XI.

Appena Angelica potè reggersi corse subito presso il marito, e febbrilmente, con parole tronche e concitate, gli raccontò quanto le era accaduto.

—Mascalzone!... Brigante!... Lo caccerò via a calci, come un cane!—esclamò il marchese, dimenticando, nel suo furore, che i piedi e le gambe non gli servivano più nemmeno per camminare.—Quanto a Villagardiana, prima che se ne impadronisca l'avrà da far con me;.... farabutto! Non sono una donna io, e non mi lascio intimorire. Chiamerò il nostro avvocato; e colui gli dovrà mostrare tutti i libri dell'amministrazione; gli farò causa, proverò che è un ladro e lo farò mettere in prigione!

—Ha in mano per più di sessantamila lire di cambiali: non c'è altro da fare che pagarlo!—rispose brevemente la marchesa, la quale vedendo come il marito continuasse nel solito metodo di pascersi d'illusioni per risparmiarsi fastidi, credeva ormai necessario di venire alle strette.—Non c'è altro da fare che pagar tutti i nostri debiti, o non rimanere un minuto di più a Villagardiana....

—Ma prima voglio vedere i conti....

—Villagardiana, se non si paga, è roba sua! Pensa se possiamo rimaner qui un minuto di più!

—Ti ha mancato di rispetto per altro!... Ha tentato di baciarti....

—Sì, ma io l'ho respinto: l'ho scacciato!...—mormorò la marchesa, che dinanzi al pudore non voleva più nemmeno ammettere di essere stata toccata.

—Prima di tutto mi dovrà rendere ragione!

—No; prima di tutto bisogna pagarlo!

—E tu credi a ciò che t'ha detto quel tartufo col proposito di spaventarti?... Non capisci che sperava approfittare della mia infermità, e della tua ignoranza?—E il marchese smaniava gridando che voleva tirare una revolverata al Barbarò. Ma poi, vedendo che non riusciva a commuovere la moglie, la quale rimaneva fredda a quelle smargiassate, cominciò a sgomentarsi anch'esso, e calmandosi a un tratto le domandò con un altro tono di voce:

—Dunque.... dunque non c'è scampo?... Siamo rovinati?

Angelica rispose appena con un cenno del capo; ma tanto eloquente per il marchese da spingerlo alla disperazione.

—Ah mio Dio! mio Dio!—esclamò gemendo e dimenandosi sulla poltrona dov'era sdraiato.—La rovina; la miseria!—e si rivoltò furioso contro Angelica rimproverandola perchè non sentiva pietà del suo stato. Se avesse avuto solo un po' di cuore, avrebbe cercato ogni via per nascondergli una così terribile disgrazia!... Per lasciarlo morire in pace! Ma poi pensando che non gli rimaneva più altro da sperare che in sua moglie, e nella subitanea esaltazione avendo paura di essere abbandonato, scoppiò in un dirotto pianto e le domandò perdono come un bambino, dicendole che era il male, il gran male che si sentiva addosso, che lo rendeva nervoso e irascibile.

—Dove andremo, mio Dio?... Dove mi condurrai?...—Sbigottito le prese le mani; e ricordando le parole di Angelica, gli parve di trovar ancora un filo di speranza, e le domandò con grande ansietà:

—Hai detto che bisogna pagare tutti i nostri debiti.... Dunque credi che, forse, si potrebbe ancora trovar il modo di.... di.... farlo?

Angelica rimase muta, pensosa.

—Cerchi un qualche ripiego?... Pensaci! Pensaci!... Hai tanto ingegno, tanto criterio!... Anche il signor Bernardi, il nostro ragioniere di una volta (quello sì che era proprio un galantuomo!) anche lui aveva molta stima di te!... Dimmi, ordina che cosa devo fare, e io ti obbedirò ciecamente!

Angelica, dopo alcuni istanti di silenzio, un po' titubante e scotendo il capo come per mostrare che, sebbene tenuissima, quella sua speranza era pur la sola che ancora restasse, disse a mezza voce:

—Non ci sarebbe altri che lo zio Diego.... Se ci volesse aiutare!...

—Oh Dio! Dio mio!—esclamò il marchese Alberto stirandosi dolorosamente.

—Pure.... ci vuole molto bene....

—Lo zio Diego vuol molto bene a tutti, quando non c'è da scomodarsi!

Angelica, quantunque non volesse abbandonarsi a troppe illusioni, tuttavia pensò e fece osservare al marito che alla fin fine non avevano alcun motivo per credere che lo zio fosse proprio senza cuore. Anche nell'occasione di quella malattia d'Alberto, egli aveva scritto per aver notizie. Non tralasciava mai di mandare un bellissimo mazzo di fiori il giorno onomastico di Angelica e un telegramma per la festa di Alberto, e diceva a tutti che Stefanuccio sarebbe stato il suo erede, il successore. Di più, lo zio Diego aveva molto a cuore il lustro della famiglia, ed anche per ciò, forse, si sarebbe lasciato indurre a fare qualche sacrificio.

—E poi—soggiunse Angelica—non avrebbe potuto pagare tutti i debiti che gravavano Villagardiana entrando, senz'altro, in possesso del fondo?... Così forse, almeno, non sarebbe perduto per Stefanuccio!...

—Sicuro; e anch'io, non è vero? ci potrei rimanere questi pochi giorni che mi restano da vivere!...

Il marchese non sperava nulla dallo zio Diego, pure fingeva di lasciarsi persuadere dalle ragioni di Angelica, per guadagnare almeno un po' di tempo.

—Bisognerebbe scrivere allo zio.... che uno di questi giorni, con suo comodo, desidererei vederlo.... a Villagardiana.

—No, no; non c'è tempo da perdere!—rispose Angelica vivamente.—Domattina colla prima corsa andrò io a Milano, e gli parlerò!

Questa proposta e la fretta di Angelica tornò a far andar in bestia il marito.

"Lei già quando si era messa in testa una cosa non c'era più bene; non voleva capire che negli affari bisogna riflettere assai, prima di muovere il primo passo!"

Ma la marchesa questa volta lo lasciò brontolare e gridare a sua posta, senza cedere d'un punto: essa gli dichiarò esplicitamente, che non dovevano aspettare un giorno di più a mettere ben in chiaro il loro stato.

—Se lo zio non ci potrà aiutare—concluse con fermezza—è per altro l'unico nostro parente e siamo in dovere, anche per non pregiudicare l'avvenire di Stefanuccio, di metterlo a parte di questo nostro disastro e domandargli un consiglio....

—Che consiglio ti vuoi aspettare da lui?!... Non è uomo da consigli lo zio Diego! Finchè tu gli parlerai delle nostre disgrazie quel vecchio ganimede non penserà ad altro che a farti la corte!—E vedendo che Angelica rimaneva ferma nel suo proposito e che voleva partire ad ogni costo, tornò da capo colla gelosia. Non voleva che la marchesa andasse a Milano sola; voleva che prendesse con sè Stefanuccio, o che si facesse accompagnare dalla Mary, o da Donna Lucrezia. Ma Angelica continuò a mostrare in questa circostanza un'energia tutta nuova, che fece colpo sul marchese. Essa gli rispose che non voleva prender con sè Stefanuccio perchè sarebbe partita troppo presto;—di mattina, all'alba, per poter essere di ritorno ancora in giornata, colla corsa delle quattro;—e voleva che la Mary rimanesse a Villagardiana per assisterlo durante la sua assenza. Donna Lucrezia era indisposta, poi nel viaggio sarebbe stata un impiccio.

Alberto a quelle risposte così risolute, e con in cuore la paura di essere rovinato, rimase confuso e quasi intimidito. Tornò a rassegnarsi, a soffocare la gelosia, a mostrarsi docile colla moglie, pregandola soltanto di non mancare alle sue promesse e di essere proprio di ritorno subito subito. Egli l'avrebbe aspettata coll'angoscia in cuore; non poteva vedersi solo, così smarrito ed oppresso, sotto l'incubo di quella catastrofe.

Alla fine, pensando come Angelica mostrasse tanta sicurezza per il convincimento di poter ottenere un buon esito dal viaggio, si abbandonò a un tratto alla speranza che prima gli era sembrata assurda, e tutto rabbonito le raccomandò più volte di dire e di ripetere allo zio Diego che "se non faceva in modo che rimanesse a Villagardiana, sarebbe morto subito di nostalgia!..."

Angelica aveva la febbre. A volte le pareva impossibile che lo zio, così orgoglioso del nome comune, non li volesse aiutare. A volte invece perdeva tutta la fede, tutto il coraggio, e vedeva distrutto per sempre l'avvenire del suo figliuolo. Ma pure in mezzo a tanta agitazione c'era un punto fisso attorno al quale correvano tutti i suoi pensieri e tutti i suoi dolori: Andrea!... L'atto villano del Barbarò le rendeva ancora più caro il segreto del suo cuore, e più strettamente la legava ad Andrea. E quando la mattina dopo, sola sola nel suo coupé, passava da Brescia, spinse il capo fuori dal finestrino e guardò con tenerezza tutta quella città addormentata e avvolta dalla luce pallida e vaporosa dell'alba.

"Che cosa faceva Andrea in quel momento? Forse dormiva ancora mentre lei gli passava tanto vicina!... Come avrebbe voluto essere invisibile per un momento.... e poter entrare inosservata nella cameretta di Andrea....—Doveva essere tanto gentile e di buon gusto quella cameretta!... E allora pensò che gli avrebbe scritto pregandolo di dirle un po' com'era messo il suo quartierino.... Voleva sapere almeno il colore delle stoffe e degli addobbi e lo stile dei mobili.... Voleva potersi figurare tutti gli oggetti che lo circondavano e che gli erano cari.... Insomma voleva colla sua mente poterlo vedere dov'era!"

Angelica arrivò a Milano che lo zio Diego era andato a letto appena da poche ore. Il marchese non aveva mai perduto il suo tempo a fare qualche cosa, e pure, alzandosi, come usava, quasi all'ora di pranzo e andando a dormire dopo l'alba, si lamentava con tutti che le giornate erano troppo corte, e al Caffè Cova, e al club, e ad ogni suo ritrovo giungeva sempre affannato e in grande tardanza. Intanto la sua toilette richiedeva molte cure e non si poteva dire fossero spese male, perchè il marchese Diego, alto della persona, magro, pallido, d'un biondo che invece d'incanutire era diventato verdognolo, riusciva ancora, veduto un po' da lontano, o in mezza luce, a sembrare quasi un giovanotto, quantunque si avvicinasse molto alla sessantina.

Angelica, dopo essergli stata annunziata, dovette aspettare assai nel salottino dello zio, prima di potergli parlare; e più volte si era presentato il cameriere per dire alla signora marchesa, con una solennità cerimoniosa, e sempre colle stesse parole e col medesimo inchino, "che il signor marchese si scusava di doverla far aspettare ancora un dieci minuti" e per domandarle se intanto abbisognasse di qualche cosa.

—No, grazie. Dite al signor marchese che faccia pure tutto il suo comodo; che non ho alcuna fretta,—rispondeva Angelica invariabilmente.

Adesso avrebbe quasi desiderato che lo zio non terminasse mai di vestirsi; e quando sentiva camminare nelle camere vicine e poi invece del marchese Diego vedeva comparire il servitore, provava in sull'attimo come un senso di sollievo.

Sola e raccolta nel cantuccio del canapè, non alzava mai gli occhi dal suo ventaglio, che continuava ad aprire e a chiudere con le dita convulse tenendovi gli occhi fissi senza guardare; e in quel punto si sentiva tanto agitata che non poteva più nemmeno pensare a ciò che avrebbe dovuto dire per commuovere lo zio.

Il salottino, che sembrava quello di una signora, o meglio di una cocotte, tanto era frivolo e mondano, tutto pieno di ninnoletti eleganti e inconcludenti, di nudità non sempre artistiche e di ritratti e di ricordi femminili messi in mostra con ridicola ostentazione, come avrebbe fatto un fantino coi premi delle corse, non aveva mai attirata la curiosità di Angelica in tutto quel tempo ch'era rimasta sola ad aspettare.

Essa non osservava, non vedeva nulla, e il cuore le batteva sempre con maggior violenza; e quando dallo scricchiolare delle scarpe indovinò che quella volta non era il cameriere, ma proprio il marchese Diego che stava per venire, fu presa da un subitaneo sconforto, da un avvilimento strano.

L'accoglienza dello zio Diego fu affettuosissima. Egli non finiva mai di scusarsi per averla fatta aspettare e mentre "valendosi dei suoi diritti" le baciava galantemente la mano, metteva immediatamente a disposizione dell'adorabile nipotina la propria casa, la propria persona ed anche il proprio cuore, "pur troppo sempre giovane, anche fra le brine e fra le nevi della cadente età!"

Ma nemmeno le cerimonie nè la parlantina espansiva del marchese ebbero virtù di rinfrancarla; e quando, in fine, dovette palesare il motivo di quel suo viaggio. Angelica si sentiva debole, confusa e non sapeva più trovare nè l'energia che fino allora l'aveva sorretta, nè gli argomenti che prima le sembravano i più efficaci. Tuttavia, un po' balbettando, un po' singhiozzando, riuscì a mettere a parte lo zio della trista condizione in cui si trovavano; e gli riferì sinceramente il colloquio avuto col Barbarò, tacendo solo dell'offesa che avea patita e che non si sarebbe degnata di ripetere.

Il marchese intanto continuava a sorridere mostrando i bei denti finti e guardando Angelica cogli occhi languidi, mentre le accarezzava una mano affettuosamente; poi,—cara mia,—le rispose, sempre colla più squisita affabilità,—tu sai bene che io non sono molto ricco; ho appena lo stretto necessario per i bisogni miei, e se dovessi pagare i debiti di tuo marito, allora capirai, bella nipotina, invece di uno, si sarebbe in due a non averne più abbastanza!

Che cosa si poteva rispondere ad una logica tanto stringente nella sua forma più amabile? Nulla; e così fece la povera Angelica. Essa chinò il capo e nascose la faccia contro il cuscino del canapè balbettando, fra i singhiozzi:—povero figliuolo mio!... povero il mio figliuolo!

Il marchese Diego la rimproverò allora dolcemente perchè si crucciava in quel modo, a rischio d'ammalarsi, e la fece star ritta col capo, perchè non le venisse l'emicrania.

—Coraggio, nipotina mia! non piangere così! Non voglio vederli colle lacrime que' tuoi occhioni belli! Pensa, cara, pensa che tutte le disgrazie di questo mondo (pur troppo parlo per esperienza) ho veduto che hanno sempre due facce come il Giano Bifronte. Bisogna dunque, se ce ne capita una, guardarla subito dalla parte buona.... e se ciò non è possibile, aspettare che si volti! Intanto ecco, per esempio, un primo conforto: il nostro nome, che giustamente ti sta molto a cuore, come a me del resto, perchè se fosse in ballo l'onore del nome ti prego credere che, occorrendo, venderei anche i cavalli, il nome dunque rimane puro da ogni macchia. Non avete da pagarlo fino all'ultimo soldo quel.... quel Barbò.... quel Barabò.... insomma quel vostro imbroglione?

—Sì.... ma.... il decoro....

—Il decoro, sta bene, ma per mantenersi con decoro non è necessario rimanere a Villagardiana, come vorrebbe farti credere tuo marito. In quanto poi all'avvenire di Stefanuccio.... Ma non ti ho domandato ancora se preferisci far colazione subito, o aspettare sino alle dodici, che dev'essere, mi pare, la tua ora solita?

Angelica rispose ch'era indifferente, che non aveva proprio bisogno di nulla, e allora il marchese suonò e ordinò al cameriere che la colazione fosse pronta per il mezzogiorno. Poi continuò a parlare girando per il salottino e prendendo qua e là dai vari vasetti alcuni fiori coi quali cominciò a fare un mazzolino per l'Angelica.

—Dicevo dunque che all'avvenire di Stefanuccio ci penserò io. Stefanuccio sarà.... il più tardi possibile, speriamo, sarà il mio erede e.... Sicuro, nipotina mia, tu che hai tanto criterio, troverai prudente che anche per questo riflesso io non debba intaccare il mio patrimonio.—Così dicendo lo zio Diego aveva unita una rosa con un ramettino di vaniglia e la mostrava all'Angelica.

—Guarda che bella rosa!

—Bellissima!—rispose la marchesa col viso ancora stravolto e pensando a tutt'altro.

—È del giardino della Ninì Airaldi. Sai, la Ninì non è più bruna; è ritornata da Parigi coi capelli chiari, quasi biondi, e ha finito tutto col Manolo Visconti. Adesso, chi le fa la corte è il Gigino d'Atri, e siccome tutti e due sono ufficiali di cavalleria, così a Milano la chiamano la bella saura!

Angelica sorrise perchè lo zio rideva, ma senza badare a ciò che aveva detto.

—Dimmi un po',—ripigliò il marchese dopo un momento, staccando alcune foglioline da un ramoscello di giranio,—e la tua dote?... la dote è inalienabile.

—Il babbo mi ha assegnato poco di dote: avrò tre.... quattromila lire all'anno.

—Male, malissimo.... Mah!—e lo zio Diego sospirò, tagliando con una piccola forbice i gambi del mazzolino—quel tuo genitore è sempre stato un famoso egoista!... Per altro di tutta la sostanza Castelnuovo dovrà rimanerti ancora qualche cosa?

—Sì.... quaranta.... cinquantamila lire....

—Ahi! Ahi!... Poco più di quanto spendevate in un anno?

—Sicuro....

Il marchese tornò a sospirare e offrì il mazzolino alla nipote che lo infilò nell'abito, mormorando a capo chino e con la voce spezzata di chi non spera più nulla:—Dunque.... devo proprio ritornare a Villagardiana senza.... senza nemmeno una parola per.... per confortare Alberto?...

—La parola, bella nipotina, che devi dire da parte mia a quel tirannello balordo di tuo marito è una sola: Asino!... e ti prego di non dimenticarla: Asino, Asino e caparbio!—soggiunse il marchese, senza riscaldarsi, colla solita flemma, sorridendo sempre, mentre tornava a sedere sul canapè, vicino all'Angelica.

Ci fu un momento di silenzio: lo zio Diego prese ancora una mano alla marchesa, l'accarezzò ninnolandosi co' suoi ditini affusolati, e la baciò.

—Allora senti, figliuola mia, che cosa si potrebbe combinare: io sarei disposto ad assumere.... l'educazione di Stefanuccio.... Quanti anni ha il nostro caro bambino?

—Sette anni.... a momenti....

—Sette anni?!—esclamò il marchese maravigliato....—Come vola il tempo, Dio buono!... Sette anni!... Hai già un figlio di sette anni?... A vederti, nessuno lo direbbe. Sembri ancora una ragazza; uno splendore di ragazza!... Dunque.... sicuro; dicevamo che fra un anno o due, si potrebbe mettere Stefanuccio in un collegio... Nel collegio militare, per esempio. La carriera militare è ancora la più conveniente al suo nome e al suo stato; ed io m'incaricherò di tutto.

—E.... adesso?—balbettò Angelica guardando ansiosamente lo zio.

—Adesso potreste andar al mare tutti insieme, per un po' di tempo. L'aria marina, chi sa, farebbe bene anche a tuo marito....

—E.... e poi?

—E poi, dopo, se ti piace, potrei mettere a vostra disposizione la mia villetta di Gallarate. Intanto cercate di andare avanti col piccolo capitale che vi rimane, facendo, s'intende, le maggiori economie.... quando poi non ce ne sarà più.... ne riparleremo.... Ma bada, figliuola mia, che, assolutamente, devi prender tu le redini della casa. Tuo marito non ha testa: hai veduto; s'è messo nelle mani d'un usuraio, d'un birbaccione che lo ha rovinato. Sai, sul conto di quel vostro Barbò.... Barabò.... Barabao.... non ricordo mai come si chiama, se ne dicono di tutti i colori. Alcuni pretendono, figurati, che abbia fatto anche la spia: queste, magari, saranno esagerazioni; ma è certo uno strozzino di prima forza; e se devo parlarti proprio chiaramente, io non venivo nemmeno più a Villagardiana per non trovarmi con.... con una canaglia come quella.

Poco dopo l'orologio del salottino suonò le dodici e comparve sull'uscio il cameriere, che dopo fatto il solito inchino, sollevò la portiera:

—Oh, senti?...—esclamò allegramente il marchese.—Suona mezzogiorno! Andiamo dunque a far colazione e bando alle malinconie!

Così dicendo offrì il braccio colla solita galanteria all'Angelica, e passarono insieme nella sala da pranzo: di affari non se ne parlò più.

Durante la colazione lo zio Diego, mentre mangiava con buonissimo appetito, riferì alla nipote che, pallida, cogli occhi rossi e col petto gonfio pur qualche volta si sforzava di sorridere, tutti i pettegolezzi del bel mondo milanese; discorrendo di mode, di cavalli, di spettacoli, proprio come se Angelica avesse fatto quel viaggio per suo divertimento. Poi fece attaccare il landò scoperto per accompagnarla in pompa magna alla stazione e volle fermarsi a tutti i costi dal Cova, col rischio di farle perdere la corsa, dove prese una bellissima scatola di dolci da "portare a Stefanuccio con tanti bacini dello zio di Milano."


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