XVIII.

La mattina seguente Pompeo Barbarò si mostrava preoccupato pensando a' casi propri, ma era assai più tranquillo, e dopo il colloquio che ebbe con Beppe Micotti fu del tutto rassicurato. Il figlioccio gli promise di pensarci lui a far tacere la vecchia, e ad ogni buon fine l'avvocato, accampando per la Veronica la sua condizione di madre d'uno degli accusati, avrebbe chiesto che fosse cancellata dalla lista dei testimoni.

Tuttavia il giorno in cui Pompeo dovette proprio presentarsi all'udienza, tornò a sentirsi poco bene, e quando si trovò nella stanza dei testimoni, gli pareva d'essere già messo in prigione. Sudava, era impacciato, confuso, gli tremavano le ginocchia, ma per mostrarsi disinvolto salutava tutti, sorrideva con tutti con una smorfia stentata, parlando del più e del meno. Appena l'usciere lo chiamò, gridando forte il suo nome sulla porta, si sentì soffocare. Pure rispose subito alla chiamata "Eccomi! Eccomi!" e intanto sempre più sbalordito, cercava il cappello che aveva in testa, e inciampò nello scalino che dalla stanza dei testimoni metteva nella sala dov'era la Corte. Appena fu dentro, dinanzi alla maestà delle toghe, fra il rumore del pubblico e l'afa soffocante, ebbe un po' di capogiro, ma gli passò subito.

La folla stipata, ansiosa, accolse l'importante testimonio con un lungo mormorìo; non era per altro che un semplice mormorìo di curiosità; il Barbarò se ne avvide subito, e dopo le prime domande del Presidente non era più tanto impacciato. Le cose per lui si mettevano bene. Era sicuro, oramai, che non avrebbe avuto nè fischi, nè busse.

In quegli ultimi giorni era successa realmente nell'opinione del pubblico una certa mutazione in suo favore. Il suo nome, non molto noto prima che si cominciasse a discorrere del famoso Processo dei fonitori, era diventato celebre in breve tempo, e tutti ormai a Milano sapevano che c'era al mondo il milionario Pompeo Barbarò; e mentre la litania delle sue bricconate, essendo poco più, poco meno, sempre la medesima per tutti coloro che han fatto malamente una grande fortuna, aveva finito col non divertire più nessuno; i particolari, invece, delle sue ricchezze straordinarie, delle sue ville, dei suoi immensi possessi, de' suoi capitali accumulati alle banche e, più di tutto, della somma assai notevole in moneta effettiva che aveva sempre in cassa quantunque il marengo si negoziasse allora in Borsa "a ventidue e anche a ventidue e mezzo" suscitavano molta maraviglia e moltissima curiosità.

"Gran città, Milano!... Piena di risorse!..." si andava dicendo. "Quando meno si crederebbe salta fuori un nome affatto nuovo e: Chi è? Chi non è? È un Creso che ha dieci, dodici, venti milioni!... Gran città Milano, e piena di risorse! Ci sono, sì, gli ambiziosi, i matti, gli imbecilli che vanno a gambe levate; ma ci son pure le persone pratiche e positive, che lavorano sul serio e che, senza tanto lusso e senza tanto chiasso, mettono insieme patrimoni colossali!... Anche quel Pompeo Barbarò, per esempio, viveva quieto quieto, non faceva spacconate, aveva una tavola modestissima, e tutto il suo gran lusso erano un paio di rozze e una vecchia carrozzaccia colla quale andava in campagna a curare i propri affari!"

E però la gente, in generale, faceva un merito e si mostrava grata a quel riccone che non l'offendeva colla pompa sfacciata delle proprie ricchezze. Era quel sentimento assai diffuso e complesso d'invidie, di gelosie, di desideri non soddisfatti, che procura ai ricchi avari, nel mare magno della vita quotidiana, non solo maggiore considerazione, ma anche maggiore simpatia a fronte dei ricchi prodighi, i quali finiscono coll'essere mal visti, e appena appena si tollerano per la speranza che andranno presto in malora.

E oltre a tutti questi vantaggi, un'altra ragione giovava per far ricredere il pubblico a poco a poco sul conto suo: ne aveva fatte tante, e tante se ne raccontavano, che la gente s'era stancata di sentirle e non le credeva più.... o ci faceva la tara.

"Figurarsi, che storie!... C'era stato il—tal di tale—al Caffè Martini, il quale voleva sostenere che il Barbarò aveva messi insieme i primi danari facendo la spia, all'Austria. Era proprio una linguaccia sopraffina—quel tal di tale!"

...."E un altro non si ostinava a dire che, tempo addietro, il Barbarò scannava il prossimo tenendo un banco di prestiti sopra pegni, in Via del Pesce?...

"Tempo addietro?... Ma quando?... Se nessuno era buono a ricordarsi che nemmeno ci fosse stato un ufficio simile in Via del Pesce?!"

—Adagio a dar retta alle chiacchiere—esclamavano gli uomini savi e imparziali.

".... A Panigale, chiamavano il Barbarò Mercante di pellagra... sì, questo era vero; ma d'altra parte i fondi rendevano una miseria, e gli speculatori non pensavano certo a seppellire il danaro sotto terra, quando si poteva comperare la rendita al 40 e al 41!... Poi se le annate erano cattive il Barbarò non poteva certo fare un contratto col sole o colla pioggia per favorire i raccolti e i contadini!"

Un altro appunto che gli facevano era di aver rovinato il marchese di Collalto.... "Ma se il marchese di Collalto era da dieci anni che si rovinava da sè?..." Dunque non bisognava mai precipitare nei giudizi; bisognava mettere in quarantena le ciarle dei malevoli, degli invidiosi, degli interessati. Se era proprio il figlio di un cuoco, tanto maggior onore per lui! Che talento, che occhio, che attività!....—Ma la storiella del nome?...—Non era vero che il nome l'avesse mutato; aveva aggiunto al suo quello di sua madre.... o di sua moglie.... Tutte scioccherie che non significavano nulla!... Sì, in quel pasticcio dei fornitori c'era del torbido assai, e nessuno certo voleva concludere che il Barbarò fosse candido come un agnellino; ma bisognava vedere dal processo, fino a che punto c'era entrato. Lui, in fine, da quel poco che si sapeva, non avea fatto altro che prestar danari alla Ditta Micotti.

—Il vecchio Micotti?... quello era una canaglia davvero, e hanno fatto benone ad ammazzarlo!

—Ad ammazzarlo?... Come?...

—In Tirolo.... l'hanno freddato con una fucilata mentre svaligiava i cadaveri!... Ma ha lasciato un figliuolo che non smentisce la razza!...

—Quel piccolo mariuolo cogli occhi loschi e la faccia vizza da vecchietto?

—Appunto.

—Starebbe bene in galera per tutta la vita!

Beppe Micotti, col suo contegno cinico e sfrontato, si era attirato le antipatie e gli odii del pubblico durante l'udienza; e però anche la grande canaglia dai colori incerti e fantastici del Micotti padre, ritrovava in quel farabuttino primaticcio la propria incarnazione. Tutte le furfanterie della Ditta Micotti ricadevano dal babbo morto sul figlio vivo... ed anche per questo motivo quando Pompeo si presentò nella sala del dibattimento fu accolto più bene che male, con un senso di maraviglia e di curiosità, cui non erano affatto estranei nè l'Eccellentissimo Presidente, nè il Procuratore del Re.

"Come mai?... Quell'omicciattolo da niente aveva tanti milioni? Era il Nababbo di Milano?" E, su quel subito, la volgarità dell'aspetto, dei modi, degli abiti del Barbarò, fu presa per una cert'aria di bonarietà modesta, mentre anche nel tempio magno della giustizia i molti quattrini del signor Barbarò infondevano a tutti, sebbene a tutti inconsapevolmente, un certo rispetto.

Il Presidente medesimo, dopo le prescritte formalità, invece di mandarlo al posto coll'imperativo "sedetevi!" gli si era rivolto con un "s'accomodi pure" assai garbato, e aveva poi continuato a interrogarlo dandogli del lei.

Il Procuratore del Re, s'era messo l'occhialino per guardarlo bene, e lo stava ad ascoltare, spianate le ciglia, sembrando approvare con un moto regolare del capo, mentre si lisciava le fedine nere, lucenti, colla bella mano lunga e bianchissima.

I giurati poi, appena avevano udito chiamare il Barbarò, s'eran messi a bisbigliar piano fra loro, e adesso lo mangiavano cogli occhi.

—Lei, non è vero, era in istretti rapporti col defunto Micotti?—chiese il Presidente, dopo aver fatte alcune altre domande a Pompeo.

—Sì... ecco... per l'appunto. L'ho conosciuto giovane, ancora ragazzo. Era stato al servizio di mio padre, il quale avea preso a volergli bene... e mi aveva raccomandato di aiutarlo, come avrei potuto.

Il Barbarò prendeva animo, e rispondeva sempre più spedito.

—E che uomo era questo Micotti?...

—Per dire la verità non saprei bene. In questi ultimi anni non lo vedevo quasi mai. Poco espansivo, parlava di rado, tutto dedito agli affari....

—Ma lei, questo vorrei sapere, lo riteneva un galantuomo?

—Sicuro, dal momento che gli avevo aperto un credito illimitato!

Molti giurati, come il Procuratore del Re, approvarono col capo.

—E... non sapeva di che... diremo, di che razza fossero questi affari?

—Ne sapevo pochissimo. Il danaro era al sicuro, era impiegato bene e... occupato tutto il giorno ne' miei affari particolari non avevo tempo di badar molto a quelli degli altri. E poi il Micotti era, come si direbbe, una porta di prigione. Intendo dire un uomo impenetrabile; chiuso a quattro catenacci!

Nel pubblico ci fu una risata. Era spiritoso il Nababbo!

—Favorirebbe spiegarmi—domandò allora a sua volta il Procuratore del Re, non lisciandosi più le fedine, ma invece lustrandosi le unghie lunghe e rosee con un fazzoletto di battista—favorirebbe spiegarmi come poteva essere sicuro del suo capitale dal momento che non aveva alcuna cognizione intorno alle operazioni della Ditta Micotti e figlio?

Ma a questo punto, invece del Barbarò, fu pronto a rispondere l'avvocato difensore di Beppe Micotti, il quale domandò vivamente "se si voleva fare il processo agli accusati oppure ai testimoni." Ne nacque un battibecco fra la Difesa, l'Accusa, il rappresentante la Parte Civile, e la Corte era sul punto di ritirarsi per deliberare se sì o no poteva permettere all'Accusa d'insistere nel suo interrogatorio, quando Pompeo Barbarò, con soddisfazione generale, dichiarò che non aveva nessuna difficoltà a rispondere a qualunque domanda gli venisse rivolta. In fatti egli si era tenuto sempre al corrente degli affari della Ditta e non ignorava certo che il Micotti, fra le altre cose, faceva anche il fornitore. Aveva saputo, aveva consigliato alla Ditta di concorrere all'appalto per la somministrazione delle scarpe e dei fucili al corpo dei Volontari, ma da ciò, all'esser messo a parte anche dei particolari della gestione interna, c'era un bel tratto. Dopo che aveva prestato i danari e prese le necessarie garanzie lui, per tutto il resto... si lavava le mani, come Pilato nel Credo.

Nella sala ci fu un altro bisbiglio favorevole: "Com'era furbo l'omino! Come sapeva bene levarsi d'impiccio! Senza tante chiacchiere, senza andar tanto per le lunghe, senza aver bisogno d'avvocati!....,"

Pompeo si sentiva contento, leggero: gli sembrava di essere diventato più giovane di dieci anni. La sua deposizione, ormai, era pressochè finita; non aveva più nulla da temere, credeva ogni pericolo scomparso. Credeva: perchè invece, dopo di essere stato licenziato dal Presidente, e mentre attraversava l'aula per uscire, scôrse la Veronica in piedi, in mezzo al pubblico, pallida, cogli occhi spalancati, che lo fissava ostinatamente, minacciosamente. A quella vista il Barbarò rimase come fulminato, e perdette di nuovo tutta l'audacia. Le ginocchia gli ricominciarono a tremare, prese una carrozza, e appena a casa si richiuse sbuffando nello studio.

"Dio, Dio santo!... Non dovevano mai finire le sue angosce?!... Che cosa avea fatto di male... più di tanti altri, che vivevano tranquilli, felici, onorati? Niente, proprio niente!... E perchè dunque doveva star sempre sulle spine?... Era proprio disgraziato!..." e tornava a sospirare, a gemere, ad arrabbiarsi.

"Che cosa voleva, che cosa minacciava, la vecchia?... Perchè era andata al processo?... Perchè lo fissava in quel modo?..."

E intanto attendeva con ansia inquieta, paurosa, perdendo la testa e la voce, e spellandosi le dita, il ritorno di un suo messo fidato, che doveva correre a riferirgli la sentenza, appena fosse stata pronunciata. Venne, che era già sera, ben tardi; ma il signor Barbarò lo aspettava ancora, solo nel suo studio, senza aver pranzato, senza aver veduto nessuno. Appena lo sentì per le scale, gli corse incontro sull'uscio, lo fece entrare in fretta e richiuse a chiave.

—E così?... Com'è andata?—balbettò livido, colla voce fioca.

La risposta, ch'ebbe dal messo, lo tenne un istante sopra pensiero... poi diede un'alzata di spalle e respirò più liberamente.

Ormai il pericolo era proprio passato.

Il processo si chiudeva con una condanna relativamente mite per tutti gli imputati. Il più grande colpevole, come era apparso dal processo, era sfuggito colla morte alla giustizia umana.

Beppe Micotti, che avea avuto l'attenuante dell'età, era stato condannato appena a sei mesi di reclusione; ma mentre il Presidente leggeva la parte della sentenza che lo risguardava, una donna di mezzo al pubblico sorse a imprecare contro la giustizia, contro i magistrati e contro i giurati, protestando che il suo Beppe era innocente, e che il vero ladro era il principale, il signor Pompeo, il signor Barbarò, il signor Barbetta, il mostro, il cane, l'assassino del proprio sangue!... E gridando e smaniando, voleva gettarsi in mezzo ai giudici, voleva prendere i giurati per il collo.

Ci vollero quattro uomini per tenerla; poi, dopo il medico, vennero gli infermieri; fu legata, imbavagliata, messa in un brum, e condotta allo spedale.

La Veronica era impazzita.

La gazzetta Il Moderatore, dopo aver dato il giorno appresso, per disteso, la relazione dell'importante processo, ed aver lodato l'illuminato verdetto dei Giurati, l'elaborata sentenza dei Giudici, l'imparzialità e l'acume dell'Eccellentissimo Presidente, la parola calma e ragionata della Parte Civile, la requisitoria dotta e stringente del Procuratore del re, e la calorosa ed efficacissima eloquenza degli avvocati, finiva con una noterella di cronaca.

"Episodio triste. Ieri sera, verso la fine del famoso Processo dei fornitori e, precisamente durante la lettura della sentenza, la madre d'uno degli imputati, il Micotti, uscì improvvisamente in grida e in ismanie, tanto che si dovette ricorrere alla forza, per trattenerla dal commettere qualche eccesso. La povera donna, dedita alle bevande alcooliche, ed esaltata per la condanna subìta dal figlio, era stata presa da un accesso di pazzia furiosa.

"Sappiamo poi, da buona fonte, che il signor Pompeo Barbarò, il cui padre, in altri tempi, ebbe in proprie dipendenze la famiglia Micotti, fece ricoverare la povera donna in una casa privata di salute. Simili atti filantropici dell'Egregio Gentiluomo non sono nuovi del resto. A Brescia ricordano ancora le larghezze da lui usate nel cinquantanove in pro degli spedali militari; larghezze ripetute pure nel sessantasei, mentre il suo unico figlio, Giulio Barbarò, combatteva da valoroso in Tirolo con Garibaldi."

Il nuovo giornale Il Moderatore era diretto dal professore Eugenio Zodenigo.


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