VI.

La donna avea già scodellata la minestra sul tovagliuolo disteso nel solito cantuccio del deschetto; ma Pompeo, assorto nei suoi pensieri, non si moveva per mettersi a mangiare. Da più di un'ora stava là ritto in piedi, muto, immobile, colla faccia bianca, smorta, e gli occhietti loschi, infossati. Ma anche da quella sua cupa impassibilità, traspariva, a guardarci bene, l'inquietudine, e la lotta interna del suo animo. Le labbra sottili avevano un tremito quasi impercettibile e colle unghie rabbiose si graffiava le mani che teneva incrociate dietro la schiena.

Giulio avea fame, e lo diceva pianino alla mamma, la quale, non arrischiandosi a parlare, moveva però a ogni poco i piatti e le posate di ferro, perchè l'altro dovesse accorgersi che il desinare era pronto.

Ma Pompeo rimaneva impassibile deludendo tutti gli espedienti messi in opera per iscuoterlo. E durò così ancora un buon pezzo, finchè la Betta, pensando che il riso si sciupava, si fe' animo, e a mezza voce, passandogli vicina, lo avvertì che avea messo in tavola.

La povera donna si aspettava certo uno sgarbo un rabbuffo, ma in vece, con grande sua maraviglia, il marito le rispose garbatamente che incominciasse lei a mangiare col bambino.

—Io non ho fame,—aggiunse poi, battendosi forte col pugno sullo stomaco.—Sento ancora il peso delle aringhe e delle cipolle di stamattina... Bisognerà... proverò... a far due passi...—E guardò l'uscio, ma non si mosse.

—Vuoi una scodella di brodo e vino? Ti farà bene se hai un po' d'imbarazzo—suggerì la moglie con sollecitudine.

—No... no... Mi dà disgusto!... Farò due passi... farò due passi—ripetè, e cercò coll'occhio il cappello, guardando ancora verso l'uscio; ma come prima, alla sfuggita, e senza muoversi.

La Betta si rincantucciò nell'angolo della tavola, si fece il segno della croce, e preso il bimbo sulle ginocchia, cominciò a mangiar la minestra adagio adagio, senza più dire una parola, studiandosi di non toccar la scodella col cucchiaio, per non dar molestia al marito.

Questi, dopo un altro poco, si mosse girando lentamente su e giù per la stanza. Poi si fermò dinanzi alla seggiola dov'era il suo cappello. Lo spazzolò ben bene, a lungo, gli lisciò la tesa fregandola contro il gomito, gli aggiustò il nastrino, e in fine se lo cacciò in capo risolutamente con un lattone; ma ancora non ebbe il coraggio di andarsene e tornò daccapo a passeggiare quasi non sapendo trovar la parola solita per dire addio.

—Che ora è?—domandò finalmente, dopo essersi schiarita la voce che gli usciva soffocata dalla strozza, e senza guardare in faccia la Betta.

—Le sei, credo.

—Chè, chè! Ti gira?!... dev'esser molto più tardi....

La Betta non fiatò.

—Saranno almeno le sei e mezzo,—riprese Pompeo dopo una lunga pausa.

Perchè sua moglie non gli diceva lei di uscire, di muoversi, di andare a prendere una boccata d'aria?... Così, da solo, non sapeva risolversi a fare quel primo passo. Aveva bisogno che qualcuno gli desse una spinta.

—Auf, si soffoca qui dentro!

Ma la Betta, cheta cheta, continuava a mangiare col suo bambino, senza dir verbo.

—Perdio! leccate anche i piatti stasera; che non la smettete più?—brontolò alla fine il portinaio, tutto stizzito, per quel silenzio che lo impacciava.

Betta, subito, mise il bimbo in terra, gli pulì la bocca con una cocca del tovagliuolo disteso sul desco, poi cominciò a sparecchiare.

A un tratto dalla chiesa vicina si udì suonare l'Ave Maria.

—Sono le sette,—esclamò Pompeo. L'ora già tarda, e il rintocco delle campane, echeggiando nel cortile e nella stanza gli dette animo e lo fece risolvere. Si avviò prestamente verso la porta; ma poi quando fu nell'andito si fermò di botto preso da una nuova inquietudine.... Se fosse uscita anche la donna per andare in chiesa, chi sarebbe rimasto a far la guardia al cassettone?... Ma in un attimo si rimise in cammino e tirò dritto, contento di poter provare a sè stesso che nel supremo momento non si era dato alcun pensiero del danaro affidatogli.

Quella sera egli non si perdette a girar per le strade. Andò dritto all'Arco Vecchio, e quando fu per infilare la porta della sua antica abitazione, non si voltò neppure, come faceva di solito, per vedere se aveva dietro qualcuno che lo spiasse.

L'enormità del suo delitto, gli aveva messo addosso, nel momento di compierlo, uno sgomento così nuovo e così strano, una agitazione, un orgasmo, da farlo traballare come un ubbriaco. La corte era deserta; ma quelle ombre oscure che Pompeo, senza osare di girar la testa, vedeva colla coda dell'occhio, gli parevan piene di gente che stesse là in agguato per saltargli addosso e pigliarlo alla gola. Ansava nel montar la scala, e sudava, e tremava, ma non si fermò: ormai era troppo tardi.

Quando fu giunto dinanzi alla porta del Mediatore era livido, e mentre picchiava all'uscio adagio adagio, chiudeva gli occhi, e si sentiva girar la testa come se fosse sul punto di buttarsi giù da un precipizio.... Avrebbe voluto esser ancora a casa sua, accanto al fuoco, a riflettere. In quell'attimo rivide la stanzuccia bassa, scura, piena di mobili e di roba.... Rivide pur anco il cassettone, e in mezzo al turbamento, provò un intimo senso di contentezza udendo lo strisciare dei passi di Don Miao, che veniva ad aprire.

Il dato era tratto.

Ritornò a casa prestissimo: aveva le gote accese e appariva così agitato e sconvolto che la Betta gli domandò se si sentiva male.

—No. Ho caldo. Mi sento soffocare.

Si era levato il cappello, ma non trovava dove posarlo, e tornò a cacciarselo in testa; voleva sedersi a tavola, ma non vedeva la seggiola che avea lì davanti. Colla Betta poi, era ancor più trattabile di prima; non si era mai mostrato tanto cortese. Pareva proprio che avesse bisogno di qualcheduno che gli stesse sempre vicino e che gli fosse affezionato. Domandò di Giulio, lo voleva vedere, ma era già a letto. Allora sospirò e giurò a sè stesso che, se non avesse avuto famiglia, non avrebbe fatto quello che avea fatto....—Chè! mai, mai! Se non avesse avuto moglie e figliuolo, sarebbe corso anche lui alla guerra, come lo Sbornia!

Ma si faceva tardi, e bisognava trovare il modo di liberarsi della Betta. Non la voleva presente all'arresto del padrone. Pensò di mandarla a prendere un fiasco di vino in una bettola lontana da casa Alamanni, in via dei Tre Alberghi.

Ma la donna fece la strada in fretta e ritornò più presto di quanto Pompeo avesse pensato.

Essa lo cercò nella prima stanza... non lo vide. Posò il fiasco sulla tavola, prese la candela, e passò nell'altra camera: non v'era nemmeno là. Allora, maravigliata, si mise a chiamare:

—Pompeo! Pompeo!

—Son qui!—rispose una voce bassa, soffocata, dal fondo della camera. La Betta alzò il lume per vedere di dove veniva la voce, e scoprì Pompeo rannicchiato, nascosto fra il letto e la parete.

—Che hai?!... Ti senti male?—domandò spaventata.

—No. Ti aspettava....—e così dicendo Pompeo si alzò in piedi: tremava come una foglia.

—Oh povera me! Tu sei malato!

—No.... no.... Dammi un bicchier di vino.

Ma la Betta non ebbe tempo di passare nell'altra stanza a prendere la bottiglia; un rumore confuso di voci, di passi pesanti, di sciabole e di fucili risuonò a un tratto sotto l'atrio della casa.

—Vergine santa! I gendarmi!...—gridò la Betta nascondendosi il capo fra le mani.

Pompeo non si mosse, non disse verbo; allibì.

Soltanto quando la Betta fece l'atto di uscire le afferrò un braccio e se la tirò vicina, addosso, come se volesse ripararsi dietro a lei.

—Gesummaria, vengono ad arrestarti!—mormorò la povera donna che non sapeva spiegarsi altrimenti il tremito del marito.

No... no.... Li senti?...—rispose Pompeo, e tese l'orecchio con ansia.—Si mettono in ordine.... Vanno via.

I gendarmi si avviarono in fatti verso la porta di strada; ma il cancello sotto l'atrio era chiuso e però dovettero passare per l'andito angusto della porteria.

La Betta, sbigottita, gli vedeva sfilare a due a due dalla finestrina a cristalli in fondo alla camera, quando si spalancò all'improvviso la piccola imposta, sbatacchiata violentemente, e dal breve pertugio si affacciò come spettro, una figura pallida, sbiancata; cercò, fissò Pompeo con due occhi di foco e gli gridò contro, come una maledizione:

Spia!

—Il padrone!—urlò la Betta esterrefatta. Più che al viso, lo avea riconosciuto alla voce.

I gendarmi cacciarono innanzi l'Alamanni col calcio dei fucili; quindi si udì aprire e poi chiudere la porta con gran fracasso.

—Tu.... Sei stato tu, che hai fatto la spia al padrone?!—proruppe la Betta con voce soffocata ma terribile, mentre il passo misurato dei soldati risuonava allontanandosi a poco a poco por la strada.

—Sta zitta.... Sapevano tutto!—rispose Pompeo intimidito, umile dinanzi alla moglie, senza accorgersi che con quelle parole invece di negare, si accusava da sè.

—Tu?!... Tu?!... Spia!... E la padrona... la padrona prima di morire...—Ma la Betta non potè dir altro: cadde giù, bocconi, sulla sponda del letto, scoppiando in gemiti e singhiozzi.

—Calmati... calmati... Sta zitta,—mormorò Pompeo dopo un poco, avvicinandosi, ma senza osare di toccarla.—Calmati.... Sveglierai Giulio... che dorme!

Ma la Betta non lo udiva nemmeno. Continuava a singhiozzare, mentre un tremito convulso di tutta la persona le faceva battere i denti.

In breve le stanzucce dei portinai si empirono di gente. Erano lo persone addette alla casa, che correvano là ansiose di raccogliere informazioni intorno all'arresto del padrone.

—Come mai, e da quando il signor Giulio era ritornato a Milano?... Come aveva fatto per entrare in casa?... Chi lo aveva veduto?... In che modo era stato scoperto dalla polizia?

Ma nessuno sapeva spiegare quell'arcano, e Pompeo pareva più sorpreso di tutti. Parlavano tutti insieme, sommessamente, e chi diceva una cosa, chi un'altra. Le donne si facevano ogni momento il segno della croce e intanto il fiasco di vino, portato dalla Betta, andava in giro rincorando gli afflitti.

A un tratto rimbombò sotto l'atrio un gran colpo: picchiavano alla porta; quelli di dentro ammutolirono e si guardarono in viso spaventati. Poi, come Pompeo non si moveva, il mozzo di stalla, fattosi animo, andò lui ad aprire.

Ma appena visto chi entrava, si sentirono sollevati; era il ragioniere, che dormiva in casa.

Il pover'uomo non sapeva ancora nulla dell'accaduto, e strabiliando si faceva raccontare da tutti, e ripetere quella sola cosa che gli potevano dire; che cioè, il padrone, il signor Giulio, era stato preso dai gendarmi!

Anche lui fece le medesime domande che poco prima avean fatto gli altri. "Come mai il signor Giulio era ritornato a Milano?... Chi lo avea veduto?... In che modo era stato scoperto?..." ma neppur lui ottenne alcuna risposta soddisfacente, e allora raccontò alla sua volta che quella stessa sera la polizia aveva messo dentro anche il banchiere Nicola Mazza, quello sull'angolo di Via Orefici.

—Diavolo! che retata!—esclamò il cocchiere; ma nessuno fiatò, nè proruppe nelle solite invettive contro i Tedeschi.

Tutta quella gente pensava fra sè e sè che lì nella stessa camera, in mezzo a loro, ci poteva essere la spia; ma nessuno avrebbe mai sospettato nemmen per ombra del "signor Pompeo".


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