VII.
Una notte Donna Lucrezia e la Mary, che a Villagardiana dormivano nella stessa camera, perchè la vedova in quel "palazzone sconfinato" avea paura degli spiriti e dei topi, furono destate all'improvviso da un rumore confuso di voci e di passi, che si udiva dal vicino corridoio.
—Santi numi del Paradiso!... I ladri di sicuro!—esclamò la Balladoro, e ficcò il capo, spaventata, sotto le lenzuola.
—No, zia mia; ho paura piuttosto che Alberto si senta male.
La Balladoro, un po' rassicurata, si rizzò a sedere sul letto guardando fissa la Mary cogli occhi imbambolati. Aveva ancora il viso smorto, pieno di sonno; e il diavolino di carta, in cui la notte avvolgeva il ricciolo alla Zodenigo, le ciondolava sulla fronte.
—Vegno... Vegno... Adesso vegno anca mi!
Ma Donna Lucrezia non si moveva, e l'altra non perdette tempo ad aspettarla. Appena ebbe infilato una sottana, si buttò addosso lo scialle e corse fuori per sapere che cos'era accaduto.
La Mary aveva proprio indovinato: il marchese Alberto stava molto male. Già da vari giorni non si sentiva bene; ma in quella notte, tutto a un tratto peggiorò, in modo da spaventare Angelica che avea già mandato una carrozza a Padenghe in cerca del medico.
Questi, appena ebbe visitato il marchese, giudicò il caso gravissimo e domandò un altro medico per fare un consulto. Il Barbarò, che pure pareva assai inquieto e turbato, volle andare egli stesso a Desenzano per telegrafare subito a Padova a un professore illustre, il quale arrivò in gran pompa a Villagardiana, per dire con molta albagìa e con una filastrocca di paroloni astrusi, quanto avea già detto più semplicemente e più chiaramente il suo modesto collega.
Il marchese rimase in pericolo per vari giorni: poi cominciò a rimettersi a poco a poco, ma superata a stento la crisi, rimase condannato per tutta la vita: colpito alla spina, gli era sopravvenuta una paralisi alle gambe, dichiarata inguaribile.
Durante il periodo più acuto della malattia, il Barbarò avea dimostrato per il marchese tanta premura e sollecitudine, quanta di più non avrebbero potuto averne nè la Mary, nè la stessa Angelica. Egli, inquieto, ansioso, stava a guardia giorno e notte attorno al letto del malato e non pensava nè a riposare, nè quasi a prender cibo. Dopo le visite accompagnava sempre il dottore per avere le notizie più particolareggiate e sicure, faceva continue domande alla Mary, teneva consulto coll'arciprete, e ascoltava con attenzione anche i suggerimenti e le profezie di Donna Lucrezia. Pareva persino, in que' giorni, che anche il suo amore per Angelica si fosse calmato: Pompeo Barbarò temeva, a ragione, se il marchese moriva subito, senza più poter parlare nè scrivere, di non essere abbastanza cautelato; ma poi quando cominciò a migliorare, e gli affari furono messi in regola, allora gli parve che il Dulcamara di Padova lo avesse racconciato anche troppo bene.
—Che cosa faceva al mondo quel polipo senza gambe e senza quattrini? Soffriva lui e faceva soffrire gli altri; specialmente sua moglie, che invece di tanti impiastri e moine avrebbe fatto meglio a curarlo con due pillole di pasta badese!... Figurarsi!... quella bestia del dottore per riuscire infallibile gli aveva detto che il Collalto avrebbe potuto morire in pochi mesi, e campare magari anche dieci anni!... Ma in dieci anni, coll'appetito suo, era capacissimo di rimangiare due volte Villagardiana! A buon conto bisognava risolversi: era venuto il momento di parlar chiaro alla marchesa. L'avrebbe condotta nel suo studio, le avrebbe fatto vedere coi registri alla mano, che quasi quasi non avevano più un soldo e... le avrebbe promesso di non abbandonarla. Ma si dovevano licenziare molte persone di servizio, vendere i cavalli, insomma diminuire di molto tutte le spese. Certo, certo; non era più tempo di chiacchiere: ormai i Collalto erano costretti ad accettare il suo ultimatum... ed anche la signora Angelica avrebbe dovuto piegare il capo... e mostrarsi riconoscente!... Ma che diavolo aveva addosso quella donna?!... Diventava più bella ogni giorno!
E per ciò appunto, per questa stessa bellezza che lo impacciava, il Barbarò non sapeva mai risolversi a "parlar chiaro." D'altra parte avrebbe desiderato trovarla sola; ma sola, adesso, non la si vedeva mai. Aveva sempre fra i piedi quella mummietta del suo figliuolo, e il marchese la voleva tutto il giorno vicina: non la lasciava libera un momento! Aveva aspettato allora, quel balordo, a innamorarsene e a esserne geloso!
E ciò era proprio vero.
Alberto di Collalto, che avea corsa allegramente la cavallina senza darsi mai alcun pensiero di sua moglie, aveva cominciato ad esserne geloso ai primi assalti d'ipocondria, forieri della gravissima malattia da cui era minacciato. Poi, rimasto infermo, non potendo più abbandonarsi ad altre distrazioni e avendo sempre dinanzi agli occhi quella donna, quella bella signora, giovanissima e fiorente, così soave, così serena nella sua bontà affettuosa e instancabile, se n'era invaghito sempre più, ma a modo suo; senza il cuore; colla testa e coi sensi.
—Quando gli avevano sposati,—ripeteva sempre all'Angelica,—essa non era che una bimba di sedici anni, fredda, anemica! Non sapeva nulla; non capiva nulla!... Se fosse stata allora com'era adesso, oh! egli certo non avrebbe avuto altro pensiero che lei: l'avrebbe adorata, come un devoto, in ginocchioni!
Sapeva e confessava di averci qualche torto e le domandava perdono, ma in cambio della sincera confessione e del pentimento voleva essere amato; voleva che sua moglie cominciasse allora con lui un idillio coniugale; e perchè Angelica gli offriva il sacrificio di tutta la sua vita, ma si ribellava a quello del suo pudore, la passione dell'ammalato s'inaspriva e diventava quasi feroce. Ogni mattina il fattore di Villagardiana (un pezzo d'uomo grosso e tarchiato) saliva nella camera del marchese, lo pigliava in braccio e lo portava giù, a terreno. dov'era messo a sedere in una piccola carrozzetta: e Angelica tutto il giorno lo accompagnava per le stanze e per i viali del giardino: poi, la sera, essa lo faceva adagiare sur una poltrona colle rotelle, vicino al pianoforte, e si metteva a suonare e a cantare per isvagarlo. Finita la musica, gli leggeva le gazzette per più d'un'ora ad alta voce. Era sempre lei che lo aiutava a vestirsi, che lo faceva mangiare, che gli preparava le medicine. Se appena appena lo lasciava solo un momento, egli si metteva a gridare dimenandosi come un ossesso; ma poi, respinto ne' suoi vaneggiamenti amorosi, contraccambiava con sgarbi e con querimonie le premure più affettuose; chiamava "ipocrisia" la bontà di sua moglie, e spesso, dopo averla tormentata dalla mattina alla sera, la teneva desta anche la notte, spaventandola con gemiti e vaneggiamenti esaltati.
Certe volte, quando Alberto soffriva la malinconia di morir presto, la bellezza della moglie l'angosciava colle gelosie del futuro, e allora erano tragedie per un altro verso. Egli avrebbe voluto che Angelica diventasse tanto brutta da inspirare avversione, per essere sicuro che, lui morto, non avrebbe potuto avere altri innamorati. Non voleva quasi più nemmeno che si abbigliasse e la rimproverava con rabbia perchè le sue vesti erano troppo sfarzose. Angelica cercava di mostrarsi semplice e dimessa: ma in quella sua stessa semplicità appariva ogni giorno più attraente; e il malato allora brontolava che era "la speranza di trovarsi libera presto, che la faceva star così bene," e che proprio "bisognava essere senza cuore per darsi il gusto di piacere agli altri, mentre aveva il marito in fin di vita." La povera donna, offesa ed afflitta da quelle ingiuste accuse si metteva a piangere; ma le lacrime rendendola ancor più bella, infiammavano maggiormente la rabbia di Alberto, il quale smaniava gridando "che era una civetta, una perfida e che lo tradiva... Sì, era sicuro; glielo vedeva scritto in faccia che lo tradiva!"
Se poi il marito per caso, o perchè avesse sonno, lasciava all'Angelica un minuto di pace, Stefanuccio, la mummietta, come lo chiamava il Barbarò, era subito pronto per divertirsi lui a tormentarla.
Stefanuccio era un fanciullo lungo e malaticcio, coi dentini aguzzi come una faina ed i capelli radi come un vecchio. Dimostrava un grande amore per la mamma; pure, a guardarci bene, in tutto quell'amore non c'era altro che egoismo misto ad un senso strano d'invidia. Odiava la Mary Alamanni soltanto perchè Angelica le era affezionata e fissandola cogli occhi torvi la chiamava pitocca; odiava Giulio Barbarò perchè aveva indovinato che voleva bene alla Mary e lo chiamava plebeo. Quando abbracciava Angelica, la stringeva in modo che parea volesse fare un esercizio ginnastico, ed i suoi baci, più che per l'amore parevano dati per far dispetto alla Mary che lo ammoniva scherzosamente "di non sciupare la mamma." Anche Stefanuccio sembrava cucito alle sottane di Angelica; voleva dormire con lei; voleva pranzare seduto sulle sue ginocchia; ma poi ogni volta che essa tentava di opporsi ad un suo capriccio montava subito in furore, la percuoteva colle manine, pestava i piedini, e strillava tanto da far borbottare fra i denti al signor Pompeo:
—Evviva la barba del re Erode!
Ma appunto mentre il signor Pompeo invigilava attentamente la marchesa Angelica, aspettando di trovar l'occasione propizia per poterle fare il discorsetto che aveva già composto a mente e corretto più volte, egli cominciò a notare in lei alcunchè di nuovo e d'insolito; molti piccoli indizi che rivelavano un turbamento, un'ansia, un'irrequietezza febbrile, che lo faceva maravigliare e entrare in grave sospetto.
Angelica, da alcuni giorni, pareva distratta, nervosa; arrossiva facilmente, poi diventava pallida a un tratto, e aveva sempre secreti con Donna Lucrezia:
—Diavolo, diavolo,—pensò il Barbarò.—Che cosa succede? Qui bisogna tener d'occhio la giovane e la vecchia.
Era successo che, proprio in que' giorni, Andrea Martinengo aveva scritto per la prima volta alla marchesa di Collalto.
Quando avea saputo che la Castelnovo si era sposata al marchese Alberto (bisogna tornare addietro di parecchi anni, poco dopo la battaglia di San Martino), Andrea giaceva ferito a Brescia in un Ospedale militare. Da prima non avea creduto alla terribile notizia; poi, appena ne fu certo, imprecando contro la perfida, la spergiura che lo avea tradito, voleva morire; voleva uccidersi e in un impeto di passione e di dolore stracciò disperato le bende che lo fasciavano. Poi, soccorso a tempo, e rinvenuto, maledicendo all'amore, volle vivere per l'odio; per uccidere Alberto, per isvergognare Angelica, insomma per vendicarsi!
In fine, tutto quel suo gran furore si calmò; ma era una calma solo apparente. In fondo al cuore, durava vivo, acuto lo spasimo, e collo spasimo l'amore.
Una signora buona e pietosa, la contessa Fanti di Brescia, zia materna di Andrea, che lo visitava spesso all'Ospedale, aveva preso a difendere Angelica narrandogli e spiegandogli il segreto di quel matrimonio così precipitato.
Fra il conte Prampero di Castelnovo e la marchesa di Collalto erano già state combinate e fissate le nozze di Alberto con Angelica, mentre i due ragazzi non erano ancora usciti di collegio. E colle loro idee autocratiche non ammettevano neppure che la loro volontà potesse essere contrariata.
Quanto ad Alberto, egli sapeva che un giorno o l'altro, quando fosse piaciuto alla signora madre, avrebbe sposato sua cugina, e aspettava senza impazienza. Egli si sarebbe preparato al matrimonio, come avea fatto per gli altri sacramenti: con una buona dose d'indifferenza, e pensando a tutt'altro. Angelica, invece, si indispettiva ogni volta che ne sentiva parlare. Alberto per quel suo fare altezzoso e beffardo le era sempre stato antipatico. Poi, un giorno, poco prima che il Martinengo fuggisse in Piemonte, essa tremando, dichiarò a suo padre che tanto presto, non voleva maritarsi e che, rispetto a suo cugino, sentiva, capiva proprio, che sposandolo non sarebbe stata felice.
Il conte Prampero per tutta risposta guardò la figliuola con occhi torvi, e dopo averle intimato di rinchiudersi subito nella sua camera e di non uscirne mai più, fino a nuovo ordine, corse difilato dalla marchesa per raccontarle l'accaduto.
—Fanciullaggini—le rispose la Collalto, mostrando i bei denti, ancora bianchissimi.—Fanciullaggini, caro Prampero; le frullerà ancora nel capo la bella divisa bleu di un qualche collegialino che avrà incontrato nelle uscite del Giovedì. Cercate fra le pagine dei suoi libri di scuola, e le troverete certo un bigliettino con dei versi scritti sotto a due cuori rossi, infilzati da una freccia gialla! Fanciullaggini, caro Prampero, e sarà bene non parlarne nemmeno con Alberto.
Il conte di Castelnovo ritornò a casa più tranquillo proponendosi, per il momento, di non tornar più sull'argomento del matrimonio con Angelica, e di stare alle vedette.
Intanto la figliuola cominciava a dimagrare, non rideva più, non mangiava più; aveva spesso gli occhi gonfi.... Il conte Prampero, istigato dalla marchesa, frugò tra i libri e nei cassetti dell'Angelica, ma invece dei due cuori rossi trafitti dalla freccia gialla, vi rinvenne, nientemeno, una lettera di Andrea Martinengo!
Quella lettera, la sola che Andrea avesse scritto alla signorina di Castelnuovo, e la scriveva appunto la sera stessa in cui partiva pel Piemonte, palesava l'amore più puro e rispettoso, e insieme le più oneste intenzioni; ma con tutto ciò fu per il conte Prampero come un fulmine a ciel sereno. Maledì la figliuola che aveva disonorato la sua casa e volea correre anche lui in Piemonte a sfidare e uccidere il seduttore, l'assassino, l'infame che lo avea ingannato, che aveva tradito l'amicizia.... perchè Andrea Martinengo, quantunque minore di età, era uno degli amici del conte di Castelnovo, il quale amava ancora di menar la vita da giovanotto.
Ma dal tenerselo per compagno al prenderlo per genero, ci correva; e piuttosto che cedere il signor conte avrebbe aspettato che Angelica morisse d'amore e d'angoscia. Andrea Martinengo, punto primo e irremovibile, non avea tutti i quarti, poi non era ricco abbastanza; poi... poi la sua figliuola doveva sposare Alberto di Collalto.
Angelica, prima della terribile scoperta della lettera, si preparava a resistere, a lottare e a morire anche piuttosto di venir meno alla data fede, ma dinanzi alla catastrofe improvvisa, rimase atterrita, muta e perdette tutto il suo coraggio.
—E la povera bimba—diceva ad Andrea la contessa Fanti, dopo avergli raccontato quegli avvenimenti—accettò le nozze a cui la obbligavano per salvare l'onore della famiglia, come in quel punto si sarebbe assoggettata anche ad una condanna di morte!
—Ebbene, doveva morire!—mormorò Andrea nell'egoismo feroce del suo amore e della sua gelosia.—Doveva morire, ma non doveva tradirmi!
Tuttavia, dopo qualche tempo, quando già cominciava ad alzarsi e a uscire, Andrea assicurò alla contessa Fanti che aveva perdonato all'Angelica, anzi, alla marchesa Angelica di Collalto, come affettava di chiamarla, e che ormai l'aveva dimenticata. "Proprio non metteva conto di disperarsi. Il torto era stato suo, che avea messo il cuore in certe mani, che ancora non sapevano custodire altro che giocattoli."
Ma tutto questo perdono, tutto questo oblìo non erano veritieri, quantunque Andrea volesse convincersene. Egli non avea dimenticata Angelica, non le aveva perdonato e tutto quel suo gran disprezzo non era altro che amarezza e rammarico.
Per istordirsi, e più per un intimo desiderio di vendetta, si abbandonò senza freno a tutti i piaceri. Volle amare e fu amato.... ma le belle che gli posavano sul cuore, per contarne i palpiti, la manina candida e ingemmata, non sentivano altro che l'affannoso ansimare del suo petto.
Tuttavia quegli amori senza l'amore, quei trionfi volgari e fugaci finirono con infastidirlo. Trovò che le donne erano tutte eguali, che tutti gli uomini erano mediocri e la vita non gli parve più altro che una lunga seccatura. Allora si fece scettico di professione e misantropo. Viveva sempre solo, appartato, e se la guerra coll'Austria per la liberazione della Venezia non fosse stata vicina, avrebbe abbandonato anche l'esercito. In quegli anni, avendo quasi consumato il suo piccolo patrimonio, si era messo ad affettare una povertà stizzosa e permalosa; una povertà dinanzi alla quale avrebbe voluto che tutti, e specie i milionari, s'inchinassero col cappello in mano; e aveva poi dichiarato un odio feroce contro i pregiudizi e la boria aristocratica. Ma erano collere, erano sdegni che avevano, senza sua saputa, una sola origine: Angelica.
Non l'aveva forse perduta perchè appunto egli non era nè abbastanza nobile, nè abbastanza ricco?
Andrea credeva di aver seppellito l'amore, come fosse un cadavere, ma invece quell'amore era il seme da cui erano generati tutti i suoi dolori, e tutti i suoi sentimenti. Era la forza che lo trascinava sempre e che egli voleva sempre negare; era la causa prima di tutte le sue contradizioni strane, assurde, inesplicabili; contradizioni del suo passato col suo presente; del suo cuore colla sua testa; dei suoi gusti, delle sue abitudini, de' suoi affetti, colle sue teorie sociali e filosofiche. Si spacciava per democratico e faceva boccuccia parlando della gente bassa; voleva essere e parere cattivo e invece era buono e generoso; odiava il mondo e malediva la vita e sarebbe bastata una parola sola di Angelica per fargli ribenedire mille volte l'universo e Domeneddio!
Si capisce quindi che bastava un soffio a operare il voltafaccia: infatti, quando Andrea, invitato dalla contessa Fanti, si recò a Brescia a passare il suo tempo di permesso e quando un giorno a caso, per un momento, all'improvviso, simile a una apparizione rapida, ma abbagliante, rivide Angelica, di colpo perdette subito la testa e lasciandosi trascinare e travolgere dal cuore, le scrisse una lettera disperata, riboccante di collera e di passione; di accuse, di rimproveri e di preghiere, dicendole che in tutti quegli anni avea sofferto come un dannato, e giurando che la teneva sempre viva, possente nell'anima, come un ideale alto e puro.... Ma voleva rivederla ancora, una volta almeno, una volta sola, l'ultima, la suprema, prima della guerra, prima di farsi ammazzare: perchè non intendeva, non poteva più vivere così!
E Angelica?
Povera Angelica! Essa abbruciò la lettera, appena l'ebbe ricevuta e credette di aver fatto una gran cosa; ma invece era come niente: quella lettera la sapeva tutta a memoria.