XIX.
O bene o male, ormai Pompeo Barbarò aveva raggiunto la così detta notorietà. Il suo nome era molto discusso, nella sua probità non ci credeva nessuno, ma tutti credevano invece nei suoi milioni, e perciò anche i più feroci nel combatterlo dietro le spalle, sul muso gli si mostravano solleciti e cortesi. La gente per istrada si voltava indietro a guardarlo, e molti lo salutavano ch'egli neppur sapeva chi fossero. Insomma si ammiravano da tutti, se non il genere de' suoi affari, la sua avvedutezza, il suo ingegno, la sua fortuna, sicchè cominciava a passare per un ometto straordinario. Ma, si sa bene, ciò non poteva bastare nè agli stimoli della sua ambizione volgare, nè alle mire della sua grossolana furberia. Egli voleva salire per dominare, e anche per mettersi a capo o per aver parte nelle imprese o società colossali, in cui si può guadagnare molto danaro, e insieme consolidare il proprio credito, e la propria riputazione. Ma lì c'era ancora una grossa muraglia che gli sbarrava la via. Non solo il signor Pompeo Barbarò non era ricevuto in quelle grandi case che avevano fatta la fortuna e data la fama a suo padre; ma anche la ricca borghesia gli teneva chiuse le porte. Nessuno dei grandi finanzieri a cui aveva affidati i propri capitali, lo aveva accolto nell'intimità della famiglia, o invitato ai pranzi od alle feste; nessuna Banca lo aveva eletto a far parte del proprio Consiglio d'Amministrazione. Men che meno poi il suo nome avrebbe avuto probabilità di riuscita, se si fosse presentato come candidato nelle elezioni amministrative.
Lo stesso Zodenigo, che lo consigliava in proposito, gli raccomandava sempre di essere molto prudente. Bisognava prima che si fosse peepaato il teeno con qualche opera grandiosa di beneficenza, che facesse colpo sul pubblico, e gli aprisse la strada alla popolarità.
—Preparare il terreno sta benissimo,—rispondeva il Barbarò,—ma vorrei condurmi in modo da non rimetterci il mio.
Preferiva piuttosto di restare terra terra... colle tasche gonfie. Egli avrebbe voluto ideare e compiere qualcosa di notabile in vantaggio del suo paese, ma che fosse nello stesso tempo anche un buon affare. "Se per salire, per arrivare in alto arrischiava di rovinarsi, allora, diavolo, appena su, sarebbe nuovamente capitombolato al basso."
E una volta che lo Zodenigo, lodando questa sua avvedutezza, citò per esempio "il volo d'Icao" il Barbarò gli fece notare che le ali d'Icaro, si erano appunto liquefatte perchè di cera.—Se fossero state d'oro—concluse con un risolino—lo avrebbero tenuto sempre in equilibrio, e invece di struggersi al sole avrebbero sfolgorato!...
—No, no, non bisogna abbandonarsi a un colpo di testa, bisogna invece pazientare... e aspettare un colpo della fortuna.
La fortuna è capricciosa, ma spesse volte fedele, e anche il colpo desiderato capitò ben presto al signor Pompeo, che fu pronto a non lasciarselo sfuggire.
Poco dopo la guerra del sessantasei, e a cagione della medesima, Milano, come tante altre città d'Italia, ebbe ad attraversare un periodo di crisi economica e monetaria, assai funesta. Mancava il danaro, e mancava pure il numerario, e se la legge sul corso forzoso dava modo di far fronte colla carta-moneta agli affari in grande, era poi affatto insufficente ai bisogni del piccolo commercio per la scarsità del rame, e specialmente della valuta spicciola di una e di mezza lira. Allora sorsero nuove Banche e nuovi Istituti di credito, i quali per sopperire al bisogno misero in circolazione per una data somma prestabilita, altrettanti biglietti fiduciari di piccolo taglio. Ma mentre molti di questi Istituti prosperarono, altri parecchi invece, per varie cagioni, andarono all'aria, e in quest'ultimo caso, chi possedeva biglietti fiduciari delle casse in discredito o fallite temeva di non avere, o non aveva davvero più altro in mano, che cartaccia sudicia, di nessun valore. A Verona, a Napoli, a Bologna accaddero disordini gravi, in seguito appunto al fallimento di taluna di codeste Banche. I biglietti emessi non avevano più corso, e la povera gente che li aveva sudati, che non li poteva più spendere, e che non ne aveva altri per comperarsi il bisognevole, gridava, strepitava, minacciava e faceva tumulto.
Anche a Milano era sorto in quel tempo un nuovo Istituto di credito denominato la Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, che aveva emesso per oltre un milione di carta fiduciaria. La Banca, in sulle prime, prometteva bene. Fra gli amministratori suoi figuravano i più bei nomi del patriziato e della ricca possidenza milanese. A presidente era stato eletto il marchese di Rho, gentiluomo di stampo antico, di idee conservatrici, ma il cui nome era la bandiera dell'onestà e del carattere. Tuttavia gli azionisti dovettero accorgersi in breve che se gli amministratori della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, erano il fiore dei galantuomini, non erano del pari gente avveduta. Gli affari che facevano erano scarsi e di scarso profitto. Largheggiavano troppo nello sconto delle cambiali, senza premunirsi colle debite cautele, e però, in un mese solo, avevan dovuto sottostare, con gravissima perdita, a tre grossi fallimenti, uno dopo l'altro, e il suo Direttore era stato costretto a dare lo dimissioni. Tutto ciò, naturalmente, aveva scosso il credito della Banca, e i biglietti fiduciari cominciarono ad essere accettati di mala voglia, poi con gran difficoltà, poi, in fine, non ebbero quasi più corso. Allora alla sfiducia successe il timor panico, e si andò, giù giù, a precipizio. Tutti i possessori dei biglietti della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali corsero in folla per il cambio alla cassa, tanto che un giorno venendo a mancare il denaro, gli sportelli furono chiusi improvvisamente prima delle due pomeridiane, e si sparse la voce per Milano che non sarebbero stati riaperti nemmeno il giorno seguente. Nel frattempo una circolare urgentissima del Consiglio di Presidenza chiamava gli azionisti, per quella sera stessa, in Assemblea Generale.
Fra questi c'era pure il signor Pompeo Barbarò. Egli non aveva voluto affidare un grosso capitale alla Banca degl'Interessi Lombardi, perchè i reggitori, dal suo punto di vista, non gl'inspiravano molta fiducia, ma pure aveva pensato di acquistare un piccolo numero di azioni, desiderando che il suo nome figurasse in quell'accolta di persone tutte nobili ed egregie.
E quantunque ne facesse parte, aveva contribuito ugualmente a mettere in pericolo l'Istituto. Aveva fatto girare per Milano certe sue persone fidatissime le quali, spaventando il pubblico con falsi allarmi, ritiravano a poco prezzo i biglietti della Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, che nelle botteghe e sulla piazza non si volevano più ricevere, ma che presto o tardi, il Barbarò ne era sicuro, sarebbero stati pagati fino all'ultimo soldo.
Era un buon affaretto che aveva intravveduto, e non c'era ragione che se lo lasciasse scappare o rubar di mano; ma poi, dopo di aver lavorato di giorno come doveva, per l'interesse suo, si recava la sera tranquillamente all'Assemblea, volenteroso di offrire i propri lumi, in vantaggio della Società.
Pompeo Barbarò era entrato solo nella grande aula dov'erano raccolti gli azionisti. Questi, per la maggior parte in marsina o in abito di sera elegantissimo, anche in que' momenti di agitazione e di timori non infondati, conservavano sempre negli atti e nelle parole la loro compostezza signorile e un po' altezzosa, discorrendo piano, lentamente, garbatamente senza mai irritarsi e senza mai commuoversi.
Nessuno, nella sala, si era voltato per guardare il Barbarò; nessuno lo aveva salutato; nessuno si era mosso per fargli posto. Tutti lo sprezzavano e non volevano trovarsi a contatto con lui.
Pompeo, un po' intimidito, un po' impacciato, si avanzò umile, riguardoso, tenendo il cappello in mano, verso il banco della Presidenza. Poi rimase un momento confuso, senza saper che dire nè che fare, salutando chi non lo guardava... ma a un tratto pensò che, in fine, se quegli altri avevano molta superbia, lui aveva pure delle azioni, e allora facendosi animo si avvicinò al marchese di Rho, che discorreva in mezzo a un gruppo d'amici, e alzando troppo la voce, per paura che gli mancasse, domandò "che cosa c'era di vero, nelle chiacchiere che correvano in piazza."
Il Presidente, guardando da tutt'altra parte, gli rispose che, aperta la seduta, "avrebbe esposto la situazione finanziaria" e subito si allontanò voltandogli le spalle, mentre gli altri azionisti facevano altrettanto, piantando solo il Barbarò in mezzo alla sala.
—Saprebbero forse qualcosa intorno ai biglietti della Banca che ho fatto ritirare?—pensò Pompeo.—No, non è possibile: l'operazione è stata condotta con tanta oculatezza.... E allora questi spiantati perchè fanno i superbiosi?...
Su quel subito si sentì voglia di andarsene; ma non ebbe coraggio di farlo. Gli dava noia quel tratto di cammino che gli restava da fare per arrivare all'uscio, e aveva paura di ciò che avrebbero potuto dire di lui quando fosse partito. "No, no; voleva rimanere fino alla fine," e si ritirò nel vano di una finestra. "A buon conto aveva il pieno diritto di rimanere, era in casa sua, come quegli altri" e per far valere la propria autorità, ordinò sgarbatamente a un fattorino, che gli passava accanto, di chiuder meglio la porta della sala.
Quasi subito il marchese di Rho, in piedi, al tavolo della Presidenza, sonò il campanello: si fece un gran silenzio nell'assemblea, e allora il marchese espose brevemente e chiaramente lo stato della Banca, concludendo che senza la sfiducia sorta nel pubblico, e senza quel precipizio di dover rimborsare in poche ore tutto il grosso capitale di biglietti fiduciari messo in circolazione, l'Istituto avrebbe potuto riparare in breve tempo alle perdite subìte, e rimettersi ancora sulla buona via. Ma occorreva una forte somma in moneta effettiva per la mattina dopo: era certo che alle nove antimeridiane una folla si sarebbe presentata agli sportelli per il cambio dei biglietti, e se il cambio non si poteva subito effettuare sarebbe stato inevitabile un disastro.
A queste parole corse nell'assemblea un mormorìo di sbigottimento, e il marchese di Rho, sebbene si mostrasse calmo e dignitoso, era tuttavia più pallido del solito, con due righe profonde che gli solcavano le guance sotto gli occhi.
Invece Pompeo Barbarò si sentiva in preda a un'ansia indicibile, e gli batteva forte il cuore.
"Che bel colpetto ci sarebbe stato da fare!... Con quella gente il danaro era certo al sicuro e... e se avessero accettate le sue condizioni... si sarebbe imposto a tutti, e sarebbe salito tanto alto come non aveva mai osato sperare..."
Allora si fe' animo, e con voce più sicura domandò, tenendosi fermo al suo posto, la cifra di moneta effettiva che occorreva alla Banca in quel momento, e come il Consiglio di Amministrazione aveva pensato per provvederla.
L'interrogazione era importante e già, prima che la facesse il Barbarò, era nel cuore e sulle labbra di molti; ma nessuno degli azionisti rivolse un cenno d'incoraggiamento all'oratore.
Il marchese di Rho bevette un mezzo bicchiere d'acqua zuccherata, e rispose che la somma occorrente era di ottocentocinquantamila lire, e che il Consiglio d'Amministrazione in quella fatale ristrettezza di tempo, non aveva potuto rivolgersi, per averla in prestito, altro che alla Banca Nazionale, offrendo pure, oltre a tutte le garanzie che poteva dare l'Istituto, anche la firma propria, e quella degli altri membri della Presidenza.
—Se ho avuto la malaugurata idea di voler mettermi negli affari,—concluse il marchese di Rho,—non soffrirò mai per altro, che un Istituto del quale mi trovo alla testa, debba dichiarare il fallimento. Sono disposto a perdere tutto il mio patrimonio purchè la Banca possa far fronte ai propri impegni, e anche in queste gravissime e dolorose emergenze ho almeno la compiacenza di poter far noto all'assemblea che tutto il Consiglio d'Amministrazione è concordemente risoluto nell'imporsi, occorrendo, il medesimo mio sacrificio. Sventura vuole che la crisi odierna ci abbia sprovvisti dei fondi necessari. Tutto il nostro numerario lo abbiamo già dovuto versare alla Cassa per sostenere la situazione fino ad oggi, e se la Banca Nazionale rispondesse, visto le condizioni difficili del momento, con un rifiuto, domani saremmo obbligati a... tener chiusi gli sportelli....
A questo punto si udirono improvvisamente dalla strada grida e urli minacciosi; poi una pietra lanciata a viva forza fece cadere i vetri della finestra dov'era Pompeo, che saltò spaventato in mezzo alla sala.
Tutti gli altri azionisti si voltarono appena, sorridendo sdegnosamente.
—Vogliamo il nostro danaro!... Vogliamo il sangue nostro! Cani di signori!... Ladri della povera gente!—continuava intanto a schiamazzare la folla, battendo coi pugni e coi piedi contro il portone della Banca.
Il marchese di Rho rimaneva impassibile; solamente a quella parola "ladri" la riga che gli solcava le guance sotto l'occhio, si fece ancora più livida.
Appena, in quel giorno malaugurato, la Banca degli Interessi Lombardi Provinciali avea dovuto chiudere gli sportelli senza poter continuare nel cambio dei biglietti, s'erano formati vari gruppi di persone dinanzi al palazzo, che andavano dispensando ai curiosi che capitavano in cerca di notizie, le informazioni più strampalate e inquietanti. "La Banca non avrebbe più riaperti gli sportelli: doveva dichiarare il fallimento: chi aveva avuto, aveva avuto: il marchese di Rho avrebbe pagato del suo: no, questa era una lustra per guadagnar tempo, e tener a bada la povera gente;" e così via. Intanto altri continuavano a giungere mentre i primi se ne andavano; finchè la sera i capannelli riempivano la strada e discorrevano, vociavano sempre più forte e accalorati.
Si sapeva che il Consiglio di Amministrazione aveva riunito d'urgenza l'assemblea degli azionisti, e si tenevano d'occhio le finestre illuminate del palazzo, dove appunto risiedeva la Banca.
—Son chiusi lassù a confabulare quei cani di signori!—mormorava la poveraglia coi biglietti in tasca che nessuno voleva più ricevere, altro che con un ribasso sempre maggiore; e così cominciava a sfogare il malcontento cogli urli, coi fischi, colle minacce.
Era pur corsa la voce della domanda del grosso prestito fatto alla Banca Nazionale, e chi comperava i biglietti a ribasso, faceva credere ad arte che i reggenti della medesima avessero già risposto con un rifiuto.
—Vogliamo il danaro nostro!... Il sangue nostro!... Abbasso i signori! Morte ai ladri del popolo!...
Di sopra, nella sala dell'assemblea, Pompeo Barbarò, sempre più spaventato, gridava intanto "che si barricasse il portone, che si mandasse a chiamare la forza;" ma invece gli altri soci, al vedere la paura di quell'omiciattolo, rimanevano tranquilli al loro posto, mostrando tutti una sicurezza, che alcuni forse non avevano in cuore.
—Il portone è molto solido—rispose il marchese di Rho, sorridendo colle labbra pallide.—Del resto se i dimostranti vogliono salire a farci una visita, saremo pronti a riceverli.
—Che spacconate!—pensò Pompeo fra sè.
Ma quasi subito, ad acquetarlo, si udì risonare nella strada il passo affrettato di una pattuglia e subito le grida e i fischi si rivolsero contro le guardie di questura.
L'assemblea intanto, ansiosa e inquietissima ad onta della calma apparente, attendeva la risposta della Banca Nazionale che non doveva tardar molto a venire, perchè quel Consiglio si era pure riunito d'urgenza per deliberare sollecitamente in proposito.
Pompeo Barbarò era ritornato solo in un angolo della sala, ma adesso assai lontano dalla finestra. C'eran le guardie, non aveva più tanta paura dei dimostranti, e tornava invece a pensare, a riflettere su ciò che aveva in animo di fare in quel momento. "Se si lasciava scappar l'occasione, sarebbe stato un minchione... ma se avesse corso pericolo di rimetterci del suo, sarebbe stato un più gran minchione ancora!..." Si sentiva il petto oppresso... aveva la testa in fiamme....—Che cosa doveva fare? Che cosa doveva fare?...
—Intanto aspettare anche lui la risposta della Banca Nazionale. Se fosse stata favorevole l'assemblea avrebbe fatto sapere ai tumultuanti che il giorno dopo sarebbero stati aperti gli sportelli per il cambio dei biglietti, e allora... non c'era più bisogno di lui.
—.... Ma la Banca Nazionale avrebbe voluto disporre su due piedi, in quei giorni di crisi, d'una somma così rilevante.... e per un Istituto privato già scosso nel suo credito?...—E se non si arrischiava la Banca a fare il prestito, poteva arrischiarsi lui?
Pompeo fissò gli occhiettini miopi sul marchese di Rho, sugli altri membri della Presidenza, e si sentì rassicurato.... Non c'era proprio nulla da temere.... Quella gente si sarebbe ridotta in sul lastrico, piuttosto di venir meno ai propri impegni.
Ma tuttavia era un gran momento di perplessità, di angoscia... un momento solenne!.... Tirar fuori di tasca ottocentocinquantamila lire!... E se avesse rinunciato ai suoi disegni, e si fosse invece tenuto i quattrini? Forse già, era il partito migliore!... Ma se non si trovava la via di calmare i dimostranti, come faceva a ritornare a casa?... Avrebbero bastonato anche lui!...—Maledetto il momento ch'era venuto all'assemblea!
In quel punto, fra il brusìo della folla, si udì il rumore sordo del portone che si richiudeva.
—Ecco la risposta della Banca Nazionale,—esclamò il Presidente, lisciandosi la barba appuntata, colle dita tremanti.
Poco dopo infatti entrò nella stanza un impiegato che avvicinatosi al marchese di Rho, gli consegnò una lettera suggellata. Tutti gli azionisti si erano levati in piedi; fissavano tutti quella lettera, muti, palpitanti.... Il marchese di Rho ne aprì lentamente i suggelli, poi ebbe come un sobbalzo di tutta la persona, e mormorò, con voce fioca:
—La Banca Nazionale ha rifiutato lo sconto...—e si lasciò cadere accasciato, sulla poltrona. Gli azionisti, atterriti, si avvicinarono di colpo al banco della Presidenza, e nel medesimo tempo la folla, come se fosse stata spettatrice di quella scena, rinnovò ancora con più forza le grida e le minacce.
—Per Dio,—pensò Pompeo,—sono dieci i consiglieri dell'amministrazione,—che le loro firme, dal più al meno, non debbano valere centomila lire l'una? Allora si cacciò le dita nel goletto della camicia che stirò fortemente per poter parlare (soffocava) e balbettò pallido, colla fronte bagnata di sudore:
—Domando la parola!
I soci a questo punto si voltarono tutti ansiosi a guardarlo. Il momento era supremo; più che supremo, disperato, e bisognava accettare un buon consiglio da chiunque fosse dato. Il presidente impose silenzio e fe' segno al Barbarò che poteva parlare.
—La somma,—cominciò Pompeo,—la... somma... le ottocento... cinquanta... mila lire rifiutate dalla Banca Nazionale... posso... potrei... potrò... prestarle io... alla società!...
Ci fu per tutta la sala un mormorìo, un fremito prima di sorpresa, poi di maraviglia, in fine di contentezza, e i soci istintivamente si scostarono premurosi per lasciar posto di avvicinarsi al Barbarò, e per accoglierlo in mezzo a loro.
Il ghiaccio era rotto. L'interesse, i pericoli del momento facevano superare e vincere in un attimo le prevenzioni, le antipatie, le diffidenze, lo sprezzo, e l'omiciattolo trionfava.
—Non pongo altro che una condizione,—continuò Pompeo fatto ormai più sicuro.
Tutti lo guardarono ansiosamente, senza fiatare.
—Voglio far parte del Consiglio di Amministrazione per tutelare anche il mio interesse, insieme con quello della Banca.
—Ha ragione!... È troppo giusto!—si gridò subito da ogni parte, mentre il marchese di Rho, vinto, commosso da quell'atto apparentemente generoso, si alzò dalla poltrona esclamando:—Io rinuncio la Presidenza al signor Pompeo Barbarò, e propongo che venga eletto in vece mia, per acclamazione.
—No,—fu pronto allora a rispondere Pompeo,—metto pure l'altra condizione, che rimanga in carica, come presidente della Banca, il marchese di Rho!
Si poteva essere più abili? No certo; e Pompeo, mentre cogli occhietti scintillanti e gli zigomi rossi riceveva ringraziamenti e congratulazioni, pensò che avrebbe fatto maravigliare, colla sua grande diplomazia, lo stesso Zodenigo.
Bisognava pensare adesso a calmare il furore dei dimostranti e a scioglierli pacificamente, prima che accadessero più gravi disordini.
Il delegato, dinanzi al portone della Banca aveva già fatto sonare i tre squilli di tromba, ma la folla irritata strepitava sempre più forte, quando all'improvviso il marchese di Rho, spalancate le imposte di una finestra, annunziò alla moltitudine rumoreggiante, che la Banca era in istato di far fronte ai propri impegni, e che il giorno dopo, alle nove antimeridiane, sarebbero stati riaperti gli sportelli, come il solito, per il cambio dei biglietti.
Bastarono queste parole a mutare i fischi in evviva; evviva che ebbero un'eco nell'assemblea, ma diretti a Pompeo Barbarò, che per un momento ancora, vedendosi fatto segno a tante dimostrazioni di stima, domandò a sè stesso se non era andato troppo innanzi, se proprio non aveva commesso uno sproposito.
—No, no; tutto il merito stava solo nell'averle in cassa, le ottocentocinquantamila lire!
L'assemblea non si sciolse prima di aver stabilito le norme e i preliminari del prestito, e Pompeo Barbarò, che poche ore prima era entrato alla Banca solo, e si vedeva schivato da tutti, ne usciva a fianco del marchese di Rho e degli altri membri del Consiglio.
In istrada c'era ancora molta gente. Era stato riferito che quel riccone del Barbarò aveva prestato un milione alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, intimando "ai signori di non tradire il popolo" e volevano vederlo mentre sarebbe uscito, e infatti sulla porta del palazzo una frotta di monelli lo seguì, schiamazzando sempre, e lo accompagnò sino a casa. Là si formò di nuovo la folla dei curiosi, e mentre Pompeo stava per andare a letto, udì gridare il suo nome fra gli evviva.
—Che diavolo succede?—domandò al servitore, che entrava in quel momento, anche lui tutto stupito.
—C'è la strada piena di gente! Lo vogliono vedere alla finestra, gridano: Viva Pompeo Barbarò! Viva il figlio del popolo! Viva il salvatore della povera gente!...
—Dov'è Giulio? Chiama il signor Giulio!... Che venga anche lui, a sentire!—esclamò il Barbarò, mentre tornava a vestirsi in fretta, colle mani che gli tremavano per la commozione.
—Il signor Giulio non è ancora tornato a casa.
—Fuori Pompeo Barbarò!... Evviva Pompeo Barbarò!—continuavano a strillare le voci acute dei monelli.
—Bisognerebbe dar da bere a quella gente....
—Ci vorrebbe altro, signor padrone; gli bevono anche le botti!
—Allora no,—rispose Pompeo, avvicinandosi alla finestra. Vedendo rischiararsi i vetri, gli evviva al Barbarò raddoppiarono, e quando egli sporse il capo ringraziando, scoppiarono più fragorosi.
—Anche a me come a Garibaldi!—pensò nel richiudere le imposte; poi:—Speriamo almeno che mi lascieranno dormire!—borbottò sbuffando col servitore, fingendo di esser quasi seccato di tutte quelle feste.
Si spogliò in fretta, e si cacciò in letto; ma quantunque i dimostranti se ne fossero andati, egli stentò ad addormentarsi. Aveva addosso l'irrequietudine, la smania che dà la contentezza.
I biechi fantasmi della coscienza erano svaniti; Pompeo pensò allora che se aveva lavorato tutta la vita per farsi un patrimonio, sapeva poi anche impiegare le sue ricchezze pel bene pubblico... e si sentiva commuovere all'idea di essere un vero benefattore dell'umanità.
La mattina seguente sognava ancora di aver sposata la marchesa Angelica con ottocentocinquantamila lire di dote ereditate dallo zio Diego, e sognava pure che lo avevano nominato Direttore della Banca Nazionale, quando fu destato da Giulio, all'improvviso, che gli capitò in camera disperato, piangendo e singhiozzando.
Francesco Alamanni, dopo essere stato lungo tempo infermo nello Spedale militare d'Innsbruck, ritornato da pochi giorni a Milano, aveva la sera innanzi dichiarato alla Mary, che non avrebbe mai acconsentito al suo matrimonio col figlio di Pompeo Barbarò.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—L'indice non è compreso nell'opera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.
—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell'opera originale. L'immagine è posta in pubblico dominio.