VI.

Dopo che Giulio e la Mary ebbero stretta amicizia, il Barbarò cominciò subito a impensierirsi per certe novità che scorgeva nel suo figliuolo.

"Si lisciava e si ungeva come un topo! Strimpellava il pianoforte invece di ficcarsi nella zucca un po' di aritmetica! Non aveva più amore al danaro! Lo sciupava in elemosine e in cento cianciafruscole!—Asinaccio!"

E, a buon conto, Pompeo non gli dava più un soldo, visto che i quattrini non rientravano poi, per esser messi a frutto, nella cassa paterna!

"Asinaccio! Voleva crescere scialacquatore come sua madre!... Già le somigliava in tutto; e se non era gobbo lo doveva all'olio di merluzzo e ai bagni di mare. Gli era costato un occhio per farlo crescer diritto, e ora si storceva per un altro verso."

A rimettere il giovinetto nella buona via il babbo prudente non risparmiava ammonizioni e scappellotti, e si raccomandava allo Zodenigo perchè gl'instillasse quei precetti di economia "che soltanto potevano formare la prosperità dell'individuo unitamente con quella della Nazione." E voleva che il professore facesse in proposito acerbe paternali anche alla Mary. "La disgraziata non aveva un soldo di dote e conveniva avvezzarla per tempo al risparmio e alle privazioni. Diamine! Cominciava anch'essa a non essere più una bambina!... Bisognava aprirle gli occhi!"

Il Barbarò aveva presentito che nel mutamento del figliuolo doveva entrarci, o poco o molto, l'influenza dell'Alamanni, e gli premeva fosse corretta di quel brutto viziaccio dello spendere, e tanto più gli premeva per quel suo disegno che aveva in mente, di farsene la propria nuora. Non impedì per altro che nel trascorrere del tempo l'intrinsichezza dei due giovinetti si facesse sempre più stretta, e sapendo ormai di avere in mano, ben legata, Donna Lucrezia, mentre aspettava che gli potesse giovare nel caso di una qualche intempestiva rivelazione, egli, da uomo pratico, sapeva servirsene per le sue operazioni finanziarie.

In mezzo alla vasta e illustre parentela della vecchia vedova il "bonomo servizievole e tuto cuor" avea trovato modo di concludere parecchi affaretti eccellenti. Era riuscito, prendendoli destramente all'amo della cambiale, a spogliare i Badoero del ricchissimo stabile e della splendida villa di Panigale, nel Milanese, e pure con l'aiuto di Donna Lucrezia, non del tutto conscia di que' raggiri, aspirava di levar di dosso la pelle anche ai Collalto.

Il marchese Alberto non era molto ricco per il gran nome che portava. Tuttavia finchè era vissuta sua madre non avea fatto debiti e il patrimonio rimaneva ancora bene assestato quando, alla morte del suocero, seguita poco dopo quella della vecchia marchesa, egli ereditava la tenuta estesissima di Villagardiana, così denominata appunto perchè situata sulla riviera pittoresca del lago di Garda fra i paeselli di Padenghe e di Moniga. Ma questa ricca possessione era stata trascurata assai dal povero conte Prampero, il quale non si era mai dato altro pensiero, che di abbellire di continuo la villa splendida e il giardino di lusso. I vigneti abbisognavano di nuove piantagioni, le case dei contadini erano in rovina. Fatti gli opportuni assaggi in alcune valli, era stata scoperta la torba in abbondanza; e però volendo rendere prospera e attiva Villagardiana occorreva l'impiego di un grosso capitale, che il marchese di Collalto non aveva in cassa. Di più egli che si era dato fino allora ad una vita spensierata e galante ne sapeva assai poco di agricoltura e di amministrazione; ma pure, presuntuoso e caparbio, credeva intendersi di ogni cosa; e stimolato inoltre da uno spirito di contraddizione non comune volle mettersi a coltivare Villagardiana perchè sua moglie e il suo ragioniere gli avevano consigliato di cederne i fondi in affitto.

In breve, fidandosi soltanto della sua testa, si trovò con la cassa asciutta senza aver concluso nulla di bene. Aveva fatto venire un enologo francese; si era messo in mano di un ingegnere tedesco per la fabbrica delle case agricole, in legno e ferro fuso, e avea speso un monte di quattrini nella costruzione di un tramvai a cavalli per trasportare la torba. Ma col clima del Garda, i metodi dell'enologo francese non fecero buona prova; le case rurali erano quasi inabitabili, perchè troppo fredde l'inverno e troppo calde l'estate e, infine, la torba che si poteva raccogliere annualmente non era in tale quantità da poter nemmeno ripagare le prime spese del tramvai. Il marchese, imbizzito, sfogò la rabbia pigliandosela colla moglie e licenziando il ragioniere. Ma intanto molte partite rimanevano ancora da aggiustare e i conti dell'ingegnere tedesco non erano stati saldati.

Allora appunto, introdotto da Donna Lucrezia, Pompeo Barbarò si fece avanti e presentò al Collalto le sue proposte. Egli sarebbe entrato in società col marchese nell'amministrazione e nella condotta di Villagardiana, anticipando i capitali per pagare i debiti già incontrati e per compiere le opere incominciate. Questo capitale poi gli dovea essere rimborsato in rate annuali, trattenute dal Barbarò sulla rendita dello stabile e coll'aggiunta degl'interessi a compenso scalare. Tutta la villa e il giardino rimanevano a disposizione dei Collalto; al Barbarò era riservato solamente un piccolo quartierino del secondo piano.

Il marchese Alberto fu costretto, per togliersi d'impiccio, ad accettare una tale profferta, per sè stessa, del resto, onestissima e vantaggiosa; ma non avendo più da contraddire alla moglie nè da gridare col ragioniere e non potendo commettere pazzie a Villagardiana, perchè il Barbarò lo invigilava, egli ci perdette l'amore. Ritornò a viaggiare e a vivere molta parte dell'anno a Parigi fra i cavalli e le donne, finchè assai malandato in salute, capitò sul lago per curarsi, piangendo un po' con tutti la sua disgrazia e specialmente chiedendo conforti a sua moglie, della quale, tanto per cambiare, cominciava ad innamorarsi.

Intanto il Barbarò anticipando sempre nuove somme di danaro tirava innanzi coi restauri.

A novembre, al momento del rendimento dei conti, il marchese, e più ancora la marchesa Angelica, vedendo che le spese fatte superavano di molto l'entrata, non risparmiavano le osservazioni; ma quel bonomo tuto cuor metteva fuori per la circostanza una parlantina assai efficace e finiva sempre con aver ragione.

—Sono restauri necessari, signor marchese: opere tali che faranno rifiorire e triplicare in cinque o sei anni la rendita dello stabile!

I Collalto rispondevano allora che se la rendita di Villagardiana era tutta assorbita dai miglioramenti, ciò che rimaneva del patrimonio non poteva più bastare per la casa.

—Troppo giusto, signor marchese illustrissimo: troppo giusto! Vuol dire che anche per l'annata in corso potranno disporre per intero della rendita di Villagardiana. Le spese che ho creduto bene di fare, più per il vantaggio del signor marchese che non per il mio (perchè già il padrone rimane sempre il signor marchese, e quando volesse potrebbe mettermi alla porta con un calcio), le spese, dicevo, rimarranno a mio credito.

—La ringrazio, caro signor Pompeo,—rispondeva il marchese col suo fare altezzoso,—ma io non vo' obblighi con nessuno.

—Certo, certissimo, obbligato le sarò io, se mi permetterà di servirla! Intanto, se crede (ci ho pensato appunto volendo prevenire le obiezioni della sua nobile delicatezza), prenderò un'ipoteca su Villagardiana... Ma poi... In quanti anni?... In dieci anni al più, ella potrà, volendolo, affrancare il capitale e fare ancora un buon avanzo. Una volta che Villagardiana abbia raggiunto il pieno sviluppo, deve fruttare come la terra promessa; dev'essere la California della nobile casa Collalto.

La marchesa Angelica rimaneva più stordita che convinta da tante chiacchiere; ma invece al marchese Alberto, sempre pieno di sè, e sempre compreso del lustro singolare del suo nome, pareva proprio che la gentuccia gli dovesse essere tributaria come i vassalli del buon tempo antico. Stimava naturale che anche il signor Pompeo si pigliasse il gusto di servirlo per godere di un tanto onore; e come pensava di essere lui medesimo qualche cosa di straordinario, così non dubitava nemmeno che tutto quello che gli apparteneva non fosse privilegiato; e quando l'altro tirava in ballo la California, sorrideva non dell'idea, ma della volgarità borghese di quella metafora.

Frattanto il Barbarò, trovandosi tra la boria del marito e la bontà della moglie, conduceva a buon punto i propri affari, e mentre sperava di diventar in poco tempo e con poca spesa il solo padrone di Villagardiana pensava pure di approfittare dell'intimità che doveva nascere dalla vita comune fra lui e i Collalto per introdursi nel bel mondo e vincere le antipatie e la diffidenza che circondavano la sua persona.

—Anche a me non manca più che il punto d'appoggio per sollevare il mondo, come ad Aristotele!—mormorava Pompeo, che fra Donna Lucrezia e lo Zodenigo andava accattando, a orecchio, una certa erudizione.

Ma se il primo disegno gli riusciva bene, pel secondo, invece, doveva toccargli un fiero disinganno.

Angelica si mostrava affabile col Barbarò, ma pure nel modo stesso con cui lo chiamava signor Pompeo, v'era il tono di bontà quasi compassionevole col quale trattava le persone di condizione inferiore. E, peggio ancora, quel signor Pompeo quand'era pronunciato dal marchese Alberto aveva un'intonazione arrogante e un pochino canzonatoria. Egli lo comandava a bacchetta, e nelle discussioni gli dava sulla voce aspramente. Sparlava di lui cogli amici dipingendolo come un mezzo imbroglione, e si compiaceva di screditarlo presso i fittaiuoli e i contadini. A pranzo il signor Pompeo aveva l'ultimo posto e non era presentato a nessuno, e con tanta gente che frequentava Villagardiana egli, che avea sperato di farsi strada nell'aristocrazia, non era riuscito a far amicizia altro che coll'accordatore del pianoforte. Con tutti i suoi milioni era considerato come l'amministratore di casa Collalto, ed anche per le persone che dipendevano solamente da lui, e che egli manteneva e pagava, era sempre il signor Pompeo; nient'altro che il signor Pompeo.

Insomma dall'ultimo contadino all'arciprete (al quale il Barbarò avea conservato una piccola prebenda perchè non voleva disgustarsi colla Chiesa) tutti a Villagardiana non riconoscevano altri padroni che il signor marchese, la signora marchesa e il marchesino Stefano.

Pompeo faceva ben capire ai fittaiuoli e ai coloni che il marchese era rovinato e che lo stabile ormai era suo di fatto, ma con questi sfoghi non giungeva se non a farsi pigliare in uggia maggiormente.

—Se non fosse stato quel tirchio del signor Pompeo,—mormoravano,—il marchese Alberto gli avrebbe trattati come figliuoli!

Il Barbarò schiattava di rabbia, diventava sempre più duro coi suoi dipendenti e faceva proponimento di rispondere per le rime alla prima occasione a quel pitocco superbioso.

Ma poi, dinanzi al marchese, l'antico portinaio prendeva ancora il sopravvento sul nuovo banchiere, e quando l'altro alzava la voce, gli morivano le parole sulle labbra, e restando confuso, chiudeva in cuor suo tutta la gran collera.

Si consolava poi riflettendo che venuto il momento egli sarebbe ritornato a Milano, e avrebbe mandato il suo avvocato a regolare i conti.—Che bomba, che bomba!—esclamava sogghignando e pensando al giorno in cui si sarebbe vendicato col mettere i Collalto fuori di casa; e intanto si mostrava ancora più ossequioso col signor marchese. Se non che, quando la bomba fu in punto, e non mancava più altro che appiccarvi il fuoco, aspettò di giorno in giorno ancora una settimana, e poi un mese a farla scoppiare, e in fine non ci pensò più.

Egli si era invaghito della marchesa Angelica, e non voleva allontanarla da sè, e rinunciava alla sua vendetta, per altri e nuovi disegni e non meno malvagi che covava in cuore.

La marchesa, di primo acchito, non gli avea fatto alcuna impressione. Doveva essere, pensava, una di quelle pallide madonnine che bisognava adorare mettendosi in ginocchioni, impassibili come statue, e cogli occhi e colla testa sempre nel mondo della luna. A lui, le donne, gli piacevano propriamente donne, e le sante le lasciava ai preti! Ma poi certe volte che vedeva di lontano, in mezzo al prato verde e lungo l'ombra quieta del viale quella persona gentile che si moveva con languida mollezza sotto il grande ombrellino rosso, sfolgorante, non poteva trattenersi dal sostare e voltar il capo per ammirarla. Quando Angelica parlava colla sua lentezza garbata, l'ascoltava muto e rapito. Una mattina presto, l'incontrò col bimbo presso la riva del lago: essa aveva addosso una veste di mussolina quasi gialla, così fine che lasciava trasparire sotto le maniche il roseo delle braccia rotonde. Il bel viso, solitamente pallido, pareva animato in quell'ora da un'espressione luminosa di benessere. Aveva le labbra socchiuse e i capelli biondi rialzati e raccolti sul capo scoperto. Il Barbarò, salutandola, rimase a guardarla a bocca aperta, con desiderio voluttuoso; pur tuttavia gli pareva sempre troppo fredda in quella compostezza aggraziata. "Il marchese Alberto doveva sentir soggezione a darle un bacio!" Per altro, il profumo suo, delle sue vesti, com'era delicato e soave!... Era proprio il profumo della gran dama! Gli ricordava quello sentito molti anni addietro... quando la signora Alamanni passava dalla porteria. "Perchè mai i signori dovevano avere un odore diverso dagli altri?" Egli aveva regalato alla Veronica certi estratti sopraffini che costavano un occhio, eppure la villana sapeva sempre di burro rancido!

Se non che un giorno il signor Barbarò venne a sapere che alla magnifica statua batteva il cuore. Sentì dire che Angelica era innamorata di Andrea Martinengo! Dunque non era vero che fosse fredda e impassibile: essa era viva, proprio viva! Ma allora chi sa quanto fuoco doveva covare sotto quella superficie di neve!... Ma allora.... Ma allora voleva riscaldarsi lui a quel fuoco: lui e non altri.

Andrea Martinengo?... Chi era poi alla fin fine, questo signor Martinengo che osava alzar le mire alla marchesa di Collalto? Era uno spiantato! Un misero capitano d'artiglieria che non avea un soldo più della paga!... Balordo presuntuoso!... Ma lui, co' suoi quattrini, lo avrebbe soppiantato!... No, no, la marchesa non gli poteva sfuggir di mano!...

Come doveano esser dolci e carezzevoli le parolette d'amore che uscivano da quella bocca di miele!... Sfacciata!... Avrebbe voluto morderle le labbra mentre le profferiva! Sì, voleva averla per sè, voleva farla sua, e che il Martinengo ne morisse di gelosia e di rabbia!... Lo odiava quel pezzente bellimbusto!...

Ma la marchesa Angelica faceva la superba, la noncurante. Tutt'al più degnava di un sorriso di compatimento il signor Pompeo! Ebbene, facesse pure! Ma il giorno in cui egli l'avrebbe messa nell'alternativa o di cadere in miseria o di mutare di gusti, oh la bella signora ci avrebbe pensato due volte!... L'importante era di non lasciarsela sfuggire; poi, una volta spinta fino all'orlo dell'abisso, pur di ritornare indietro e salvarsi avrebbe trovato modo di vincere ogni sua ripugnanza verso il signor Pompeo!... Ma anche allora sarebbe sempre stata innamorata di un altro... E che per ciò?... Doveva essere un ben magro conforto per il bell'Andrea!... E il Barbarò sogghignava mentre si mordeva i peli radi e corti dei baffettini. Gli occhi della marchesa, pensava, dovevano essere ancor più belli a vederli nuotanti nelle lacrime! Egli l'avrebbe sentita gemere, pregare e supplicare colla sua voce d'oro. Avrebbe veduto il bel viso farsi pallido e spaurito per la foga dei suoi baci e delle sue carezze!... No, no, non gli poteva sfuggire! Era lui, lui solo che teneva la cassa fra tanti spiantati e dovea essere il padrone di tutto a Villagardiana, anche di quella creatura che aveva il corpo di una statua e la voce di una sirena.

Per Iddio, piuttosto di cederla al Martinengo, l'avrebbe lasciata marcire in prigione!... Sicuro, in prigione: e perchè no?... D'ora innanzi non avrebbe più dato un soldo al Collalto senza riceverne in pagamento una cambiale e avrebbe voluto, per avallo, anche la firma della marchesa!

Tuttavia, coll'andar del tempo, l'odio geloso ch'egli sentiva contro Andrea Martinengo pareva che si dovesse acquetare. Il Martinengo era di presidio a Napoli e non dava mai segno di vita a Villagardiana.

D'altra parte, che cosa avevano riferito al signor Pompeo? Che i due giovani si amavano assai quando il conte Prampero avea costretta la figlia, ad ogni costo, a sposare il Collalto. Poi, dopo le nozze non si erano mai più riveduti. Insomma era stato il solito romanzetto sentimentale che fanno tutte le ragazze col biondino spiantato, prima di rassegnarsi... al buon partito! "Certo, certo, il bell'Andrea l'aveva dimenticata!" Ma il Barbarò, non meno per ciò n'era geloso, nè lo odiava meno, nè riusciva a frenare la sua passione per la marchesa.

Tutti i suoi pensieri erano sempre rivolti ad Angelica; tutto il suo sangue era come infocato dalla sua immagine; e forse, trascinato dalla bramosia, avrebbe commesso qualche imprudenza, se il timore di perderla scoprendosi prima del tempo, prima di averla ridotta proprio all'estremo punto del precipizio, non gli avesse dato forza per tenersi in carreggiata.

Egli, fino allora, non avrebbe potuto altro che spogliare i Collalto di Villagardiana e invece, per essere sicuro del colpo, bisognava tenere sotto gli artigli tutto l'intero patrimonio.—E a buon conto,—ripeteva fra sè, spaventato che l'amore gli potesse far commettere una qualche minchioneria,—a buon conto non perdiamo di vista gli affari! Gli affari devono essere come la bussola dell'uomo: quanto più soffia la burrasca tanto più bisogna tenerla d'occhio!

Ma intanto ch'egli tendeva cautamente le sue reti la marchesa Angelica non poteva più fare un passo senza vederselo a un tratto comparire dinanzi.

Ogni volta che andava a passeggiare, o sola, o col piccolo Stefanuccio, s'imbatteva sempre nel signor Pompeo, che sbucava all'improvviso da una siepe, da un viottolino, o si mostrava di sotto ai pampani della vite. In casa, appena Angelica usciva di camera, lo incontrava sempre, o lungo i corridoi o su per le scale. E le guance stirate e olivastre del Barbarò si tingevano allora d'una fiamma rossiccia, gli occhi piccoli e loschi scintillavano iniettati di sangue, e la voce gli usciva spezzata dal petto affannoso. Ma pure egli trovava sempre qualche pretesto per fermare e intrattenere la marchesa: un giorno aveva un'istruzione o un'informazione da chiederle: un'altra volta un ordine da farle ripetere; e quando la trovava sola la conduceva lontano per mostrarle qualche nuovo restauro.

Angelica, se pareva ancora una fanciulla per la squisita purezza delle sue forme, era davvero ancora una bimba per l'ingenuità del cuore; e invece d'indovinare ciò che l'avrebbe fatta morire di ribrezzo, non attribuiva il gran turbamento del signor Pompeo, se non alla soggezione ch'essa gl'inspirava. E però si studiava di mostrarsi sempre più affabile, e sovente rideva e scherzava con lui per cercare di rinfrancarlo.

Il Barbarò certe volte credeva d'impazzire. Il sangue gli saliva alla testa, ansimava, non sapeva più quello che si dicesse, ma pure guardava sempre Angelica di sottecchi non fidandosi ancora di fissarla in volto. In sulle prime, ingannato da tanta cortesia, avea osato concepire, nella sua volgarità di villan rifatto, una goffa speranza.

—Che la biondina—pensava—abbia già messo gli occhi sopra i miei quattrini?—Ma poi, quando comprese che tutte le premure della marchesa non erano altro che affabilità e degnazione, il suo livore e la sua passione s'inasprirono maggiormente.

—Fa, fa pure la superba!—borbottava fra i denti, dopo averla accompagnata sull'uscio di casa o del salottino ed essere stato licenziato con un sorriso e un cenno del capo, senza una stretta di mano.—Fa pure la superba: sfogati finchè puoi!... Ma si avvicina il giorno nel quale dovrai smettere le smorfie! Quel giorno, marchesina bella, dovrai essere molto umile e sottomessa col signor Pompeo!... Certo, certo, non ti sembrerò un amorino come il capitano; ma sono i milioni, core mio, sono i milioni che contano, e che cantano, e lo saprai bene quando ti avrò nelle mani....—Sicuro!... In queste manacce grosse e nere, che tu sdegni di toccare!

Pur tuttavia, sebbene il Barbarò sprezzasse i damerini, cercava anche lui, adesso, di farsi bello. Si tingeva i capelli duri, a spazzola che cominciavano a incanutire, e faceva sfoggio di ciondoli, di catene d'oro, di bottoni e di spille di brillanti, tutta roba rimasta in casa Barbarò dopo liquidata l'Agenzia di prestiti sopra pegni di Via del Pesce. E ogni giorno aveva un abito nuovo, o troppo stretto o troppo largo—perchè—predicava sempre a quello zuccone di Giulio—bisognava essere uno stupido per farsi vestire dal sarto, quando lo stesso abito si poteva comprare a metà prezzo e bell'e fatto al bazar!

Ma se l'amore lo abbelliva, o almeno lo lustrava, era certo, per altro, che non lo ingentiliva. In casa i mostrava di un umore tristo e inquieto; ed ogni giorno si faceva più avaro volendo rifarsi in anticipazione di ciò che, col tempo, gli avrebbe potuto far perdere la marchesa. Quando capitava a Milano pe' suoi affari gridava con tutti, era sempre malcontento di tutto. Sentiva, di tratto in tratto, un impeto di avversione strana, feroce contro la florida signora Veronica, e allora la maltrattava e la batteva.

Quella "bestiaccia grassa e vecchia" gli faceva nausea!—Lo Sbornia non ne indovinava una, nemmeno per sbaglio. Aveva sempre la testa intronata per i continui rabbuffi e girava attorno balordo e addormentato colla faccia trista e spaurita.

Il Barbarò gridava che "quei due sudicioni" gli rubavano il pane!... Si erano fatti ladri e poltroni!... Avevano sempre la testa pesa per il troppo mangiare e per il troppo bere.... Affogavano nel grasso.... Lo assassinavano!

E quando alla fino del mese c'era da pagare la pensione di Beppe Micotti, che andava a non studiar niente nell'Istituto Tecnico, il Barbarò strillava tanto da farsi sentire in istrada.

—La pensione l'avrebbe pagata doppia, senza fiatare, per farlo rinchiudere fra i discoli, quel monellaccio!

Ma non parlava così davanti al figlioccio. Una volta gli aveva tirato troppo forte gli orecchi e il ragazzo s'era rivoltato addentandogli la mano. D'allora in poi il padrino, quando lo vedeva, gli faceva gli occhiacci, ma non gli diceva più nulla.

Solamente la Balladoro era rispettata in quelle furie, ed anzi se ne avvantaggiava. Per essere un po' parente della marchesa Angelica, per quel suo privilegio di poterle parlare dandole del tu, il Barbarò la teneva in maggiore considerazione. In ogni sua corsa a Milano, egli passava tutte le ore che aveva libere nel salottino giallo, testimonio muto, ma sempre più unto, della taccagna ingratitudine dei ministri italici. E lì, colla scusa dei saluti, non si faceva altro che parlare di Angelica. Il Barbarò voleva saper tutto e conoscere tutto bene: la sua vita di bimba e di fanciulla: i suoi gusti, le sue abitudini, l'amoretto col Martinengo e le lacrime sparse quando avea dovuto maritarsi contro genio. E il Barbarò lodava assai la fermezza del conte Prampero, il quale aveva fatto benissimo a non assecondare i ghiribizzi romantici della figliuola, a mandare a spasso il bell'Andrea e ad obbligarla invece a sposare il Collalto. Ma sempre, a questo punto, la discussione si riscaldava, perchè Donna Lucrezia voleva sostenere, gridando e dimenandosi, che "anche el cuor vol la sò parte!" e che "suo cugino il conte Prampero, parlando da vivo, era un bucefalo spietato!"

Ma poi, a poco a poco, il Barbarò finiva di interrogare e di contraddire, e la Balladoro continuava a parlare, a parlare, sicura che que' discorsi piacevano al suo compagno e lo disponevano bene in suo favore e nello stesso tempo sempre smaniosa e orgogliosa di provare l'intimità sua coi Collalto e i Castelnovo, e la considerazione in cui era tenuta, e l'affetto che le prodigavano. Ricordava i balocchi "splendidi" che avea regalato all'Angelica quand'era bimba; descriveva le feste e i doni "magnifici" ch'essa faceva all'Angelica quando andava a levarla dal collegio, nei giorni d'uscita, e assicurava, "non per vantarsi, ma perchè era proprio la verità," che suo cugino il conte Prampero non avrebbe mai affidato l'Angelica in altre mani, e che l'Angelica, quand'era ragazza, non voleva star altro che con lei!

Il Barbarò ascoltava tutto con una grande attenzione e gli pareva che la voce rauca e raffreddata della Balladoro si facesse limpida e insinuante per quel nome di Angelica sempre ripetuto, per quella immagine di Angelica sempre tenuta viva dinanzi. Adesso non la interrompeva, non fiatava più. Soltanto quando Donna Lucrezia lodava con la sua enfatica vivacità la "maravigliosa bellezza della cugina" e "i capelli biondi come l'oro" e "le spalle larghe e tornite, uniche al mondo" e "i piedini, che per trovarne di simili bisognava correre in China" e "gli occhioni ch'erano un poema" e "il bel personale alto, dritto, slanciato come d'una vera dea dell'Olimpo," il Barbarò si sentiva bruciare le gote e si spelava le dita nervosamente.

Ma intanto rimaneva allettato da quelle confidenze e da quelle chiacchiere, e quando ritornava a Villagardiana dopo le gite di Milano, sapeva di aver un argomento gradito per intrattenere Angelica: le notizie e i saluti della signorina Alamanni. Angelica voleva molto bene alla Mary, per ciò quando Pompeo parlava con la marchesa di quella "povera signorina" si mostrava sempre commosso.

—In quanto a me, salvo il dovuto rispetto,—esclamava mettendosi una mano sul cuore—la considero proprio come una mia figliuola!... Vedesse, signora marchesa, si è fatta grande, graziosina....

—Ed è poi tanta buona!—concludeva Angelica con quella voce incantevole che certe volte pareva le uscisse dall'anima come un sospiro.—Quando ritorna a Milano, signor Pompeo, si ricordi di farmelo sapere.

—Sempre, sempre, signora marchesa. Non mi muovo mai da Villagardiana, senza prima venire a prendere i suoi ordini.

—Ella è ben gentile, e la ringrazio.—Ed una volta soggiunse:—Le darò una lettera per Donna Lucrezia. Vorrei pregarla di venire colla Mary a passare un po' di tempo sul lago.

Il Barbarò non rispose altro che con un profondo inchino; ma due giorni dopo partiva per Milano e correva subito in via della Spiga coll'invito della marchesa Angelica. Voleva che la Balladoro e la Mary partissero subito con lui, lo stesso giorno.

—Che furia, benedetto omo, che furia!—esclamava Donna Lucrezia, alla quale sorrideva assai quella villeggiatura, ma voleva prima avvisarne il professore.—Lasciatemi tempo.... per respirare, santissimi numi! Con quella mammalucca della Filomena e con quella svanìa della Mary, bisogna che faccia tutto da me! E poi, caro mio, qualche spesetta.... sarà pur troppo necessaria. Povera, ma superba: e siccome i Balladoro in quanto a nobiltà valgono i Collalto, così non vorrei sfigurare per tutto l'oro del mondo; e se non posso farmi almeno un abito nuovo da sera e uno da mattina, piuttosto, lo dichiaro altamente, non mi muovo da Milano.

—Sono proprio stato creato e messo al mondo per far da cassiere agli spiantati!—mormorò fra sè il Barbarò nell'andarsene.—Ma una volta che Donna Lucrezia fosse a Villagardiana, saprebbe lui come fare per tenerla a stecchetto! Allora non ci sarebbero più scuse: non ci sarebbero più domande di nuovi prestiti... Allora... Ma non era questo che gli premeva... Egli credeva di avere in Donna Lucrezia una guardia sicura da poter mettere a fianco di Angelica per sorvegliarne ogni passo, e insieme una persona amica e di confidenza che gli avrebbe fatta buona compagnia in mezzo a tutti quegli aristocratici che lo guardavano d'alto in basso.

Invece, anche per questa volta, egli non avea fatto bene i suoi conti.

La Balladoro, appena arrivata a Villagardiana, si era conformata subito all'ambiente. Lodava i meriti agricoli e amministrativi "di suo cugino" il marchese Alberto; andava in estasi dinanzi "a sua cugina" la marchesa Angelica, e faceva la partita ai tarocchi coll'arciprete, chiudendo un occhio sul Potere Temporale. Ogni volta che il Barbarò andava a Milano, essa lo incaricava di un monte di commissioni: spesucce, imbasciate alla sarta, ordini per la Filomena, letterine per il Professore. Ma poi non si perdeva in ringraziamenti; gli dava spesso sulla voce; e avea imparato a chiamarlo signor Pompeo colla stessa aria arrogante e beffarda del marchese Alberto.


[c27]