III.
Pompeo Barbarò correva troppo colla fantasia. Erano trascorsi ormai vari mesi dal giorno del matrimonio, e i figli ribelli non piegavano il capo. Certo, l'onorario che riceveva Giulietto dalla ditta industriale, anche unito colla misera rendituccia della Mary, non poteva loro bastare, abituati, com'erano, con molta agiatezza. Ma il figlio del deputato Barbarò trovava danari a prestito quanti ne desiderava, e nella sua inesperienza non s'immaginava nemmeno che il credito ch'egli godeva lo dovea tutto a suo padre.
E il signor Pompeo capiva pure di essersi ingannato assai anche sul conto della marchesa di Collalto. Dopo il primo biglietto, egli le aveva scritto ancora, sempre col pretesto dei figliuoli, ma non avea più ricevuto nessuna risposta. Pieno di rabbia contro l'alterigia di quella pitocca, e contro la propria codardia, tornava allora a cercar di persuadersi che era tanto di guadagnato.
—Infine, gli anni passano per tutti ed anche costei non dev'esser più tanto fresca... finirei a spendere un occhio per avere il carico di una rovina sulle spalle!
Desiderava, desiderava con una smania crescente e cocente che la marchesa diventasse tanto vecchia e tanto brutta, da non poter più piacere nè a lui, nè a nessuno.
—Certo, certo; e si vede che il bell'Andrea ha voluto piantarla a tempo.
E sghignazzava rodendosi i baffetti sempre più radi, che lasciavano scorgere di sotto, sulla pelle, l'unto del cerone nero. Ma erano consolazioni che non attaccavano, ed anzi ogni volta che vedeva la marchesa, sempre più bella nella sua pallidezza abbagliante, gli cresceva la febbre. Poi, come tutto ciò non bastasse, venne a sapere che Andrea Martinengo non solo non l'aveva piantata, ma che era stato visto un giorno a Gallarate, mentre a Somma c'erano gli esercizi militari.
—Canchero!... E noi ci facciamo tosare come pecore per mantenere questo bell'esercito di Florindi!
Allora, vieppiù smanioso, il signor Pompeo mutò registro, e invece di cercar conforto, pensò al modo d'imporsi subito alla marchesa, di riagguantarla, ma tanto forte che non gli sfuggisse più; e per ciò stimò opportuno di trar partito dalle cambialette che c'erano alla Banca. In fatti alla loro prima scadenza non fece concedere la rinnovazione dal Comitato di Sconto, in cui c'era una sua creatura; le cambiali furono protestate, e allora Pompeo Barbarò scrisse subito una lettera di gran premura alla marchesa Angelica mettendola a parte dell'accaduto, e in pari tempo assicurandola che avrebbe parlato lui stesso col direttore della Banca perchè non si procedesse oltre cogli atti.
Ma il tiro non gli riuscì. Angelica, appena ricevuta la lettera del signor Pompeo, era corsa a Milano dallo zio Diego, implorando e supplicando il suo aiuto, e siccome la somma delle cambiali, relativamente grossa per i Collalto, non era poi gran che per il marchese Diego, e siccome, per di più, non c'era da scomodarsi a tirar fuori quattrini, ma soltanto da firmare... firmò, per avallo, e il Comitato di Sconto dovette rinnovare le cambiali facendo solo rimborsare alla Banca le spese del protesto.
Il Barbarò allora, fuor di sè dalla rabbia, vedendo di non poter far nulla contro la marchesa volle almeno sfogarsi contro qualcuno, e prese di mira il povero Giulietto.—Gli voleva resistere anche lui, quell'asinaccio?...—Ebbene, avrebbe pagato lui per tutti!...
E cominciò a mettersi in sul grande, a fabbricare, e spendere, anche in opere pubbliche. Diceva a tutti che era stufo di suo figlio, e che non potendo diseredarlo avrebbe fatto in modo che alla sua morte non gli restasse nemmeno un soldo. In breve fra i banchieri, fra i borsisti, fra tutta la gente di affari della gran piazza di Milano, non si parlò più altro che delle grandi spese del deputato Barbarò. Il suo credito, ormai, era assicurato anche moralmente; la sua potenza formidabile. Nessuno osava più di opporglisi; persino il Cammaroto avea dovuto soccombere. Il Barbarò, aiutato anche in ciò dallo Zodenigo, avea potuto comperare di sotto mano la Colonna di fuoco dall'editore che, giusta il contratto, avea subito mandato a spasso l'antico direttore. Il Cammaroto strillò come un ossesso, scagliando anatemi; la signora Apollonia, un giorno che incontrò l'editore sulla porta, gli si avventò contro coprendolo di vituperi e facendo l'atto di pigliarlo per il collo; poi fondarono insieme, "La Sferza di Gerusalemme" colla quale volevano scacciare i trafficanti dal tempio della verità. Ma La Sferza di Gerusalemme fu sequestrata quattro volte in una settimana; fu intentato un processo al direttore, al gerente del giornale, e alla signora Apollonia, come comproprietaria. La Sferza, in seguito a ciò, sospese le pubblicazioni, e Salvatore Cammaroto, minacciato dal fallimento, perseguitato dai carabinieri, dovette scappare in Isvizzera colla sua signora, e coi pochi quattrinelli che gli aveva potuto procurare il buon Peppino Casiraghi... il solo amico rimastogli fedele nella sventura.
Intanto, mentre il padre Salvatore passava il confine, il deputato Barbarò, a cavallo alla sua cassa forte, passava di trionfo in trionfo. "Il delatore del quarantotto" il proprietario dell'Agenzia dei prestiti sopra pegni di via del Pesce, "il mercante di Pellagra" e tutto il resto, non erano più altro oramai che frasi stantie, che non era più di buon genere il ripetere. Appartenevano ad una specie di leggenda inventata sul conto del Barbarò dall'odio e dall'invidia dei falliti e degli spiantati. Ma le persone serie e solide, erano tutte per lui. L'antica diffidenza era scomparsa, lo cercavano, lo accarezzavano, lo stimavano... tanto lo stimavano, che nessuno credeva facesse sul serio quando andava dicendo che voleva dar fondo ai suoi milioni. Chè! Chè!... Il deputato Barbarò non era un minchione, anzi a guardarci bene si vedeva che faceva sempre un affare, anche nelle opere di beneficenza: e questo era il gran talento degli uomini moderni; degli uomini all'americana: associare il bene altrui all'utile proprio.
In fatti si era messo a restaurare Panigale, a ridurre come una reggia quella sua villa... ma per tal modo faceva lavorare la gente del collegio, e raffermava la propria autorità, assicurandosi la rielezione; e per lui, grosso banchiere, sempre in mezzo ai grandi affari, l'essere deputato, oltre all'ambizione soddisfatta, gli portava un utile assai rilevante. S'era mosso a iniziare i lavori per un canale, che prendendo l'acqua dall'Olona doveva irrigare una vastissima zona di territorio... ma egli pure, col nuovo canale, quadruplicava, sestuplicava il valore dei fondi che aveva acquistati per poco o niente, e in grazia di quest'impresa colossale "che dovea emulare" scriveva lo Zodenigo nel Moderatore "le grandi opere Romane" era stato creato commendatore... e si buccinava che, presto o tardi, lo avrebbero fatto conte o marchese di Panigale.
A Villagardiana (sicuro, anche a Villagardiana, che quantunque avesse appartenuto alla marchesa, era quello dei suoi possedimenti che gli stava meno a cuore, perchè rendeva meno degli altri) il Barbarò aveva fabbricato un asilo per l'infanzia... ma col patto di vendere al Comune un fabbricato che, vista la costruzione e la vastità, era per lui inservibile, e imponendo il saggio del cinque per cento sul capitale, in un momento che il danaro era molto abbondante. Tutto faceva così, e gli riusciva bene, e con onore. Già i quattrini fanno i quattrini, e poi il resto, anche la gloria, viene da sè.
Se per altro, ad onta delle sue chiacchiere, il credito del Barbarò rimaneva solidissimo, quello del buon Giulietto, invece, ne scapitava assai. Il Barbarò facea capire che chi stava per suo figlio stava contro di lui, e la gente, adesso, ad aiutare il giovane avea paura di esporsi a qualche rappresaglia. D'altra parte il commendatore stava bene in salute, e prometteva di sotterrare anche il figliuolo, e poi... Poi si raccontava dalla gente che a Panigale spadroneggiava un certo signor Micotti (ormai nessuno più si ricordava del Processo dei fornitori) un certo signor Micotti che per sua grande fortuna possedeva le gambette corte, il viso olivastro, senza barba, e gli occhietti loschi, tale e quale il signor Barbarò, il quale per di più ne manteneva da anni la madre vedova, in una casa di salute, pagando una vistosa pensione.
—E continuasse pure a far l'originale, il signor Giulio, e vedrebbe questo Micotti portargli via i milioni sotto il naso.
I creditori cominciarono allora, intimoriti, a chiudere il borsellino; allora, proprio allora che la Mary gli diede un bimbo, un maschietto, al quale, d'accordo, posero nome Francesco, perchè colle tribolazioni, e colla squallida miseria che batteva alla porta, era loro ritornato in mente anche lo zio lontano.
C'era in casa un gran bisogno di tutto, e tutto cominciava a mancare. La Mary era ammalata, il bimbo gracile e macilento.—Come il suo babbo quando nacque!—diceva la Filomena che era stata ceduta, con grande spargimento di lacrime, dalla Balladoro alla nipote.
—Ringraziame, fia mia, perchè ti affido un tesoro di fedeltà, un mostro per far le conserve. In quanto a me, per il tuo bene mi son ridotta in mani mercenarie.... Una testarda, una beota, e che magna fia mia, magna quanto magna sto governo asenon, che non incoraggia nemmeno le arti!
La buona Filomena vecchia, sorda e mezzo cieca, ormai stentava anche a reggersi in piedi e, tutt'al più, poteva aiutar la famigliuola a digiunare. Tuttavia, se non recava molto soccorso alla Mary le era pure di grande conforto. Mentre era costretta di tenersi a letto, e aveva il marito tutto il giorno lontano, all'ufficio, ella sarebbe stata quasi sempre sola se non avesse avuta la compagnia della Filomena, che le prodigava sempre la sua tenerezza bonacciona e un po' brontolona, come se la Mary fosse rimasta la bimba d'un tempo. Essa ogni poco le offriva da bere vini squisiti, o da mangiare leccornie raffinate mentre la cantina e la credenza erano vuote, e accomodandole la testina sui guanciali le ripeteva ancora che "così malata" cogli occhioni che parevano più grandi e più neri nelle guance pallide e sfinite "somigliava anche più alla sua povera mamma...." E così dicendo la vecchiarella si faceva il segno della croce, come quando nominava la Madonna.
Angelica mandava spesso alla Mary bei cesti di frutta, e burro fresco, e vino, e veniva a trovarla più che poteva; ma col marito che di giorno in giorno peggiorava, dovea diradare assai le sue gite a Milano.
Anche Donna Lucrezia le faceva visita tutti i giorni, ma per empirle la testa di consigli, di rimproveri, di offerte, di proteste e di compassionevoli rammarichi. Donna Lucrezia, a vero dire, non si presentava mai a mani vuote, ed anzi, prima di risolversi a far tutte quelle scale, riposava in anticipazione dalla portinaia per pigliar fiato, e le mostrava i regali che portava a quella sventurata, la quale in fine era del suo sangue "—un sangue, non dico per vantarmi, di prima qualità, tanto è vero, che è quello medesimo della Regina Corner, e basta così!"
La portinaia stupefatta lodava i bei regali; non così la Filomena, la quale un giorno, stizzita, vedendo che Donna Lucrezia non portava alla Mary, altro che vestiti sbrindellati e cappellini impossibili le domandò "se voleva fare della casa di sua nipote il deposito di so' strasc."
La Balladoro si offese, strepitò, poi non portò più niente alla Mary, ma invece le promise di regalarle un pianoforte, perchè la musica "era il sollievo dei mortali!"
Per fortuna la Mary si rimise presto in piedi e potè attendere di nuovo alla casa, e allattare e occuparsi lei del bimbo. Ma per ciò il buon Giulietto non si appassionava meno del suo stato. Tutto il suo amore, adesso, era un grande rimorso. Non sapea darsi pace; vedendo la moglie in tali strettezze si avviliva; ogni poco le domandava perdono di averla rovinata, si struggeva in lacrime, e per tal modo, e a furia di compiangerla e di dolersi per lei, rendeva alla poveretta ancora più penosa la vita.