V.

Ma se gli affari di Pompeo continuavano a prosperare, pareva sempre che i suoi disegni per l'avvenire dovessero incontrare un qualche ostacolo: tra Giulio Barbarò e la Mary Alamanni non c'era punta simpatia. I due ragazzi erano spesso insieme, perchè lo Zodenigo che doveva impartire al suo allievo anche la scienza degli usi e delle cerimonie sociali, se lo tirava dietro ogni qualvolta andava in conversazione in casa Balladoro. E il ragazzo, entrato appena nel salotto giallo per imparare a dar la mano a Donna Lucrezia, scappava poi subito in cucina in cerca della Mary e della Filomena. Ma la bimba, quando lo vedeva arrivare, si rannicchiava vicino alla vecchia fantesca e non voleva saperne di giocare con lui.

Non lo poteva proprio patire quel brutto ragazzo magro magro cogli abiti che gli facevano addosso tante grinze, coi capelli radi che gli cascavano spettinati sul viso lungo e smorto.... Egli non faceva altro che vantare la roba del suo babbo, mostrava a tutti il suo orologio d'oro, e si divertiva a mortificare la Filomena contandole il grosso salario che pagavano alla loro cuoca ed al loro servitore. Maleducato com'era, toccava tutto, voleva saper tutto, diceva parolacce, avea il vizio di menar le mani, e con lei si era subito messo, impertinentemente, a darle del tu.... No, no, non le piaceva quel brutto ragazzo! E la Mary lo stava a guardare quando faceva il chiasso, senza parlare, senza mai accostarglisi esprimendo solo una maraviglia sdegnosa dagli occhioni grandi e dal visino serio serio. Una sera Giulietto avea portato con sè un piccolo bersaglio, e voleva che la Mary si facesse prestare i soldi dalla Filomena per giocar con lui.

—La zia non vuole che si giuochi di danari—rispose la bimba sempre tutta seria:—poi il bersaglio non è un divertimento adatto per le signorine.

—Oh! oh! La signorina colle sottane corte! La signorina senza un soldo!—E il ragazzo si mise a sghignazzare e a strillare dandole la baia.

La Mary diventò rossa di collera, ma non rispose una parola.

—Fammi un po' di posto sulla tavola—mormorò con voce sorda alla Filomena:—voglio studiare!

La vecchietta tirò in un canto le stoviglie e asciugò la tavola col grembiule. La bimba andò alla credenza e, alzandosi in punta di piedi, cavò fuori da un cassetto dove teneva i suoi libri il compendio di geografia: lo portò sulla tavola, si sedette, lo aprì, e per tutta la sera non levò più gli occhi dal libro.

—Oh! oh! La signorina colle sottane corte!... Oh! oh! La signorina senza un soldo!—continuò Giulietto a borbottare per un pezzo: ma poi, vedendo che la Mary assorta nello studio non gli badava più, cominciò per distrarla e infastidirla a far correre sulla tavola un pezzo da cinque franchi nuovo, che aveva nel taschino.

La sera dopo capitò a casa Balladoro con un piccolo teatro e una compagnia di burattini sotto il braccio.

—Co' burattini—pensava il ragazzo—potranno giocare anche le signorine!

Invece la Mary non si degnò neppure di guardare que' bellissimi giocattoli, e s'indispettiva contro la buona Filomena che al vederli prorompeva in esclamazioni di meraviglia, e per farla star zitta la toccava co' piedini sotto la tavola.

Un'altra volta il ragazzo portò un giuoco di pazienza giapponese, poi la battaglia di Solferino colla musica, e Napoleone III e Vittorio Emanuele a cavallo, ma non c'era versi!... La Mary non diceva mai una parola, non alzava mai gli occhi dal suo compendio di geografia.

Giulietto, allora, infastidito, dichiarò a suo padre che si seccava troppo in casa Balladoro e che la sera non ci voleva più andare.

Il Barbarò prima tirò ben bene le orecchie al figliuolo per insegnargli che il voglio non si doveva mai dire in presenza sua, poi gli dichiarò che non intendeva di dar da mangiare ai professori per allevare un asino!

—La Mary non mi può soffrire!... non mi guarda nemmeno!—mormorò il ragazzo piagnucolando.

—Prova a regalarle uno de' tuoi burattini e ti guarderà! Coi regali si pigliano le donne!

Giulietto si arrischiò, e le offrì Napoleone III; ma la Mary non lo volle accettare; lo ripose nella scatola, e continuò a leggere a mezza voce il suo libretto.

Allora il ragazzo finì anche lui col mettersi il cuore in pace e col non curarsi più altro della piccola permalosa. Invece chiacchierava tutta la sera colla Filomena sempre vantando i molti danari e il lusso del babbo, e sperando così di pungere e di umiliare la superbia della Mary. Ma la ragazzina, assorta ne' suoi studi, pareva non prestasse nessuna attenzione al racconto di quelle grandezze; e poi a lei non piacevano i danari: essa non li aveva mai contati, non li aveva mai fatti correre sulla tavola. È vero, per altro, che Donna Lucrezia non le avea mai dato più di un soldino la domenica per far la carità durante la predica.

Ma una volta anche la Mary perdette a un tratto la pazienza.

—Oggi il babbo mio—raccontava Giulietto—ha comperato due cavalloni magnifici e una bellissima carrozza quasi nuova, e abbiamo preso un cocchiere che era prima in servizio da un conte, e gli dobbiamo dare di salario novanta franchi al mese. Tu non li prendi in un anno, Filomena, novanta franchi!

—Anche la mamma mia,—esclamò allora la fanciulletta, irritata perchè il brutto ragazzo avea umiliata la Filomena,—anche la mamma mia teneva carrozza e cavalli, ma non aveva superbia!

Il piccolo Barbarò a quell'uscita improvvisa rimase un po' sconcertato, ma poi un'altra sera, volendo rifarsi dello scorno patito, portò per far maravigliare la Filomena tutto il gruzzolo dei suoi danari.

La Mary, vedendo le monete d'oro e d'argento, strinse i labbruzzi con aria sdegnosa, ma la vecchia non potè far a meno di esclamare con un grosso sospiro:

—Quanta bella provvidenza, Gesù benedetto!... E dove li spende tutti questi danari?

—Io non li spendo,—rispose il ragazzo, mettendosi in sussiego,—non sono matto. Io lo fo fruttare il mio capitale.

La Mary alzò gli occhi dal libro e fissò Giulietto maravigliata.

—Quando sono stato bravo e son riuscito a metter da parte diciannove franchi, il babbo, in premio, me ne aggiunge un altro di tasca sua, e mi regala un bel marengo d'oro. Quando poi arrivo a poter sommare cinque marenghi, allora li dò al babbo che li mette nella sua banca e mi dà l'otto per cento.

La Mary scrollava il capo e storceva la bocca. Fece per rimettersi a leggere, ma poi vedendo che l'altro continuava a contare e a lustrare quei suoi stupidi danari, si rivolse alla vecchia domandandole lentamente, ma con voce chiara, penetrante:

—Non è vero, Filomena, anche la mamma mia era ricca?

—E come!... Ma era una santa la tua povera mamma e i capitali li metteva a frutto in Paradiso.

Il ragazzo si fermò, attonito, colle monete lustre fra le mani. Egli guardò in faccia la Mary e la Filomena: non capiva bene quel discorso.

—Vuoi dire che li metteva a frutto in Paradiso,—seguitò la piccola Alamanni,—perchè li spendeva nel far del bene?

—Già... sicuro... e l'amavano tutti, ed era benedetta da tutti, la tua povera mamma!

—Se ne avessi anch'io dei danari vorrei imitare la mia mamma: vorrei far del bene!—E la ragazza disse queste semplici parole, così soavemente, da commuovere la vecchia fino alle lacrime.

—Benedetta anche te, la mia creatura! E la baciò sulla testolina riccioluta.

Giulietto rimaneva sempre là come istuipidito, colle mani piene di danari. Poi, a un tratto, sfogò il malumore con un'alzata di spalle, e tornò a contare e a lustrare le sue monete prima di rimetterle nel borsellino. Ma pure sentiva, mal suo grado, che quel tesoro aveva perduto di attrattiva. Tornò a guardare la Filomena che s'era rimessa a rammendare una calzetta, e guardò, ma di sottecchi, anche la Mary che leggeva attenta attenta il suo libricciuolo. Aprì ancora il portamonete, lo guardò dentro, lo richiuse, tornò a metterlo in tasca, a levarlo fuori, ma poi a un tratto si fe' animo e un po' imbroncito, un po' impacciato, domandò con un sussulto nella voce:

—E come si fa, poi, a far del bene?

La vecchia sorrise: la Mary alzò la testina e lo fissò attentamente, e notò per la prima volta che "il povero ragazzo" aveva il viso pallido, affilato.


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