IV.
Il signor Barbarò (i suoi dipendenti per andargli a genio lo chiamavano con questo nome, perchè da lui preferito), il signor Barbarò non nascondeva il disprezzo olimpico che sentiva per lo Sbornia.
"Figurarsi! Un ubriacone incretinito che voleva mettersi anche lui a fare l'Italia!... Non ne aveva buscate a dovere quando, insieme con quell'altro bel matto del Garibaldi, era corso a difendere la rep... pubblica Romana?" E nel pronunciare questa parolaccia, repubblica, il signor Barbarò, batteva doppio il pi, gonfiando le labbra e ghignando. "Allora, a Villa Corsini, gli era toccato un colpo di baionetta che per poco non lo mandava all'altro mondo, senza il passaporto! Ma la lezione non aveva giovato; lo Sbornia non era uomo: era un otre ripieno di vino e di acquavite!" E il Barbarò rimbrottava aspramente e teneva muso alla Veronica, perchè non sapeva comandare al marito. "Già, era sempre stata una fannullona non buona ad altro, che a mangiare e bere."
Tuttavia non bisogna credere che Pompeo ci si scalmanasse per affetto: oibò! Si arrabbiava e gridava perchè non volea perdere lo Sbornia che gli era divenuto più che mai necessario.
—Dove trovare un altro uomo di fiducia che fosse sicuro come il Micotti? Un altro bestione così ignorante e così devoto, onesto fino allo scrupolo verso il suo principale e nello stesso tempo pronto a sfidare anche la galera, pur di eseguire ciecamente un ordine ricevuto?
Lo Sbornia era bravissimo pei conti, e fuori dei conti non capiva un'acca: non parlava mai, discuteva ancora meno, e lasciava ragionare al padrone. No, no!... non si poteva trovarne un altro a meno di non farselo fare apposta dal Padre Eterno!... E le preziose doti che ornavano un tal uomo si erano svelate appunto anche in que' giorni coll'appalto delle forniture militari concluso a Verona, tra il feldmaresciallo Ignazio Teimer (per conto del governo austriaco) e la ditta Micotti e C. In quella circostanza poco mancò che lo Sbornia non fosse processato; e le truffe commesse dai fornitori furono così numerose e incredibili da diventare quasi leggendarie fra le gesta dei birbaccioni.
Il Barbarò, sempre tenendosi al sicuro dietro lo Sbornia, che egli faceva girare e muovere con lunghi fili, come i burattini, era riuscito a corrompere mediante raggiri e grosse mance alcuni impiegati addetti alle sussistenze militari; in tal modo le ruberie si commettevano a man salva e quel negozio delle forniture fruttò tesori alla ditta Micotti e C. Ma il rischio era tutto del Micotti e i quattrini entravano nelle tasche del compagno. Perciò premeva molto al principale di non perdere il suo gerente, e temendo che all'aprirsi della guerra coll'Austria egli volesse ritornare con Garibaldi, ogni volta che si trovavano insieme, si metteva a predicare contro gli esaltati, che rovinavano la famiglia per scappare in Piemonte a farsi bastonare.
È chiaro come la luce del sole: l'Austria lo sonerà ben bene l'esercito alleato! E l'uomo di proposito, caro mio, non dimentica mai che i primi e sacrosanti doveri sono verso la famiglia. Uno scapolo, può ancora fare il matto, se gli gira. Ma un padre di famiglia che si lascia attirare da simili pagliacciate?... Chè! Merita di essere impiccato, senza processo.
Un giorno, verso la fine di aprile del 1859, il Barbarò passando da Verona avea invitato a pranzo lo Sbornia alla Regina d'Ungheria, e in tutto il tempo non avea fatto altro che dir roba da chiodi dei volontari, di Garibaldi e del Re di Sardegna. Lo Sbornia, come al solito, rimaneva muto, a capo basso. Ma pure, certe volte, pareva distratto: disegnava sgorbi e cifre sul piatto con uno stecchino, e allontanava il bicchiere quando l'altro gli voleva versar da bere. Simili novità non isfuggivano punto all'occhio sagace del padrone il quale, perduta la pazienza, cominciò anche a minacciarlo direttamente:
—E ricordatelo bene: se ti frullasse nella zucca di tornar da capo colle quarantottate, io butto la Veronica e il tuo scimmiotto in mezzo alla strada!
Lo Sbornia, sempre assorto ne' suoi pensieri, continuava a disegnare le sue figurine.
—Hai capito? Alza il muso quando parlo.... Hai capito?
—Sì, signor padrone!
Ma Pompeo non si chetò: anzi gridò ancora più forte e quando, finito il pranzo, andarono al passeggio lungo il Listone di Piazza Brà, continuò a brontolare e a minacciare, fermandosi ogni tanto per dar più forza alle parole; e il predicozzo durava ancora, che arrivavano alla locanda; e seguitò lungo le scale, e quando il Barbarò fu sull'uscio di camera sua, dove il Micotti lo aveva accompagnato, gli ripetè a mo' di conclusione:—Non ho ragione, bestiaccia!
—Sì... signor padrone.
—E ricordati che parlo pel tuo bene!
—Sì, signor padrone! La ringrazio e... buona notte, signor padrone!... Buona notte!
Pompeo entrò in camera e sbattè l'uscio in faccia allo Sbornia. L'altro, mentre il Barbarò spariva, alzò il capo e lo guardò cogli occhi imbambolati, in cui c'era la mestizia affettuosa d'un can barbone che abbia ricevuto dal padrone un calcio immeritato.
La mattina dopo, quando Pompeo si svegliò, credeva fosse ancora presto e si voltò nel letto per riaddormentarsi.
Il Micotti, appena arrivata la prima posta, soleva venire a destare il padrone, battendo all'uscio della camera, e a portargli la corrispondenza.
Pompeo si voltò e si rivoltò nel letto, ma non gli riusciva di ripigliar sonno. Aprì del tutto gli occhi e s'accorse che era giorno ben chiaro; il sole traspariva giallo e lucente dietro le persiane. Si drizzò per guardar l'orologio che aveva sul tavolino accanto:
—Per Dio!...
Erano le nove!
—Sta a vedere che quell'animale me l'ha fatta, ed è scappato via coi miei danari.
Tutto sconvolto, suonò strappando quasi il campanello.
—Sono stato una gran bestia!... Non mi dovevo fidare!...
Saltò fuori del letto per aprire l'uscio al cameriere, poi si ficcò di nuovo sotto le coperte.
Il cameriere entrò, e spalancate le finestre gli consegnò una lettera.
—Chi l'ha portata?
—Il signor Micotti.
Pompeo, presa la lettera in fretta, la scorse tutta con un'occhiata.
"Illustrissimo signor principale,
"Lui a ragione da vendere ma io sono una bestia e o il bruciore che non posso più e parto domandandole perdono e assicurandolo che se torno indietro sarò sempre suo umilissimo servo e intratanto l'avverto di aver passato all'Amministrazione la ricevuta del vaglia bancario per quelli dinari che o spedito, come da suo ordine a Milano.
"Stii bene come sempre li ugura.
Verona li 30-4-1859.
"Suo devotis. e umiliss. servo
"Micotti."
—Meno male che non è scappato coi soldi!—pensò subito il Barbarò consolandosi un poco.—Ma è sempre una canaglia! Piantarmi in asso proprio in questo momento!... Con tanti affari che ho sulle braccia!... Canaglia, canaglia, canaglia!... Mah!—e Pompeo sospirò mettendo la ricevuta nel portafoglio:—è sempre stato il mio destino, di seminar benefizi e raccogliere ingratitudine... Pezzo d'asino!—borbottò poi rileggendo la lettera più attentamente—non mi raccomanda nemmeno il suo figliuolo come se fossi obbligato di mantenerlo!... Pezzo d'asino!... Se torna indietro davvero gli farò ripassare il confine a suon di calci!
Ma invece, appena giunsero le prime notizie della guerra, la collera del Barbarò parve acquetarsi; a mano a mano, le vittorie di Palestro, di Magenta, di Varese, di Solferino gli riempirono il cuore di patriottica gioia, e i Francesi e i Piemontesi non erano ancora arrivati a Milano, che già splendeva all'occhiello del suo abito una bella coccarda tricolore. Era un presente della Balladoro che ne aveva fatte tre "colle sue proprie mani." Una per Francesco Alamanni, un'altra per il professore Zodenigo ed una terza per l'avvocato Spinelli.
Ma l'Alamanni era partito anche lui con Garibaldi, e Donna Lucrezia non sapendo come fargli avere la coccarda e avendo bisogno di una piccola sovvenzione, pensò di farne un presente al Barbarò, sebbene quella vecchia testarda della Filomena brontolasse assai per il cambio.
—Taci là, piavola! La verità innanzi tutto, e la proclamo altamente!... Quel bonomo del Barbarò (adesso non lo chiamava più Barbetta nemmeno la Balladoro) è sempre pieno di attenzioni e di premure per la Mary, ed io che non ho una patata al posto del cuore, non posso non mostrarmene sensibilissima!
La coccarda fu accettata con piacere e anche l'anticipazione fu concessa.
In quei giorni gli affari del Barbarò andavano a gonfie vele.
—Mi ci vorrebbe una guerra ogni tre anni!—mormorava spesso fregandosi le mani.
La sconfitta degli Austriaci gli era stata assai vantaggiosa. A cagione del precipizio della ritirata, i magazzeni erano rimasti pieni di foraggi e di viveri che la ditta Micotti e Compagno, dopo aver venduti al governo austriaco, non si sa bene con quali frodi, riuscì a rivendere all'esercito alleato.
E non solo intascò molti quattrini, ma anche, in quell'occasione, Pompeo Barbarò cominciò a gustare il profumo degli onori.
Trovandosi a Brescia per sorvegliare, senza troppo dar nell'occhio, i suoi affari, avea fatto distribuire negli ospedali dove giacevano i feriti parecchie casse di limoni guasti che erano state protestate alla ditta Micotti dall'Intendenza Militare.... Pochi giorni dopo questo fatto, gli capita da Milano una gazzetta sotto fascia: l'apre, la spiega, e trova una corrispondenza da Brescia segnata in rosso e firmata p. E. Z. In essa egli veniva elogiato e segnalato come esempio di filantropia e di patriottismo per l'elargizione fatta delle casse di limoni.
—È il poeta, non v'ha dubbio, è il poeta della vecchia matta che ha voluto scrivere questa buffonata! p. E. Z. Sicuro!... professor Eugenio Zodenigo!... È un tiro birbone!... Proprio, un tiro birbone!
Ma per altro non se n'ebbe a male, anzi quell'improvvisata di vedersi stampato sulle gazzette gli colorì di rosso per un attimo le guance olivastre. Lesse più di una volta gli elogi fatti al suo bel cuore, e la sera scrisse ai gerenti della ditta Micotti per sapere se nei magazzeni vi fosse nient'altro di guasto da regalare ai martiri della patria.
—Non occorre farsi sbudellare—pensava con soddisfazione—per compiere azioni patriottiche!—E il giornale lo chiuse a chiave in un cassetto, iniziando così, forse senza nemmeno pensarci, l'archivio storico di casa Barbarò.
Intanto era successa all'armistizio l'inattesa pace di Villafranca; Garibaldi, soffocando nella grande anima gl'impeti generosi, avea sciolto il giovane esercito dei Cacciatori delle Alpi, vittorioso a Varese, a Como, ovunque si era battuto; e lo Sbornia ritornava a Milano con un braccio al collo, e si presentava smagrito, affranto e a capo chino, come un colpevole, dinanzi al signor padrone.
Il pover'omo, che era rimasto tranquillo e freddo in mezzo alle fucilate, in quel punto avea paura: si aspettava una sfuriata terribile; temeva di essere scacciato. Ma invece, con suo grande sbalordimento, il principale gli si precipitò nelle braccia, piangendo di tenerezza e di gioia!—Sono qui, signor padrone—balbettò lo Sbornia che aveva sempre la sua faccia assonnacchiata:—sono qui per... per domandarle perdono anche stavolta, e se ha da comandarmi la servirò in modo da rifarla del tempo perduto.
—Tempo perduto il combattere per l'Italia?—esclamò il Barbarò scandalizzato:—ma tu mi ritorni bestia, come quando sei partito?!
Pure si rabbonì subito e volle accompagnarlo in persona in Via del Pesce, godendo di farsi vedere in giro col garibaldino ferito.
Già in ogni cosa Pompeo sembrava molto mutato. Era diventato un gran politicante, aborriva lo straniero, e anche in cuor suo, non sapeva perdonare a "quei cani di Tedeschi" la misera fine di Giulio Alamanni.
"Un agnellino" pensava "a cui sarebbe bastata una paternale, e che doveva esser morto dallo spavento!... Lui sì, se non avesse avuto giudizio sarebbe stato impiccato per davvero!... A poco a poco andava sempre più persuadendosi di aver scampato il martirio soltanto per la sua furberia..." e raccontava allo Sbornia e alla signora Veronica che "a' suoi tempi era andato anche lui molto vicino alla forca." E rideva compiacendosene, ogni volta che rammentava col suo gerente le gesta della ditta Micotti e Compagno.
—Gli abbiamo conciati pel dì delle feste quegli zucconi di croati!... Ma, in fine, non è stato altro che una restituzione... Erano danari nostri, sacrosantamente nostri, che i ladroni ci aveano rubati!
Un giorno, dopo pranzo, prese dal cassetto, dove era chiusa, la Gazzetta colla corrispondenza da Brescia e la lesse allo Sbornia, senza dire per altro chi l'aveva scritta.
Io non dò peso alle lustre dei giornali; voglio soltanto farti vedere che la mia parte, in certo modo, l'ho fatta anch'io!
Ma la letizia del Barbarò non fu di lunga durata, e quando si cominciò a buccinare intorno ai moti delle Sicilie, tornò a mostrarsi di cattivo umore. "Quel Garibaldi era un matto ambizioso, che voleva rompere l'uova nel paniere a papà Camillo!"—E in quanto a te—predicava allo Sbornia—che a suo tempo hai mostrato di averci il fegato, adesso sei in dovere di insegnare la prudenza e la moderazione... Dobbiamo conservarla questa Italia, che ci costa tanto sangue e tanti milioni!... Un'altra guerra!... Bravi: come se già non fossimo scorticati abbastanza dall'esattore!
Poi si metteva a sghignazzare giocherellando colla mano nei ciondoli dell'orologio.—Bei matti!... Vogliono andare a Napoli, a Palermo, come se si trattasse di fare una gita di piacere! Ma e i Borboni?... Non li contate per niente i Borboni?... Non sapete che hanno uno zampino in tutte le corti d'Europa e che sono protetti dalla diplomazia e dallo stesso gabinetto delle Tuilliri?
Lo Sbornia come al solito non rispondeva nulla. Lo stava a sentire sempre rispettoso e mezzo intontito; poi una bella mattina volò a Genova, e di là a Quarto, dove fu imbarcato sul piroscafo il Lombardo della compagnia Rubattino.
Il Barbarò anche questa volta montò in furia.... Ma anche questa volta il buon successo dell'impresa lo acquetò, e dopo aver maledetto alla partenza il garibaldino, come un ostinato ubriacone, pericoloso per lo Stato e senza cuore per la famiglia, andò a riceverlo al ritorno proclamandolo un eroe.
Solamente una terza volta, dopo Aspromonte, il ritorno fu non meno burrascoso della partenza. Il signor Pompeo inferocito mise fuori dell'uscio il povero Sbornia; non voleva più riceverlo, non voleva più vederlo, e non lo riprese al servizio se non dopo molte preghiere e più che altro "per riguardo" diceva "verso Donna Lucrezia, che si era intromessa in favor suo."
Fra il Barbarò e la Balladoro c'era un grande screzio d'opinioni in politica, e si accapigliavano spesso; ma tuttavia quei battibecchi non guastavano punto la loro amicizia, e dopo essersene dette di cotte e di crude, il Barbarò finiva sempre coll'offrire la mano alla nobile avversaria, che la stringeva con effusione esclamando:
—Amici come prima, coinon!
In fatti, mentre Pompeo si mostrava più ministeriale degli stessi ministri, Donna Lucrezia gridava e smaniava schierandosi fra i malcontenti. Il giorno della redenzione era arrivato, ma non erano arrivati i quattrini, e però la vedova fegatosa aveva giurato che tutti i Governi erano ladri allo stesso modo, e che il comando doveva passare in altre mani, se si voleva diventare i sovrani del mondo, come i Veneziani d'una volta. "Su questo proposito ne sapeva lei più degli altri, perchè avea avuto dogi e dogaresse nella sua famiglia."
Ogni volta che fumava uno di quei fetenti sigari di Virginia lo strizzava forte fra le dita, e faceva boccacce per mostrare quanta fatica ci volesse a tenerlo acceso; e dovea confessare "per onor del vero" che gli altri erano più buoni assai.
Con Napoleone terzo l'aveva a morte: lo chiamava sempre coll'apostrofe hughiana "Napoleone il piccolo!"
—Dopo aver proclamato ai quattro venti "l'Italia libera dall'Alpi all'Adriatico" si era fermato a Villafranca, il traditore!, e a sti pôri martiri—così dicendo indicava lo Zodenigo, che sospirava—el ga interdetto il suolo natìo!
Il poeta che in que' tempi di guerra stava col collo fasciato da un fazzoletto di lana bianca a cagione del deperimento lento, ma continuo, della sua salute, accompagnava coi gemiti le sfuriate dell'amica fedele, ma per altro col volgere degli occhi e coi cenni del capo approvava sempre quanto diceva il Barbarò, mostrandosi pure assai preoccupato "dell'equilibiio euoopeo."
E oltre all'equilibrio dell'Europa, egli badava molto anche al suo proprio, e professava due politiche opposte: una in versi e l'altra in prosa. Nei versi, che facevano andare in visibilio Donna Lucrezia, e montavano la testa alla Rosetta e, una dopo l'altra, alle sue varie padrone di casa, era repubblicano; nella prosa, che scriveva per le gazzette e leggeva adagio al signor Barbarò, faceva il moderato costituzionale. Ma d'altra parte, lui non poteva perdersi a fare il dilettante, e i giornali moderati, sovvenuti sempre dalla gente danarosa, pagavano meglio degli altri. Nè una così palese contraddizione gli toglieva credito presso al Barbarò: tutt'altro! Dacchè il precettore si era fatto giornalista, Pompeo lo trattava con molta deferenza; lo invitava spesso a pranzo, calmava le gelosie di Donna Lucrezia, e spendeva molte buone parole colla Rosetta. Di rado, ma gli faceva pure qualche imprestito, sempre su cambiali che rinnovava coll'aumento dei frutti, per tenerselo legato, e non volendo rimetterci del tutto il denaro suo, si tratteneva in conto il mensile delle lezioni, e si faceva scrivere o correggere dal poeta la corrispondenza giornaliera. Poi gli apriva il cuore intorno ai propri disegni e alle proprie aspirazioni. Il Barbarò sentiva di non aver fatto abbastanza col dono delle casse di limoni, ed era disposto a maggiori sacrifici verso la patria, alla quale, più che altro, desiderava offrir l'aiuto della sua esperienza e della sua generosità. Egli, insomma, avrebbe voluto cominciare a prender parte alla cosa pubblica. E aveva creduto di mettersi in buona vista facendo figurare il suo nome ogni qual volta dai giornali venivano aperte sottoscrizioni per sovvenire ai pubblici disastri, o per erigere monumenti. Liberalità che pure lo angosciavano in segreto, e alle quali cercava di rimediare con qualche nuova strozzatura della ditta Micotti.
Ma l'opinione pubblica gli si mostrava contraria. Essa accettava il suo danaro, senza voler sapere della sua persona; e il povero Barbarò, dopo tante spese, non era mai stato eletto, nemmeno fra i membri di un comitato di Beneficenza! Questo era il guaio, non si aveva fede nelle sue ricchezze.—Dov'erano i milioni del Barbarò? Chi li avea veduti? Chi li avea contati?... E la gente diffidava di lui, lo aveva in sospetto, mormorando prudentemente:—danari e santità, metà della metà. Intanto gli invidiosi frugavano nel suo passato, sussurrando che avesse fatto la spia nel quarantotto; che avesse avuto parte nelle tenebrose operazioni della ditta Micotti nel cinquantanove: insomma che si fosse arricchito colle bricconate....—Arricchito?... Uhm!... Se pure anche le ricchezze sue non erano simulate e prese a prestito come il nome di Barbarò!
—Imbecilli!—mormorava Pompeo sogghignando, mentre accumulava nel cuore odio e disprezzo contro quella gente boriosa e timida che non lo voleva accogliere e che pur non osava di francamente respingerlo.—Imbecilli... e vigliacchi! Vuol dire che ancora non mi credono ricco abbastanza! Ma ciò non conta. Verrà il giorno che li avrò tutti ai miei piedi; verrà il giorno che sarò il padrone di Milano, e allora... Allora inalzerò una statua all'orefice del Gobbo d'oro che mi ha insegnato, per il primo, dove vanno a finire i minchioni!
Ormai egli avea trovato la buona strada e non l'avrebbe abbandonata più. Il suo passato non gli faceva paura. Egli era in pace colla coscienza e con Domeneddio e non temeva le calunnie degli sfaccendati. Non c'erano la Balladoro e la piccola Mary per difenderlo, per testimoniare in suo favore?
Egli avea mantenuto alla povera Betta "che gli era morta fra le braccia" quanto le aveva promesso, e ne' suoi disegni avvenire pensava di rendere all'Alamanni molto più di quella bagatella delle cinquanta mila lire, che infine avea avuto cura di amministrare e impiegare vantaggiosamente, per conto della povera figliuola!
Dunque la coscienza non gli rimordeva, anzi ne meritava l'approvazione. Con messer Domeneddio era in buoni termini; perchè sentiva messa tutte le domeniche in una data chiesa, vicino ad un certo altare di una Madonna miracolosissima, avendo notato che ogni qual volta avea mancato di andarci, gli era sempre toccata nella settimana, per combinazione, una qualche contrarietà. E proprio con un senso di superstizioso terrore si sentiva obbligato a soccorrere la Mary Alamanni, e a proteggerla; e voleva associarla alla sua fortuna, come fosse un talismano che gli dovesse tener lontano le disgrazie. Soltanto avea pensato al modo di riuscirvi senza spogliarsi, in tutto o in parte, dei quattrini suoi: e il modo lo avea trovato facilmente.
—Perchè la signorina Alamanni non avrebbe sposato Giulio Barbe... Barbarò? Non aveva quattrini? Pazienza; egli era un uomo di cuore, e avrebbe chiuso un occhio. Come sarebbero rimasti maravigliati alla notizia di un simile matrimonio tutti quei moralisti senza un soldo, che gli gridavano la croce addosso, e lo chiamavano "strozzino!" E poi sarebbe cresciuto il suo credito. Chi avrebbe dubitato della solidità della casa Barbarò, quando il figlio unico del principale potea darsi il lusso di un matrimonio d'amore?... E poi c'era bisogno di un po' di sangue nobile nella famiglia... e poi il nome degli Alamanni era di moda, era un nome patriottico e... e a questo punto pensava:—Sono pochi i galantuomini come me, che mantengano fino allo scrupolo i giuramenti fatti a una morente.... e senza testimoni!
"Povera Mary! Povera figliuola, se non ci fosse stato lui a tenerla d'occhio e a impedirle di morire di fame!... Sola con quella balorda della Balladoro e con quel matto dello zio Francesco avrebbe certo finito male!..."
L'Alamanni era uno dei capi del partito di azione. Aveva fatte tutte le campagne con Garibaldi, lo avea seguìto a Sarnico e ad Aspromonte, e adesso teneva viva l'agitazione per la conquista di Roma. Però non stava mai fermo in un luogo ed era stato poche volte a Milano, e sempre per pochi giorni. Aveva dato ampia procura all'avvocato Spinelli perchè le briciole che ancora potevano rimanere del patrimonio Alamanni, ormai libero dalla confisca, fossero interamente devolute alla Mary, sperando per tal modo di provvedere bastantemente ai bisogni della nipote: e bastantemente in fatti ci avrebbe provveduto, se non ci fossero stati in più i cappellini e le sciarpe della zia, e i pranzettini del poeta. Per conto suo avrebbe continuato a vivere dando lezioni d'inglese in Italia... e occorrendo d'italiano in Inghilterra.
Con Pompeo Barbetta, il suo antico portinaio, Francesco Alamanni non si era mai incontrato in casa Balladoro; e ciò per opera di Donna Lucrezia, la quale si era ben guardata anche dal metterlo a parte delle sovvenzioni ricevute.
—È inutile spifferare tutti i pettegolezzi a mio cugino Francesco—avea raccomandato la Balladoro allo Spinelli:—quel puritano senza testa non avrebbe l'abnegazione di sacrificare i propri principii all'utile di nostra nipote!... Così, per Francesco Alamanni il nome del Barbarò non figurò mai altro che come quello di un creditore nei rendiconti dell'amministrazione.