III.
—Filomena! Filomena!
—Comandi, signora padrona!—rispose la vecchiarella affaticandosi a tener dietro alla Balladoro che entrava gloriosa e trionfante, con tutto il suo bagaglio, nella camera da letto.
Essa aveva pagato al carbonaio del Gesù, a pronti contanti, la carretta della legna da ardere; aveva anticipato una bàvara alla Filomena perchè pagasse pure illico ed immediato il dolce di crema, regalando poi otto soldi al fattorino che le avea portata la roba.
In quanto alla Filomena, continuava a credere al miracolo. Essa guardava la padrona a bocca aperta, senza nemmeno darle una mano (tanto grande era il suo sbalordimento), mentre questa metteva giù alla rinfusa scatole e involti sul letto, sul cassettone, dappertutto.
Donna Lucrezia appariva alla serva in uno splendore mai più veduto!
Aveva un cappellino nuovo con due gale rosse scarlatte; poi una bella rotonda di panno scuro cogli alamari di giavazzo; poi, finalmente, attorno al collo un boa di color bigio che le scendeva quasi fino a terra. Ma non era tutto: levatosi il boa, Donna Lucrezia slacciò lentamente gli alamari, mostrando, alla Filomena stupefatta, che la rotonda era tutta foderata di astracan.
—Vergine santissima!... E dove ha rubato i danari per fare tante spese?
—Mi sono ordinata anche un bel vestito di grò fleur de thé... un verdolino pisello.... Vedrai, vedrai, piavola, che metamorfosi!... Ma adesso ti raccomando; quando mi verrai intorno, devi aver sempre le mani pulite.
—Non dubiti, non dubiti, padrona!
—Il verde, vecchia mia, è il colore della speranza. Viva l'Italia!... Ormai la giornata dei tiranni "è giunta a sera!" E il lutto, sai, lo dovranno portare gli austriacanti e gli usurai! Bisognava vedere quel cane dello Spinelli: tremava ad un mio cenno!... Fa presto, dammi un fazzoletto da naso perchè ho sofferto l'impossibile!... Guarda, che cosa mi sono trovata nel manicotto!—e le mostrò lo strofinacciolo, che tirò fuori con due dita da una tasca della sottana, e che le buttò tra le mani.
—Oh finalmente, sia lodato Dio!... E ora sta attenta perchè hai da vedere ancora delle cose.... delle cose straordinarie.
Donna Lucrezia si levò il cappello e la rotonda che distese sul letto senza lasciarla toccare dalla Filomena, e incominciò l'esposizione dei vari oggetti, che avea portato a casa insieme col fattorino. Ma prima di farli vedere voleva, per divertirsi, che la donna tirasse a indovinare.
—Che cosa credi che ci debba essere in questa scatoletta?... E in quest'altra?... E in questo involtino?... E in questa cassetta di legno?...
La Filomena rimaneva come incantata: si sforzava per cogliere nel segno, ma non ci riesciva mai. E la padrona a ridere e a canzonarla mentre schierava sul cassettone tutto un bazzarre di roba. Guanti, collane, ninnoli di similoro, pettini, profumerie, saponi "al muschio" involti in carta dorata; e tutto ciò mentre la vecchietta esclamava capo per capo, colla monotonia di un ritornello:
—Oh Vergine santissima! Dove ha rubato i danari per comperare tanta bella roba?!
Il cassettone era tutto pieno, quando Donna Lucrezia prese di sopra a una seggiola un'altra scatola grande di cartone bianco legata con un nastrino rosso e la posò adagio sopra un tavolino ch'era vicino al letto.
—Questa volta se non indovini da te non ti dico nulla!
—Che può mai essere?
—Devi indovinare.
La Filomena ci pensò un pochino: poi esclamò:—È un cappellino per la signorina!
—No. Ho lasciato il mio alla modista, e lo ridurrà per la Mary.
Ci fu un altro momento di silenzio.
—Se non indovini tu, io non ti dico nulla.
—Sarà... sarà un manicotto per la signorina!
—Chè! Non avrà il mio?... Mutata la fodera è come nuovo!
—Insomma, padrona, se non me lo dice lei, non indovinerò in cent'anni!
—Allora guarda, mammalucca!
Donna Lucrezia sciolse delicatamente il nastrino rosso, movendo le dita e tenendo il mignolo alzato, con una grazia quasi rispettosa. Poi tirò fuori un oggetto pesante involto con molta carta velina; levò la carta, lo posò sul tavolino: era un bellissimo calamaio da scrivania, di bronzo dorato, con un busto di Petrarca nel mezzo.
—Ti piace? È Francesco Petrarca; un gran poeta!
—Oh, com'è grasso. Madonna Santa!—osservò la Filomena, che lì per lì non potè celare un certo malumore.
—Eppure è lui tal e quale: io l'ho visto, in un ritratto a stampa, e lo posso dire. Quando saremo alle frutta, subito dopo il dolce di crema—continuò Donna Lucrezia indicando il calamaio—lo porterai in sala e... stammi attenta, piavola, e non far quel muso da addormentata!... e lo devi mettere con garbo, ma senza dire una parola, dinanzi al professore. Ti darò anche un mio biglietto di visita: ho pensato di scriverci sopra "al Cigno di Rialto" e basta!... Vorrei un po' vedere se quell'antipatica della Rosetta e quella grassonaccia malignaza della sua padrona—(l'affittacamere del professore, che era un'altra spina al cuore per la vedova)—sarebbero capaci d'un pensiero così gentile e nobile nello stesso tempo. Oibò, oibò! Avessero anche i danari che ci ho io, tanto e tanto non saprebbero pensarle certe cose: il sangue non è acqua, e la botte dà del vino che ha!
Ma la vecchina stava sempre muta, colla testa bassa, senza più dire una parola.
—Stasera—soggiunse poi Donna Lucrezia andando su e giù per la camera, affrettandosi a metter la roba a posto nell'armadio e nel cassettone—stasera aggiusterò i miei conticini anche con te!
—Faccia il suo comodo, padrona... Io non le ho ancora domandato nulla!—rispose la Filomena, un po' mortificata e anche impermalita per quelle parole.
—Non avertene a male, viscere mie, ma d'ora in poi li terrò io i danari, chè non voglio abbia da ripetersi il brutto caso di stamattina, che mi son trovata asciutta asciutta senza saperlo!
—Come vuole, padrona!
—Farò anche uno spoglio di tutto il mio guardaroba, e i vestiti che non sarà conveniente ridurre per la Mary gli avrai tu, in regalo.... Voglio che tu ti vesta a garbo, diamine!... Si deve subito capire che sei la mia cameriera e non una serva qualunque!
—Sissignora... sissignora: cercherò di contentarla!
La Filomena non ne capiva niente di tutte quelle ricchezze.—Che la sua padrona avesse avuta un'eredità?... Oppure che ci fosse proprio la vincita di un terno al lotto, come aveva dubitato in principio? Quella famosa lettera gialla doveva pure aver portato una notizia straordinaria assai!—Ma siccome poi, alla fin dei conti qualunque fosse, l'avvenimento pareva propizio per la sua padrona, la buona donna si sentiva più che disposta ad accettare la provvidenza ad occhi chiusi.
—Le robe frattanto erano state messe tutte a posto: il calamaio solamente rimaneva in mostra sul cassettone.
—Ed ora lesti lesti a far toilette!... Dio mio, è il tocco e mezzo! Presto comincieranno le visite!
Ma mentre Donna Lucrezia in accappatoio (quello appunto che aveva servito per riparare dalla polvere il tavolino di noce) stava pettinandosi seduta dinanzi allo specchio, indirizzò una domanda alla Filomena, che, se questa fosse stata meno semplice, avrebbe potuto metterla sulla buona via per iscoprire il segreto.
—Chi è stato a darti l'indirizzo dell'agenzia Micotti... non tirarmi i capelli, bada!... e a permetterti di palesare il mio nome?
—Ma....
—Che ma! E perchè diventi rossa?
—M'è stato tanto raccomandato... di non dirle nulla....
—Animo, animo, di' su; e spicciati.
—Una mia parente, la quale per l'appunto si trova al servizio di un riccone, che è il padrone de' padroni di quell'agenzia.
—E chi t'ha dato il permesso di andar in giro a spifferare le mie faccen... Sancta sanctorum, visite; e non sono ancora vestita!—esclamò la Balladoro, interrompendosi a un tratto e con un accento quasi di disperazione.
In fatti una forte scampanellata aveva risuonato nell'anticamera.
—Ah, Gesù benedetto, fate almeno che non sia mia cugina la marchesa!... Dio, Dio, se le fo fare anticamera, quella lì è capacissima di non tornarci più. Corri, Filomena, corri ad aprire, e sia lei o chiunque altro, di' loro che si accomodino e che io vengo subito, subito, subito! Ma guarda di far le cose per bene, mi raccomando!... Andiamo, corri dunque!... No, aspetta un momento!... Pulisciti prima il grembiule.... Ma guarda, beata Vergine, come sei tutta spettinata!... Vien qui che ti aggiusto un poco!—e la Balladoro ravviò col suo pettine le ciocche bianche della vecchina.—Oh così... puzzi di cipolla come una frittata, santi numi!... Va', va' lesta, muoviti, tartaruga!... E mi raccomando: educazione, legna nelle stufe, e cammina diritta!
Rimasta sola, Donna Lucrezia continuò a gemere contro l'avverso destino che le mandava le visite prima ancora ch'ella avesse finito di abbigliarsi.—Tutti gli affari, tutti gl'impicci mi devono sempre capitare al mercoledì!... Ci sono sette giorni nella settimana; ma signori no; è sempre al mercoledì che mi levano il fiato!... Dove ho messa la retina del chignon?... Oh, celesti numi, non la trovo più! Chi sa dove me l'avrà ficcata quella mammalucca della Filomena!... Oh, eccola qui!
Messo a posto il chignon, impomatato il ricciolo in mezzo alla fronte, si preparava a darsi la cipria, quando ritornò la Filomena.
—Chi è?—domandò la Balladoro col piumino alzato, a voce bassa, trattenendo il respiro.
Non era la marchesa di Collalto, ma quasi: erano il conte Prampero di Castelnovo, colla sua figliuola. Allora la stessa gravità del caso le diè coraggio per compiere un'eroica risoluzione: infilò in fretta e in furia la rotonda nuova, e si presentò sull'uscio ai suoi visitatori col viso ancora impolverato di cipria, come un pesce da friggere, e spandendo nel salotto un odore acutissimo di acqua di Felsina.
—Non ho potuto resistere!... Scusatemi, conte mio, se mi presento in disabigliè; scusami tanto, Angelica cara, ma proprio non ho potuto resistere!... Quando ho sentito annunciare il vostro nome, ho indossato la pelliccia... qui fa un freddo da Siberia.... Filomena, metti legna nelle stufe!... e sono corsa da voi isso-fatto!
Il conte Prampero per poco non ebbe la mano storpiata in quelle prime effusioni, e Angelica, abbracciata e baciata con gran trasporto dall'ardente cugina, rimase con le guance e il giubboncino di panno scuro sparsi di cipria. Ella sorrise, arrossì un poco e ricambiò le carezze con un'amorevolezza tranquilla e aggraziata. Era una figura soave di fanciulla bionda: alta, pallida, flessuosa. A chi la vedeva per la prima volta pareva quasi un'apparizione, e dopo non la dimenticava più. Il conte Prampero dalla persona svelta, asciutta, elegante e dai lineamenti del viso dava subito a vedere di essere suo padre, ma pure lo sguardo freddo, altezzoso e i sorrisi brevi, finissimi, i quali facevano l'effetto come di altrettante punture che penetrassero uggiose nell'anima, dicevano chiaro che la rassomiglianza tra il babbo e la figliuola era solamente esteriore: finiva tutta al viso e alla persona.
—Non v'incomodate e non fate cerimonie, Donna Lucrezia. Sono venuto con Angelica, volendo adempiere ad un dovere, ma ci sbrigheremo in due parole...
—No, no; mai, mai! Non vi lascio andare così subito; neppure per idea!... Volete farmi dire: "Non prima vidi il sol che ne fui priva?" E sei proprio un sole, Angelica mia cara!... Un sole di bellezza e di eleganza!
E Donna Lucrezia ritornò daccapo a baciare ed abbracciare la leggiadra fanciulla, che sempre composta e silenziosa tratteneva il fiato e chiudeva le palpebre, come soffocata da quella foga di carezze.
—Vi partecipo,—disse infine il conte Prampero colla sua voce arida, secca,—ho l'onore di parteciparvi il matrimonio di mia figlia con nostro cugino, il marchese Alberto di Collalto.
Donna Lucrezia si alzò in piedi; prese tutte e due le mani del conte, se le strinse sul cuore, e cercò, cercò le parole che fossero proprio degne della circostanza; ma non trovò altro da dire che:—Le mie più vive... le mie più vivissime felicitazioni;—ed anche questo complimento banale le rimase strozzato per via del raffreddore.
Angelica, pallida pallida, abbassava intanto gli occhi azzurri, che avevano sempre un'espressione mesta, come di preghiera, e ch'ella non ardiva mai di tener alzati in volto a suo padre.
—Oh, ma che bella notizia, conte mio garbatissimo!... Che bella notizia!... È un connubio degno dell'Olimpo. È un... è un poema; un poema d'amore!... Ah, chini il capo, gioia mia?! Su, su, chè voglio vederti in tutta la tua felicità e voglio darti un altro bacio perchè m'hai proprio consolata! Hai portato la luce, la primavera; ecco, la primavera nel mio salotto giallo.
Ma la fanciulla non alzò il viso gentile e non ricambiò quel bacio; invece rispose con un tremito, un tremito angoscioso dell'anima sua, alla parola amore.
Donna Lucrezia, preso l'aire, non si fermava più. Portava fino al settimo cielo i meriti sommi dello sposo e la bellezza e le virtù della sposina, e passava in rassegna i più illustri parentadi successi nelle grandi case Bodoero, Collalto e Castelnovo, ma non riusciva a trovare "una coppia migliore (che migliore!) neppure da reggere al confronto col poema, proprio col poema, che formavano insieme suo cugino Alberto e sua cugina Angelica, dimodochè lei veniva ad essere, come per dire, cugina doppia di tutti e due!" E poi faceva gli occhietti dolci, e diventava rossa, fra le chiazze della cipria, figurandosi l'amore e la felicità dei fidanzati, e ritornava seria, impettita quando parlava della soddisfazione vivissima di tutto il parentado; e sdilinquiva dondolandosi sul canapè a proposito della gioia dei genitori. E tutto ciò senza un momento di respiro, come fosse una macchina montata: ora soffiandosi il naso, od asciugandosi gli occhi; ora baciando Angelica e premendosela al cuore; ora alzandosi all'improvviso per stringere un'altra volta la mano al conte Prampero; ed ora lagnandosi del freddo da Siberia, quantunque la sua rotonda fosse foderata d'astracan.
Angelica si sentiva oppressa. Aveva tentato d'interrompere Donna Lucrezia per chiederle notizie della piccola Mary, ma non le era stato possibile. Il conte, seccato, cominciava a fare il broncio, e aspettava impaziente che la figliuola lo guardasse un poco per farle cenno di accommiatarsi e di andar via.
Ma quel giorno doveva essere proprio tra i più felici della Balladoro. Quando già i suoi ospiti si erano alzati e stavano per salutarla, si udì nell'anticamera un'altra forte scampanellata ed entrò nel salotto la piccola Mary seguita dal professore Zodenigo, che avea voluto accompagnarla in persona a casa, per fare la sua visita del mercoledì.
Donna Lucrezia non capiva più nella pelle, gongolando di mostrarsi al caro poeta nel pieno splendore della sua illustre parentela. Essa era tanto confusa che tirava via la poltroncina al conte Prampero per offrirla al professore; poi, visto lo sbaglio, s'affrettava a cedere la propria e la spingeva innanzi, e in fine avrebbe voluto che tutti si mettessero a sedere sul canapè. Ma per altro, cessato appena quel primo sbalordimento, cominciò subito le presentazioni con un gesto ed un inchino cerimonioso.
—Il professore Eugenio Zodenigo, di Venezia!—Poi, chinandosi all'orecchio di Angelica, le disse a mezza voce:—È un celebre poeta!—e subito soggiunse più piano ancora, ma sempre coll'aria di metterla a parte di un altro grande pregio del professore:—Tisico spedito!—Quindi, a voce forte ripigliò:—Mia cugina la contessina Prampero di Castelnovo, che si fa sposa a mio cugino il marchese Alberto di Collalto, i quali, si diceva adesso, diventano, per questa bellissima unione, miei cugini due volte!... Il conte Prampero di Castelnovo, il padre, l'artefice di questo capolavoro di grazia e di bellezza!... Ma accomodatevi, cari miei: accomodatevi come potete. Il mio salottino giallo è un po' ristretto, ma c'è posto per tutti!
Il professore, col fare distratto e con un gran sussiego, salutò chinando il capo circondato da una zazzera enorme, che faceva sembrare il suo visetto ancora più piccolo e sparuto. Invece il conte Prampero, senza muoversi punto, si cacciò le lenti sul naso e cominciò a guardarlo coll'aria di chi sta a vedere una bestiola curiosa assai.
La Balladoro, da signora che sa ricevere, fece subito gli elogi del poeta, citando la lirica: Il Ponte dei Sospiri, e concludendo che appunto in occasione di quel fausto imeneo avrebbe dovuto inspirarsi per un'altra bella poesia da far epoca.
Il poeta, per mostrarsi disinvolto, si arricciava i baffettini incipienti, ma rimaneva muto e nel suo interno si sentiva un poco sconcertato. Capiva di non aver fatto alcuna impressione sull'animo della contessina di Castelnovo e già cominciava a meditare un canto libero contro la stoltezza dei blasoni.
Angelica si teneva abbracciata alla piccola Mary; discorreva, rideva con essa, e proprio non gli badava punto.
Il bel ricciolo nero, impomatato, che il poeta portava in mezzo alla fronte, come la foglia ripiegata di una arancia, e che veniva amorosamente imitato dalla sua padrona di casa, da Donna Lucrezia e dalla figliuola della portinaia, non otteneva nessuna ammirazione da parte della contessina. Essa era tutta affaccendata dietro alla cuginetta; le accarezzava i lunghi capelli ondati, e le baciava il viso gentile e delicato, non ancor bello, ma che prometteva di farsi tale, e che già inspirava simpatia. Anche la bimba aveva il suo povero nasino rosso, gonfio pel raffreddore, e le manucce screpolate dai geloni; però, come vergognandosi, le teneva nascoste sotto la mantellina, e guardava Angelica senza osare di toccarla, e rispondeva alle carezze di lei con uno sguardo affettuoso de' suoi occhi neri neri, che parevano ancora più grandi e profondi in quel viso palliduccio.
—Ma io lo pregherò tanto,—continuò donna Lucrezia insistendo sempre nel suo primo pensiero,—che te lo dovrà proprio fare, sai, Angelica, un bel sonetto.... Sì, sì, professore; glielo dovete fare. Già voi avete l'estro facile. Non siete come quegli sgobboni, santo cielo, che sudano tre giorni prima di trovare una rima!
Non c'era versi: bisognava risolversi e rispondere qualche cosa. Allora lo Zodenigo sospirando, crollando mestamente il capo e mangiando l'erre in un modo che gli faceva dire patia invece di patria e cetaa invece di cetra, mormorò che, "duante il lutto della patia l'esule cetaa imaneva muta."
Il conte Prampero tornò a mettersi le lenti sul naso e tornò a guardare fisso il poeta, mentre Angelica nascondeva il viso dietro la testina della Mary. Anche Donna Lucrezia sentì in quel momento che lo Zodenigo non veniva apprezzato secondo il merito, e però, per fargli onore, voleva ad ogni costo che la bimba si provasse a recitare una poesia del professore, Memorie e lacrime. Ma la bimba, a quell'invito, arrossiva e minacciava di fare i lucciconi, mentre lo Zodenigo con una vivacità che contrastava assai col fare dignitoso di prima:—Non pemetto! non pemetto!—gridò subito come spaventato:—non pemetto assolutamente!
—Modestia, professore; tutta modestia!—La Balladoro non si diede per vinta, e vedendo che la Mary faceva l'ostinata cominciò lei a recitare le prime strofe, senza lasciarsi intimorire dall'autore:
Io canterò. Su quell'avel ti siedi,
Su quell'avel ti sederò d'accanto:
—Smetta, Donna Luchezia, smetta! Sono fanciullaggini!—gridava lo Zodenigo facendosi sempre più rosso e tentando invano d'interrompere la Balladoro che continuava a declamare, dondolandosi:
Ai dì che fûro con la mente riedi;
Cerchiamo un delicato estro nel pian...
Ma finalmente uno sternuto e un po' di tosse vennero in aiuto del professore e le Memorie e lacrime finirono lì.
All'udire que' versi il conte Prampero aveva fatto un movimento drizzando il capo e stringendo le palpebre, come se avesse voluto ricordarsi di un ronzìo che non riusciva nuovo al suo orecchio. Ma Angelica, invece, avea subito capito donde proveniva l'inquietudine del professore; però, buona com'era, ne sentiva pena per lui e volendo aiutarlo a levarsi d'impiccio le domandò di Venezia, e se l'aveva lasciata da molto tempo.
Lo Zodenigo era lì lì per aprir bocca: ma Donna Lucrezia gli tolse la parola, affrettandosi a rispondere in vece sua.
Essa era convinta che que' pochi versi dovevano aver colpito Angelica fortemente, visto che la fanciulla, abbandonata la propria naturale ritrosia, si era subito messa a discorrere con lui. E però le premeva di mostrarsi benissimo informata di tutte le faccende del professore, e di far vedere che la loro amicizia, la loro intimità, erano proprio straordinarie. Poi, a poco a poco, a proposito di Venezia e dei Canti patrii dello Zodenigo, Donna Lucrezia venne a cadere col discorso anche sulla guerra che si sperava vicina, entusiasmandosi per Garibaldi, per Vittorio Emanuele, per Napoleone III e per tutti que' bravi giovanotti che passavano a frotte il confine, e correvano in Piemonte ad arruolarsi.
A questo punto il conte Prampero tornò a fissare la figliuola attentamente, duramente, come se volesse comprimerle con quello sguardo anche i moti dell'anima. Angelica, pallida pallida, abbassava gli occhi, e il respiro del suo petto si faceva più affannoso sotto il giubettino attillato.
Ma Donna Lucrezia era stordita dalle sue stesse chiacchiere, e senza badare ad altro, chinandosi all'orecchio della cugina le sussurrava piano indicandole il professore, che ricominciava ad arricciarsi i baffettini:—Poveraccio, anche lui sognava di arruolarsi, ma io non ho voluto. È tisico spedito!—E così seguitò a chiacchierare, a chiacchierar sempre... e le angosce di Angelica crescevano ad ogni momento. Col sicuro istinto del cuore essa aspettava un nome che doveva allora essere pronunciato, e che rendeva minaccioso l'occhio di suo padre, sempre fisso sopra di lei. Lo aspettava agitata, tremante, ma pure nel tremito suo, insieme colla timida soggezione e collo sgomento, c' era l'ansia segreta di tutto il cuore, dell'anima tutta!... Più la facevano soffrire e la tormentavano per quel nome, e più essa lo amava!
L'amore è dolore: lo sapeva già, lo sapeva bene, la povera fanciulla!
—Insomma: Italia libera e Dio lo vuole! ecco, è proprio così—esclamava con enfasi la Balladoro:—ed è appunto perchè Dio lo vuole, che ogni giorno si vedono cose che paiono miracoli! Finchè, per esempio, corrono ad arruolarsi i giovani del popolo, si capisce: sono abituati agli stenti e alla vita da cani. Ma tutte quelle pòre creature del nostro sangue, cresciute fra gli agi e il lusso e che si mettono a fare il soldato, ma proprio il soldato semplice?... E mi dicono che devono spazzare anche le caserme?!... Figuriamoci che stomaco, Gesù bambino! Eppure scappano via allegri e contenti come se andassero a nozze. E ogni giorno ce n'è una filza di nuovi, e ogni giorno c'è sempre il nome del tale o del tal altro, tutte persone di nostra conoscenza!...
Angelica ebbe un sussulto che sembrò le arrestasse per alcuni momenti i battiti del cuore.
—Lo saprete certo, cugino caro, che è fuggito in Piemonte, per arruolarsi, anche Andrea Martinengo?...
—Già, già; me l'hanno detto... l'ho sentito dire... alcuni giorni fa!—rispose il conte Prampero, alzandosi, senza aspettare che fosse Angelica la prima a muoversi.
Essa celava il viso accarezzando colla sua guancia, che bruciava, la guancia morbida della piccola Mary.
—Noi vi salutiamo, Lucrezia: abbiamo ancora parecchie visite da fare. Quando scrivete a Francesco Alamanni ditegli che speriamo... speriamo di vederlo presto!
—Oh, gli scrivo tutti i giorni, tutti i giorni!—E Donna Lucrezia e la Mary accompagnarono i Castelnovo nell'anticamera.—Dio, Dio, che freddo!... Filomena, la porta!
—Supebiosi, antipatici!—mormorò fra sè lo Zodenigo, rimasto solo un momento. I Castelnovo lo aveano appena salutato con un cenno del capo, senza guardarlo. Pure, ad onta del suo disprezzo, si sentiva più libero assai, adesso che que' due se n'erano andati. Buttò il cappello sopra una seggiola, si sbottonò il soprabito nero e con una mano si aggiustò la zazzera.
Donna Lucrezia ritornò sola perchè la Mary era corsa in cucina colla Filomena.
—Santi numi, santi numi, ho proprio paura di averla fatta grossa, ma grossa come una balena!
—Perchè?
—Ho perduta la testa!... Sono andata a parlare coi Castelnovo di Andrea Martinengo!
—E dunque?
—Caspita! Dicono che ci fosse del tenero fra il Martinengo e l'Angelica!
—O come? Ma se sposa quel maachese... quel maachese...
—Il marchese di Collalto, mio cugino... Sicuro! Ma sarà stato Prampero a combinare questo matrimonio, e con Prampero non c'è da scherzare: quel che vuole vuole! Ma dopo tutto non ho detto nulla di grave; nulla che li potesse offendere, dunque?... "Non ci curiam di loro!" Venite qui, venite qui, tesoro mio; venite qui vicino a me!—E Donna Lucrezia si tirò accanto lo Zodenigo sul sofà.—Come siete bello, oggi!... Come siete elegante!—Così dicendo gli toccava appena colla punta delle dita tremanti, e come per volerlo aggiustare, il ricciolo alla rubacori.—Ed è tutto per me questo lusso? E sono tutte per me queste bellezze?... Sentite, Eugenio, mi dovete proprio concedere che per oggi, giacchè ormai mi avete veduta così, possa restarmene come sono. Mi seccherebbe tanto di dovervi lasciare per ritornar di là a finire la mia toilette!... E poi questa rotonda è tutta foderata di astracan vero...—e ne sollevò un lembo per fargliela vedere di sotto:—e ci sto dentro così bene, calduccia, calduccia!
Lo Zodenigo le concesse il favore richiesto, ma per altro le fece, per suo conto, dei gravi rimproveri. "Non voleva assolutamente ch'ella facesse imparare alla Mary i versi suoi, e tanto meno che li facesse recitare quando c'era gente... Ne andava del suo amor proprio, diamine; ed anche del suo nome d'artista! E poi lei non sapeva scegliere! Si metteva a declamare poesie giovanili... scritte magari al caffè... insieme con qualche amico, con qualche confratello, ed in cui egli non ci aveva messo di suo altro che le idee... perchè già lui era insoffeente di lima!"
—Benedetto da Dio! Benedetto da Dio! Quanta umiltà in questo tesoretto caro, caro, caro!—E la Balladoro gli si accostava sempre più e gli si stringeva addosso, facendo smorfie e leziosaggini. Il suo viso diventava acceso, le narici rosse e piene del naso intasato avevano tremiti nervosi e sulle labbra che si assottigliavano stirandosi e scoprendo le gengive pallide e sdentate pareva errassero ancora quelle parole caro, caro, caro, che non osava ripetere, ma che le prorompevano dal sangue e le sfavillavano dagli occhietti lustri.
—"Cerchiamo un delicato estro nel pianto!..." Quanta malinconia e quanta passione in quattro parolette: un delicato estro nel pianto!... Lasciate che ve lo dica, Eugenio, lasciate che ve lo dica, ma quando volete proprio toccare la nostra corda sensibile, siete un gran mostro!
Lo Zodenigo non disse di no; ma continuò a tenersi in un riserbo pieno di sussiego. Egli voleva rifarsi coll'alterigia sua propria della freddezza del Castelnovo, tanto più avendo avuto una prova chiara e lampante che il suo nome cominciava a godere un certo credito. I biglietti di visita che aveva distribuiti in giro ai librai e ai parrucchieri ottenevano il loro effetto; e per l'appunto in que' giorni avea ricevuto la visita di un ricco signore (con una catena d'oro grossa un dito e un mazzetto di ciondoli che tintinnavano come i sonaglioli de' cagnolini) il quale, senza lesinare sull'onorario, lo aveva subito preso come ripetitore per il suo figliuolo.
E però tutte le donnicciuole che vennero dopo il Castelnovo a visitare la Balladoro furono guardate dall'alto in basso dallo scontroso poeta, precisamente come "quell'antipatico del conte Prampeo" aveva fatto con lui. Ma erano compensate dalla padrona di casa, ancora più espansiva del solito. Essa era felice di poter mostrare e presentare alle sue amiche e protette il famoso "Cigno di Rialto, tisico spedito." Era beata di potersi scusare con tutte loro per il disabigliè in cui si trovava, per la rotonda "tutta foderata di vero astracan" che si era buttata addosso, essendo stata sorpresa, mentre ancora faceva toilette, da suo cugino il conte Prampero, venuto colla figliuola per partecipare, prima a lei che ad ogni altro, il matrimonio della contessina di Castelnovo col marchese Alberto di Collalto, "i quali venivano in tal modo a essere due volte suoi cugini!"
Il professore ascoltò tutto il giorno, senza muoversi mai dal suo posto, la continua ripetizione di que' medesimi discorsi. Poi, quando Donna Lucrezia (verso le cinque, dopo una mezz'oretta che non c'era più gente) gridò alla Filomena che avea finito di ricevere, perchè anche lei, infine, sebbene fosse mercoledì, aveva diritto di fiatare, lo Zodenigo, che conosceva le abitudini della casa, si alzò e andò vicino alla stufa a riscaldarsi le mani.
Allora succedeva sempre un altro po' di tramenìo nel salotto giallo, che veniva mutato in sala da pranzo. Gli album, le strenne e i ritratti di tutti i nobili parenti andavano a finire dietro al canapè; la Filomena capitava tutta frettolosa colla paletta a levare la brace dalla stufa, che portava in cucina per metterla sotto la casseruola. Donna Lucrezia andava e veniva, anche lei tutta in faccende: dava un'occhiatina ai preparativi del pranzo; assaggiava il brodo col mestolo, faceva qualche raccomandazione alla Filomena, annusava lo stufatino e preparava il piatto dell'antipasto, ammucchiando con garbo il salame e il prosciutto sopra un limone col burro intorno e con qualche fiorellino fresco. Quel giorno, dopo essere, stata in cucina, passò in camera sua; cambiò il fazzoletto da naso, scrisse il bigliettino che andava messo dinanzi al busto di Petrarca, tornò a guardarsi bene la rotonda, alla quale in tutte quelle ore non aveva potuto dare se non qualche occhiata furtiva; si provò il cappellino nuovo, trovò che le stava d'incanto, si sparse il viso di cipria, e poi, udendo il poeta che fischiettava, si sentì felice appieno, e in un impeto di contentezza non potè trattenersi dal mormorare ancora, con una fregatina di mani, corocochè, corocochè!
Alla fine del pranzo fu presentato il calamaio al professore dalla piccola Mary. La Filomena, cocciuta, colla scusa che aveva da preparare il caffè, volle spuntarla col non esser lei che portava il regalo "a quel tisico da commedia!" Ma il pensiero gentile, il bigliettino e il benessere che si sentiva intorno per quel desinaretto gustoso, finirono col commuovere il professore, il quale, smessa la boria, cominciò a sorridere, a ravviarsi i capelli ed a mettere a parte Donna Lucrezia delle sue glorie letterarie. Fra le altre raccontò la visita ricevuta del ricco signore, e ne disse il nome.
—È uno dei signooni di Milano!—aggiunse poi, dondolandosi sempre sulla seggiola e guardando Francesco Petrarca con uno sguardo benigno, da collega non invidioso:
—E volete che io non lo conosca? Ma non è un signore: no; bisogna fare la distinzione, tesoro mio: è un ricco, un riccone e niente più. E sapete, Eugenio, chi glieli ha dati i primi quattrini?... Sono stata io.... Figuratevi, era il mio portinaio!
Il poeta guardò la Balladoro, e per la prima volta gli sembrò una donna maravigliosa.
—Oh, per me ha sempre avuto grande reverenza. Trema ancora, si può dire, ad un mio cenno!...
Intanto la piccola Mary passava in cucina tutta la serata, aspettando per andare a dormire che, partito il professore, le riducessero a uso di lettino il divano dell'anticamera. La Filomena le puliva col grembiule un canto della tavola, e la fanciullina vi si metteva co' suoi libri a studiare. Ma poi quando l'altra, finito di rigovernare, le si sedeva vicina rattoppando qualche straccio suo o della padrona, la Mary alzava dal libro la testina palliduccia e voleva sempre che le parlasse della mamma, che la vecchia avea veduta tante volte alla messa.
E la Filomena, sonnecchiando, ripeteva tutte le sere le medesime cose colle medesime parole, e tutte le sere, vedendo la bimba che la guardava ansiosa, senza mai perdere una sillaba, finiva sempre dicendole così:—Era buona come una santa, era bella come una madonna, e aveva gli occhioni neri neri... e dolci dolci... proprio come i tuoi!