IX.
Uno o due giorni dopo che il Barbarò aveva "parlato chiaro" alla Balladoro, di mattina prestissimo, Angelica con tutta l'angoscia di una grande inquietudine impressa sul viso, sola sola e quasi al buio, perchè non avea voluto aprire gli scuri nè chiamare la cameriera, stava vestendosi adagio, paurosa di fare il ben che minimo rumore. Nella camera si poteva udire il russare affannoso del marchese Alberto e il respiro tranquillo e sottile come un soffio del piccolo Stefanuccio, che dormivano ancora. E se l'uno o l'altro si moveva appena, Angelica sbarrava gli occhi, e si fermava immobile trattenendo il fiato. Quando finalmente fu vestita un'altra gran paura la colse: l'uscio non era chiuso a chiave; ma se la toppa avesse dato la sveglia?...—Si avvicinò alla porta in punta di piedi, girò la maniglia lentissimamente, ma tuttavia l'uscio nell'aprirsi cigolò un poco. Angelica trasalì; di primo colpo si sentì perduta; ma il marchese non si mosse e Stefanuccio sospirò borbottando; poi subito si voltò e continuò a dormire.
Angelica uscì con prestezza, avvicinò l'imposta senza chiudere la serratura, rimase un pochino in ascolto, poi quando fu sicura del fatto suo attraversò il corridoio, e infilata una scaletta interna scese svelta e leggiera, come se avesse avuto le ali. Giunta al pianterreno, dove già era incominciato l'andirivieni della gente di servizio, si fermò un momento per non destare sospetti, e chiamò la cameriera alla quale diede alcuni ordini concernenti il marchese e Stefanuccio.
—Se si svegliassero prima che io fossi di ritorno e ti domandassero di me, dirai loro che sono andata a passeggiare fino al lago. Ho un'emicrania fortissima.
—In fatti, si vede, signora marchesa. Ha gli occhi lividi e non è mai stata tanto pallida; ma un po' d'aria pura le farà proprio bene.
—E per ciò ho pensato di uscire.
Era la prima volta che Angelica mentiva, pure lo fece naturalmente, senza arrossire, senza nemmeno accorgersene. Finchè aveva resistito e aveva lottato contro l'amore, si era fatta scrupolo di ogni cosa, anche d'un pensiero lontano e innocente; adesso che gli si era appena abbandonata, sia pure con la scusa della prudenza, sia pure col pretesto pietoso di voler sottomettere un povero pazzo alla ragione e impedire una disgrazia, l'amore l'avea già tutta presa; pareva le avesse mutato la mente e l'anima.
Tuttavia, prima di uscire, si fermò ancora dinanzi allo specchio dell'anticamera. Era quello per Angelica il momento più angoscioso e più terribile della vita; quello da cui presentiva che poteva dipendere tutto il suo avvenire, ma pure, anche piena di spavento e di ansietà pensò di voler essere bella. Si ravviò i capelli sulla fronte; si accomodò il fiocco della larga cravatta; indossò una giacchettina di panno celeste che sul corpo attillato del suo abito di cheviot bianco le stava a pennello; prese un grande ombrellino rosso col bastone altissimo.... Dette un'ultima occhiata allo specchio.... Era bella; era in punto.... Allora, mentalmente si raccomandò l'anima a Dio, come se fosse per islanciarsi dall'alto nel vuoto d'un precipizio, ed uscì.
Ma oltrepassato appena il cancello e avviandosi nell'aperta campagna, la quiete silenziosa di quella mattina fresca e nitida le infuse in sull'attimo un nuovo vigore. Respirando, fuori dell'afa opprimente della camera, la brezza mattutina, le parve che il petto le si allargasse e la sollevasse con un libero soffio di vita, onde si sentì come spinta da un impeto di tutto l'essere suo verso la Casina delle Romilie, che era il luogo del ritrovo con Andrea.
Percorso un buon tratto della strada maestra, prese subito per una viottola, fra due siepi di biancospino e di nocciuoli selvatici, umide ancora dalla rugiada; una viottola dritta, lunga, in cui odorava acuta la menta e l'acetosella, e così stretta che rimaneva tutta chiusa dal largo ombrellino rosso e dalla veste bianca della bella mattiniera, la quale si allontanava speditamente col ritmico tic-tac del suo passo uguale e sicuro.
Quando fu presso lo sbocco incontrò un vecchio contadino che si fermò per lasciarla passare:
—Servo, sciurìa!
Angelica rispose affabile al saluto; attraversò la stradetta cui faceva capo la viottolina, e salì per una scorciatoia che, dopo una svolta, calava più ripida fra la festevole varietà degli ameni collicelli, a viti, a olivi, a gelsi, digradanti dolcemente fino alla riva del lago.
In quel punto un raggio di sole, prima debole e sbiadito, poi subito più forte, avvivò con un improvviso risalto di colori tutta la campagna circostante e la distesa del lago azzurrino e le catene bigie de' monti, ancora avvolti da una caligine cinerea, e lo sfondo vasto della pianura e delle colline veronesi come sparenti in una nebbiarella di pulviscoli d'oro. Il verde cupo dei pampani si stendeva con la simmetria dei filari sul verde giallastro dei campi di grano sparsi di margherite e di papaveri sfolgoranti; e la fronda glauca degli oliveti spiccava fra il verde ruggine delle quercie e il verde vivido dei gelsi, mentre le gocciole di rugiada scintillavano come gemme sui rami e sulle foglie.
E pure quell'allegrezza luminosa non rischiarò il viso di Angelica. Il senso di benessere e di gioia che le aveva dato animo, era subito scomparso. La vista del vecchio contadino era bastata per ricordarle a un tratto tutto il mondo che aveva troppo presto dimenticato.
—Se quell'uomo l'avesse seguita?—E non osava voltarsi a guardare.—Se si mettesse dietro a' suoi passi e poi andasse a sparlar di lei?—E il suo occhio non vedeva più altro che l'ignoto pauroso; e Sirmione invano sorrideva al sole fra le onde cristalline; e la grande serenità del cielo non penetrava, non avea più un riflesso nel suo spirito turbato.
Ma soltanto l'espressione del volto, pallido a segno che pareva terreo, tradiva la violenza di quelle sue angosce: camminava sempre spedita e risoluta e scese senza esitare un momento per tutto il ripido e tortuoso sentiero. Se fosse stata certa di essere seguita e spiata, anche se avesse saputo di trovare la morte, e peggio della morte, lo scandalo e l'ignominia dov'era Andrea, essa gli sarebbe andata incontro con la testa in fiamme e col cuore stretto, soffocato, ma senza interrompere d'un punto, o rallentare i suoi passi.
Capiva di non esser più la stessa donna; capiva di essere vinta e trascinata da una possanza nuova, che di minuto in minuto cresceva di forza, ed alla quale non poteva più resistere. Angelica credeva fosse il destino, ed era l'amore.
E per i pericoli stessi che la circondavano, per lo sgomento, per tutte le nuove pene che soffriva essa, inconsciamente, aveva cominciato a vivere con Andrea, solo con Andrea, una vita intima, misteriosa, di terrori e di lacrime, ma tuttavia più palpitante; e appunto quelle pene non lasciavano tempo e modo al rimorso di arrestarla nella corsa precipitosa e vertiginosa; al freddo e acuto rimorso che l'avrebbe presa in quel punto se fosse stata tranquilla e serena, se il colloquio che aveva concesso ad Andrea fosse stato senza pericoli.
Più assai che per le sue gioie, l'amore può sulla donna per quanto la fa soffrire. Come si sente legata al figlio suo perchè le costa lo strazio delle viscere, così lo strazio dell'anima l'avvince sempre più all'uomo che ama.
Discesa ai piedi dell'altura, Angelica s'internò per un'altra stradetta pur chiusa fra due campi di vigneti e presto arrivò in vista della Casina delle Romilie e scorse Andrea che al fruscìo della sua veste era uscito da un cespuglio folto di pruni e che rimaneva immobile ad aspettarla. Allora provò una scossa, un sussulto di tutta la persona; abbassò subito il capo come se avesse avuto gli occhi abbagliati dal sole; ma non potè affrettare il passo, e quando gli fu vicina col viso in fiamme e la voce soffocata mormorò appena:
—Dio, Dio!... Che cosa ho mai fatto!
—Grazie.... È molto buona, lei!—balbettò l'altro pallidissimo.
Ci fu un momento di silenzio. Angelica, ansante, si premeva le mani sul petto come per frenarne l'anelito; Andrea, confuso, intimidito, col cuore che gli batteva tanto forte da serrargli la gola, non era più buono di trovar parola.
—Era molto.... molto tempo che l'aspettavo!—esclamò infine, senza sapere che cosa dicesse.
Angelica gli fu grata di quella commozione, e rimettendosi alquanto gli domandò con un sorriso:
—E forse cominciava a pensare che.... che tardavo un po' troppo, non è vero?
—Oh no, no! L'avrei aspettata, contento, tutta la vita!—rispose il giovane con entusiasmo.
Il dialogo prometteva di riscaldarsi presto e Angelica che per istintiva timidezza voleva ora allontanare più che le fosse possibile il momento delle spiegazioni, quantunque fosse venuta lì con quel solo scopo, finse di non avere inteso le ultime parole di Andrea.
—Com'è bello questo luogo!—esclamò guardandosi attorno maravigliata.
La Casina delle Romilie era posta sul confine di un vasto vigneto che rimaneva un po' in alto sulla strada. Angelica puntò l'ombrellino contro la sponda e appoggiandosi forte salì sul campo, passando a stento per l'apertura della siepe, aiutata da Andrea che avea cura di allontanare da lei i rami e le fronde spinose.
—Com'è bello!—ripetè la marchesa; e una tinta di sangue le colorì le gote più piene, mentre le nari fremevano respirando la brezza odorosa.
Il lago azzurro scintillava fra i pampani e i tralci; e la riviera stendeva al sole i colli verdeggianti, popolati di case rustiche con gli ulivi sopra e d'intorno, e di paeselli e di villaggi, dove spiccavano fra i tetti neri gli antichi castelli diroccati, ma ancora superbi e minacciosi nella loro rigidità.
—Com'è bello!... non è vero?—ripetè per la terza volta Angelica.
—Sì.... proprio.... È una magnifica vista!—rispose l'altro distratto, pensando a quello che voleva dire e al coraggio che gli mancava.
—È strano,—osservò Angelica che cercava tutte lo vie per tenere il discorso su cose indifferenti:—la casina è chiusa!—e colle piccole mani ancora coperte dai guanti, spinse l'uscio vecchio di legno, che resistette fortemente.—È proprio chiusa a chiave!
—Qualche contadino ci avrà nascosto il tesoro.
—Povera gente!...—mormorò Angelica, e a quell'uscio chiuso non ci pensò più.
Non era una casina del resto; ma appena appena un casottino da ragnaia. Quel campo prima di essere coltivato a viti serviva per uccellare alle allodole, e appunto sul tronco delle romilie che circondavano il casotto e gli davano il nome venivano appesi i richiami.
Angelica si era levata di dosso la giacchetta e l'avea buttata sopra una grossa pietra presso la casina, poi, sedendosi, domandò ad Andrea:
—Qui siamo al sicuro, non è vero?
—Lo spero, marchesa.
Rimanevano nascosti dalle romilie ed il vigneto era lontano dalla strada maestra. D'altra parte nessuno avrebbe potuto avvicinarsi senz'esser visto.
—Non ha incontrato gente nel venire?
—No; soltanto qui vicino, quando sono stato in principio alla stradetta, ho veduto un uomo avviarsi verso il vigneto.
—Un contadino?...
—Non mi pareva; ma non l'ho osservato bene.
—Ah mio Dio!... Chi sarà mai?
—Non si spaventi, marchesa. Per non essere scoperto io son ritornato indietro e ho fatto un altro piccolo giro; intanto deve essersi perduto pei campi: è sparito!
—Mio Dio, mio Dio!... Se ci vedesse qualcuno?!...
Andrea non rispose. Stando sempre in piedi, vicino a lei, al suo fianco, si era appoggiato col braccio al muricciuolo, e la guardava.
Angelica sentiva oramai che non poteva tardar più oltre a spiegarsi. Stava a capo basso, muta, impacciata, non osando alzar gli occhi mentre continuava colle dita nervose a fare scattare l'elastico dell'ombrellino chiuso.
—Intanto, marchesa, colle sue paure.... non mi ha stretta ancora la mano....
Angelica alzò gli occhi un momento, e lo guardò; poi, riabbassando il capo, cavò fuori dal guanto, che avea già sbottonato, la manina bianca e morbida e la stese ad Andrea che la strinse lungamente, appassionatamente.
In quel punto una cingallegra diè un trillo improvviso e volò dalla siepe sulle romilie dove rimase saltellando fra i rami e cinguettando.
Adesso Andrea Martinengo non tremava più, non cercava più le parole; ma invece parlava commosso, accalorato, animandosi in viso, mentre Angelica tremava e sospirava col petto che le balzava sempre più forte e arrossiva, poi impallidiva, poi arrossiva di nuovo, tutta presa da un languore dolcissimo che le toglieva la forza di muoversi e di rispondere.
Che cosa le diceva Andrea?... Tutto ciò che già le aveva scritto nelle sue lettere.... che era sempre stato infelice, che l'aveva sempre amata, che l'amava e che l'avrebbe amata sempre!... Ch'essa, per lui, era più dell'amore; era la fede nel buono, era la fede dell'anima e che, in fine, non riamato, ma respinto, la vita gli riusciva uggiosa, inutile, insopportabile e che voleva morire.
Angelica a poco a poco cessò dal tremare e dall'arrossire. Era ancora pallida e palpitante, ma risoluta, e tratto tratto alzava, per guardare in viso al giovane, gli occhi dolcissimi, esprimenti a volte un rimprovero, a volte una preghiera.
Andrea parlava sempre.... e quelle sue parole calde, appassionate suscitavano in lei pensieri e sentimenti e sensazioni nuove, mutando per essa tutto il mondo da come lo avea veduto fino allora; tutte le cose da come fino allora le aveva giudicate; tutto scolorendo, tutto confondendo innanzi a lei, che non sentiva più altro che l'incanto di quella voce morbida, insinuante, più altro che quel languore profondo dell'anima e dei sensi. Allora obliandosi, ed obliando ch'essa era venuta a quel ritrovo per combattere la passione di Andrea e porre un termine al suo amore, di tante cose che avea avuto in mente gli disse soltanto quello che aveva nel cuore: che non dovea morire; che non avea diritto di morire; che lei non voleva!
—Ma se ormai le sono indifferente, se non mi può più voler bene, mi lasci almeno finirla.... finirla una volta per sempre!
—No, no; mi deve risparmiare un così grande rimorso.
—Rimorso?... Sempre il rimorso; non altro che il rimorso!—E Andrea sentì un impeto d'ira, che non riuscì interamente a frenare.
—Sì, e.... e insieme col rimorso anche un gran dolore!
—Oh! Non mi parli de' suoi dolori, lei che ha la pace, lei che è felice!—proruppe ancora il Martinengo con un sorriso d'ironia amara.—Rimorso sì, lo capisco; ne deve.... ne dovrebbe sentire un poco; ma dolore?!... No, con me, non ne parli mai; non ne ha diritto!
—Sì, sì, sì!... Dolore.... molto dolore!—rispose Angelica crucciata, disegnando nervosamente lunghe strisce sulla terra umidiccia colla punta dell'ombrellino.
—Allora.... allora devo ringraziarla della sua compassione.... della compassione ch'ella sente per me!
All'ira era subentrata una grande tristezza, e la voce del giovanotto si era fatta tremante. Egli non guardò più la marchesa, poi, a un tratto, voltò la testa dall'altra parte. Angelica, allungando la mano, gli toccò un braccio e, premendolo con dolce violenza, lo costrinse a guardarla, sicchè vedesse che anche i suoi occhi erano pieni di lacrime.
—Morrei.... anch'io, sa?—e non disse più altro. Abbassò il capo di nuovo, e ricominciò a fare i suoi disegni coll'ombrellino, ma ora più lentamente.
La cingallegra, cantando, era discesa fino all'ultimo ramoscello della romilia, e di là era volata sulla siepe. Si vedeva saltellare e beccare sbattendo le alette, vispa e sicura.
Andrea avea presa la manina bianca di Angelica, e la stringeva amorosamente; essa, sempre colla testa china, sospirava senza parlare.
—Allora posso.... mi lascia vivere ancora.... per lei?
La marchesa non rispose subito altro che con un fremito che il giovanotto sentì dalla mano, e allora stringendola ancora più forte, rinnovò la sua domanda, ma con un'espressione intensa di preghiera nella voce commossa:
—Mi lascia vivere.... per lei?
Angelica lo fissò un attimo, poi chinò gli occhi e rispose con un singulto, fra le parole spezzate:
—Senza.... più.... cercare.... di vedermi?
—Se vorrà, proprio.... senza più vederla....
—Me lo promette?
—Lo prometto.... Saprò che lei mi vuol.... che lei penserà a me qualche volta e....
—Sempre!—interruppe Angelica con un filo di voce che pareva un sospiro.
—....e sentirò di vivere per lei e vivrò con lei anche non vedendola, anche da lontano!
—Oh sì, sì!—esclamò la buona e ingenua creatura, con tutto l'entusiasmo del cuore che le traspariva dagli occhi scintillanti.—E lei, allora, mi promette di vivere e di perdonarmi?
—Sì, Angelica.
Essa lo guardò lungamente e gli sorrise sicura, senza più arrossire. In quel punto pensò che avea fatto bene a concedere il colloquio ad Andrea. Aveva ottenuto il suo intento. Gli aveva ridata la pace, la calma.... E non sapeva ch'era lei adesso, che la calma e la pace le perdeva per sempre.
Angelica, in compenso della leale promessa di Andrea, gli confidò quanto già egli aveva udito dalla contessa Fanti.
Ma della sua infelicità non incolpò nessuno; nè il babbo, nè Alberto. Anzi, quest'ultimo volle scusarlo, dicendo che erano ambedue così diversi d'indole e di carattere, che non si potevano intendere, e che suo marito era stato pure sacrificato quando gliel'avevano fatta sposare e che, adesso, se qualche volta sembrava ingiusto e la faceva soffrire non era proprio per cattivo animo, ma perchè era ammalato, molto ammalato. Ma a questo punto le passò in mente, e le scese fredda nel cuore, l'insinuazione che, quasi sotto forma d'augurio, le era stata fatta dalla Balladoro e, alzandosi di scatto:
—Mi deve giurare—esclamò con una viva espressione di angoscia e quasi di terrore—mi deve giurare che.... che non sarà mai indotto a desiderare la.... il male di qualcun altro....
—Lo giuro,—rispose Andrea, non senza arrossire un poco.—Lo giuro per tutto il bene che le voglio!
Poi, quando la marchesa si fu di nuovo seduta, egli, che le era sempre vicino, al suo fianco, appoggiato al muricciuolo della casuccia, le domandò piano:
—E lei.... non mi promette, non vuol dirmi nulla?
Angelica chinò il viso e tutta la persona, e anche più in fretta di prima ricominciò a far rabeschi in terra coll'ombrellino.
—Non vuol dirmi nulla?
Angelica, quasi istintivamente, gli rispose con una rapida occhiata: fu un lampo che le illuminò il viso e diceva tutto.
—Dunque?—insistè l'altro per ottenere proprio una promessa precisa.—Dunque?
Angelica guardò di nuovo Andrea, ma lungamente questa volta, e leggendogli negli occhi ciò che le domandava, ciò di cui la supplicava, arrossendo e sorridendo, rispose appena con un filo di voce:—Sì.... un poco....—e disse queste semplici parole così dolcemente, così teneramente che Andrea ne sentì l'impressione come d'un soffio, come d'una carezza. Commosso, pallidissimo e tremando alla sua volta, le prese daccapo una mano, poi l'altra, e a un tratto, sollevò Angelica come per attirarsela sul petto anelante; ma in quel punto sentì le mani, il braccio di lei irrigidirsi, mentre i begli occhi lo fissavano attoniti con un'espressione indefinibile di sgomento e di dolore.
—Perdono, marchesa,—balbettò,—perdono, non a me, ma al mio cuore....
Angelica non rispose, tornò a sorridergli affabilmente, e prese fra le sue mani piccole e delicate le mani forti di Andrea, le accarezzò colla guancia infocata.
—Sempre.... sempre la bimba, la mia bimba cara e adorata di sedici anni!—esclamò il Martinengo intenerito.
—No, non ero più la stessa!... È lei che mi ha fatto ritornare come allora!... Ho tanto bisogno di credere in lei, e di poter pensare a lei, senza dover arrossire, proprio come al mio ideale alto e puro. Sono parole sue; le ricorda? Le ha scritte in una lettera cattiva, ma che io le perdono, le ho perdonato, appunto per queste parole, le sole buone.... ma tanto, tanto buone!... Oh davvero, fossi ancora una bambina; fossi padrona di me! Adesso sì, mi sentirei la forza, il coraggio di lottare!... Ma ciò di cui posso disporre, ciò che è ancora mio.... l'anima.... gliela dò intera!...—E Angelica strinse la mano di Andrea con uno slancio vivo di passione; poi, subito, si fe' muta e lo fissò di nuovo cogli occhi smarriti.
—Che ha?... A che pensa adesso?...
—A.... a nulla.
—No, no, non è vero!... Mi dica; la prego, la supplico, mi dica tutto: voglio saperlo.
—Penso... che nemmeno dell'anima non ho il diritto di disporre!—rispose infine Angelica con voce fioca e colle parole rotte da un singhiozzo che si sforzava di soffocare.—No, nemmeno dell'anima!
—Perchè, Angelica?
—Perchè.... perchè ho un figliuolo, e la mia anima è sua: gli appartiene. E pure, che vuole?... Questi due sentimenti così opposti, dei quali l'uno è santo e l'altro.... oh l'altro no, Andrea! questi due affetti che dovrebbero essere in urto fra loro, si confondono invece nel mio cuore, e si dividono ogni mio pensiero. Ma tuttavia non mendico scuse, nè voglio farmi illusioni. Sentendo così, e parlando a lei così so di esser molto colpevole. So che uno solo di questi due affetti avrebbe dovuto bastarmi; avrebbe dovuto infondermi tutta la forza, tutto il coraggio di vivere, e che è per colpa mia, solo per colpa mia, e non d'altri, se l'affetto del mio figliuolo non basta per rendermi felice, non basta per rendermi sopportabile l'esistenza.
—Non dica così,—interruppe Andrea vivamente,—non confonda la rettorica colla realtà della vita!
—Non confondo, no; ragiono bene,—continuò Angelica; e nella sua voce limpida, melodiosa traspariva un'amarezza profonda.—Tutte queste cose me le son dette e ripetute le mille volte, e le sentivo giuste e vere nella mia coscienza quando credevo di poter esser più forte contro di lei; e adesso mi turbano ancora, come un rimprovero e.... e lei stesso, vede, in questo punto pensa, cerca qualche argomento a mia difesa; ma onesto e leale, neppur lei non può, non sa trovar nulla!
—No, non è vero; non dica così!—ripetè Andrea un po' sconcertato.
—Vede, vede, che non c'è scuse per me?
—No, non è vero!—ripetè ancora Andrea accalorandosi—non è vero, perchè il mio cuore non solo la difende e la giustifica, ma l'onora e l'ammira!
—Il suo cuore, solamente il suo cuore,—balbettò Angelica tristamente,—ma il giorno che il suo cuore fosse muto per me....
—Ciò non sarà mai!
—Mio Dio, che non sia mai davvero,—interruppe la marchesa con un sospiro,—perchè il giorno che non mi volesse un po' di bene, non mi stimerebbe nemmeno più!
—Queste ch'ella dice sono tutte eresie!—esclamò Andrea, il quale, scosso per un momento dalle parole della marchesa, tornava alle esaltazioni dell'amore.—Sono tutte eresie; e se mi manca la eloquenza per ribattere le sue accuse, non vuol dire che mi manchino anche le ragioni. Lei ha più ingegno, molto più ingegno di me, e però mi confonde, mi sbalordisce, anche quando non riesce a convincermi. Io sento che esagera molto i suoi scrupoli; io sento che ha torto quando parla di rimorsi perchè noi non ci rivedremo più; perchè il suo cuore me l'aveva già dato quando era padrona di disporne; perchè l'hanno ingannata e sacrificata!
—Ma dice anche lei che ci vorrebbe eloquenza per difendere la mia causa,—ribattè la marchesa con un'ostinazione che turbava il Martinengo.—Dice anche lei che non mi può servire la franchezza del soldato, ma che ci vorrebbero invece i sofismi del causidico.... No, non si arrabbi,—soggiunse poi, vedendo che l'altro non poteva trattenere un moto d'impazienza,—so che faccio male a dirle queste cose. Quando si sentono dentro di sè, e non si ha poi la forza di fare quel che si dovrebbe, il parlarne è peggio, perchè non si riesce ad altro che a provare la propria debolezza. Ma, per quanto ci pensi, non saprei dire quando ho cominciato a essere debole, a transigere, a cedere. Ecco, questo non so; e questo solo è forse un po' la mia scusa. Venendo qui non intendevo certamente di accondiscendere a un suo desiderio; credevo, m'imaginava di compiere un dovere. A malincuore ho risposto alla sua prima lettera, e ho risposto soltanto perchè così mi consigliava la prudenza. Non le ho scritto intenerita dalle sue preghiere e dalle sue lacrime, ma solo spaventata dalle sue minacce.
—Non per altro, proprio?
—No, non per altro!—rispose Angelica con più forza.—Non posso ricordare in che modo, come, quando, ha cominciato questo strano mutamento del mio cuore.... e anche un po' della mia testa. Ieri sera ancora tremavo tanto all'idea di dovere venir qui; era tale il mio orgasmo, che non mi sarebbe stato possibile di calmarmi per interrogare me stessa, nè per riflettere se facevo bene o male. Questa notte non ho potuto chiudere occhio; ero agitata, convulsa per lo spavento, per l'angoscia di ciò che stavo per fare: tremavo di essere scoperta, eppure sono venuta!... Ma, sa, credevo proprio di venire, di dover venire, per pregarla e anche per imporle di non pensare più a me, di dimenticarmi.... e invece....
La poveretta s'interruppe, le lacrime la soffocavano, e allora premendo il fazzoletto sugli occhi non potè più frenarsi, e cominciò a singhiozzare.
Andrea, commosso, ma dolcemente commosso, cercava di riprenderle la mano per vedere gli occhi cari che piangevano per lui, e:
—Quanti che si credono onesti e forti—esclamò—solamente perchè sono felici, non valgono, con tutta la loro facile virtù, una sola di queste sue lacrime!...
Intanto la cingallegra continuava a saltellare sui ramoscelli alti della siepe, ma non cantava più. Pareva volesse sentire anch'essa ciò che diceva il bel giovane bruno colla bella signora bionda.
—Pensi a questo, marchesa, che volendomi un po' di bene fa un'opera buona.
—Un'opera buona?—domandò Angelica, maravigliata, alzando il visetto incantevole ancora tutto rosso e sparso di lacrime.
—Sì, un'opera buona,—ripetè Andrea accarezzadole le mani che teneva unite fra le sue.—Ero scettico, sfiduciato, e lei mi ha ridata la fede: la fede nel dolore e nell'amore.—Ero misantropo e tristo, e lei ha ridestato in me la soave poesia della vita. Il mio cuore arido non aveva più palpiti, ed ora senta, senta, marchesa, come batte forte sotto la sua mano!... Pensi che la mia anima è sua; e pensi ch'ella potrebbe farne anche l'anima d'un dannato! Io per me, per sola forza mia, non sono nulla, nè posso essere nulla. È lei, sempre lei, che mi fa e mi rifà come vuole. Ero cattivo perchè lei mi aveva fatto cattivo col suo abbandono; adesso ritorno buono perchè lei mi vuol bene ancora. E così sarà sempre; sempre così!... Una madre dà la vita materiale, la donna che ci vuol bene, creda, marchesa Angelica, ci ridà anche la vita dello spirito; e però non soltanto il nostro cuore, ma anche la nostra coscienza è nelle sue mani. Pensi che per cagion sua, un giorno, ho maledetto ogni cosa del mondo; pensi che non volevo più vivere.... ed oggi invece, sempre per lei e solamente per lei, ho cara l'esistenza, e trovo il mio primo giorno di felicità. Sì, è proprio vero. Quantunque sia questo il momento in cui dobbiamo dirci addio e, chi sa, forse per sempre, pure è il momento più felice, creda, marchesa Angelica, il solo veramente felice di tutta la mia vita!
Più che ascoltare le parole di Andrea, Angelica le aspirava coll'anima ammaliata, e le sentiva scendere nel profondo del cuore e diffondersi per tutto l'essere suo, soavi, benefiche; poi dopo un lungo silenzio a cui si era abbandonata, vinta da quel rapimento, mormorò con l'amore che le prorompeva dagli occhi, e le scoloriva le labbra e le gote:
—Anch'io, sa, ad onta delle mie lacrime e dei miei rimorsi.... perchè non dovrei dirlo? è la verità.... ad onta anche de' miei rimorsi, sento che è questo il primo giorno, il primo momento in cui sono felice!
Il sole alto oramai cominciava a dardeggiare. Montebaldo nell'orizzonte lontano non era più avvolto dalla caligine vaporosa, nè la cima superba si perdeva dentro un velo bigio di nubi, ma appariva chiara e nitida nel sereno profondo. Manerba distesa ai piè della rocca odorante di muschio, dove ancora vagano i canti di Catullo fra il sussurro del vento che le porta tepido un profumo di cedri; Manerba, con la sua candida chiesa, splendeva di luce viva; e dall'azzurro cristallino delle acque, dov'è più verde e amena la riviera, sorgeva Moniga, romanticamente leggiadra fra la sollazzevole allegria dei vigneti, ergendo in mezzo al cielo turchino la torre bianca del castello feudale.
Bisognava scambiarsi gli ultimi saluti; bisognava separarsi per sempre. Tuttavia anche nel momento del doloroso distacco il viso di Angelica esprimeva, pur fra le lacrime, una vivezza insolita; pareva che un raggio di quel bel sole le fosse sceso nel cuore.
Non si sarebbero riveduti più, ma promisero di scriversi. E allora, in quell'ultimo istante, uniti dal comune dolore, si abbandonarono alla più dolce intimità, e combinarono insieme i loro disegni. Come, dove, quando avrebbero dovuto scrivere per essere più sicuri?
Angelica raccomandò al Martinengo di spedire sempre le lettere a Padenghe, dirette alla Balladoro.
—Ma saremo poi sicuri veramente con questa signora?—domandò Andrea.
—Spero; spero di sì,—rispose la marchesa.—Non avrebbe nessun motivo per tradirmi, per farmi del male. In ogni modo bisogna rassegnarci. Se mi vuol scrivere non c'è altra via. Mandare le lettere a me direttamente è impossibile; io non potrei, neppur per sogno, andare a prenderle alla posta, e non ho un'altra persona di cui potermi fidare. Poi Donna Lucrezia è una chiacchierona, un po' frivola, un po' leggera, ma ha molto cuore, e a me ha dimostrata sempre una grande affezione. Di più è stata lei la prima ad offrirsi e, capirà, anche questa è una prova di amicizia, e mi ha risparmiato una gran pena.... Io certo non mi sarei sentito il coraggio di confidarmi per la prima, e di pregarla di farmi un simile favore....
Andrea si mostrò pago di queste ragioni. Egli, d'altra parte, se aveva maggior esperienza del mondo e se non si abbandonava ciecamente alla fiducia di Angelica, non conosceva punto Donna Lucrezia, nè poteva avere alcun sospetto.
Bisognava proprio partire. Ancora una stretta di mano, ancora un addio, una preghiera rotta dalla commozione, e poi.... non rivedersi più!
—Ma se proprio avremo la guerra, e....
—Morrei anch'io!—rispose Angelica, che avea indovinato, con una stretta al cuore, il pensiero di Andrea.
Poco dopo che la marchesa e il Martinengo si erano allontanati dalla Casina delle Romilie l'uscio si aprì pian pianino, e il signor Pompeo mise fuori la testa. Alzò la faccia, ancora verde di bile, girò attorno gli occhietti loschi, spiando se più nessuno non lo poteva vedere, poi rassicurato uscì dal casottino, e si avviò difilato verso Villagardiana.
—Ah! ah!—mormorò fra sè, stirando le labbra con un ghigno sinistro—è il tuo primo giorno di felicità?... Aspetta stasera a dirlo, ipocrita, sfacciata!... Si fa presto a essere forti, e a giurare di non più rivedersi, quando si ha nel cuore la bella speranza che crepi presto chi ci è d'incomodo!
Appena il signor Pompeo era uscito dalla casina la cingallegra con uno strido era fuggita via spaventata, fendendo l'aria, pei campi lontani.