II.
La mattina dopo, nel tempo che la Veronica aspettava in via del Pesce un suo commesso di fiducia per far recapitare la lettera del principale. Donna Lucrezia era in grandi faccende. Quel giorno, un mercoledì, in casa Balladoro c'era ricevimento.
Il salotto giallo era in pieno disordine e dalle finestre spalancate entrava una nebbiarella diaccia che si confondeva colla polvere sollevata nella stanza. Le poltroncine e le seggiole si vedevano ammucchiate col canapè attorno al tavolino di noce, sul quale la Filomena avea distesa, pel momento, una certa tenda logora e stinta che dopo le faccende di casa serviva poi alla padrona anche da accappatoio.
Donna Lucrezia, quantunque fosse ancora in sottana, non sentiva punto il freddo. Spazzava, fregava, lustrava, sbatteva le tende, smuoveva i mobili, e dava la caccia colla granata a qualche ragno che fuggiva spaventato da quel grande tramenìo settimanale. Aveva un fazzoletto bianco legato attorno alla faccia ossuta, tutta fronte e mento, con un naso superbo da imperatore romano sempre raffreddato in modo formidabile, e un ciuffo di capelli grigi che le scappava fuori sotto il chignon; e così com'era senza crinolino, pareva ancora più magra, ancora più lunga e angolosa. Vestiva una sottana rattoppata, con una balza di taffetà, e quantunque ansante, scalmanata, non si chetava un minuto, nemmeno per ripigliar fiato; nemmeno quando starnutiva, o accendeva un sigaro di Virginia.
—Filomena, ti sei ricordata di comperare i fiori per la giardiniera?
—Sissignora!... Un mazzo di foglie di giranio, quattro rosette, un ramettino di vaniglia, e mi han fatto pagare, que' ladri, trentacinque soldi!
La Filomena rispondeva alla padrona dalla stanza della Mary, accanto al salotto, la quale il mercoledì serviva da anticamera col lettuccio della fanciullina rifatto a divano.
—E la legna, l'hai ordinata?
—La portano a momenti; ma ho dovuto dare un acconto al carbonaio, se no, m'ha detto sua moglie (perchè lui non c'era in bottega) che avea lasciato l'ordine di non mandare a casa nemanco un fascinotto!
—Che vada a farsi friggere, quel muso da cane!—esclamò stizzita Donna Lucrezia che conservava purissima la parlata veneta, quantunque dall'epoca del suo matrimonio fosse sempre rimasta all'ombra del Duomo.—E d'ora in avanti, ricordatelo bene, non devi mettere più i piedi nella bottegaccia di quello svizzero senza creanza!... Mai più; mai più; mai più!—E siccome in quel punto Donna Lucrezia levava la polvere con una bacchetta da una seggiola, diede tre colpi così furiosi, borbottando quei tre "mai più!" come se lì sotto, invece dell'innocente lana gialla damascata, ci fosse stata la pelle del rozzo carbonaio.
—E bada di accendere presto le stufe, e di mantenerle calde tutto il giorno; anche quella dell'anticamera; perchè le visite, appena dentro, devono subito sentirsi riavere. È una pitoccheria il fare come certuni che riscaldano il salotto solamente. Ma con te, quando una cosa non t'entra, è come cantare ai sordi!... Invoco di essere in casa di una signora dovevi andare a far la serva a un bottegaio arricchito!
La Filomena, zitta zitta, la lasciava dire.
—Hai inteso, pampalùga!
—Sissignora, sarà servita!—E la vecchiarella, sospirando, continuava a pensare fra sè, che invece di cuocere al mercoledì come in un forno sarebbe stato meglio assai avere un po' di calduccino tutti i giorni; così almeno la famiglia non sarebbe stata raffreddata tutto l'inverno.
Donna Lucrezia, preso uno strofinacciolo, e sbrigando ogni faccenda colla sua sveltezza maravigliosa, aveva cominciato a spolverare i mobili, e a mano a mano ch'erano puliti li rimetteva a posto. Quand'ebbe finito si rialzò, stirandosi la vita che le doleva, per essere stata curva troppo tempo, e dopo aver mormorato con un respiro di sollievo:—Oh, se Dio vuole, anche questa è fatta!—chiamò la Filomena, che sentiva sempre trafficare nell'anticamera.
—Ohi, papatàsi! Vieni a darmi una mano per rimettere il canapè.
Ma appena il canapè fu rimesso al suo posto (fra la parete e il tavolino di noce), Donna Lucrezia si fermò a guardarlo meditabonda, mentre accendeva e stringeva tra le labbra il sigaro che non volea tirare.
—Misericordia, come cresce quel patacon!
In fatti sopra una spalliera del canapè, pure di lana gialla damascata, si scorgeva, dove le visite dovevano aver appoggiato il capo, una larga chiosa d'unto.
—È stato il professore,—brontolò la Filomena, che pure era rimasta attonita e dolente, dinanzi a quel disastro del salotto giallo.—È stato il professore, che ha sempre la zazzera unta, bisunta!
—Taci là, piavola!—esclamò Donna Lucrezia diventando rossa per la stizza.—I capelli del professore Zodenigo hanno una lucidezza naturale che è uno splendore!... E poi sta a vedere, adesso, che la gente non dovrà appoggiare il capo sulla spalliera! Benzina ci vuole, cara la mia vecchia; benzina e fregamento.—Ma, a proposito, quando hai accompagnato la Mary a scuola, le hai consegnato l'onorario per il Professore?
—Sissignora!—rispose la Filomena sospirando come avea fatto poco prima per lo sciupìo della legna.
—Non bisogna mai aspettare il primo del mese a fare il proprio dovere. Non è da gente di garbo. E ti sei ricordata di involtare i fiorini in un bel pezzo di carta bianca, e di unirvi il mio biglietto di visita?
—Per l'appunto; e siccome di carta bianca, pulita, non ne avevo, me la son fatta prestare dalla Rosetta. Figurarsi! quando ha sentito che dovea servire pel professore mi avrebbe data anche l'anima sua!
—Sciocca, balorda e rimbambita! Quante volte ho da ripetere che non voglio assoluta...—ma a questo punto Donna Lucrezia dovette fermarsi: la bile le avea fatto andare in gola il fumo del sigaro. Cominciò a tossire, a starnutire e pareva che gli occhi le schizzassero dalla testa. Finalmente ancora mezzo soffocata dall'affanno:—quante volte avrò da dire—ripigliò—che assolutamente non voglio confidenze con quella pandolòna che per la smania di scimiottarmi s'è messa a far la sentimentale col Professore?!... Col poeta celebre del Ponte dei Sospiri! Lei, figurarsi! una plebea, un'ignorantaccia che non sa scrivere il suo nome: la figlia della mia Pipelet!
La Filomena, zitta zitta, continuava a meditare sulla macchia del sofà.
—Ho paura, se la levo adesso colla benzina, che ci resti il puzzo nella stanza per tutto il giorno.
—Sicuro!—rispose la Balladoro rabbonendosi subito,—e le visite potrebbero andar via col mal di capo.
La padrona e la serva tornaron mute e meditabonde a contemplare la macchia d'unto che pareva allargarsi sotto i loro occhi prendendo strane forme. Infine Donna Lucrezia svelò i pensieri che le mulinavano in testa.
—Subito che i Patatuchi avranno preso il largo voglio mutare la tappezzeria e le stoffe del mio salotto e addobbarlo all'italiana: tutto in bianco, rosso e verde!
—Ma intanto, per oggi, come si rimedia?—osservò Filomena.
La Signora tornò a pensarci un poco.—Sicuro... sicuro...—Poi a un tratto esclamò, battendosi la fronte colla mano:—L'ho trovata; corocochè!—esclamazione colla quale Donna Lucrezia, fin dalla più tenera infanzia, esprimeva la propria allegrezza.—Già ho un gran genio io, per gli espedienti! Lo dice sempre anche quel caro... anche un'altra persona dice che qua dentro c'è qualche cosa!... Va di là, in camera, prendimi lo scialle turco che m'ha regalato mia cugina la marchesa di Collalto, portamelo qui e vedrai: copro la macchia collo scialle; ma in modo ch'esso deve parere buttato là a caso, con artistica trascuranza!... Andiamo; muoviti, spicciati, trottolona benedetta!
Filomena zoppicando uscì dalla stanza e rientrò quasi subito collo scialle indicatole dalla padrona. Questa lo prese e lo accomodò sul sofà dov'era la macchia d'unto; ma ce ne volle prima che le pieghe avessero raggiunta la desiderata naturalezza!
—Oh, così!... Adesso dovrebbe stare a perfezione. Prova un po', Filomena, a sederti sul canapè per vedere l'effetto che fa.
Ma la povera Filomena non s'era ancora seduta che una forte scampanellata la fece alzare di scatto.
—Misericordia, visite!
—Alle dieci del mattino, vuoi che vengano le visite, mammalucca!
Filomena si acquetò, e dopo aver infilate le ciabatte che avea lasciato in mezzo alla stanza per non insudiciare il tappeto a piè del divano, si avviò tentennando verso la porta.
Intanto la Balladoro, preso di nuovo lo strofinacciolo, si disponeva a dare l'ultima ripulita ai mobili, quando udì la vecchia che bisticciava con qualcuno nell'anticamera.
—Che c'è, che c'è, che c'è?... Le solite prepotenze?!—mormorò Donna Lucrezia avvicinandosi all'uscio e mettendosi in ascolto presso la toppa.
—È un agire da screanzati!—gridava la Filomena.
—Io sto agli ordini del mio padrone, e in quanto a lei dovrebbe imparare a tener la lingua a casa!—rispondeva il suo interlocutore che dalla voce pareva un ragazzo.
La Filomena, strillando sempre più forte, si mosse per rientrare in salotto; e Donna Lucrezia ebbe appena il tempo di ritirarsi per non far vedere a quell'altro ch'essa stava in ascolto.
—Che c'è?—domandò poi a bassa voce appena la vecchia fu rientrata in salotto.
—È quel rusticone villano del carbonaio,—rispose la vecchia col viso pallido dalla rabbia,—che non vuol mandar la legna, se prima non gli si paga tutto il debito!
—Che debito, che debito d'Egitto! Sempre quel tuo frasario da mercato!
—Finchè non gli si paga tutto il conto!—riprese Filomena.
—E... i danari che hai dato stamattina a sua moglie?
—Ha mandato a dire che sono pochi.
—Quella gentaccia dunque ti manca di parola?
—Son birbaccioni, signora; son birbaccioni!
—E tu pagali subito fino all'ultimo centesimo!
—Ma, allora...—la vecchia rimase interdetta. Ci sarebbe stata un'osservazione da fare; essa l'aveva lì, proprio, sulla punta della lingua; ma si sentì impacciata sotto lo sguardo terribile della padrona, non ebbe più coraggio di andar avanti e ripetè appena, sommessamente, il timido ma di prima.
—Che ma! non ne voglio sapere nè di ma, nè di se! Vai, vai; e paga quei ladri fino all'ultimo soldo.
La vecchiarella uscì a testa bassa, lentamente, zoppicando più del solito; e poco dopo si udì la sua voce contare, brontolando, le monete che risonavano sulla mano del garzoncello.
Donna Lucrezia, col sangue che le ribolliva nelle vene, s'era messa a fregare il tavolo di noce, ma con tanto impeto e stizza da intaccare la vernice. Poi, a un tratto, non potè più contenersi e spalancando l'uscio del salotto, mentre il ragazzo del carbonaio stava per andarsene, gli gridò furibonda:—Dirai a nome mio a quello zotico spilorcio del tuo padrone che è un pezzo d'asino, un croato, un... un... un Bucefalo!
—Scusi, illustriss...—cominciò a dire il ragazzo voltandosi; e rimase sbalordito, a bocca aperta, vedendo quella perticona spiritata.
—E gli devi dire che non sa come si tratta colle mie pari; e che non mi conosce; e che sono imparentata coi primi signori di Milano e di Venezia; e che gli farò pagar cara la sua impertinenza; pezzo d'asino, croato... Bucefalo!
—Scusi, illustriss...—si provò a replicare il ragazzo, quando la Filomena, volendo evitare una scenata che potesse far accorrere i vicini, lo cacciò con uno spintone sul pianerottolo e gli chiuse l'uscio in faccia. Il monello rimasto fuori fece un gesto poco pulito all'indirizzo di Donna Lucrezia; stette un momento incerto se doveva sonar di nuovo il campanello per dire il fatto suo a quella "illustrissima sbrindellona," ma poi diede una spallucciata, e corse giù per le scale a precipizio.
—Mi sento un nodo alla gola! Mi sento soffocare!... Dammi un bicchier d'acqua!...—mormorò Donna Lucrezia tutta tremante.
—Verrà il Dio vendicatore,—esclamò con aria profetica quando ebbe bevuto e cominciò a rifiatare:—e se Re Vittorio mi renderà giust...—ma a questo punto starnutì e insieme con lei anche la Filomena parimente raffreddata.
—Ah!... se l'Italia frangere... potrà le sue ritorte!—declamò poi con enfasi confondendo nelle proprie aspirazioni liberali Tedeschi e creditori. Ma que' versi dello Zodenigo le richiamarono in mente un altro pensiero e domandò alla donna se aveva preso i filetti e i tartufi per fare il contorno alle costolette.—Sai bene che oggi ho invitato a pranzo il Professore!
La vecchia rispose appena con un cenno affermativo.
—Ah, che caro giovane!—esclamò con un sospiro Donna Lucrezia accomodando nella giardiniera le rosette, il giranio e la vaniglia.—Tutto cuore, tutto sentimento e tutto genio; tanto è vero che è tisico finito!... Maledette! come bucano queste rose!...—E qui interruppe il suo inno di lode per succiarsi un dito.—Del resto, vecchia mia, sei stata molto tirchia nel comperare i fiori!... Almeno prendere un pochin di verdura. Oh, Dio! si respira meglio con un briciolo di verde! Par di sentire il soffio primaverile!
—Volevano due soldi per un mazzetto di ramerino!
—Li dovevi dare; tanto più che il ramerino dura un pezzo; si mantiene fresco per un paio di mercoledì, e poi si mette a cuocere col capretto!... Oh... ecco fatto! Se Dio vuole anche la giardiniera è in ordine! Adesso fuoco alle stufe e vieni a vestirmi.
—E... e la legna, padrona?
—La legna? Sicuro; e la legna?! Non ci hai pensato!
—Ci avevo pensato certamente; ma ha sentito il carbonaio cos'ha mandato a dire!
—E per colpa di quel tanghero vuoi farmi gelare le visite come sorbetti?...
—Nossignora, ma...—la vecchierella teneva la testa bassa come se volesse contare i mattoni del pavimento.
—E non ti muovi?... Viscere care delle mie pantofole... bisogna correre a comprarla da un altro!
—Ma... i danari, signora padrona?
—I danari?... E i trenta fiorini che hai avuto ier sera?
Filomena stese la palma della mano e fe' l'atto di soffiarci sopra.
—Spariti?... Spariti in un baleno?! Oh, santi numi!—esclamò Donna Lucrezia, mettendosi in tasca il mozzicone spento.
—Due fiorini...—cominciò la serva contando ogni numero sulle dita nere e ossute,—due fiorini gli ho resi alla portinaia. Me li ero fatti prestare colla scusa d'aver dimenticato i quattrini della spesa e che mi pesava di rifar le scale....
—Ne restano ventotto! tiriamo innanzi!
—Dodici fiorini al professore Zodenigo: dodici e due quattordici....
—Per arrivare a trenta ce ne mancano sedici!—interruppe la Balladoro, che in aritmetica era più pronta assai della Filomena.
—E le spese di stamattina? E i tartufi, e i filetti, e i ravioli, e i fiori, e il canfino, e finalmente i nove fiorini che ho dovuto snocciolare al carbonaio?...
—Colpa tua! Dovevi tenerti in mano qualche spicciolo!... Dovevi levartelo d'attorno con un acconto, quel ladro d'un croato!...
—Vergine Santa, è stata lei a gridare che fosse pagato fino all'ultimo centesimo!
—Taci là, pampalùga!... Non si risponde alla padrona!... Chi li tiene i danari?... Te!... A chi li affido io, senza manco contarli? A te!... Dunque tu sola potevi sapere quanti ancora ne rimanevano da spendere e dovevi regolarti!... Ma siccome vedo che hai le mani bucate... vuol dire... vuol dire che penseremo a metterci riparo!
La vecchietta chinò il capo mortificata, e si asciugò nel grembialuccio tutto toppe, gli occhi e il naso. Era proprio lei che aveva la cassa; e questa era una piccola astuzia della Balladoro, la quale colla scusa della fiducia illimitata non voleva saperne di rendiconto e però non era mai obbligata di pagarle il salario. Restava come sottinteso che la Filomena se lo sarebbe ritenuto sulle varie somme che a mano a mano le venivano affidate; ma siccome queste non bastavano mai nemmeno per la spesa, così la serva restava sempre in credito del suo mensile senza che l'altra dovesse rimetterci della dignità facendo vedere di essersene accorta.
Donna Lucrezia pareva come accasciata da quel colpo impreveduto. Buttatasi sopra una poltroncina si guardava attorno smarrita, e i suoi sternuti avevano preso alcunchè di flebile, di gemebondo, che spezzava il cuore alla povera Filomena.
—Non c'è versi!... Per oggi non si potrà ricevere!... Chi sa, chi sa che cosa dirà la gente!... Un altro mercoledì mi pianteranno in asso; il mio salotto giallo rimarrà deserto, ed io sarò come bandita dalla società!... E se ricevo e pigliano un'infreddatura... peggio che mai! No, no; bisogna trovare una scusa, una scusa plausibile.... Dirai che sono ammalata molto ammalata; che ho presa la morfina, e che dormo!
Ma a questo punto un altro pensiero e più terribile finì col mettere Donna Lucrezia alla disperazione!... E il professore Zodenigo?... Avrebbe dovuto rinunziare, per quattro fascinotti, anche al suo poeta, al poeta celebre del Ponte dei Sospiri?... Chi sa la Rosetta, quella smorfiosa, che gusto ci avrebbe avuto!
Donna Lucrezia all'idea della Rosetta gongolante, e che magari colle sue moine avrebbe trattenuto il poeta a chiacchierare sulle scale, non potè più resistere: si alzò con impeto e buttandosi addosso alla Filomena l'abbracciò e la baciò con un monte di carezze.
—Senti, tesoro mio benedetto, devi proprio aiutarmi anche per questa volta! Lo so, lo so, che tu mi vuoi bene, e che sei una perla per cuore e per fedeltà, e se verrà il giorno della redenzione... non temere che avrai la tua parte. Ma, adesso, in un modo o nell'altro bisogna trovare i soldi per la legna.... Piuttosto, pensa, sto a digiuno per un mese!... Senti, vecchia mia, siamo proprio ridotte al verde? completamente al verde?
Filomena, sempre colle lacrime agli occhi, si frugò nella saccoccia del grembiule.—Mi rimangono... cinque soldini....
—Oh Dio... che spasimi!—mormorò la Balladoro cadendo come sfinita sulla poltrona.
In quel momento si udì sonare di nuovo il campanello dell'anticamera; ma questa volta era stata una tiratina leggera assai.
—Santi numi!... Sarà un altro che vuol quattrini!—esclamò Donna Lucrezia spaurita.—Ho presa la morfina, sai. Filomena, e dormo!—E mentre la vecchia, anch'essa un po' turbata, passava nell'anticamera, si buttò sul canapè chiudendo gli occhi.
Filomena rientrò quasi subito portando una lettera colla busta di color giallo.
—Un conto!... Vedi se me lo diceva il cuore?... Ma oggi non è giornata di conti,—soggiunse alzando la voce per essere udita nell'altra stanza.—Oggi è mercoledì, e non ho tempo per badare a queste miserie!
—Ma, signora padrona, l'uomo che ha portata la lettera,—e la Filomena stendeva il braccio per dargliela,—se n'è già andato!
—Ah, se n'è andato?—rispose la Balladoro calmandosi a un tratto, e sbirciando la lettera, senza però prenderla in mano, con un'occhiata sospettosa.
—E non hai potuto indovinare chi la manda?
—Nossignora: mi pareva un commesso, ma era pulito e garbato dimolto.
—Uhm.... Caso raro!—Donna Lucrezia si fece coraggio: prese la lettera, l'apri lentamente, e messi gli occhiali andò subito a guardare la firma: allora fu invasa nuovamente da un impeto di collera e facendosi in viso rossa scarlatta cominciò a gridare furibonda:—Che vuole da me questa spia infame! questo ladro, questo birbaccione?!—Ma poi, a mano a mano che tirava innanzi a leggere, la collera si dissipò come per incanto; la sua faccia angolosa riprese la solita tinta giallognola, esprimendo prima un grande stupore, poi una commozione e una certa contentezza, mista ad inquietudine.
—A buon conto,—pensava tra sè Donna Lucrezia,—costui non farebbe altro, nè più nè meno, che il proprio dovere.... I primi quattrini suoi come gli ebbe?... Dalla sua pôra moglie!... E la sua pôra moglie dove li ha raggranellati? In casa mia; cioè della Mary, che è poi tutt'uno!... Anzi, per dire la verità, da questo suo procedere... doveroso... parrebbe quasi ch'egli non dovesse essere tutta quella canagl... tutto quel grande spilorcio come lo vogliono dipingere. In ogni modo, se si trattasse solamente di me, risponderei con un bel no, sicuro; con un bel no, tondo tondo! Ma a pensarci bene, io non ho diritto di rifiutare la sua offerta perchè... appunto per via della Mary! Non debbo farle perdere una fortuna per le mie antipatie, e per i miei scrupoli!
La faccia della Balladoro si colorì nuovamente, ma questa volta per una gioia schietta a cui s'abbandonava liberamente.
—Presto! Presto, Filomena! Lo scialle! Il cappello! Il manicotto!—gridò correndo nella sua camera.
La buona vecchietta la seguì trascinandosi: essa cominciava a dubitare che la padrona diventasse matta. Donna Lucrezia in fretta e in furia si mise il cappello di paglia nera coi nastri di velluto; si buttò addosso lo scialle bigio e stava già per infilare la porta, quando Filomena, che era rimasta sempre calma,—Vergine Santa,—brontolò,—vuol uscire in quello stato?!
—Non ho più testa! Dio mio, non ho più testa! Se non c'eri tu, uscivo in sottana a rischio di farmi fischiare dai monelli! Fa presto, dammi il vestito nero... moiré!
Filomena fece presto perchè non c'era da scegliere. Ma la padrona, con tutta la sua furia, non trovava il verso d'infilare il vestito; e intanto pestava i piedi, e smaniava, e invocava i santi Numi e la Madonna Benedetta; le cascavano i guanti, perdeva il fazzoletto e non sapea dove riporre quella lettera famosa, origine di tante commozioni: la metteva in una tasca, poi la levava e la metteva in quell'altra; poi nel manicotto. Finalmente pensò di nasconderla in seno.
Quando, dopo tanto affaccendarsi, era già sul pianerottolo, tornò indietro per dare nuove istruzioni alla Filomena.
—Va all'angolo del Gesù; c'è' una bottega di legna da ardere: ne farai portare una carretta; va subito, in due salti!
Filomena, sempre più maravigliata, stava per aprire la bocca; ma Donna Lucrezia glielo impedì soggiungendo:—E dirai al facchino di aspettarmi qui, che appena torno sarà pagato.
—Ma....
—Così pure passerai dal ristoratore Alle Colonne e ordinerai un dolce alla crema per quattro persone....
—Ma dica....
—Ti darò i danari, e devi pagarlo subito. Non voglio più saperne di lasciar conti in giro con questa gentaglia affamata e che manca sempre di rispetto!
—Ma dica un po', Donna Lucrezia,—proruppe la Filomena che, ormai rassicurata, avea gli occhietti lustri per la contentezza,—in quella lettera benedetta le dànno forse la notizia che ha vinto un terno al lotto?
—Non dire scioccherie, piavola; e fa quel che t'ho detto.
Ma quando la Balladoro fu a mezza scala, chiamò daccapo:
—Filomena! Filomena!—con quanto fiato aveva in corpo, e finchè non vide affacciarsi alla ringhiera della scala la sua vecchiarella.
—Ricordati prima di andare ad ordinare il dolce, di accendere le stufe!—E siccome in quel momento c'era una casigliana che saliva le scale, si mise a gridare più forte:
—E se viene mia cugina, la marchesa di Collalto, che aspetti, che le ho da parlare!—Poi scese a precipizio, guardando dall'alto in basso quella che saliva, e uscì superba e impettita nel suo vestito nero moiré, che dovea significare il lutto per la patria.
In quello spazio di tempo dal 1848 al 1859 il patrimonio degli Alamanni era andato in rovina. L'Austria aveva confiscato tutti i loro beni. Giulio Alamanni, condannato a morte e graziato sul palco, dopo aver assistito al supplizio de' suoi compagni di eroismo, era morto allo Spielberg. Francesco Alamanni, rimasto a Londra fino al 1857, era tornato in Italia per prender parte alla gloriosa e infelice spedizione di Carlo Pisacane; e adesso viveva a Torino. Anche Francesco Alamanni (come intendeva fare il fratello suo) prevedendo la confisca si era provvisto, prima di esulare, di una forte somma di danaro. Ma i soccorsi da lui prestati, con vera larghezza di cuore, ad altri esuli più bisognosi, e le sovvenzioni ai comitati rivoluzionari lo avevano ridotto ben presto a dover vivere del proprio lavoro. A Londra aveva dato lezioni d'italiano, ora a Torino le dava d'inglese; e colla sua operosità, oltrechè a provvedere al proprio sostentamento, riusciva a mandare ogni mese a Milano qualche soccorso per la sua nipotina, la figliuola di Giulio e di Lucia.
Il governo austriaco, appena confiscato il patrimonio degli Alamanni e messovi un curatore nella persona dell'I. R. consigliere Carlo Spinelli, aveva concessa all'orfana una tenue pensione; ma, quando quella sostanza amministrata come si usava in tali casi, si andò caricando di debiti e i fondi finirono coll'esser messi all'asta, la pensione venne subito sospesa, e Donna Lucrezia non riusciva più a ottener nulla dallo Spinelli. Allora dovette adattarsi a tirare innanzi alla meglio aspettando i soccorsi che il proscritto le mandava da Torino, e sovvenuta, anche da certi suoi cugini ricchi e buoni, i quali, ad onta delle disgrazie e della miseria della vedova, seguitavano a mantenere viva l'amicizia con lei e a voler bene alla piccola Mary. Quest'ultima viveva con la Balladoro chiamandola zia in segno d'affetto, ancorchè fosse soltanto una lontana parente.
E la rabbia di Donna Lucrezia contro il curatore si risvegliava specialmente dopo i deliziosi pranzetti che faceva di tanto in tanto col poeta del Ponte dei Sospiri. Rossa, eccitata dalla passione, dalla digestione e dal caldo del salotto essa evocava, mentre il suo caro tisicuccio sorbiva il punch, le memorie e gli splendori di Casa Balladoro, e enumerava le afflizioni e i patimenti del presente martirio. Così infiammandosi a vicenda finivano poi sempre col fare un brindisi all'Italia libera e coll'inveire insieme contro qualche nuova angheria commessa dal governo a danno della piccola Mary; angheria contro la quale ci sarebbe stato da protestare giudizialmente.
—Andrò domattina! Andrò domattina da quello scimmiotto incravattato, e gli dirò il fatto mio fuor de' denti!...—Cosa che, del resto, dovea riuscire assai facile alla Signora che di denti ne avea pochini assai.
Per lo Spinelli erano una vera calamità le visite della vedova brontolona, e se le cose non fossero cominciate ad andar male per chi, come lui, mangiava il pane del rinnegato, l'avrebbe mandata, senza tanti complimenti, a carte quarantotto. Ma invece l'alleanza della Francia col Piemonte e la minaccia della guerra vicina gli mettevano la paura addosso, e però soffocava la stizza cercando di amicarsi quelle persone che in caso di rivolgimenti gli avrebbero potuto giovare. E con Donna Lucrezia, la parente degli Alamanni, la tutrice della piccola Mary che avea perduto il babbo allo Spielberg, si mostrava singolarmente affabile e buono, e se non le dava quattrini, erale largo almeno di consigli e di profferte.
Quella mattina in cui la Balladoro, dopo aver ordinato alla Filomena il dolce di crema, era andata dallo Spinelli, questi era turbato assai. Aveva appunto allora finito di leggere la Gazzetta di Milano e le ultime notizie gli avevan messo un grande sgomento addosso.
L'Imperial Regio Consigliere era solo nel suo studio; e buttata la Gazzetta, con dispetto, sullo scrittoio, passeggiava in su e in giù brontolando, cogli occhiali d'argento rialzati sulla fronte, colla lunga palandrana di panno turchino che gli ciondolava sulle gambe e col cravattone bianco tutto storto, altro indizio di gran burrasca.
—Se facessi un viaggetto fuori d'Italia? Se andassi un po' a Vienna per star a vedere come si mettono le cose?—e intanto si lisciava colle dita tremanti le basette bigie.—A Vienna?... E i miei affari? E lo studio? E la clientela?... Maledetti anche i Francesi che hanno sempre il diavolo in corpo!... E poi, se si desse il caso che i Tedeschi avessero la peggio, io trovandomi fuori, starei fresco! Non potrei più ritornare a Milano!... E se invece tengo duro e rimango, chi mi assicura che ai primi schiamazzi, quando ricompariscono le coccarde tricolori, non mi facciano la pelle?... È vero, per altro, che ho sempre cercato di tenermi in buone relazioni anche coi capi scarichi; mi sono sempre mostrato dolce, cortese, servizievole... ma, ma, ma... si sa bene; l'uomo è una bestia irragionevole.... Sono un austriacante?... Niente affatto! Ho servito il Governo, ma in via amministrativa; come un altro cliente qualunque; come servirei un Turco, un Ottentoto, che venisse a chiedere i miei servigi!
Ma invece di un Ottentoto, gli capitò allora nello studio Donna Lucrezia, col naso più rosso del solito per il freddo, e ansante in modo che sulle prime non riusciva a parlare.
—Oh guarda un po'! La nostra cara Dogaressa!—esclamò il Consigliere andandole incontro, con un'effusione straordinaria. Se non ci fosse stato quel naso rosso e rugiadoso, tale da incutere rispetto anche ai più audaci, l'avrebbe forse abbracciata. Invece si contentò di farla sedere sulla poltroncina di cuoio, vicino al caminetto, e si chinò premuroso per attizzare il fuoco.
—Che buon vento!... Che buon vento l'ha menata da queste parti?
—Un vento... un vento sbalorditoio!—Donna Lucrezia starnutò; ma quando fu per soffiarsi il naso si trovò tra le mani lo strofinacciolo che nella confusione aveva cacciato nel manicotto, invece del fazzoletto.
—Sempre infreddata?
—Sempre, sempre; è un gran destino! Ma quella talpa della Filomena, che deve essere gelata come il naso di un gatto, riscalda tanto le stufe che par d'essere in un forno! Poi, quando si esce, sfido io a non infreddarsi!
—Tutti non hanno il sangue caldo come Donna Lucrezia!—esclamò il galante Consigliere, e poi subito pensò tra sè:—Brava, brava! La vecchia fa grandezzate: allora non è venuta per chiedere quattrini!—e istintivamente avvicinò ancora di più la propria seggiola alla poltrona della Balladoro:—Dunque che cosa abbiamo di nuovo?
—Ecco: son qui per... per avere un consiglio da lei.
—Sto a sentire.
—Ma si tratta di un consiglio molto delicato.
—Parli pure, parli pure; con tutta confidenza.
—Posso fidarmi, non è vero? Da donna di cuore a uomo di cuore.
—Diamine, non ci conosciamo da ieri.
—E in tutti i casi, mi fa giuramento di mantenere il segreto!
—Faccia conto d'essere in chiesa, dal suo confessore.
—Gli è, vede, che ai preti ci credo poco.
—Nemmeno io, nemmeno io! Ma dicevo così per dire!
—Senta dunque che cosa mi capita!—E Donna Lucrezia si tirò avanti sulla poltrona avvicinandosi allo Spinelli, che con due dita si accomodava gli occhiali sul naso per guardare in viso più attentamente la sua interlocutrice.
—Mi è stata fatta una proposta che, sotto un certo aspetto, potrebbe essere una fortuna... per la Mary.
—Dica, dica! Quella bambina l'ho sempre a cuore!—e il Consigliere sospirò.
—Avrei da farle leggere una... una lettera, che mi è arrivata....
—Vediamola.
—Prima per altro si ricorda che mi ha fatto giuramento....
—Di mantenerle il segreto.—E lo Spinelli per dar più forza alla sua promessa prese la mano della Balladoro e la strinse con calore.
Questa, frattanto, cominciò a frugarsi nelle tasche per trovare la lettera famosa; poi cercò nel manicotto, ma inutilmente: non la trovava più.
—E sì, presa, l'ho presa di sicuro!—borbottava Donna Lucrezia a mezza voce cominciando a perdere la pazienza.
—Pensi un po' se non l'avesse dimenticata a casa.
—Chè! Chè! Mi ricordo bene d'averla presa; e son venuta qui direttamente!
—Provi a guardare un'altra volta nel manicotto!
—Non c'è; le dico che non c'è!—E Donna Lucrezia sbuffava e dava in smanie. A un tratto si alzò da sedere, e tirò fuori e buttò sulla poltrona tutto quello che aveva nelle tasche e nel manicotto; meno, s'intende, lo strofinacciolo.
—Santi Numi!... Sta a vedere che l'ho perduta!... È sicuro, sicurissimo che l'ho perduta! Oh santi Numi, santi Numi, santi Numi!
Il Consigliere voleva farsi dire a voce che cosa le avevano scritto; ma la Balladoro non gli badava. Tornava a vuotarsi le tasche, in cui aveva già rimessa la roba, e le rovesciava, e gemeva, e gridava. e pestava i piedi quando all'improvviso le balenò in mente dove l'aveva messa, e allora, aprendosi il vestito:—Sia malignaza!—esclamò, calmandosi e sorridendo, e la tirò fuori con aria trionfante.
Il Consigliere la prese e cominciò a leggerla a mezza voce, fermandosi, come per riflettere, sui punti più importanti, e la Balladoro, seria, impettita, prendeva un'aria di maggior sussiego a mano a mano che in quell'altro vedeva crescere la maraviglia.
—Per bacco, cara la mia Dogaressa!—esclamò lo Spinelli appena ebbe finito di leggere,—è proprio una fortuna che le piove dal Cielo!
—Oh in quanto a me...—soggiunse Donna Lucrezia con un certo tono, come avendosene a male.
—Cioè, volevo dire una fortuna che capita alla signorina Alamanni.
—Crede?
Il Consigliere chinò il capo gravemente in seguo affermativo, e tornò a leggere la lettera a voce alta e calcando le parole:
Nobile signora, la Signora Donna Lucrezia Balladoro.
Non è certo senza un longo riflesso che mi fo lecito, Nobile Signora, di scrivergli questa mia; ma quantuncue vituperato dai malevoli invidiosi dei buoni risultamenti del mio lavoro e fatiche di molti anni, ho cuore e memoria meglio di tanti per non incurarmi dei miei primi benefattori.
—Non si poteva cominciar meglio!—osservò il Consigliere interrompendo la lettura per guardare Donna Lucrezia.
—Certo: scrive come un cane, è naturale; ma le idee sono buone.
Se come sono senza vergognarmi di umile estrazione e povero sono riuscito non solo a portarla fuori negli affari, ma pure a procurarmi un qualche comodo, non scorderò di aver fatto i primi passi coi pochi risparmi della defunta e compianta mia consorte e non posso scordarmi dell'affezione della medesima in riguardo alla Nobile Signora Lucia.
Ragionato e curatore per conto di alcuni minori interessati nella Agenzia Micotti e Comp. sita in Milano in Via del Pesce, mi sono trovato in delle mani nel bilancio settimanale di mia spettanza, un'oggeto di valore che non mi lasciò dubbio in quanto alla provenienza, e che rifusa la cassa sociale, detengo fin dora a suoi riveriti comandi.
—Avevo da pagare le lezioni della Mary, il salario alla Filomena, e poi varie altre spese; chè non mi piace di lasciar debiti in giro.... E capirà che ho dovuto umiliarmi, e subire anche questa mortificazione: io; una Balladoro!
Donna Lucrezia, così dicendo, s'era messa a singhiozzare; ma ricordandosi che aveva preso lo strofinacciolo invece del fazzoletto, si asciugò in fretta gli occhi col manicotto, mentre il Consigliere seguitava la lettura.
Facendo voti perchè la Signoria Vostra Illustrissima e la Nobile Signorina Maria sua degna nipote venghino reintegrate nei loro Averi, io mi dichiaro pronto intrattanto ad addivenire ad un'accordo previo il Di Lei assenzo e consenso.
Metto al disposto della Nobile S. V. per ragione e conto della Nobile Signorina Maria Alamanni la somma annua di lire austriache 6000 (dico sei mila) e ciò fino alla liquidazione totale dela sostanza dela prellodata Signorina Minore, previo l'Interesse posticipato e graduale del cinque per cento....
—Troppo giusto!—esclamò interrompendosi il Consigliere.
—Nè, da parte nostra, si vorrebbe accettare, come si dice, un prestito gratuito.
....e alla condizione,—seguitò a leggere lo Spinelli,—che il sottoscritto venghi investito di mandato legale onde rappresentare la Tutela della prellodata Nobile Minorenne Maria Alamanni e ciò al fine di prestare la propria esperiensa al servizio della Casa e di contare i propri esborsi di capitale e Interessi.
Della Vostra Signoria Illustrissima—Il suo devotissimo obbligatissimo servitore—P. Barbetta-Barbarò.
P. S. Dalle undeci ant.e alle quattro di ciascun giorno eccettuati i festivi sono reperibile nel mio studio sito sul Corso Francesco 43—dove detengo in'oltre la Miniatura all'ordini sempre della V. S. Illustriss.—c. s. ds. P. B.-B.
—Dunque che mi consiglia di fare?—domandò Donna Lucrezia appena lo Spinelli ebbe finito di leggere.
—Accettare, cara mia! Accettare a occhi chiusi, e subito!
—Adagio un po'; adagio un po' e non precipitiamo; perchè deve sapere che questo tale è stato portinaio in casa nostra.
—Portinaio?... In casa sua? Questo signor...—e il Consigliere rilesse la firma,—questo signor Barbetta-Barbarò?
—Per l'appunto: nostro portinaio.
—E come ha fatto a mettere insieme un patrimonio?—esclamò il Consigliere cogli occhiettini miopi pieni di maraviglia e di ammirazione.
—Mah!... Se ne dicono tante... tante... tante, che non stanno nè in ciel nè in terra!
—Eh via, i cani si lasciano abbaiare. Ma lei, dal momento che è stato suo portinaio, dovrebbe conoscerlo bene?
—Ecco... veramente, era portinaio del babbo della Mary; che è poi lo stesso.
—Appunto.
—Bisogna risalire un dieci o dodici anni addietro, egli non aveva altro che un nome solo: Barbetta.... Si chiamava Pompeo Barbetta tout court.... Adesso si è appiccicato quel Barbarò, che era il cognome della sua povera moglie: perchè poi, Dio lo sa!... Forse per darsi aria e vedere di ficcarsi tra i nostri pari!
—Sia pure; non sarebbe altro che una debolezza... scusabile anche sotto un certo aspetto.
—Ma la mia condizione... capirà... ho dei parenti a Venezia... a Milano. I Badoero... i Collalto... che la guardano per la sottile... in certi argomenti.
—I suoi parenti, punto primo, non dovrebbero saper nulla di questo affare.
—Sicuro: non ci pensavo. È un'osservazione giustissima.
—Eppoi nello stato in cui si trovano... in cui si trova la signorina Alamanni, non si deve sofisticare sulle origini di chi, in certo modo, viene a rappresentare la parte della Provvidenza.
—Così ho subito pensato anch'io, nel leggere quella lettera: non ho diritto di far perdere una fortuna alla mia pupilla, per le mie idee, per i miei sentimenti personali.
—Benissimo, dunque, su questo punto andiamo d'accordo.
—Perfettamente.
—E ora mi dica tutto quel che sa di questo Barbetta e se le pare uomo da potersene fidare.
—Qui sta il busillis!—e Donna Lucrezia che non voleva dir troppo, per non mettere in pericolo l'affare che le andava molto a genio, e che d'altra parte non poteva assumersi tutto il peso di una risoluzione così grave, tossì per prender tempo.—Dovevo andare più adagio—pensò—e riflettere per la strada al caso mio!
—E dunque? che cosa ne sappiamo!..—riprese il Consigliere allungandosi sulla seggiola e spingendo i tizzoni verso la fiamma colla punta delle scarpe.
—Ecco, dirò, quand'era in casa nostra, passava per un fior di galantuomo.... Un po' tirato ma onesto e fedele a tutta prova. La sua pôra moglie, alla quale, per dire la verità, aveva sempre fatto buonissima compagnia, quantunque... basta, c'era poco da stare allegri, morendo gli deve aver lasciato un qualche migliaio di svanziche. Poca roba,—soggiunse la Balladoro facendo boccuccia,—ma per quella gente lì, si sa, può essere una fortuna.
—Ma come aveva fatto sua moglie ad avere questo danaro?
—Oh Consigliere mio benedettissimo, come fanno tutti coloro che, pur di risparmiare, vivono come dice il nostro popolino: de pan e spuazza!... Era sempre stata una donnetta economa; figlia di gente buona che l'aveva allevata colle fregole di casa Alamanni... La povera Lucia, che le voleva bene, la ricordò anche nel suo testamento. E poi tutti noi insomma, le si regalava sempre qualche cosa. Anch'io, non fo per dire, ma ogni momento le donava e danari e vestiti e biancheria, perchè era proprio una buona creatura; seria, onesta, che badava a' fatti suoi, e non come quella smorfiosa, sfacciata, pezzente che...—ma a questo punto Donna Lucrezia si fermò, sebbene sulle gote giallognole fossero salite a un tratto le fiamme della stizza.
—Fin qui—osservò il Consigliere che faceva di tutto perchè la sua cliente non uscisse dal seminato—fin qui non vedo nulla che possa offendere l'onoratezza del Barbetta.
—E lo dico anch'io, ma ci sono altre voci....
—Ebbene?...
—C'è chi pretende che abbia fatta fortuna col... col... col negoziare in cravatte!
E Donna Lucrezia, allungando il suo collo di cicogna, fe' il gesto favorito di mastro impicca.
—E le prove?... Le prove ci vogliono, cara signora mia!—esclamò il Consigliere al quale non pareva vero di levarsi d'attorno quella mignatta della Balladoro, e però si sentiva molto disposto a difendere il Barbetta.—Intanto l'affare che adesso le propone—continuò—non è certo da usuraio!
—No, no, per dire la verità!...
—Dunque?
—Ma... c'è dell'altro!
—Che cosa c'è? sentiamo.
—Dicono....
—Dicono?
—È un'accusa molto... molto grave. Scommetterei anch'io, giuocherei la testa che sono calunnie; ma intanto la voce corre e... e capirà, Consigliere, il solo dubbio in questo caso mi metterebbe in un brutto impiccio e... ma devono essere calunnie, tutte calunnie!
—Intanto non m'ha detto ancora di che si tratta....
—Scusi, Consigliere benedetto, scusi anche lei; ma sono cose... cose che mi fanno rimescolare il sangue soltanto a pensarci.
—Si faccia coraggio, e sentiamo; da brava!
Il Consigliere si avvicinò daccapo alla Balladoro, che appariva sempre più impacciata ed esitante. Se per caso quel che stava per dire facesse mutare d'opinione allo Spinelli? S'egli le avesse a dichiarare che le proposte dell'ex-portinaio non erano accettabili a nessun patto, allora, ritornando a casa, come avrebbe fatto a pagar la legna da ardere e il dolce di crema?
....Veramente... veramente aveva precipitato un po' troppo nel dare gli ordini alla Filomena!
—E dunque?
In fine non poteva tacere: lo Spinelli, pur troppo, era il curatore della Mary... e quell'altro aveva messo la condizione di rappresentare la minorenne.... Si tirò ancora più innanzi sulla poltrona, e siccome il Consigliere cercava di non guardarla in faccia perchè potesse parlare più liberamente, e tutto curvo attizzava il fuoco con le molle, essa gli si accostò tanto da sfiorargli con la bocca le basette brizzolate, bisbigliandogli nell'orecchio alcune parole.
—Oibò!—proruppe il Consigliere alzandosi inorridito.—Calunnie! calunnie! calunnie!
—Benedetta sempre sia la bocca della Giustizia!—esclamò Donna Lucrezia, alzandosi alla sua volta, e non potendo più oltre trattenere un gran sospiro di sollievo.—L'ho sempre detto, l'ho sempre ripetuto anch'io che non potevano essere altro che calunnie!
—Ma, cara signora, non sa che adesso, quando si vuol rovinare un uomo è presto fatto?... Gli si dà dell'austriacante e della spia! Ma non bisogna badare alle chiacchiere dei tristi, bisogna guardare alle azioni della gente!
—Sicuro, sicurissimo!... Io mi vanto di non aver mai guardato altro che alle azioni!... Alle nobili azioni!
—Crede forse che non diranno anche di me, che sono un austriacante, un codino?
—Eh, eh! se lo dicono!—rispose Donna Lucrezia, alzando le mani per dar più forza all'esclamazione. Ma non c'era bisogno di tanto strepito; il Consigliere, che aveva voluto tastare il terreno, si era già fatto livido.
—Eppure...—balbettò....—Eppure, quando s'è trattato di far del bene a qualcuno, non ho mai badato alle sue opinioni politiche....
—Evviva la faccia di chi può dir così.... Mentre invece vi sono certi tomi, che se ha da spuntare davvero il giorno della Reden.... Basta... non dico altro! Dovranno impallidire anche se, puta caso, avessero il muso nero come un carbon... come uno spazzacamino!
Adesso, per altro, che capiva di avere il Consigliere dalla sua, sicura che la pensioncella non le scappava più, voleva farsi un po' pregare prima di accettarla, mettendo innanzi una lunga sequela di dubbi, di scrupoli e di delicatezze. E intanto il Consigliere volpone, che conosceva bene i suoi polli, si affannava e fingeva anche lui di arrabbiarsi perchè "quella cara Dogaressa" non voleva intendere le cose "pel loro verso!"
—Ma ragioniamo un po', bella signora mia; ragioniamo un po': se fosse proprio vero ciò che dicono del Barbetta, crede lei che l'Alamanni non avrebbe trovato il modo di farlo sapere alla sua famiglia e a' suoi amici per smascherarlo e metterli in guardia?
—Pare anche a me!
—Crede lei che in tanti anni non sarebbe venuta fuori qualche prova di fatto?
—Pare anche a me!... Pare anche a me, tesoro mio!...—continuava intanto a rispondere Donna Lucrezia, alla quale pareva infatti che quelle cinquecento lirette al mese fossero proprio irresistibili.
—Dunque sono riuscito a convincerla?—conchiuse lo Spinelli dopo un'altra mezz'oretta di chiacchiere.
—Ah, se si trattasse di un interesse mio e potessi dare ascolto soltanto alla mia delicatezza... perchè, senta, Consigliere, quando mi toccano certi tasti io divento come una sensitiva.... Ebbene, piuttosto di accettare i servigi di un... Barbetta, piuttosto, dico, mi adatterei a vivere di polenta e torsoli di cavolo!... Io, capisce? una Balladoro, che sono stata allevata, si può dire, col nèttare degli Dei! Ma... visto e considerato che non devo sacrificare mia nipote, subirò questa umiliazione... e farò... e farò quanto lei mi dirà di fare.
—Brava, brava! molto brava!—esclamò lo Spinelli, tossendo e raschiandosi la gola asciutta pel gran discorrere che avea fatto. La nostra cara Dogaressa ha sempre mostrato di aver cuore, e lo prova esuberantemente anche in questa circostanza.
Donna Lucrezia credette proprio che il Consigliere fosse in buona fede; e rimase tanto convinta di ciò che egli le aveva detto, da sentirsi commossa per la propria bontà e per il proprio buon cuore.
—Basta!—mormorò con un sospiro, ammirando l'effetto della sua mesta rassegnazione nello specchio del caminetto.—Sia fatta la volontà del Cielo... per altro è un gran passo doloroso questo che lei mi obbliga a fare!... ascendo, si può dire, sul mio Calvario!
—Senta un po', Donna Lucrezia—soggiunse allora il Consigliere, dopo di aver sospirato anche lui levando gli occhi al soffitto.—Senta un po': s'ella credesse mai che la mia compagnia le fosse per riuscire di qualche sollievo, si potrebbe combinare di andarci insieme da questo signor Barbetta. Oggi no, perchè ho da fare tutto il giorno in tribunale, ma domani sono a sua disposizione.
—Domani?!... no, no!... Ci vado io sola; ci corro subito, all'istante! Ma le pare, Consigliere benedetto? Dal momento che devo bere l'amaro calice, non voglio lasciare un minuto di più in quelle manacce... sporche, il ritratto, la reliquia, della mia povera Lucia!
Ciò detto aggiustò il fiocco del cappello, e un'ultima volta (durante l'intenerimento dell'addio) si fregò il naso sul manicotto. Poi abbandonò la mano del Consigliere, abbassò la veletta, sussurrò con un gemito represso:—Mio Dio, mio Dio che spasimi!—e si precipitò di corsa, e sempre scodinzolando, sulla via del suo Calvario.
Ma quando ne discese aveva le gote rosse, gli occhi sfavillanti; e ci fu un momento, appena uscita dallo studio del Barbarò, in cui non capiva più nella pelle, e allora strinse il manicotto contro il petto, mormorando con un grido represso di gioia:—corocochè!
Quando invece, un po' più tardi, infilò la porta di casa, riprese, e più che mai, la sua aria di sussiego. Era tutta piena di scatole e di involti, e aveva dietro un fattorino anch'esso carico di roba.
L'occhiata che lanciò nello stanzino della portinaia, fu quel giorno sprezzante in sommo grado, e sebbene ci fosse la mamma al finestrino, pure volle dare i suoi ordini proprio alla Rosetta, per umiliarla e per farle dispetto:
—Oggi ricevo: suonerete il campanello ad ogni visita.