VIII.
Andrea aveva scritto alla marchesa senza riflettere, senza nemmeno pensarci; come un matto che si taglia la gola perchè si sente soffocare; eppure (il caso aiuta spesso gli innamorati) non avrebbe potuto scegliere un momento più propizio.
Angelica era sempre stata infelice, ma adesso per di più era stanca, abbattuta e sconfortata. Sino dal tempo della sua catastrofe infantile essa aveva sofferto col primo dolore anche il primo disinganno. Scemato lo sbigottimento subitaneo da cui era stata colta, indovinò presto che suo padre, creduto da lei sempre giusto, per quanto si mostrasse severo e inflessibile, non si era fatto scrupolo di sopraffare la sua inesperienza e di accrescere il suo terrore per sacrificarla, con un matrimonio forzato, a' propri desideri e a' propri interessi. No, no; nè la lettera, nè il suo affetto per Andrea erano di tal natura certamente da giustificare la gran collera paterna, nè da portare il disonore in famiglia; e per ciò, mentre la figura austera del conte Prampero scadeva di autorità, mentre capiva di essere stata ingannata da chi aveva il supremo dovere di proteggerla e di consolarla, sentiva pure che la disperazione e la collera di Andrea dovevano essere tanto più grandi quanto più la sua condotta gli dovea sembrare perfida, senza nemmeno una scusa!... Ma ormai la promessa era stata data; tornare indietro non si poteva e Andrea.... oh, Andrea si era rassegnato senza un lamento, senza un rimprovero!... Andrea, che avrebbe avuto il diritto di maledirla, di ucciderla anche in un impeto di dolore, Andrea non si era fatto più vivo!... Allora ella credette a chi le andava mormorando, per consolarla, che il Martinengo aveva solo fatto per chiasso, che quella sua passioncella non era stata altro che una romanticheria, una fanciullaggine; ma credendo tutto ciò, il bel sole della sua giovinezza si oscurava.... l'anima pativa l'uggia e il freddo. E quando i soliti pietosi le riferirono le avventure clamorose del galante ufficiale, il disinganno si fece più amaro e pensò che tutti gli uomini erano senza poesia e senza cuore. Di uomini veramente essa non conosceva altri che il marchese di Collalto, il quale dopo pochi mesi di matrimonio l'aveva lasciata sola, per seguire una donna-volante nelle sue peregrinazioni; ma appunto per ciò tutte le leggerezze e le colpe del marito essa le attribuiva pure ad Andrea, coll'aggravante, per quest'ultimo, di averla illusa e ingannata.
No, no; nemmeno Andrea era migliore degli altri. Nemmeno Andrea aveva indovinato il suo dolore immenso, il suo grande sacrificio! Egli si era subito consolato; l'aveva subito dimenticata.... Ma pure, in que' primi tempi, non rimase a lungo così triste e sfiduciata. Angelica ebbe presto un bambino, e allora ritornò la vita a sorriderle piena di speranze e di affetti; allora il sogno della vergine non fu più rimpianto perchè la madre aveva pure sogni nuovi e dolcissimi.... Allora la tenerezza del suo cuore, la poesia appassionata della sua anima ritrovarono la via per espandersi, e si volsero ad un nuovo culto.
Angelica si rinchiuse nella sua casa in cui adesso non si sentiva più sola; nella sua casa in cui era libera e signora, perchè dopo il primo abbandono del marito non c'erano state scene nè rimproveri; soltanto essa gli avea fatto intendere, risolutamente, che non voleva aver nulla in comune colle donne più o meno volanti, e che per ciò egli non avrebbe più avuto in lei altro che un'amica sincera e devota, altro che la madre del loro figliuolo.
E per alcuni anni la vita di Angelica, se non del tutto felice, pure scorse tranquilla. Essa divideva le ore fra le cure dedicate al piccolo Stefanuccio e gli studi prediletti. Nella musica trovava un grande sollievo e pareva sfogare la sua melanconia sentimentale. Spesse volte, dopo un notturno o una romanza di Chopin o di Schuman, si alzava dal pianoforte anelante, abbattuta, colle guance pallide, rigate di lacrime. Victor Hugo, Leopardi, Alfredo de Musset erano i suoi poeti favoriti. I dolori di Esmeralda, gli amori di Cosette e di Marius avevano un'eco nel suo cuore, e rimaneva triste per la tristezza di Rolla e di Don Paez. Ma più profondamente sentiva la melanconia amara del Leopardi, e nel piccolo volumetto che portava sempre con sè, la Ginestra, Consalvo, le Ricordanze, il Canto del Pastore, erano piene zeppe di segni e postille.
Ma dopo quei primi anni non potè più ricorrere per isvagarsi e per confortarsi altro che a questi amici del suo spirito. Dal piccolo Stefanuccio aspettava invano un ricambio di tenerezza sentita, di effusioni gentili. Egli cresceva arido di cuore, irascibile, caparbio e.... E passato ancora qualche tempo, a turbarle del tutto la pace, a renderle più amara l'esistenza, incominciarono le smanie del marchese Alberto.
Allora anche la casa che era stata il suo nido gradito, il suo rifugio, le diventò insopportabile come una prigione, e l'anima offesa, soffocata anelava di uscire, di fuggire in traccia di un aere più puro, di volare in alto, nel sereno, nella luce.
Ora appunto, mentre si sentiva fremere nel cuore l'impeto sordo della ribellione, le giunse inaspettata la lettera di Andrea; quella lettera che le svelava a un tratto quanto ella fosse stata ingiusta nelle sue accuse e come Andrea l'avesse sempre amata; quella lettera in cui sentiva parlare per la prima volta di un ideale alto e puro; quella lettera infine che faceva risorgere, e risorgere più nobile e più forte per l'eroismo stesso del lungo silenzio, il primo amore, l'unico amore della sua vita.
Angelica aveva abbruciato subito la lettera di Andrea, ma intanto ogni parola le era penetrata nell'anima per non uscirne mai più. E quando essa si sentiva oppressa e avvilita, il suo pensiero ritornava involontariamente a quell'amore così soave e rispettoso; e un giorno finì col credere, la povera illusa, che dopo aver tutto sacrificato al dovere, e la vita e la felicità e la pace, potesse ancora disporre del suo cuore, e la preghiera di Andrea la trovò scossa, debole, senza difesa....
Pure Angelica prometteva fermamente a sè stessa di perseverare nel silenzio e di non rispondere. Ma ogni giorno la sua vita diventava più penosa, e ci fu un momento in cui lo sdegno e il ribrezzo le fecero apparire quasi come una redenzione, la redenzione della sua dignità e della sua verecondia, quell'ideale alto e puro, quell'altro amore, che quando aveva lo spirito tranquillo e la pace nel cuore, le sembrava una colpa.
Poi insieme allo sconforto e allo sgomento, cominciarono anche le insidie profonde della pietà: "Per lei, per lei sola, egli era tanto infelice. Essa lo aveva tradito e lui l'amava sempre!... E se" pensava Angelica "ostinandomi nel rifiuto di rivederlo per una volta soltanto—l'ultima—la suprema—lo dovessi proprio spingere ad un atto disperato?" E con un fremito dell'anima atterrita ripeteva a sè stessa le ultime parole della lettera di Andrea: "voglio rivederla ancora prima della guerra; prima di farmi ammazzare!..."
—Dio mio, Dio mio! Bisogna salvarlo! Devo salvarlo! Sì, Sì. Devo salvarlo a costo della mia vita! Devo salvarlo!
Allora si confortò pensando che il buon Dio le leggeva nel cuore; il buon Dio che le aveva inspirato quel sentimento di pietà!
Dunque, che cosa doveva fare?... Rispondergli?... Calmarlo? Salvarlo dalla disperazione?... Sì, doveva salvarlo: essa non faceva nulla di male; non correva alcun pericolo; era sicura della propria forza e della lealtà di Andrea. E così in un contrasto atroce, fra i turbamenti, gli sconforti e le ribellioni di tutto l'essere suo, anche la coscienza della poveretta si oscurava, non distingueva più nettamente il bene dal male, tentennava angosciosa fra il dubbio e il dolore e, sola sola, pensava a chi mai avrebbe potuto rivolgersi per aiuto, per consiglio, quando la sorte la fece imbattere in chi proprio non era al caso di guidarla bene; in Donna Lucrezia.
La Balladoro, che si trovava d'incanto a Villagardiana, non aveva altro che il timore di doversene ritornar presto al suo salotto giallo così pieno di pataconi e di raffreddori. Mangiava benone; si trovava "nell'ambiente vero del suo sangue," ed era servita appuntino, così che al paragone trovava quella tartaruga della Filomena troppo insufficiente, e diceva a tutti di volerla pensionare. E oltre questi vantaggi Donna Lucrezia aveva poi anche il cuore pienamente soddisfatto. Lo Zodenigo, che si faceva sempre chiamare professore quantunque avesse abbandonato l'insegnamento per il giornalismo, e che faceva frequenti giterelle al confine per attinger notizie intorno ai preparativi della guerra, invitato dal Barbarò si recava pure a Villagardiana. E durante le sue visite Donna Lucrezia poteva godersela a beneplacito, sicura che la Rosetta non gli si metteva alla posta sulle scale.
Gli anni passavano, ma il cuore e il naso di Donna Lucrezia erano sempre giovanilmente infiammati, e quantunque il suo Eugenio le avesse dichiarato esplicitamente che aborriva la matecia e che l'amoce non doveva essere altro che spiito e contemplazione, essa, innamorata, soffriva sempre il travaglio di una grande gelosia.
—Spirito! Contemplazione! Va benissimo; tuttavia certe volte, se non aveste voi per parte vostra molto giudizio, in quanto a me mi sentirei lì lì per commettere un grossissimo spropositon. E allora penso, Eugenio, che quella vanesia analfabeta ha in suo favore, se non altro, la bellezza dell'asino e.... No, no, Eugenio, dite di no, perchè sarebbe la mia morte!
Eugenio diceva di no, e assicurava la Balladoro che dal giorno della sua partenza da Milano egli non avea più messo i piedi in Via della Spiga.
A Villagardiana dunque c'era il benessere unito colla gioia del cuore. Peccato di non poterci rimanere tutta la vita!
Di tanto in tanto, quando vedeva il marchese Alberto di buon umore, Donna Lucrezia, sospirando, cominciava a dire che bisognava risolversi e che l'ora della partenza si avvicinava; non già perchè a Milano ci avesse affari urgenti, ma perchè la sua delicatezza le gridava ogni momento:—Parti, parti, Lucrezia, e non abusare!
—Sono stata anche troppo indiscreta, ma già è il mio solito difetto quello di essere debole di cuore, e alle vostre preghiere non so proprio resistere; tanto più che vedo quella cara gioia della mia Mary rifiorire ogni giorno fra queste aure balsamiche!...
Ma presto la scusa della Mary non le potè più servire.
—Se tu hai proprio risoluto di voler ritornare a Milano, le disse un giorno la marchesa, ricordati bene che la Mary deve restar qui con noi. Oltre a essermi cara, quella buona ragazza è per me un aiuto troppo necessario finchè Alberto ha bisogno di continue cure e di assistenza!
—Ho capito—pensò allora Donna Lucrezia—ho capito,—e cercò ogni via per rendersi utile alla sua volta.
Cominciò a voler leggere lei i giornali al marchese Alberto, e ogni poco aveva qualche empiastro nuovo e miracoloso da suggerire; si mostrava affabile e servizievole con tutte le persone di casa; s'intratteneva amichevolmente e non dava più sulla voce al signor Pompeo e chiudeva un occhio sulla "corte spietata" che Giulio Barbarò faceva alla Mary. Solo ammoniva la nipote di pensarci due volte prima di perder la testa del tutto, perchè se i milioni del signor Barbarò fossero stati ipotetici non avrebbe mai acconsentito che una del suo sangue sposasse il figlio di un Barbetta, ex-portinaio, e tutt'altro che in odore di santità!
Ma poichè la padrona di casa era Angelica, ed era stata invitata ed era ancora a Villagardiana per Angelica, così rivolgeva verso la cugina le sue maggiori seduzioni, cercando più che mai di rendersele gradita e necessaria.
D'altra parte con Angelica non le potevano servire gli espedienti che adoperava di solito con profitto. Le adulazioni che, come l'arpa serafica di Davidde avevano virtù di rabbonire le furie di Alberto, irritavano invece la marchesa, e già la Balladoro avea dovuto smettere di andare in estasi per la sua bellezza e per la sua voce di contralto "che toccava l'anima, el cuor e tutti i sentimenti!" Angelica non voleva mai mischiarsi nei fatti altrui; i pettegolezzi invece di dilettarla la facevano andare in collera.
—Che cosa fare, dunque?... Che cosa fare?—E Donna Lucrezia smaniosa di riuscire, cominciò a studiar ben bene la cugina, e osservò che era sensibilissima alle premure gentili e a tutte le dimostrazioni d'affetto.
—Come me, come me: il nostro debole è nel cuore!
Infatti, Angelica sin da fanciulla era stata trattata dal conte Prampero con molta severità, e poi dal marito, quando stava bene di salute, con strana freddezza e asprezza di modi. La mamma non poteva quasi ricordarla: una signora pallida, sofferente, sdraiata sempre in una lunga poltrona, e appena la figliuoletta le entrava in camera, si metteva a chiamare quasi spaventata, lamentandosi e mormorando che la portassero via presto, perchè le faceva crescere l'emicrania. Così Angelica, che squisitamente sensibile avrebbe avuto bisogno di vivere fra il dolce tepore delle carezze, si sentiva l'animo intristire come un fiore di stufa sbocciato a caso in un terreno arido o incolto; e certe volte bastava una parola buona che le venisse rivolta per commuoverla e per empirle gli occhi di lacrime.
Trovato il punto di presa, Donna Lucrezia seppe giovarsene destramente. Si mise d'attorno alla cugina con un'assiduità singolare, e ogni volta che la vedeva pensosa non le lasciava più pace, assediandola con un monte di premure e d'interrogazioni. Poi, se Angelica era mesta, Donna Lucrezia si metteva a sospirare; voleva "saper tutto," voleva consolarla, voleva entrare a parte dei suoi dolori, de' suoi affanni, e finalmente un giorno che la vide cogli occhi rossi, le buttò le braccia al collo e cominciò a piangere anche lei.
—Aprimi il cuore, creatura benedetta! Aprimi il cuore e troverai in me una sorella, una mamma, tutto ciò che vorrai!
Angelica, sbalordita da quel torrente di parole, soffocata dai baci e dalle carezze, stretta dalle preghiere e sentendo vivo, urgente il bisogno di uno sfogo, di un consiglio, di un aiuto, pensò che, infine, Donna Lucrezia era ciarliera ma non cattiva, che non poteva averci nessuna ragione per volerle male, e che invece tutto quelle proteste di riconoscenza e di affetto dovevano essere sincere, e allora, balbettando, si lasciò sfuggire, con un tremito, il nome caro di Andrea.
La Balladoro non avrebbe potuto desiderare di meglio:—Corocoché!—era proprio a cavallo.
Punto primo, una volta diventata la confidente della marchesa era sicura che a Villagardiana ci sarebbe rimasta per un gran pezzo, e poi la sua anima sensibile trovava nei pasticcetti amorosi l'alimento prelibato.
Angelica timida, riluttante si lasciava strappare di bocca a poco a poco il geloso segreto, come se ogni parola fosse un brano del suo cuore sanguinante; l'altra sapeva fare, e l'opprimeva e la stringeva sempre con maggior calore, in modo da non concederle via di scampo; e finì coll'esser messa a parte anche della lettera ricevuta in quei giorni.
—Zizzole, che spasimi!... Bisogna calmarlo, creatura mia, bisogna calmarlo subito, con quattro parolette. Bisogna impedire una tragedia!
—Come?... Tu mi consiglieresti di rivederlo?—esclamò Angelica con un sussulto. Ma negli occhi suoi, mentre fissavano attoniti Donna Lucrezia, fra la meraviglia e il timore, c'era stato un lampo di contentezza.
—È un obbligo di coscienza, figlia mia!... Si tratta di salvar la vita di un uomo!
—Ma il mio dovere?... Il mio onore?
—Il tuo dovere è uno solo: impedire una disgrazia!—rispose Donna Lucrezia con molta prosopopea.—In quanto poi al tuo onore è sicuro come in una botte di ferro!... Che cosa ti domanda quell'anima benedetta, dopo sette anni di tortura morale? Rivederti e nient'altro.... Rivederti e poi morire, come Consalvo.... Ma tu, invece, tu, gioia mia, gli devi imporre di farsi coraggio, di vivere e di sperare.... Per diandediana, siete giovani tutt'e due e, parlo schietto, se il Padre Eterno una volta o l'altra volesse aprire il finestrino per guardare in giù, potreste ancora....
—No, no! Non dire così! Mi dai dolore,—interruppe Angelica commossa e atterrita.
—Allora acqua in bocca, e aspettiamo gli eventi! Ma intanto bisognerà pur rispondere a quel pôro toso, e senza perder tempo.
Angelica, quantunque in sulle prime si mostrasse molto titubante, dovette arrendersi dopo qualche giorno, ed accettare i consigli che le venivano dati dalla Balladoro in nome della prudenza; onde si persuase a rispondere una lettera, di due righe sole per altro, al Martinengo. Questi appena l'ebbe ricevuta scrisse di nuovo quattro pagine fitte. Allora le due righe di Angelica, sempre per quella tal prudenza, si raddoppiarono, e di rimando i foglietti di Andrea diventarono sei, otto, dieci, finchè le annunciò che era giunto al termine del suo permesso, e che colla guerra imminente non avrebbe più potuto ritornare a Brescia.
E tutte queste lettere era sempre Donna Lucrezia che andava a portarle e a riceverle, nell'ora solita delle sue passeggiate alla posta di Padenghe, sperando in tal modo di non destare sospetti; ma invece il Barbarò che "teneva d'occhio la giovane e la vecchia" e che avea saputo che il capitano era stato a fare una gita sul lago, ebbe come un barlume della verità.
—Sta a vedere—mormorò—che quella strega si è messa a far da mezzana?... Se così fosse le fo far fagotto su due piedi!—Ma poi, subito mutò pensiero e cominciò a sogghignare giocherellando col mazzettino dei ciondoli.
—Guarda, guarda... mi piove il cacio sui maccheroni, e mi lamento! La Balladoro m'appartiene anima e corpo; ne posso fare tutto quello che voglio!... Non ho da dire altro che due parole, e per mezzo suo potrò saper tutto, anche i pensieri della marchesa!... Se fosse vero che con tutte le sue smorfiette ipocrite se la intende ancora col Martinengo, per Iddio, l'avrà da fare con me! Bisogna spiegarsi e subito. Se aspetto ancora, il marchese Alberto si pappa tutto l'utile che posso ricavare da Villagardiana, e il capitano fa il comodo suo colla biondina!
Quella sera stessa non vedendo Donna Lucrezia in salotto uscì a cercarla in giardino.
Era una notte nera nera: nero il lago e muto sotto le stelle che tremolavano minute e lontanissime nel cielo nero. Neri gli alberi che, inoltrandosi nel giardino, apparivano a un tratto come fantasmi immobili di giganti. Solamente nell'orizzonte alto, dietro la cima larga e maestosa del Monte Baldo, un baglior pallido di luce annunziava il sorgere della luna.
Il signor Pompeo strinse gli occhietti aguzzandoli nel buio, e in fondo al terrazzo sul lago distinse un punto rosso di fuoco.... Era il sigaro di Donna Lucrezia.
—Ora ci batteremo noi due, vecchia scema,—borbottò fra i denti, e si avviò difilato verso il terrazzo, camminando fra le tenebre con passo sicuro.
—Non ha paura della umidità e del frescolino, Donna Lucrezia?
—Che volete, tesoro mio, raffreddata già lo sono sempre e poi.... ahuf! avevo proprio bisogno di prendere una boccata d'aria. Mio cugino, stasera, è proprio insopportabile. Brontola, grida, smania, strapazza tutti, sembra, santa pazienza, che abbia il diavolo addosso!
—Bisogna compatirlo, Donna Lucrezia. Gli affari suoi si mettono maluccio e perciò sarà di cattivo umore.
—Gli affari di mio cugino?—domandò la vedova stupita.
—Sicuro, cara signora. Il marchese di Collalto spendeva ogni anno un terzo, quasi, più della sua rendita e, dalli e dalli, tutti i nodi vengono al pettine!
—Ma e la dote?... La dote di Angelica?
—La dote è sempre stata poca cosa: il conte Prampero, sua vita natural durante, non ha mai voluto sacrificarsi per nessuno, neppure per sua figlia.
—Ma morendo, capperi, gli ha lasciato una bellissima sostanza.
—Bellissima... da vedere! Palazzi, ville, giardini; tutta roba che sarà pure ingoiata come il resto, nella voragine dei debiti, perchè la signora marchesa ha esposto la sua firma, rendendosi garante e solidale col marito.
—Misericordia che rebalton!—mormorò Donna Lucrezia sbigottita, fregando contro il parapetto del terrazzo la punta del virginia che, spento, si cacciò in tasca.
—Eh, sicuramente!... È proprio una gran disgrazia! Io per altro l'avevo preveduta da molto tempo, e non ho rimorsi. Nella mia condizione e col caratteraccio bisbetico del marchese Alberto non poteva arrischiarmi certo a dar consigli; ma tutti gli anni a novembre, ho sempre messo sotto gli occhi tanto del signor marchese quanto della signora marchesa lo stato del patrimonio col relativo disavanzo; e i libri del bilancio sono in piena regola, e pronti nel mio studio per chi li vuol vedere! Se poi i Collalto, invece di fare un passo indietro e ristringersi nelle spese, han voluto tirar di lungo a scialare e a rovinarsi, io non ne ho colpa. Una cosa sola mi restava da fare in simili frangenti; ricordarmi che avevo un figliolo, e più per lui che per me assicurarmi del capitale esposto. Non le pare, Donna Lucrezia?
—Certo, certissimo!—balbettò istupidita la Balladoro, avvicinandosi istintivamente al Barbarò, come il naufrago che cerca di attaccarsi alla tavola di salvamento.
Il signor Pompeo notò quell'atto e volendo conservare un'aria compunta, di circostanza, dovette frenarsi per non ridere.
—E non ci sarà nessuna via di scampo per queste pôre creature?
—No, non lo credo!... Eccetto che lo zio, il marchese Diego di Collalto, non li voglia aiutare!
—Buono! Un piavolon egoista, uno scettico gaudente, un... un bucefalo sotto le lustre della compitezza, peggio ancora del conte Prampero, quando era vivo!
—Allora... allora senta, Donna Lucrezia,—riprese Pompeo dopo un lungo sospiro.—Io non ho proprio avuto il coraggio di togliere a un tratto le illusioni al marchese Alberto, e non so come fare per aprir gli occhi alla marchesa, non volendo darle un colpo troppo forte. Perciò ho pensato a lei, e ho creduto bene di metterla a parte di queste brutte faccende.
—Avete fatto benissimo, caro Barbarò!... Sono a vostra disposizione!
—Se io volessi, le cose ormai sono a un punto che potrei mettere i Collalto fuori di Villagardiana anche domani, anche stasera stessa....
—Dio Dio, che cosa sento!
—E se non l'ho fatto ancora, non è certo per il marchese Alberto. Il marchese è un testardo....
—Vero.
—Un orgoglioso, superbo....
—Verissimo.
—Un ignorante presuntuoso; un uomo senza cuore, senza cervello e che si ha quello che si merita.
—Anche questo, verità sacrosanta!
—Ma ho voluto aspettare perchè, perchè forse sarei disposto a fare qualche sacrificio per la marchesa....
—Lo merita, lo merita, da bravo!—esclamò con enfasi la Balladoro.
—E poi ho pensato, sono padre anch'io, a quella mummietta uggiosa, ma molto disgraziata del suo figliuolo!
—Bravo, bravo, bravo! L'ho detto io, che siete un uomo tuto cuor!
—È sempre stato il mio difetto!—rispose il Barbarò con convinzione.
—E allora ditemi, amico mio, che cosa volete da me?
—Ecco... vorrei... ch'ella prima di tutto mettesse a parte la marchesa di queste mie buone intenzioni, facilitandomi in tal modo il colloquio che in seguito dovrò avere con lei.
—Benissimo, sarà fatto.
—Poi....
—Poi?
—Farle capire che vorrò avere nelle mie mani la direzione della casa per quanto concerne le spese.... Voglio che si vendano i cavalli; si devono licenziare quasi tutte le persone di servizio; non voglio pranzi, non voglio andirivieni di visite....
—Scusate, caro Barbarò,—interruppe la Balladoro, calmandosi a un tratto nel proprio entusiasmo;—ma le condizioni le porrete voi, e, meglio che a mia cugina, ad Alberto!
—No. Invece è proprio colla marchesa che voglio intendermela,—rispose l'altro un po' piccato.—E anzi, prima di tutto, prima di commettere forse qualche minchioneria per eccesso di buon cuore, voglio sapere una cosa da lei....
—Da me?
—Precisamente. Voglio sapere....—Pompeo si fermò guardando fisso Donna Lucrezia.
La luna, superata la cima del Monte Baldo, illuminava il lago che allora si era fatto chiarissimo, tutto sparso d'una nebbiarella cinerea, e i due potevano vedersi bene in faccia.
—Voglio sapere a qual punto sono gli amoretti col capitano.
—E a me lo domandate?
—A lei, sissignora, perchè so che ci tien mano!
—Badate a ciò che dite, signor Pompeo!—esclamò la Balladoro, scattando per la sua dignità offesa.
Per quanto potesse credere di averne bisogno, pure essa si era sempre tenuta per molto da più dell'antico portinaio, e in tutti i casi si sentiva sicura di poterlo mettere a posto con una sola parola.
—Badate a quello che dite!... Non si tratta così con una mia pari, con una Balladoro, con....
—Senta senta,—interruppe il Barbarò, affrontando la vedova con piglio risoluto,—finiamola colla superbia e coi fumi della nobiltà, e invece badiamo all'arrosto dei bezzetti!—e così dicendo alzò una mano e, sogghignando, fregò ripetutamente insieme il pollice l'indice.
—Come sarebbe a dire?
Il viso lungo e scialbo di Donna Lucrezia era sempre accigliato, ma pure alle ultime parole di Pompeo vi passò sopra come un'ombra d'inquietudine.
—Sarebbe a dire che è ormai tempo di mettere le carte in tavola e di venire fra noi due a una buona spiegazione.
—Spieghiamoci pure, ma... non capisco....
—Due parole sole, e capirà!... Quantunque il signor Francesco Alamanni....
—Che c'entra adesso mio cugino....
—Stia zitta, che c'entra moltissimo!... Quantunque il signor Francesco abbia rinunciato in favore della signorina Mary alla sua parte del piccolo capitale rimasto agli Alamanni, io continuo a pagare le cinquecento lire mensili e sempre anticipate! E noti bene, signora Lucrezia, adesso non posso più aver nessuna cauzione per garantire i danari miei. Levata la confisca e riammesso lo zio Francesco ne' suoi diritti, io sono rimasto escluso, naturalmente, dall'amministrazione della minorenne. Di più lei mi ha fatto avere il saldo dei miei primi sborsi facendomi figurare come un creditore qualunque senza nessuna nota illustrativa, sotto il mio nome, e per una simile dimenticanza tanto il signor Francesco Alamanni, come la signorina Mary devono ignorare i miei enormi sacrifici!... Ma a me piace di tenermi in disparte, all'ombra, e ho lasciato fare tutto a lei e a quella buona lana dell'avvocato Spinelli; mi son lasciato cucinare dalle loro signorie, come volevano, all'olio e al burro, e continuo a sborsare anche oggigiorno e sempre segretamente, per farle comodo, cinquecento lirette al mese, mediante la sola sua firma, colla quale, scusi, sa, Donna Lucrezia, ma sulla piazza non ne troverebbe venti! E tutto ciò, perchè?... Perchè ho veduto nascere la signorina Mary, perchè ho riposto molta amicizia, molta confidenza nella signora Balladoro; ma esigo, per Iddio, esigo... non le sembra giusto? di essere ripagato colla stessa moneta!
—Certo... certo.... Vi sarò riconoscente... obbligatissima per tutta la vita.
Donna Lucrezia impacciata e spaurita non avea osato d'interrompere il Barbarò che aveva tirato giù la ramanzina col viso rosso e colle labbra tremanti dalla collera. Ma quando tacque essa riprese animo, e volendo vendicarsi e far tremare alla sua volta quell'uomo che l'aveva umiliata e minacciata, lo fissò in volto arditamente, coll'audacia che nei casi disperati non sanno avere altro che le donne, e gli rispose lentamente, spiccando le sillabe e calcando adagio l'ultima parola come una puntura:—Certo... certo, caro signor Pompeo; ma per ricambiare la vostra amicizia e la vostra confidenza, non pretenderete già che io faccia la... la spia!
Pompeo rimase impassibile. Non appena la Balladoro aveva aperto bocca egli indovinò subito dove voleva ferire e parò il colpo, ed anzi volle mostrare la sua sicurezza, volle stravincere, ripetendo la terribile parola freddamente, senza un tremito nella voce, senza abbassare gli occhi, senza arrossire.
—No, io non voglio ch'ella faccia la spia; solamente voglio saper tutto perchè—e a questo punto sorrise malignamente—perchè così saremo in due a proteggere la marchesa e il suo amante!
La Balladoro dinanzi a simile imperturbabilità si sentì perduta. Impallidì, ebbe paura del Barbetta; paura di averlo offeso e di essere rovinata, e non pensò più ad altro che a placarlo e ad arrendersi coll'onore delle armi.
—Andrea Martinengo, a buon conto, non è il suo amante niente affatto!...
—No?... E che cos'è dunque?
—Si vogliono bene, ecco tutto!
—Scusate, ma non è poi la stessa cosa?
—Nemmen per ombra, tesoro mio! Siamo come si dice agli antipodi!
La Balladoro voleva esporre la teoria platonica dell'amore, "tutto spirito e contemplazione;" ma l'altro tagliò corto.
—Chiacchiere, chiacchiere, Donna Lucrezia!... Si potrà cominciare benissimo come dice lei, colla contemplazione, ma poi... tutte le strade conducono a Roma!
—Zitto lì, Epicureo senz'anima!—esclamò la vedova mostrandosi scandalizzata, ma pur insieme esprimendo con un sorrisetto la propria ammirazione per quel furbone del signor Pompeo.
—Del resto—continuò l'amico—per me è tutt'uno. Solamente mi spiace e mi addolora che il nome della signora marchesa corra sulle bocche di tutti, con certi commenti non troppo favorevoli alla sua riputazione.
—Invenzioni, infamie dei soliti pettegoli maldicenti! Ma fosse anche, Angelica, poveretta, non ne avrebbe una delle scuse, ma centomila, un milion!... Condannata a comprimere il proprio cuore fino dai primi anni, e a sacrificarsi con un matrimonio odioso; trascurata e maltrattata da un rospo di marito che ne ha sempre fatte di tutti i colori, per ricordarsi di aver moglie, e innamorarsene furiosamente quando per la sua vitaccia si trova ridotto in uno stato che.... Basta, non dico di più per non diventar rossa... Dio le ha dato una creatura, è vero, ma che peste d'una creatura!... E poi già, in somma delle somme, Andrea è stato il suo primo amore, e il primo amore, credetelo, nel cuor di una donna è sempre vivo!—E la Balladoro sospirò a tutta gloria dello Zodenigo.
—Va bene, cara signora, ma queste ottime ragioni—osservò il signor Pompeo—non servono al caso mio.... Capirà... se io sono disposto a fare qualche sacrificio per riguardo alla marchesa... non voglio poi che la gente possa dire... che io servo da comodino al capitano....
—Vero... vero!... Verissimo, dal vostro punto di vista!...
—D'altra parte parliamoci chiaro: anche per un riguardo alla signorina Mary devo impedire che abbiano a nascere scandali a Villagardiana!... Mio figlio.... Ma dei sentimenti di mio figlio ne discorreremo in seguito.... Ella per altro dovrà convincersi che io ho diritto di essere molto geloso del buon nome della signorina... e la sua convivenza, la sua intimità colla marchesa, continuando le chiacchiere, potrebbero pregiudicarla. Infine io non voglio che la signora marchesa per inesperienza commetta qualche grossa minchioneria, e anche lei, signora Lucrezia, se proprio le fosse affezionata....
—Figurarsi, darei non una, ma dieci volte la vita!...
—Allora bisogna dirmi tutto e cercheremo insieme ciò che si potrà fare per il bene di sua cugina.
Una scusa qualunque, anche debolissima, era sufficiente al Barbarò per velare, se non per nascondere, il vero movente che lo spingeva a fare quelle ricerche delicate; e Donna Lucrezia vedendo che non poteva avere più altra speranza che nel signor Pompeo, inquieta, spaventata per cagione dell'assegno mensile, e ormai disingannata sull'effetto che avea sperato ottenere con certi accenni al passato, doveva pur cogliere il primo pretesto che le si offriva per cattivarsi l'animo del nuovo padrone di Villagardiana, salvando in pari tempo la propria dignità.
—Se davvero si trattasse di fare il bene della mia Angelica...—mormorò con un'esitazione che appariva sempre più debole....
—Ne può dipendere tutto l'avvenire!—rispose l'altro seccamente.
—Allora dirò... confesserò ogni cosa.... Ma per altro, ad una condizione.
—Quale?
—Sotto il suggello del segreto e col solenne giuramento che... non mi nascondete qualche secondo fine....
—Lasciamo da parte i giuramenti, signora Lucrezia!... Non dobbiamo tirare in ballo Domineddio in questi affari del diavolo,—esclamò ridendo il Barbarò che non voleva giurare il falso, potendo farne senza.—Ho detto e ripeto che desidero impedire alla marchesa Angelica di commettere spropositi.... E questa è la verità!
—Povero angelo!—mormorò la Balladoro, sospirando questa volta, col pensiero rivolto a sua cugina.—Quella creatura meriterebbe proprio tutte le fortune!
Ci fu un momento di silenzio; poi il signor Pompeo domandò più a bassa voce:
—Dunque, mi dica, dove si vedono?
—Non si sono riveduti ancora....
—No?—ripetè l'altro, che non riusciva a nascondere del tutto la propria soddisfazione.—Non si sono riveduti ancora?
—No, no; pôre creature. Si scrivono qualche volta, e tutto finisce lì.
—Capisco, capisco!... Si faranno forza aspettando che il marchese levi loro l'incomodo.
—Oh Dio, lo penseranno anche, in fondo all'anima, ma non lo dicono certamente, e del resto Angelica è tanto buona che non vuol neppure sentirne discorrere.... Adesso poi il Martinengo deve ripartire....
—Sì?!... E dove va?
—Ritorna a Napoli. Molto lontano, come vedete.
—Ma... prima di andarsene, non vorrà fare una corsa da queste parti?
—Siete più furbo che santo, vecio mio,—rispose la vedova sorridendo.
—E quando deve venire a Villagardiana?—domandò il Barbarò con un tremito nella voce.
—Questo poi non so.
—Non è vero! Non vuol dirmelo....
—Non so niente; giuro com'è vero che son nata, non so niente!
Il Barbarò si fece allora più vicino a Donna Lucrezia e le disse a bassa voce, ma in un tono risoluto, che non ammetteva replica:
—Sarà bene che, per il momento, ella non riferisca nulla alla signora marchesa di questo nostro colloquio; ma si ricordi che voglio sapere quando il Martinengo verrà a Villagardiana, e voglio sapere l'ora e il luogo in cui avranno fissato d'incontrarsi, perchè m'immagino...—e qui sogghignò come un Mefistofele da strapazzo—m'immagino che la signora marchesa non vorrà riceverlo in salotto, e presentarlo a suo marito!