I.

—Chè! Chè! Le fiamminghe in giornata sono diminuite di prezzo!—esclamò la florida signora Veronica che stava ritta, dietro il suo banco di pegni, esaminando al lume di una lucernina di canfino una piccola miniatura legata in oro e contornata di diamanti.

Dall'altra parte del banco una squallida vecchietta in capelli, con una sottana di lana scura tutta lisa, e uno scialle bigio, stretto attorno al magro corpicciuolo, rimaneva attonita e muta nell'udire quelle parole.

—Sicuro, cara la mia donna!—continuò la signora Veronica senza punto commuoversi dinanzi al dolore della nuova cliente.—In Merica hanno trovato una cava di diamanti grossi come nocciuole, e ne arrivano, tutti i giorni, bastimenti pieni!

—Ma pure... c'è dell'oro—soggiunse la vecchia, timidamente.

—Non tanto... non tanto: la montatura è sottilina.

—La mia signora avea detto che la miniatura sola valeva un occhio della testa.

—Sarà benissimo... ma è un ritratto di famiglia, e in commercio, capite, non ha valore... Fosse un Vittorio Emanuele, o un Garibaldi, o un Napoleone, tanto si potrebbe trovar l'amatore, ma un ritratto qualunque chi volete che lo pigli?—Così dicendo la signora Veronica stringeva le labbra sprezzantemente, e allungando il braccio, faceva l'atto di restituire la miniatura. Ma la vecchia non volle riprenderla e continuò a tener le mani nascoste sotto lo scialle, sicchè l'altra mise il medaglioncino sul banco.

Realmente il ritratto, a parte la montatura, non poteva aver nessun pregio per la signora Veronica Micotti, che teneva un'agenzia di prestiti sopra pegni in Via del Pesce. La squisita miniatura non rappresentava un personaggio illustre, ma invece era un'immagine soave di donna giovane e bella, coi capelli nerissimi e le braccia e le spalle nude.

—Fosse almeno un'anticaglia!—esclamò la padrona del banco, vedendo che l'altra rimaneva lì ferma, intontita, senza risolver nulla.

—Oh per questo la mia signora mi diceva che le era stato regalato prima del quarantotto!

—Bell'affare! Non sapete, cara voi, che ci vogliono secoli e seculorum prima che gli oggetti acquistino pregio?—Poi la signora Veronica appoggiando le mani sul banco si alzò in punta di piedi e dondolando la maestosa persona esclamò coll'aria solenne di chi pronuncia una sentenza inappellabile:—Sopra questo pegno non posso prestare più di quindici fiorini.

—Vergine santissima! Da Gesù pietoso me ne darebbero trenta, a dir poco.

—E voi, allora, perchè non andate a metterlo al Monte?

L'altra chinò il capo, sconcertata.

—Risolvete dunque: sì o no. È tardi, sono le otto sonate, e devo chiudere.

La povera vecchietta prima di rispondere guardò in giro, sospirando, la botteguccia angusta, coi grandi scaffali di legno tarlato, disposti tutt'intorno alle pareti, e pieni di sacche di tela greggia, rigonfie, segnate da un cartellino col numero progressivo. Pareva quasi ch'ella volesse chiedere consiglio a tutta quella roba ch'era là ammucchiata, muta testimonianza di altre miserie e di altri dolori.

—E così?—ripetè la padrona, infastidita dal lungo indugio.

—Via... si lasci smuovere... aggiunga qualche cosa... qualche spicciolo, almeno!

—Anche se si restasse qui fino a domani, non vi potrei dare un soldo di più!

—Eppure chi mi ha diretta a quest'Agenzia mi aveva consigliato di parlare col signor Barbarò, assicurandomi ch'egli mi avrebbe fatto ottenere le maggiori facilitazioni.

—Il signor Barbarò non c'entra con noi!—esclamò la Veronica, arrossendo leggermente.

—Ma per altro, se lo dicessi il nome della mia signora,—soggiunse la donnicciuola titubante, e abbassando la voce,—forse... anche lei, non sarebbe tanto ostinata!

—E ditemi, alla malora, chi è questa vostra signora, e spicciatevi!

Erano sole nell'Agenzia, ma pure la vecchietta si sentì presa da tanta vergogna nel dover proferire quel nome in un luogo sì abietto, che allungò il collo quanto più potè sopra il banco, per dirlo in un orecchio alla signora Veronica. Questa, uditolo appena, trasalì con un moto di maraviglia e di contentezza, e presa tosto la miniatura, la nascose in un cassetto del banco che chiuse a chiave.

—Perchè non dirlo subito,—esclamò,—benedetta donna!—Poi le domandò piano, ma con un fare più garbato:—Siete contenta di trenta fiorini?

—Faccia lei... come crede!—rispose l'altra sbalordita dall'effetto ottenuto e che superava di molto anche la sua aspettazione.

La signora Veronica tirò fuori da un altro cassetto, pure chiuso a chiave, una ciotola di bossolo piena di monete; contò i trenta fiorini, facendone tre gruppetti che posò dinanzi alla vecchia. Indi preso un grosso libraccio, ch'era in fondo al banco, lo aprì, ne levò la carta sugante, intinse più volte in un calamaio di legno nero rotto e smozzicato la penna d'oca, e cominciò a scrivere adagio la data di quel giorno, con una scritturaccia grossa e stentata: "Milano, li venticincue Febrajo 1859:" poi si fermò a un tratto e alzando gli occhi domandò se doveva mettere il nome della signora.

—No, no!—rispose la donna vivacemente.—Metta il mio; metta il mio. Filomena Beltrami!

La florida signora Veronica seguitò a scrivere, accompagnando con una smorfia della bocca gli sforzi delle dita aggranchite. Quindi strappò dal registro la polizza, ci buttò sopra il polverino la piegò e la consegnò alla Filomena che, intascati i bei fiorini nuovi, se ne andò via difilato senza fare altre chiacchiere. Ma scesa la scalaccia buia (l'Agenzia era al primo piano) e passata appena la soglia di quella casa sospetta, si voltò indietro paurosa, quasi dubitasse d'essere spiata.

Poco dopo che la Filomena fu uscita dall'Agenzia vi entrò un omiciattolo dall'aspetto tra il sensale e il cavalocchio, ed anche lui, colla sua aria sospettosa, dava a divedere chiaramente che non desiderava punto di essere osservato mentre infilava il portone di quella casa. Egli, per altro, non salì al primo piano, ma invece attraversò il piccolo cortile buio, a cui non giungeva nemmeno la fioca luce del lampioncino appeso a piè della scala; si fermò dinanzi a un uscio coll'imposta a vetri; cavò una chiave di tasca, lo aprì, lo richiuse, e curvandosi cercò a tastoni, presso la porta, la scatola dei zolfanelli e il candeliere con un mozzicone di stearica. Lo accese, e lo posò sopra un vecchio scrittoio che era lì presso, tutto ingombro di libri vecchi e di cartacce unte e polverose.

—Ohè! la Veronica deve far affari stasera,—mormorò levando dal taschino del panciotto un oriuolo a cilindro attaccato a un grosso catenone d'oro con un gran mazzo di ciondoli che tintinnavano ad ogni suo movimento.—Son le otto e mezzo, e non è ancora scesa!

Allora si sdraiò in un seggiolone ch'era accanto allo scrittoio, coperto di stoffa rossa così logora, che ne usciva la stoppa della imbottitura. Egli pareva stanco e si alzò un poco il cappello a tuba sulla fronte, ma non se lo levò: nella stanza si sentiva il frescolino umido dell'aria colata.

L'omiciattolo, dopo aver aspettato un poco, prese un lapis, fece un conticino in fretta in un angolo d'un di que' libracci affastellati sullo scrittoio, poi tornò a sdraiarsi sulla poltrona e continuò a fare de' conti mentalmente, rodendosi, coi denti guasti e radi, l'unghia del pollice.

Quello stanzone era il magazzino di deposito, e insieme l'ufficio interno dell'Agenzia. Anch'esso aveva le pareti guarnite di scaffali di legno tinto, pieni di sacchetti coi cartellini numerati, come nella bottega del primo piano; e allo scarso lume della candela, e fra un'enorme quantità di roba accatastata, apparivano qua e là, di mezzo al buio, l'angolo dorato di un mobile antico, o il fondo lustro di una casserola di rame o il bianco sudicio d'un monte di coperte di lana.

Ma l'omiciattolo doveva conoscere bene tutta quella roba, perchè non fermava punto l'occhio ed invece, finito ch'ebbe d'almanaccare co' suoi conti, tornò a guardare l'orologio.

—Per bacco! Son quasi le nove!—e fece atto d'alzarsi; ma subito si riadagiò sulla poltrona esclamando:—Finalmente!... Eccola che viene!

In fatti dall'altro uscio, pure colle imposte a vetri, ch'era in fondo allo stanzone, si udiva, sempre più vicino, il rumore di un passo pesante che scendeva per una scala interna; poi i cristalli si rischiararono a un tratto e una striscia larga di luce penetrò nel magazzino: l'imposta fu aperta con una pedata e apparve, nel vano della porta, la florida signora Veronica, tenendo la lucernetta di canfino da una mano, dall'altra una delle solite sacchette, e sotto il braccio i registri dell'Agenzia.

—È un pezzo che è qui ad aspettare, signor padrone?—chiese subito la donna dimostrando dinanzi a quell'omo una soggezione grande, che contrastava assai coll'imponenza della sua forte persona e con un certo piglio di arroganza che le conferivano i capelli neri, lucenti, pettinati colla divisa da parte e rialzati sulla fronte.

—Aspetto da un'ora, ma non importa,—rispose l'altro guardando cupidamente cogli occhiettini loschi i registri e la sacchetta.—La giornata è stata buona?

—Non c'è malaccio. Siamo alla fine del mese, e, si sa, c'è sempre maggiore ricerca di danaro.

—Allora bisogna tener basse le stime e aumentare gl'interessi!... Diavolo! Se non approfittiamo dei momenti buoni, si può chiuder bottega.... Metti giù quella roba e dammi il bollettario.

La signora Veronica ascoltò rispettosamente la lezioncina senza muoversi, nè aprir bocca; poi buttò la sacchetta sopra un divano (di stile dell'Impero, tutto bianco a fregi dorati) e posò la lucerna coi registri in mezzo allo scrittoio.

L'omiciattolo cominciò a sfogliare il bollettario, ma a mano a mano che procedeva in quell'esame si faceva sempre più accigliato e brontolone.

—Il calzolaio Martinetti s'è messo in regola?

—Ha mandato la moglie, con un acconto di sei svanziche.

—Troppo poco: ne deve quarantasette!

—Ha chiesto un respiro breve, di otto giorni soltanto.

—Non è una buona ragione; non glieli dovevi concedere. In otto giorni può scappare otto volte e mezza. Adesso, colla scusa della patria da liberare, si passa il confine allegramente, in barba ai Tedeschi... e ai creditori!

—La povera donna piangeva e strillava in modo da far fermar la gente sotto le finestre.

—Lacrime e non altro che lacrime! Sono lo spediente dei disperati! Chi ha le tasche vuote di quattrini ha sempre gli occhi pieni di lacrime!

—Il suo figliuolo, che lavorava in bottega, si è ammalato.

—E che c'entro io? Vada a lagnarsene col Padre Eterno!...

—Per questi otto giorni ha firmato un altro biglietto di tre fiorini....

—Be', be':—l'omicciattolo pareva rabbonirsi un poco;—alla scadenza, se non pagano, un buon protesto in piena regola!

—Sissignore.

—Lo stipendio del cavalier Trucker è stato sequestrato?

—Ho mandate tutte le carte che occorrevano al notaio Strazza, e gli ho fatto premura.

—Va bene.... va benissimo!—e continuò a sfogliare il registro attentamente. Poi, dopo un poco, tornò a domandare:—È stato spiccato l'ordine d'arresto contro la Livia Bernasconi?

—Non ancora perchè....

—Perchè vuoi sempre fare a tuo modo e non sono ubbidito!—esclamò il padrone riscaldandosi assai, quantunque moderasse il tono della voce, per non esser udito di fuori.

—Ha portato un'altra pentola e un'altra materassa....

—Avesse portato anche il tesoro della Mecca tu dovevi andare dall'avvocato, e fare quello che t'ho detto! Sei anche tu come quell'animale dello Sbornia: tutti e due ignoranti e cocciuti. Ma se continuerete a voler fare di testa vostra, vi scaccerò a calci fuori dalla porta!

La signora Veronica ci pareva avvezza a que' complimenti, però si fece animo e rispose a mezza voce:—Ha la mamma... in fin di vita....

—E che crepi! È una bocca inutile!... Tu, ancora, non l'hai voluta intendere per il suo verso questa faccenda: fra capitale e interessi la Bernasconi mi deve, ormai, più di settanta fiorini, che non potrà rendermi mai, e che è pronto a pagare in vece sua il vecchietto Migliavacca, solo che la ragazza si adatti a... a lasciar correre una buona parola. Ma la Livia è ostinata e non vuole, perchè ha de' grilli per il capo, perchè ha l'amante, o che so io!... Per altro una volta messa in chiusa, come gli uccelletti, farà giudizio e canterà, non ne dubito.... E a buon conto io non devo lasciare che il vecchio si raffreddi, se non voglio essere truffato del danaro mio! Hai capito?

—Sissignore.

—Oh, Laus Deo!

Ci fu un momento di silenzio: la signora Veronica pareva impacciata e timorosa, l'altro continuava a sbuffare.

—E al conte Kanizsa—ripigliò sempre con voce stizzosa—hai fatto scrivere che se non gli riesce di fare il saldo per il primo di marzo, l'Agenzia manderà le cambiali al suo colonnello?

—Sì, signor padrone.

—Con questo damerino bisogna andar per le corte. Pare proprio che debba scoppiare la guerra da un giorno all'altro (me lo scrive anche lo Sbornia da Verona), e se il reggimento parte da Milano sto fresco io, a corrergli dietro.... Diavolo! Se mi lasciassi mangiare il fatto mio dai Tedeschi, oltre al danno, passerei anche per un codino!—E l'omiciattolo accompagnò queste parole con una cinica risataccia.

La soggezione che la signora Veronica provava sempre in presenza del padrone, era accresciuta in quel momento da una segreta inquietudine: i trenta fiorini che avea dato sul pegno del medaglioncino. Era vero ch'essa, in quell'incontro, s'era tenuta stretta agli ordini ricevuti; era vero che il padrone, già da molto tempo, e chi sa per quali viste, voleva attirare all'Agenzia quella nuova cliente; era vero che le avea ordinato, caso mai le fosse capitata sotto mano, di largheggiare nella stima se si fosse trattato di un prestito sopra pegno, o di accettare anche la semplice firma della signora, se avesse offerto una cambiale.... Ma "trenta fiorini" per una miniatura, non era forse andata troppo oltre?...

E aspettava timorosa che il padrone arrivasse all'ultima pagina del registro e le domandasse informazioni intorno al prestito fatto alla Filomena Beltrami.

Ma quando la domanda che l'impauriva era proprio lì lì per venir fuori ci fu un incidente che la ritardò un altro poco. L'uscio a cristalli, in fondo allo stanzone, si riaprì a un tratto rumorosamente, e un ragazzetto corse precipitoso a ficcarsi fra le gambe dell'omiciattolo, esclamando:

—Padrino Barbarò, dammi il soldino! Voglio il soldino, padrino Barbarò!

—Seccatore maledetto!—grugnì l'altro fra i denti, e con piglio infastidito si mise a frugare in fretta colle dita cariche di anelloni d'oro nel taschino del panciotto.

Mentre il viso dell'uomo si chinava verso quello del ragazzo, e quello del ragazzo si alzava verso quello dell'uomo, tutti e due mostravano la stessa espressione di cupidigia negli occhiettini loschi e falsi che parevano di vetro; e l'istessa tinta olivastra appariva sulla faccia da vecchietto del bimbo, come su quella dell'uomo vizza e rugosa, senz'ombra di barba, tranne alcuni peli neri sul labbro superiore, grossi come le setole e così radi da potersi contare.

La signora Veronica frattanto rimproverava il monello per la sua sfacciataggine, ma con un tono che ad onta della severità apparente tradiva l'indulgenza e la debolezza materna:

—Andiamo... su... da bravo! Non se' più un bambino, ormai, d'aver ancora quelle manieracce! Dove hai imparata l'educazione?

—Al collegio degli sguatteri!—borbottò il padrino dandogli un soldo e uno scappellotto.

—Da' un bacio e la buona notte al signore, e ringrazialo tanto!—suggerì la mamma al figliuolo.

—Che baci d'Egitto!... Dovresti invece lavargli il muso.

La signora Veronica chinò il capo mortificata. Ma il ragazzo, quand'ebbe presa la moneta, non badò ad altro, e senza nemmeno ringraziare il padrino Barbarò, scappò via correndo a precipizio com'era venuto.

La mamma lo seguì cogli occhi; ma uno sfogo era necessario alla sua indole impetuosa, rimasta troppo a lungo soffocata per la presenza e per la soggezione in cui la teneva il padrone: andò fin sull'uscio della scaletta, e mentre il figliuolo la montava a salti con una gamba sola:—O Gostina,—gridò con tutta la voce sua forte e vibrata,—fa lume! Vuoi che il mio Beppe si rompa il collo, stupidaccia, infingarda?—Poi, dopo quel po' di sollievo, ritornò ancora umile e sottomessa ad avvicinarsi allo scrittoio.

—Un'altra volta, quando vengo io, devi dire alla serva che lo metta a cuccia quel tuo scimmiotto!

La signora Veronica non fiatò.

—Sai bene che non amo le smorfie, e che i ragazzi non mi piacciono.

—Credevo che... quello lì... almeno una volta tanto....

—Quante storie! Quello lì come gli altri; e finiamola!... Sai bene che la tua è una fissazione... una scioccheria senz'ombra di fondamento!... E poi, anche se fosse, te l'ho detto cento volte: io non c'entro. Suo padre è... tuo marito; e te l'ho fatto sposare apposta. È il registro della parrocchia quello che stabilisce la paternità; se no, ci vorrebbe altro: sarebbe una confusione del diavolo!... Credevo poi di averne fatto abbastanza dei sacrifici. Tuo marito da sguattero, che era prima, l'ho messo quasi alla direzione dei miei affari.... Tu non eri altro che la mia serva e adesso fai, si può dire, la vita del Michelaccio: sei linda, e rosea, e fresca, come una fattoressa! Io vesto, io mantengo, io mando a scuola il tuo figliuolo e non sei ancora contenta?... Ma—e qui l'omiciattolo sbuffò—è sempre stato il mio destino, di seminar benefizi e raccogliere ingratitudine.

La donna stava a sentire que' rimproveri colla testa bassa; ma pensava intanto ai trenta fiorini prestati sul medaglione, quando appunto il Barbarò che, sempre brontolando era giunto alla nota della Beltrami, diè un salto sul seggiolone con un grande tintinnìo di ciondoli, e tirandosi indietro, e alzandosi anche più il cappello sulla fronte per fissare meglio in faccia la donna domandò:—Come sta quest'affare? Trenta fiorini di pegno per una miniatura?... Fammela un po' vedere!

La signora Veronica si accostò al divano, frugò nella sacchetta che aveva portata con sè, trovò la miniatura e mostrandola al padrone balbettò, con voce non molto ferma:—Mi aveva ordinato lei di essere piuttosto andante nella stima, se mi capitava sotto mano la signora Balladoro....

—Certo, certo, sicuramente!—esclamò il Barbarò cogli occhietti che gli sfavillavano di gioia:—dunque è venuta?... È nostra, finalmente?!

—Non è venuta lei, ma ha mandato una vecchietta col pegno: la serva, si capisce.

—Fa lo stesso! Dammi qua!—e colle dita un po' tremanti, le strappò di mano la miniatura, e alzò un poco il lucignolo della lucernetta, per guardarla meglio.

Allora la donna, accostandosi al padrone con più sicurezza, gli raccontò minutamente il colloquio avuto colla Filomena, diffondendosi nei particolari che valevano a dimostrare il suo grande ingegno diplomatico. Ma il Barbarò non le badava punto. Era assorto nella contemplazione di quel ritratto e borbottava tra i denti:—Tutta lei!... Tutta lei... con quel collo, con quelle labbra che mi mettevano la febbre!... Con quegli occhi... indiavolati... che si degnavano appena di guardarmi con aria di compassione!—E continuando a fissare il ritratto, il signor Barbarò pensava fra sè, ch'era una di quelle donne lì ch'egli avrebbe voluto avere per moglie....

—Chi sa, chi sa.... Se gli affari seguiteranno di questo passo... un giorno o l'altro, forse, potrò farla vedere in barba a chi mi dà del ladro... dell'usuraio!—E a questo punto un lampo sinistro brillò negli occhiettini dell'omiciattolo. Rimase ancora così assorto per qualche istante, poi infine scotendosi, involtò la miniatura in un pezzetto di carta, la mise nel portafoglio, e ordinò alla Veronica di portargli l'occorrente per scrivere.

Subito la donna fece un po' di posto sullo scrittoio, gli portò tutto ciò di cui abbisognava e il Barbarò cominciò, con grande attenzione e raccoglimento, a scrivere una lettera.

Ma la cosa non gli riusciva facile: cominciò la lettera due o tre volte: poi la riempì di correzioni e di aggiunte e infine la copiò diligentemente. Dopo finito pose l'abbozzo nel portafoglio, e la copia pulita in una busta sulla quale fece la soprascritta:

Alla Pregiatissima e Nobile Signora—La Signora Donna Lucrezia Balladoro—Via della Spiga, n. 7, p. 3º, Città.

—Domattina—disse alla Veronica indicandole la lettera che lasciava sullo scrittoio ad asciugare—la manderai, in ora debita, al suo indirizzo, e lo ripetè:—Via della Spiga, numero sette, piano terzo.

—Come comanda, signor padrone.... E... stasera... devo... devo lasciar aperto il catenaccio?—gli domandò, mentre l'omiciattolo stava per andarsene.

—No.... Chiudi pure.... Stasera dormo a casa mia. Il tuo omo può capitare da un momento all'altro.

—Non ha combinato nulla a Verona?

—Anzi, ha combinato tutto. Avrò la fornitura pel foraggio e viveri di due Divisioni. Ed ora speriamo nella guerra e che la vada!—esclamò ghignando il signor Barbarò; e tornato di buon umore abbracciò la donna al suono dei ciondoli, e le strinse con un piccolo morso la bocca piacente, adombrata di baffettini neri, mentre essa, umile e passiva, accoglieva anche quelle carezze col dovuto rispetto: per lei il Barbarò era sempre in ogni incontro il signor padrone!


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