucia a testimonio del disgusto e dell'amarezza che sentiva della vita. Però tacque lungamente, ritornato in preda alla più viva commozione. Poi di nuovo, sebben cogli occhi pieni di lacrime, riuscì a vincersi, e rivoltosi daccapo a Pompeo:
—Ora,—gli disse,—scenderai subito in porteria.
—Sì, signor padrone.
—Se la Betta fosse tornata, trova modo di rimandarla via. Non ti mancherà certo qualche scusa, qualche pretesto. Occorre che stia fuori di casa almeno due o tre ore.
—S'ella crede, potrei mandare mia moglie da donna Lucrezia. Così, prima di partire, ella avrebbe anche le notizie della padroncina.
—Oh, l'ho già veduta la mia bimba... povera bimba!
Il Barbetta non fu punto commosso da queste parole, nè dal sospiro con cui furono accompagnate. Invece provò dentro di sè una gran contentezza, accorgendosi di non esser solo a conoscere quel viaggio misterioso del padrone.
—So che ci vai spesso a salutare mia figlia; so che ci va pure anche la Betta, e ve ne ringrazio. Fra qualche giorno, quando mi troverò al sicuro, ho già disposto perchè la bimba venga a raggiungermi con Donna Lucrezia.... Ma, per oggi, è meglio che tua moglie non si faccia vedere da quelle parti. Non mi parrebbe prudente. Si fa presto a ciarlare!
—Come vuole, signor padrone. Allora manderò la Betta dalla lavandaia. Oh, non dubiti! è una buona passeggiata! Sta laggiù, alla Barona, fuori di porta Ticinese.
—Va bene. Appena resti solo, torna su da me. Ti darò una somma di danaro e una mia lettera: porterai l'una e l'altra dal banchiere Nicola Mazza. Sai dove abita, non è vero?
—È quello che ha bottega di cambia-valute sull'angolo di via Orefici?
—Quello, per l'appunto. Egli, poi, ti consegnerà una tratta a mio favore su Londra.
—Sì, signore.
—Intanto io ti preparerò tutta la somma in rotoli di napoleoni d'oro, così ti sarà più agevole il trasportarla. Ma prima è necessario che tu vada dal Mazza per metterti d'accordo con lui circa all'ora e al modo di fargli avere il danaro. Bada che non lo potrai portare tutto in una volta; perciò sarà bene prepararlo, e nasconderlo giù in camera tua finchè sei solo in casa, così la Betta e gli altri non ti vedranno salire e poi riscendere colle tasche gonfie.
—Sì, signore.
—Ci avrai pure qualche ripostiglio sicuro?
—Ho... ho un cassettone che ha una serratura forte,—rispose Pompeo con un tremito strano nella voce e senza guardare in faccia l'Alamanni.
Nicola Mazza, il banchiere sull'angolo di via Orefici, appena sentita l'imbasciata, rispose subito che i danari, per maggior prudenza, bisognava aspettare a trasportarli di notte e... e perciò in tutto quel lunghissimo giorno la grossa somma (cinquanta mila svanziche in tanti rotoli di napoleoni d'oro) rimase nascosta nel cassettone del portinaio.
—Questa volta, se la polizia agguanta il padrone, impiccano anche me!—pensava Pompeo, rannicchiato accanto al fuoco spento col capo fra le mani.
A momenti era assalito da brividi; lo prendeva una smania nervosa, e allora inveiva senza ragione contro la Betta e scapaccionava il povero bambino, che correva a rifugiarsi dietro le sottane della mamma.
—Cinquanta mila lire?!...
Ma non ci voleva pensare a quella somma, e sebbene attratto da una specie di fascino a guardare verso il cassettone, pure rimaneva duro e non si voltava mai da quella parte.
Voleva persuadersi che delle cinquanta mila lire non gliene importava nulla e che le sue inquietudini, le sue incertezze provenivano soltanto dal grave pericolo al quale andava esponendo sè e tutti i suoi. Fosse stato solo, allora avrebbe anche potuto darsi l'aria di un eroe; ma invece, era padre di famiglia, e dovea pensarci due volte prima di fare uno sproposito!... E i danari? E le cinquanta mila lire ch'erano lì nel cassettone?... Chè! Non se ne curava punto! Non erano i danari certamente che avvrebbero potuto indurlo... che avrebbero potuto trascinarlo... Oibò!... Non era sempre stato galantuomo? Anche quando avea dovuto chiuder bottega non avrebbe potuto dichiarare il fallimento e tenersi i quattrini se fosse stato disonesto? Invece avea pagato i suoi creditori fino all'ultimo soldo!... Dunque? Dunque anche adesso non era certo per un po' di danaro che si sentiva turbato. Non ci pensava nemmeno!... Voleva anzi dimenticare che fosse nascosto in camera sua... Aveva ben altro pel capo... Non se ne ricordava già più!... Era la famiglia quella che gli premeva!...—E Pompeo arrivato a questo punto co' suoi pensieri, per convincersi meglio che in ogni caso avrebbe avuto solo di mira il benessere della moglie e del figliuolo suo, fece uno sforzo per rivolgere qualche buona parola alla Betta, e prendendosi il bimbo sulle ginocchia cominciò a farlo trottare:
—Op, là là! op, op, là là!
Ma poi, a poco a poco, tornava cupo e pensieroso: e allora, senza accorgersene, affrettava il su e giù nervoso delle gambe, dimenticando il figliuolo che gli ballonzolava davanti col visino smorto, pieno di lacrime. Ma la Betta, che conosceva l'umore bizzarro del marito, non perdeva di vista il bambino, e appena poteva, fattosi animo, glielo toglieva di mano.
—E se in casa ci fosse nascosto un qualche arnese di polizia?... Allora agguantano il padrone ugualmente, e per giunta mandano anche me sulla forca. Quel balordo non si era fatto vedere da Donna Lucrezia?!... Una fanatica senza giudizio, che non sarebbe stata zitta nemmeno a tagliarle la lingua!
Ma, subito, questo dubbio ch'egli era andato a cercare soltanto per mettersi in pace colla coscienza, lo atterrì.
—Non poteva, proprio per davvero, esserci qualcuno che avesse avuto l'ingiunzione di sorvegliar lui, come lui avea avuto l'ordine di sorvegliare gli altri?
Pompeo fu preso da un brivido, mentre un sudore freddo gli stillava dalla fronte. Si alzò in piedi a un tratto, e si guardò attorno per la camera, come smarrito, respirando con fatica.
—... Sicuro; se in casa ci fosse la spia e avesse già riferito al commissario l'arrivo del padrone?... Sarei bello e spacciato!
Don Miao glielo avea detto chiaro fino dal principio: Badate che se vi si trova in fallo, non vi sarà usata misericordia!
Per Dio! Si trattava di salvar la pelle, altro che la tentazione di una manciata di marenghi!
Ma alla paura di Pompeo, sebben grande e sincera, si mescolava in fondo al cuore, per una contradizione strana, un senso indefinibile di contentezza, una speranza che gli sorrideva nell'avvenire lontano; invano cercava di seppellirla sotto una fitta di pensieri svariati e tormentosi; a ogni poco ritornava a galla riapparendogli più bella e più lusinghiera.
L'immagine terribile del capestro, che lo faceva fremere e tremare, non era forse una valida giustificazione per la sua coscienza?... E parimente, anche dopo, davanti al giudizio, così fallace, della pubblica opinione?... Dopo molti anni, scomparso ogni pericolo, egli avrebbe ritrovato nel cassettone, e con sua grande maraviglia, le cinquanta mila lire, che sotto la minaccia continua della prigione e della forca era naturale, naturalissimo, avesse del tutto dimenticate!...
Ma intanto bisognava risolversi. Allora tornò a sedersi e rimase lungamente colla testa bassa, voltando le spalle al cassettone.
—Povero figliuolo mio, povera moglie mia, se m'impiccassero! Non resterebbe loro altro che morir di fame.... Il signor Giulio in galera; il signor Francesco in esilio; e Donna Lucrezia che si trova al verde.... È un bel matto, del resto, anche il mio padrone!... Dopo rimasto vedovo la vita gli viene a noia, vuol crepare ad ogni costo, si ficca nelle congiure, corre alla guerra e ne fa di tutti i colori senza badare, intanto, a quali pericoli espone un povero cristiano, che è l'unico sostegno della famiglia, e che non ha punta voglia di sentirsi la corda al collo!... Certo il signor Giulio non aveva usata alcuna prudenza. Ci voleva ben altro che i travestimenti per sfuggire alla polizia! Doveva tenersi al largo e non tornare a Milano col rischio di cadere in trappola.... Se i quattrini erano finiti, ebbene, poteva far debiti!... Era vero, per altro, che il signor Giulio correva meno pericoli di suo fratello, il signor Francesco.... Quello sì, se fosse caduto in mano ai Tedeschi, era sicuro di morire sulla forca.... Ma il signor Giulio?... Oibò! Gli avrebbero fatta una paternale e, tutt'al più, lo avrebbero tenuto dentro fin che non gli fosse passato il grillo dell'Italia libera!... Si sapeva bene, che era un poeta, un matto....
—Ed io—continuava a dire Pompeo fra sè—dovrei sfidare la pelle, quando il padrone, a buon conto, non arrischia altro che di metter giudizio?....
—In tal caso,—concluse poi, dopo qualche tempo di profonda meditazione, e senza nemmeno accorgersi che i suoi pensieri ormai gli avevano tolta la mano e correvano tutti là dove lo portava il cuore,—in tal caso, mi terrei io i danari, perchè non venissero confiscati, e li renderei al padrone appena fosse rimesso in libertà.... Certo... certo.... Glieli renderei fino all'ultima svanzica. Sono sempre stato un galantuomo, io!