XIV.

Nel frattempo la ditta Micotti e Compagno aveva subìto una leggiera modificazione nel titolo: si chiamava adesso Micotti e figlio. E mentre il buon Giulietto, il figlio del signor Barbarò, era sempre tenuto allo scuro di tutti gli affari, Beppe Micotti invece, il figlio della ditta, cominciava a diventare, ancora giovanissimo, il factotum del principale. Il signor Pompeo lo chiamava spesso a Villagardiana, a preferenza dello Sbornia; lo mandava in giro per commissioni delicate, e oltre a valersi dell'opera sua, certe volte ne ascoltava anche il parere, cosa che con lo Sbornia non gli era mai accaduta. Insomma, in genere di imbrogli e bricconate, Beppe Micotti pareva proprio un piccolo portento; e appunto, come i geni, si era rivelato di colpo. Espulso dall'Istituto Tecnico, dove rubava i libri dei compagni (e per innata passione al commercio, andava a rivenderli dal tabaccaio), il signor Barbarò non sapeva più in casa che diavolo farne. Fra le tante, pensò di impiegarlo in Ragioneria, dopo aver ordinato allo Sbornia di picchiarlo ben bene, in via premonitoria. Ma subito, negli affari, il giovane Micotti manifestò un ardore di cui non avea dato nessuna prova a scuola; e in pochi mesi acquistò importanza presso il padrino che lo istruiva e lo guidava, non senza ripetergli di tratto in tratto che non doveva ingrassare mangiando il pane a ufo, come facevano suo padre e sua madre.

Lo Sbornia, sempre maltrattato dal principale, tranne in quei pochi giorni di gloria goduti nel cinquantanove e nel sessanta, dacchè poi il figliuolo era entrato nell'amministrazione della ditta era stato messo affatto da parte, colla patente di bestione rimbambito.

—L'ho giubilato—diceva il signor Pompeo.—Adesso non ha proprio più altro da pensare, che a ubriacarsi e far l'Italia.

Se non che, bandito dagli affari, lo Sbornia era stato subito preso dalla moglie, e rimesso nelle sue antiche attribuzioni di facchino e di sguattero. La florida signora Veronica, alla quale col crescere degli anni erano cresciuti anche i baffetti e ogni altra cosa, non gli parlava quasi mai altro che a cenni, e quando lo vedeva insonnolito digerire l'acquavite insieme all'amarezza di non essere più adoperato dal principale, lo faceva muovere coi pugni e gli spintoni. La signora Veronica aveva sempre disprezzato il marito guardandolo di mal occhio; ma adesso, poichè il poveraccio era stato abbandonato dal signor Barbarò, non lo poteva più soffrire. Tutte le sue tenerezze erano per Beppe, che amava ciecamente fino all'idolatria, obbligando lo Sbornia a servirlo in tutto come un padrone. Se per caso le succedeva col marito di nominare il figliuolo, essa non diceva mai "il nostro Beppe," ma "il mio Beppe," e con una cert'aria che pareva un'ammonizione. Bisognava vederla la signora Veronica quando ammirava il figliuolo tutto lustro negli abiti smessi del padrino, che gli stavano a pennello! Aveva le lacrime agli occhi e avrebbe voluto mangiarselo dai baci, se non fosse stata trattenuta dalla paura di sciuparlo e anche da una certa soggezione. Bisognava vederla quando si trovava presso il suo Beppe, mentre questi parlava d'affari serio serio, colla faccetta da vecchio mariuolo!... Allora pareva si gonfiasse per la superbia; camminava dondolandosi fiera, colle mani sui fianchi, e faceva cenno allo Sbornia di correre a spazzolargli l'abito, o a lustrargli le scarpe.

In quanto a Beppe Micotti, egli rimaneva indifferente a quella grande tenerezza della veggia. Che il desinare fosse pronto all'ora fissata; che la sua roba fosse sempre ben in ordine, e che non mancassero i bottoni alle camicie: ecco tutto quanto gli premeva, e domandava all'affetto materno. E nemmeno col genitore usava molti complimenti: non si degnava mai di guardarlo in faccia; non gli parlava altro che per dargli ordini o per strapazzarlo; gli faceva portar l'acqua, spazzare lo studio, e se sbagliava in qualche commissione gli dava dell'addormentato e della bestia. Solamente, ricordandosi gli scappellotti ricevuti in passato, lo teneva in una certa considerazione per la sua forza muscolare, e non essendo di natura molto coraggioso, si faceva accompagnare dal vecc quando si metteva in viaggio con somme di danaro; e fu pure in sua compagnia che andò la prima volta a Villagardiana a eseguire gli ordini del sciur, com'egli chiamava il Barbarò.

Partiti i Collalto, il signor Pompeo era ritornato stabilmente a Milano, e ciò per due ragioni: perchè a Villagardiana, così disabitata e vuota, non ci si poteva più vedere, e perchè i contadini avevano minacciato di volergli fare la festa.

In fatti c'era gran fermento a Villagardiana contro il nuovo padrone. Quelle famiglie di coloni e di piccoli fittaiuoli che, di padre in figlio, si trovavano già da vari secoli alle dipendenze dei Collalto o dei Castelnovo, odiavano e mormoravano contro il signor Pompeo, quel forestiere ladro e assassino, che aveva traditi e spogliati i buoni signori, non vergognandosi nemmeno di cacciarli dai loro antichi possessi.

"Ma una volta o l'altra—dicevano fra loro—con una buona schioppettata faremo le vendette del Marchese!"

Poi, oltre a questo sentimento naturale, oltre alla vecchia ruggine che nutrivano contro il Barbarò per le taccagnerie che aveva fatte appena assunta l'azienda dello stabile in società coi Collalto, erano tutti sossopra temendo le innovazioni, che certo avrebbe voluto introdurre per intascar più quattrini, adesso che era solo a comandare. E i contadini si riferivano a vicenda, spaventati, le spilorcerie e le angherie commesse dal medesimo signor Pompeo a Panigale, dove la gente gli aveva affibbiato il soprannome di mercante di pellagra.

Pompeo Barbarò non aveva amore all'agricoltura. Egli voleva solo cavare dalla terra, come dagli uomini, il maggiore interesse possibile. "E siccome la terra" diceva lui, uso a guadagnare in altre operazioni il cento per cento, "era ladra e mangiava più quattrini che non rendesse", così per rifarsi, almeno in parte, faceva digiunare chi la lavorava.

Povera gente! Per una fetta di polenta cattiva, innaffiata con acqua il più delle volte corrotta, doveva ammazzarsi sotto la sferza del sole, fra i miasmi delle risaie, lavorando giornate eterne, che cominciavano alle due, alle tre del mattino, e non terminavano che alle sei o alle sette della sera!... E non mai un momento di ristoro; non mai il conforto d'un bicchier di vino! Que' contadini magri, gialli, sfiniti battevano i denti per la febbre e morivano di pellagra; ma per il grosso debito che avevano col padrone, non erano più liberi di lasciare il suo servizio, se non per essere portati al cimitero o allo spedale.

E per gli affamati il lunario segnava sempre cattivo tempo.

—Da noi tempesta ogni anno!—mormoravano cupamente.

In fatti se l'annata era stata prospera, il padrone sequestrava tutto il raccolto per rimborsarsi del suo credito; se invece era stata cattiva, infuriava contro i contadini, come se fossero loro che potevano far la pioggia o il sereno, e rinfacciava loro il misero sacco di polenta che doveva ancora anticipare.

Ma poi, se per avventura uno dei coloni spinto dall'estremo bisogno si arrischiava di chiedere al signor Barbarò un qualche piccolo restauro alla casuccia (erano tutte catapecchie in rovina, umide e malsane), allora cascava il mondo addirittura, e Pompeo si metteva a smaniare e a gridare in mezzo alla corte: "che tutte quelle bocche non avevano nè coscienza, nè discrezione!... Erano i villani che gli divoravano il patrimonio, e poi pretendevano ancora di essere alloggiati come principi!"

"Guai se fossi stato tanto minchione da appagare una sola di quelle ridicole pretensioni!" diceva poi il Barbarò con Don Rosario, il cappellano di Panigale. "In tal caso i bisogni si sarebbero moltiplicati all'infinito. I villani erano per natura avidi, furbi e viziosi. A lasciar fare a loro, avrebbero levata anche la pelle al povero padrone!"

Don Rosario approvava sempre e subito quanto diceva il signor Barbarò, da cui riscoteva le prebende, curvandosi come di scatto a mezza vita, con una mossa sussultoria, accompagnata da una risatina acuta e squillante, che pareva il chicchirichì d'un galletto.

Era costui un pretino giovane e paffutello, con certi polpacci che avrebbero fatta la fortuna di una ballerina, e che solo pareva delegato a essere il rappresentante della buona digestione presso quel popolo di affamati. Fuorchè nell'inverno, si vedeva sempre, roseo e saltellante, passeggiar per la Cura in pantofole, senza il nicchio, e coll'ombrellino di tela bianca foderato di verde. Ma del rimanente poteva vantarsi, e si vantava in fatti, di far sempre il suo dovere. Se qualcuno stava per crepare, non rifiutava mai di andarlo a benedire, magari di notte; e le domeniche e le altre feste, sebbene non obbligato, faceva anche un po' di predica prima dell'Elevazione. Era di solito un sermoncino in cui raccomandava l'amore al lavoro, l'obbedienza e la fedeltà al padrone; e finiva esortando que' cenciosi all'elemosina (spillava loro anche il quattrinello!), assicurandoli che la vita terrena non era altro che passaggio e preparazione alla vita celeste, e che per ciò coloro "che più tribolavano di qua, dovevano consolarsi perchè il Signore li avrebbe fatti più contenti di là."

Il Barbarò, quando capitava a Panigale, era sempre arrabbiato. Di solito non si fermava mai più di un giorno, ma per tutto quel giorno non faceva altro che gridare, minacciare, strapazzare. I contadini cominciavano a spaventarsi appena scorgevano la sua carrozza, e correvano inquieti e sbigottiti a darsene l'annunzio:

El padrun!... El padrun!... Guarda, guarda che vegn el padrun!

Ma poi se il Barbarò si fermava anche a pranzo a Panigale, invitava sempre Don Rosario a tenergli compagnia: e allora dinanzi alla zuppiera fumante cominciava a calmarsi, e alle frutta diventava umanitario, e avvicinando al cappellano la bottiglia di Barolo stravecchio, si metteva a predicare contro i radicali e i liberi pensatori che volevano spingere il mondo a fare un salto nel buio:—Sono matti; matti da legare!

—Senza testa....

—E senza cuore. Don Rosario; senza cuore! Quando avranno tolto alla povera gente anche quell'ultimo briciolo di fede....

—In un avvenire migliore...—interrompeva il cappellano bevendo adagio, a centellini, e schioccando le labbra.

—....che conforto, domando io, resterà loro?

—Mah!

—Mah!... E chi allora potrà più governarli? Tenerli sotto? Farli lavorare? Dovremo spendere di tasca nostra e rovinarci per mantenerli in prigione a non far niente!

—Guai, guai! Grossi guai!—rispondeva Don Rosario sospirando; e a sua volta avvicinava adagio adagio al Barbarò la bottiglia polverosa, toccandola con rispetto e guardandola con ammirazione.

—Per me, dico la verità—continuava il signor Pompeo, diventando sempre più espansivo—dico la verità, quando sono stato così balordo da infognare i danari miei in terreni, che a stento rendono il tre, il quattro per cento, e ho comperato Panigale, ho levato molti abusi, ho introdotte grandi economie nell'amministrazione, ma il cappellano, il medico e il veterinario non li ho voluti toccare!

Allora cominciava Don Rosario a dir le lodi del buon cuore e della filantropia veramente cristiana e illuminata del signor Barbarò, il quale godendosi gli elogi fatti a fin di tavola, quando appunto l'uomo, come il coccodrillo, è più facile a intenerirsi, si sentiva quasi commosso, e persuadendosi di essere proprio un padrone umano e caritatevole, vuotava a poco a poco un'altra bottiglia nel bicchiere di Don Rosario e nel suo, lamentandosi perchè in paese lo chiamavano mercante di pellagra!

Don Rosario non sospirava più, ma soffiava, e stentando a tener aperti gli occhi (era solito a schiacciare un sonnellino durante il chilo) lo ammoniva che "non bisognava aspettarsi dagli uomini il compenso delle nostre buone azioni, ma dal Signore che le notava incancellabilmente sul suo gran registro del dare e dell'avere!"

—Sicuro!—concludeva il Barbarò, cominciando pure a sonnecchiare, mentre il caffè si raffreddava:—è sempre stato il mio destino quello di seminare benefici e raccogliere ingratitudine!

Ma appunto a Villagardiana non ne volevano sapere dei benefici del signor Pompeo. Dopo la rottura avvenuta coi Collalto, egli era diventato di giorno in giorno più aspro, più cattivo, e sempre più tirchio. Ormai che gli era fallito anche il bel disegno per entrare e spingersi nel gran mondo, non cercava più tanto nemmeno di salvare le apparenze. Aveva messo tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà, tutto il suo cuore negli affari, soltanto negli affari, e con una foga da disperato. "Aveva perduta la partita?... Ebbene col danaro, con molto danaro avrebbe preso la rivincita!... Che importavano i mezzi?... Era il fine che voleva, che dovea raggiungere."

Pareva sentisse insieme colla smania e colla febbre di far quattrini, anche un senso strano di rabbia e di odio contro tutto il genere umano; pareva ch'egli godesse nel danaro che ammucchiava, oltre al piacere di averlo per sè, anche il gusto di averlo tolto agli altri. Le persone ammodo lo scansavano, mormorando ch'egli era un disonesto?... Ebbene, lui se ne vendicava con un'alzata di spalle, e rispondendo, col solito ghignetto, ch'erano "una folla di spiantati e di pitocchi!"

"E la marchesa di Collalto?... Ah, ah! non era stata detta ancora l'ultima parola! Chi sa, chi sa che un giorno o l'altro non avesse trovato anche la biondina in fondo a un sacco di marenghi!"

Pompeo Barbarò aveva finito per sentire antipatia e dispetto contro Villagardiana. Borbottava sempre che l'aveva pagata troppo cara, che gli rendeva pochissimo, e intanto cercava tutti gli espedienti per cavarne il maggior frutto possibile.

Sotto i Collalto, i fondi erano in parte affittati e in parte dati a mezzeria; invece il signor Pompeo trovò più utile di tener tutto il fondo a mano. Ma un tale cambiamento nell'amministrazione importava grandi spese, e lui non voleva saperne. Allora ideò e fece il suo piccolo colpo di stato: aprì il librone dov'eran notati i debiti dei contadini, e intimò loro, su' due piedi, di saldare le partite: era un procedere nuovo e disumano; tutta quella povera gente che da un momento all'altro si vedeva ridotta in miseria, gridava disperata, invocando pietà; ma non ci fu rimedio. Il padrone, sordo alle preghiere e alle lacrime, sequestrò ai fittaiuoli e ai mezzadri il bestiame, gli attrezzi agricoli, tutte insomma le stime vive e morte, e così ebbe quanto gli occorreva per i suoi disegni senza sottomettersi a nuove spese. Una sera per altro che se ne ritornava a Brescia in carrozza fu preso a sassate mentre passava sotto il Monte del Corno, e se non lo accopparono dovette proprio esserne grato alle buone gambe dei cavalli e al suo cocchiere.

In seguito a questa piccola dimostrazioncella il Barbarò rimase parecchio tempo senza lasciarsi vedere a Villagardiana: mandava in vece sua Beppe Micotti, il quale appunto vi capitò la prima volta in compagnia del vecc; ma dopo vi andò anche solo, tranquillamente.

Appena arrivato s'era messo a dire del sciur roba da chiodi. "È un cane senza cuore! Gli s'attaglia benone quel nomaccio di mercante di pellagra!... Lo avevano pigliato a sassate? Bravissimi; meritava di peggio. Anche loro due," e con un cenno del capo indicava lo Sbornia, che senza parlare e senza ascoltare stava intontito a guardar le rondini che volavano stridendo intorno ai nidi del porticato, "anche loro due ne dovevano sopportare di tutti i colori; ma non c'era cristi: gli eran caduti nelle mani e bisognava piegare il collo! Così, per altro, non la poteva durare. Doveva venire il giorno del redderationem.... Oh, se doveva venire!" E in tal modo, dopo aver lusingato quella buona gente e essersi fatto un po' compassionare, Beppe Micotti eseguiva gli ordini ricevuti senza correre alcun rischio, nemmeno ripassando sotto il Monte del Corno.

Ma poi, oltre a questi, egli aveva cominciato a rendere al padrino altri servigi più importanti assai.

In quel frattempo la ditta Micotti e figlio aveva assunto in appalto la doppia fornitura delle scarpe e dei fucili per il corpo dei Volontari, e Beppe Micotti, istruito in proposito dal Barbarò, che viaggiava continuamente da Milano a Brescia per tenerlo d'occhio, si comportava in modo di non far perdere alla ditta la bella fama che si era già guadagnata in simili imprese durante la guerra del cinquantanove.

Tuttavia il signor Barbarò, quantunque avesse fatto concorrere i Micotti a quell'appalto, ce l'aveva sempre con Garibaldi e i Garibaldini. Brontolava, sogghignando, che "l'eroe dei due mondi" non era altro che un ciarlatano e un falso democratico, dominato dalla più sfrenata ambizione; un orgoglioso che non voleva sottomettersi a nessuno, e che avrebbe anche disfatta l'Italia, che costava a tutti tanti sacrifici, per la smania di mettersi a fare il dittatore!... Se non fosse stato più superbo di Lucifero, doveva contentarsi, come il Cialdini, di ottenere il comando d'un corpo dell'esercito regolare, senza accrescere le difficoltà al povero Lamarmora, e senza portare un nuovo colpo alle nostre finanze. Per il Barbarò l'esercito dei Volontari aveva questo solo di buono: in que' giorni difficili liberava il paese dai matti e dalla canaglia: c'eran tutti con Garibaldi! Ma il guaio serio sarebbe stato al ritorno delle bande indisciplinate e armate di tutto punto!...—Chi sa, che cosa andava a succedere!...—E forse fu per ragioni di prudenza, che i fucili forniti ai Garibaldini dalla ditta Micotti e figlio non eran altro che ferravecchi.

Pure, ad onta dello sue ire e de' suoi timori, Pompeo Barbarò fu molto contento quando seppe che suo figlio, il buon Giulietto, era partito improvvisamente da Milano, senza dir nulla nemmeno alla Mary, per raggiungere a Sarnico un reggimento di Garibaldini.

—Bene, benone!—pensava il Barbarò, rosicchiandosi le unghie.—Bene, benone! Non si sa mai che cosa debba accadere nella vita, e un giorno o l'altro mi può essere utile anche di avere un eroe in famiglia. Questo prova intanto che ho educato mio figlio con buoni principii.... E... se per caso tornasse al mondo Don Miao.... E poi intanto che il ragazzo è a Sarnico, e quando, dopo, sarà andato in Tirolo, io avrò sempre una scusa eccellente per rimanere a Brescia a tener d'occhio gli affari miei. "Non ci sono già" potrò dire "perchè abbia interessi colla ditta Micotti, ma perchè voglio essere vicino il più possibile a mio figlio.... al mio unico figlio, per bacco!"

Intanto Garibaldi era arrivato a Genova da Caprera, e da Genova correva dritto a Como, a Lecco, a Bergamo a passarvi la prima rivista dei suoi Volontari, seguìto dappertutto dai voti degli uomini liberi e dalle speranze degli oppressi... e anche dai brontolamenti del signor Pompeo. L'entusiasmo ognor crescente per Garibaldi lo infastidiva e lo irritava sempre più: finiva coll'odiarlo quell'uomo che aveva l'amore di tutto un popolo, l'ammirazione di tutto il mondo.

Il Barbarò, dopo la speranza di un grosso guadagno sulle forniture, due altre ne aveva riposte nella guerra; e cioè che Andrea Martinengo ricevesse una palla nello stomaco (magari una palla di cannone) e che a Garibaldi toccasse la peggio. La morte del Martinengo lo avrebbe reso felice; la sconfitta "dell'eroe dei due mondi" gli avrebbe ridato il buon umore.

"Era tempo di finirla con quella mascherata delle camicie rosse!"

E la sera in cui Garibaldi appunto era aspettato a Brescia, dove teneva il suo quartier generale, il Barbarò rimase solo solo e imbronciato in un cantuccio del Caffè del Duomo.

La grande sala, sempre affollata e risonante pel frastuono allegro delle voci e il continuo via vai della gente, quella sera era vuota e deserta: tutti erano alla stazione; tutti erano andati incontro a Garibaldi.

Pompeo borbottava:—Gl'Inglesi hanno ragione da vendere, quando ci chiamano la carnival nassion! Con una guerra terribile alle spalle, non si pensa ad altro che alle feste e alle luminarie. Matti; matti da legare!

Ma così solo si annoiava. Sbadigliò, fece alcuni conticini, col lapis, sul tavolino di marmo, poi pensò ch'era meglio andare a dormire, e chiamò, per pagare, il cameriere. Questi si faceva attendere: approfittando dell'occasione s'era ritirato anch'esso in un altro cantuccio, e faceva un sonnellino.

—Crist'... oforo!—gridò Pompeo, battendo stizzito sul tavolino, colla ghiera del bastone.—Sono andati con Garibaldi anche i camerieri?!...

Tommaso, il buon Tommaso del Caffè del Duomo, si svegliò allora tranquillamente, si avvicinò bel bello, e fissando il cabarè, cominciò a fare il conto ad alta voce colla sua solita cantilena:

Venticinque del caffè; cinquanta del cognac; trenta del scifone: uno e cinque per servirlaa!

Pompeo buttò una lira e due soldi sul vassoio.

—Grazie al signoree!

Ma il buon Tommaso, svegliato del tutto oramai, desiderava fare un po' di conversazione; e però mentre con una mano teneva sollevato il vassoio e coll'altra, servendosi di uno strofinaccio, asciugava il tavolino, domandò sorridendo:—Il signore è rimasto solo stasera?

Il Barbarò non rispose.

—Tutta Brescia—continuò l'altro senza scomporsi—è alla stazione per veder Garibaldi. Ci sarà in moto, dicono, un ventimila persone!... Ed io sono inchiodato qua dentro, cane d'un mestiere!... Lei però, che ci poteva andare, com'ha fatto a star fermo?

Il Barbarò guardò il cameriere di traverso, cogli occhiettini loschi, rispondendo sgarbatamente:

—Io non sono nè uno spensierato, nè un matto!

Il buon Tommaso ritto, sempre col vassoio in mano, fissò alla sua volta l'avventore, ma con un'aria sospetta e punto benevola.

—Io penso al mio povero figliuolo—continuò Pompeo sospirando—e non ho volontà di divertirmi.

—Il signore ha un figliuolo con Garibaldi?—domandò premurosamente il cameriere.

—Già; con Garibaldi. Un figlio unico.

—Unico?

—Unico e solo!—Così dicendo il signor Pompeo cercò un piccolo medaglione fra il mazzetto di ciondoli, lo aprì, e mostrò al cameriere il ritratto di Giulio Barbarò, vestito da Garibaldino.—Deve arrivare a Brescia domani o doman l'altro, e ci son venuto apposta per vederlo, e per essergli più vicino!

Il buon Tommaso che aveva guardato il ritratto, tornava a guardare il Barbarò, ma con un'espressione di simpatia.

—Non ho altro che lui al mondo!... Mia moglie, poveretta—continuò Pompeo, che aveva notato il cambiamento—è morta nel quarantanove, sicuro; in seguito allo spavento di quella notte terribile in cui erano venuti i Tedeschi in casa nostra per...—ci pensò un poco, e poi gli scappò detto—per condurmi al patibolo!—E a questo punto come se avesse paura di lasciarsi vincere dalla commozione di quei ricordi, si alzò bruscamente, esclamando forte nell'andarsene:—Buona sera!

—Buona sera, signore!—rispose il cameriere, assai rispettosamente, e senza la solita cantilena.

Appena uscito dal Caffè del Duomo, Pompeo Barbarò era lì lì per sentirsi commosso; aveva finito col crederci un po' a quanto aveva raccontato. Ma poi, giunto che fu sotto i portici, la lunga fila di portici che attraversa il cuore della città da Piazza Vecchia al Corso del Teatro, cominciò di nuovo a brontolare storpiando le parole:—Carnival nassion! Carnival nassion!

I portici erano pieni di gente di ogni età, di ogni condizione. Signore e donne in capelli, uomini del popolo e ragazzi scamiciati; e tutti si avviavano in festa verso il Corso del Teatro, animati tutti da uno stesso pensiero, Garibaldi; tutti con una sola parola sulle labbra, Garibaldi; tutti con un'ansia sola nel cuore, vedere Garibaldi!

Il Generale doveva essere arrivato, e il suo quartiere era stato fissato all'Albergo d'Italia, in faccia ai portici del Teatro; poco lungi dall'Albergo del Gambero, dove aveva preso alloggio Pompeo Barbarò. Questi per schivare l'ingombro della gente affrettò il passo: voleva ritornare all'albergo colle costole sane!... Pure, non ci fu verso; arrivato in fondo ai portici dovette fermarsi. Tutto il Corso era pieno, stipato dalla folla che chiudeva gli sbocchi come una muraglia, e che gridava acclamando ad ogni ripresa dell'Inno di Garibaldi, continuamente ripetuto da una banda ormai fiacca e stonata. Quei mille e mille occhi volevano rivedere Garibaldi al balcone dell'Albergo; quei mille e mille cuori volevano infiammarsi ancora alla sua voce, alla sua parola; volevano sentire dalla bocca stessa dell'Eroe la promessa della vittoria.

—Adesso per Garibaldi non mi è più permesso di andar a dormire!—borbottò Pompeo sbuffando.—E poi lo chiamano il campione della libertà!

Ma aveva un bell'agitarsi: non riusciva a sbucare.

—Ecco la libertà che abbiamo guadagnata!... Evviva la libertà!

Pure anche Pompeo, senza avvedersene, rimase attratto dalla commovente imponenza del nuovo spettacolo, e sempre brontolando si avviò passo passo, con un muso lungo un braccio, verso l'Albergo d'Italia.

"Poichè si trovava lì, e non era possibile di andar a dormire, voleva vederlo anche lui, questo Garibaldi!"

Camminava sempre sotto il portico e contro il muro per schivare la gente che guardava di mal occhio, quando a un tratto esclamò:

—Ah, ah, lo Sbornia! Stasera ne avrà bevuti dei bicchierini alla salute del Dittatore!

Lo Sbornia era vestito da volontario. Adesso che c'era l'aiuto di Beppe Micotti aveva potuto arruolarsi senza che gli toccassero prediche. Appoggiato a una delle colonne dei portici, cogli occhi intenti verso il terrazzo dove da un momento all'altro sarebbe apparso Garibaldi, stava immobile e muto come una cariatide. Pompeo gli si avvicinò battendogli sopra una spalla. L'altro si voltò lentamente, ma poi riconosciuto il padrone si rizzò subito toccandosi il berretto.

In quel punto, da tutta la folla, uscì un immenso evviva, un tuono, un uragano di evviva. Il vecchio volontario non pensò più al principale; lo dimenticò affatto, e agitando il berretto verso il terrazzo, mormorò colla voce cupa e rauca:—Viva il Generale!

—Taci, ubriaco!—grugnì piano Pompeo; ma intanto anche lui dovette alzare il capo e guardare Garibaldi.

In un attimo in tutta quella moltitudine rumoreggiante non ci fu più un grido, una parola, una voce: Garibaldi cominciava a parlare.

—Non si capisce niente!—borbottò Pompeo, stringendosi addosso allo Sbornia.

Invece la voce dell'Eroe, limpida e squillante, si diffondeva chiara nello spazio: le sue parole erano un saluto di amore, un inno alla libertà, una promessa di vittoria.

La folla, delirante, rispose ancora con un grido solo, ma in cui c'era la voce e il cuore di tutti:—Viva Garibaldi!

I petti balzarono; parve tremassero le case alte sotto il cielo stellato.

Garibaldi salutò sorridendo: biondo, come la leggenda cristiana immaginò il Nazzareno; sfolgorante nella camicia rossa, rischiarato dalla luce fantastica delle torce a vento, non era più un uomo, ma una apparizione, un mito. Era il simbolo della patria, era l'incarnazione della gloria.

Pompeo, soggiogato, drizzò un'altra volta gli occhiettini miopi verso il terrazzo; ma il fremito della folla non penetrava in lui. Egli era solo in mezzo a quel mare di gente. Pure un senso di sconforto e quasi di avvilimento si era fatto strada nell'animo suo. Sentiva, capiva per la prima volta che vi era al mondo qualche cosa di più potente, di più grande del danaro; qualche cosa superiore alla sua intelligenza e al suo cuore; qualche cosa di alto, di ben alto; a cui montando in piedi su tutti i suoi milioni, non avrebbe mai potuto avvicinarsi d'un punto.

—Ecco—pensava—se potessi anch'io avere una folla a' miei piedi, e farmi battere le mani, e gridare evviva!... Allora, chi sa, anche quell'orgogliosa che adesso mi disprezza, avrebbe per me un po' d'ammirazione... e... forse forse....

Ma fu un baleno. L'immagine della marchesa Angelica vinse subito il senso di abbattimento da cui era stato preso. L'odio e l'ira gli si ridestarono nel cuore e con tanta forza che, non potendo più contenersi, si sfogò contro lo Sbornia che continuava ad agitare il suo berretto:

—Diventi matto, buffone?!—gli gridò piano, fra i denti, tirandogli un pugno nella schiena.

Il Garibaldino si voltò colle guance accese, coll'occhio non più instupidito, ma scintillante; fissò in faccia il suo padrone e gridò, ma gridò forte, levando alte le braccia:—Sì!... Viva; viva il Generale!

Pompeo ghignò con un'alzata di spalle e non disse più una parola. Lo sprezzava troppo; non si voleva confondere! In quel momento avrebbe desiderato, invece, che tutta la folla fosse piena di debitori suoi, per averla in pugno e vendicarsi; oppure che capitasse improvvisamente un buon squadrone di cavalleria per caricarla e disperderla!

In quanto poi a Garibaldi, gli sarebbe piaciuto di trovarsi insieme con lui, a quattr'occhi, e domandargli:—Dica un po', signor predicatore, quando l'avrà fatta questa Italia, chi pagherà le tasse e darà da mangiare agl'Italiani?!


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