IV.

Giulio Barbarò non era un esperto pilota nel mare torbido e scoglioso dei debiti: la sua navicella si era trovata spesso sulle secche, e faceva acqua da tutte le parti. Egli non dormiva di notte per il pensiero affannoso dei creditori, e di giorno, sempre colla testa nelle nuvole, sbagliava i conti della ditta industriale, mentre lo angosciava pure il ricordo di suo padre, il disonore del suo nome e lo agitava il dubbio (il dubbio e la speranza insieme) che la Mary e lo zio Francesco si fossero, almeno in parte, ingannati.

Qualche volta la tenerezza vigile della moglie, riusciva a confortarlo, a stordirlo, ma l'incanto non durava a lungo... i tristi pensieri tornavano a stormi... e il poveretto ripiombava nello scoramento al riaffacciarsi terribile delle scadenze.

Ne aveva due per la fine del mese. Una di tre mila lire, l'altra di due mila ottocento.

—Come farò a pagare, come farò!... E se non pago, il protesto, gli uscieri, il sequestro!... Che cosa ho fatto di male per essere tanto disgraziato?

Quel poco che avea la Mary era già stato ipotecato; non trovava più danari da nessuno, e i creditori vecchi non accordavano dilazioni....—Lo volevano morto!

—Com'è tristo il mondo e incostante!—mormorava rodendosi dentro.—Prima si mette in lega per abbattere mio padre, adesso regge il sacco a mio padre per opprimer me!

—Eh, incostante, d'accordo!—rispondeva crollando il capo Donna Lucrezia, quando assisteva a quegli sfoghi.—Ma el vecio ga la forza... una forza che fa tremare!

—Io non accuso mio padre, anzi credo saranno tutte calunnie; soltanto voglio vivere. Perchè non mi lasciano vivere?

—Perchè... perchè la ribellion si vede chiara e lampante!... Sapete in fine che cosa dise la gente?... Dice che un figlio non ha il diritto di farsi giudice dei propri genitori, e che voi dovreste dimenticare certe storie ormai disperse in balìa dei venti, per ricordarvi solo che siete padre.... Padre, fio mio, padre!...—E la vedova corrugava la fronte, e alzava tutte e due le mani, con grande solennità.

Donna Lucrezia in quel momento era più che mai infervorata per rappattumare gli sposi col genitore. I restauri e l'assetto di Panigale erano compiuti. Tutta Milano discorreva di grandi feste che vi preparava il deputato Barbarò, e la Balladoro stava sulle spine. Una volta successa la pace si riprometteva d'installarsi a Panigale presso la Mary, e potendo darsi un merito per quella riconciliazione sperava di ottenere l'aiuto del Barbarò per la Regina delle Antille.

—Che splendori, fia mia!—esclamava di continuo anche colla nipote.—Quella sì, che se pol proprio chiamarla la Cà d'oro! E dire che... con un detto solo....—Senti, Mary, parlo come el cuor m'impone:—fa il primo passo... e cerca di poter essere a Panigale, per il giorno dell'inaugurazion. Animo, animo, piavola; ricordati che sei madre, e movete, se non altro per la tua creatura!

Tanto calore e tante chiacchiere, se impressionavano Giulio e sbalordivano la Mary, non riuscivano per altro a smuoverli dal loro proposito. La Mary era inflessibile; aggrottava le ciglia, si faceva pallida, non cedeva d'un punto; Giulietto era sempre dell'opinione della Mary, e anche quando l'eloquenza di Donna Lucrezia lo impacciava un poco, bastava un'occhiata della moglie per rimetterlo in carreggiata. Insomma il coraggio e la costanza non mancavano... così non fossero mancati i quattrini. Invece non venivano da nessuna parte, e si avvicinava la fine del mese.

Dopo continui rifiuti, il poveraccio avea avuta l'idea di rivolgersi alla Ditta Industriale per chiedere un'anticipazione; ma in sul più bello non ebbe il coraggio di farlo. I superiori, da qualche tempo, lo trattavano con insolita durezza e si lamentavano delle sue distrazioni e della sua negligenza. Giulietto ancora non ne sapeva niente, ma la Ditta Industriale voleva metterlo al punto di licenziarsi, per non dar ombra all'onorevole Barbarò.

Conoscenti ne contava parecchi, ma nessuno a cui poter ricorrere. Di amici... di amici ne aveva uno solo: Clementino Scettola, già suo compagno d'ufficio, ma poi licenziato perchè aveva il vizio di alzarsi troppo tardi la mattina. E appunto a Clementino, non avendo da scegliere, si rivolse il buon Giulietto, ridotto proprio in extremis.

Ma quando mai non ci aveva pensato anche prima a Clementino!... Quello era un amico vero, pronto a buttarsi nel fuoco "per Barbarò II, principe ereditario di tutte le Californie!..." Un giovane pieno di espedienti, un furbaccio che in un amen faceva scaturire i soldi a cappellate, uno che si vantava di essere il Baedecker degli strozzini!

Appena Giulietto, arrossendo, gli ebbe confidato il suo misero stato, e il bisogno urgente di danaro in cui si trovava, l'altro gli tirò un forte pugno sopra una spalla:

—Ti chiami Barbarò, sei il principe ereditario di tutte le Califor....

—No, scusa, devi sapere...—obbiettava timidamente Giulietto,—ma l'amico non lo lasciò continuare e gridando ancora più forte: "Hai un nome che vale una Banca, e sei tanto bestia da sgomentarti per poche migliaia di lire?" e gli scaraventò un secondo pugno.

Giulietto si ritirò un poco, grattandosi la spalla.—Scusa... devi sapere....

—Quanto ti occorre?... Sei mila lire?... È poco: facciamo la somma tonda, diciamo le otto....

—Ma....

—Non temere; lasciati guidare da chi ne sa. Più è grossa la somma e più gli usurai sono pieghevoli. Mille lire occorrono soltanto a un disperato, ma otto mila lire è la domanda di un signore. Vuoi che tentiamo il colpo sulle dieci?....

—No... no... otto mi bastano!—rispose Giulietto spaventato.

—Ti bastano?... Le hai in tasca. Mi fai una cambialetta e io la porto al Vacchetti, uno strozzino d'alto bordo, che non mi ha mai detto di no. Non è un secolo, la settimana scorsa ho fatto dare dal Vacchetti quindici mila lire a un ufficiale del Savoia, che le aveva perdute al club e che voleva suicidarsi.—Matto, lascia fare a me!—gli ho risposto,—e Clementino diede un urtone a Giulietto, come quello che dovea aver dato all'ufficiale di Savoia cavalleria.—Lascia fare a me!... Vado dal Vacchetti, era a colazione, ma la serva mi conosce e mi fa passare.—Caro Vacchetti, sono qui per un affare così e così, e gli raccontò la storia. L'altro si alza, e senza dire nè hai nè bai, mi conta l'una sull'altra le dodici....

—Le quindici....

—.... Le quindici mila lire!... Usuraio, ma coi guanti! Oh è vero che non tratta altro che colla prima nobiltà. Soltanto....—Clementino si fece serio a un tratto, sgranò gli occhi, strinse le labbra—soltanto c'è un guaio....

—Che c'è?—domandò Giulietto cui dopo un così gran sollievo si era di nuovo stretto il cuore.

—È capace di pretendere il dieci per cento!...

—Oh, anche il dodici!—esclamò l'altro tornando a respirare.—Anche il dodici!...

—Allora è fatta. Se poi non si potesse combinare col Vacchetti....

—Dunque non è sicuro?

—Sicurissimo, dico per dire,—se non si potesse combinare col Vacchetti, si potrebbe tentare dalla signora Amalia di via Torino.

—Preferisco il Vacchetti.

—Pure, se la signora Amalia avesse la somma... a farle un pochino di corte si contenterebbe di un frutto minore.

—No, no; preferisco il Vacchetti. Non mi hai assicurato che col Vacchetti è affar fatto?

—Per bacco! E poi ci sarebbe anche la Banca.

—La Banca?... Di Banche non ne voglio sapere per via di mio padre.

—Nella Banca che ti dico io, babbo Rothschild non ci ha a che fare. È, nientemeno, che la Banca Cooperativa fra gli agenti e i commessi di negozio!... Vado a pranzo tutte le domeniche all'Arena Nuova col suo direttore, che mi vuole un bene dell'altro mondo.

—Preferisco il Vacchetti.

Giulio e Clementino entrarono da un tabaccaio a comperare la cambiale, che uno firmò, e l'altro mise in tasca esclamando:—È cosa fatta!—Stava per andarsene; ma Giulio lo fermò. Ricominciava ad essere inquieto.

—Scusa e.... quando... quando....

—Lasciami pensare;—e Clementino si fregò la fronte colla mano.—Oggi è un po' tardi; domattina devo andar attorno per un altro affare d'un altro mio amico... Un affare in grande.... Trenta mila lire... ma ti raccomando di non dir niente con nessuno!

—Sta sicuro.

—Alle dodici il Vacchetti (io potrei dirti anche quante volte si soffia il naso in un giorno) alle dodici va sempre dal Campari a bere l'amaro....—Basta che non lo faccia bere anche a noi l'amaro!

Giulietto sorrise a denti stretti.

—....A casa sua,—continuò Clementino,—non si trova altro che alle due. Ci vado alle due in punto, gli lascio la cambiale, torno alle cinque per i danari, alle sei ci troviamo dall'Hagy, ti snocciolo la sommetta (tu preparami la ricevuta, per ogni buon conto) e... ricordati che sei stato Garibaldino, dunque... niente paura! Vorrei averla io la tua firma, principe ereditario di tutte le Californie e del Perù!

Rimasto solo, Giulietto Barbarò si diede una fregatina di mani. Era salvo. Ormai... niente paura, come aveva detto l'amico Clementino. Prima il signor Vacchetti, poi la signora Amalia di Via Torino, poi in caso disperato la Banca cooperativa fra gli agenti e i commessi di negozio. E dal presente che si rischiarava, Giulietto intravide l'avvenire pienamente sereno. Colla signora Amalia avrebbe pagato il Vacchetti, colla Banca avrebbe pagato la signora Amalia, poi sarebbe ritornato da capo, e l'uno avrebbe servito per riempiere il buco fatto coll'altro.

—Se Dio vuole non mi troverò più coll'acqua alla gola!—Che amico, che amicone, quel Clementino Scettola!

La gioia, come succede in tutte le persone buone, gli si tramutava in altrettanta tenerezza. Scappò a casa, dalla Mary, ma dietro via si fermò a comperarle un cartoccio di dolci.

Cara, tanto cara, quella sua donnina! Era un angelo, una santa, era tutto il paradiso!... La baciò, la ribaciò cogli occhi raggianti, chiamandola con tutti i nomi più teneri, e finalmente, dopo infiniti preamboli, le raccontò la fortuna che gli era capitata, facendole grandi elogi dell'amico Clementino.

—Bada,—gli osservò la Mary, che stentava ad infervorarsi,—bada che questo Vacchetti, non sia poi uno strozzino!

—Un po'... sì; ma coi guanti. Non tratta altro che con persone della più alta nobiltà; con tutti quelli del club,—e per rassicurarla meglio, le raccontò l'affare dell'ufficiale di Savoia cavalleria.

Mangiarono insieme una caramella fra due baci, poi il buon Giulietto corse in cucina dalla Filomena, per regalare un dolce anche alla vecchiarella, poi volle vedere il bimbo, gl'impiastrricciò il bocchino di rosolio, e infine domandò alla moglie se aveva scritto alla marchesa Angelica "un angelo proprio vero" e le raccomandò di fare un po' di festa anche alla zia Lucrezia.

—È una balorda, ma non è cattiva!

Insomma, a sentir Giulietto, eran diventati tutti buoni, e il mondo, a differenza del dì innanzi, non era più un mondaccio cane, e ci si poteva stare passabilmente.

—Sì, sì, tutti buoni, ma nessuno per altro come la mia Mary... la mia Meretta... la mia Meruccia... la mia Merinòli!...

In cassa c'erano ancora cinquanta franchi; Giulio li prese tutti con sè prima di uscire, e quando ritornò per il pranzo ne aveva spesi quindici dalla Laforet per portare un paio di guanti, lunghissimi (allora una primizia della moda) alla sua mogliettina bella!... e sotto la Galleria De-Cristoforis ne spese altri cinque per comperare un cavalluccio di gomma elastica al suo bimbo. Quel giorno il desinaretto fu una vera festa, e la Filomena, ogni tanto, compariva sull'uscio col viso ridente fra le grinze e i ricciolini bianchi, per ricrearsi l'animo anch'essa.

C'era tanto bisogno di un po' di buon umore!

Il giorno dopo Giulietto arrivò tardi all'ufficio. Continuava a fare e a rifare il conto dei debitucci che voleva pagare colle due mila lire che gli sarebbero rimaste dopo ritirate le cambiali, e quello delle varie spesette che aveva in mente. Ma ogni volta diminuiva la somma destinata al saldo dei debiti, e arrotondava quella delle spese.

—E... e se il Vacchetti non fosse a Milano?

Giulio, a questo pensiero, si sentì venir freddo, tanto più che ormai non aveva in tasca altro che dodici lire.

—Smemorato che sono!... In un caso disperato si ricorre alla signora Amalia di Via Torino, oppure alla Banca cooperativa.

Tornò a sorridere; per altro non più tanto serenamente, e alle sei, dall'Hagy, visto che Clementino si faceva aspettare, cominciò ad arrabbiarsi.

—Per Dio!... Negli affari bisogna essere precisi!...

Alle sei e mezzo, Clementino non si vedeva ancora.

Giulietto si avvicinò al banco rivolgendosi al padrone.—Se viene Scettola gli dica di aspettarmi un momento. Vado e torno!—E corse, sbuffando, a cercarlo a casa sua.

A casa non c'era; c'era la sorella, e gli disse di provare a cercarlo dall'Hagy.

—Ne vengo adesso!... L'ho aspettato più di mezz'ora! Mi aveva dato appuntamento per le sei.

—Oh, è il suo solito,—rispose la ragazza sorridendo.—Provi a cercarlo in Piazza Fontana, alla trattoria del Numero cinque.

—Lo troverò?

—Può darsi.

Giulio scappò in furia al Numero cinque.

—Voglio insegnare a quel villano,—borbottava fra sè,—che non è questa la maniera di trattare colla gente seria.

Clementino era proprio alla trattoria Numero cinque. Giulio lo scorse subito a una tavola con un altro, e due donnette galanti. Ma appena Giulio lo vide, le sue furie invece di aumentare, si calmarono un poco.

—Vieni avanti, vieni avanti,—esclamò Clementino colla bocca piena.—Ti presento alla Rosa e all'Annetta!

Appena finita la presentazione, Giulio si avvicinò all'amico e gli domandò ansioso all'orecchio:

—E così?...

—Che cosa?...

—Il Vacchetti?...

—Ah!... Ci son stato due volte da quel pela-merli!—rispose l'altro gridando in modo che lo sentivano tutti nella sala, e i vicini si voltavano, mentre Giulio, diventando rosso, gli faceva segno in fretta di parlar piano.—Ci son stato due volte: è in campagna, è andato ai freschi. Ma niente paura. Torna stasera, e domattina alle dieci,—ti va bene alle dieci?—vengo io a trovarti all'ufficio, col morto.

—Ti raccomando, proprio alle dieci precise!... Alle dieci e mezzo ho un altro affare.

—Alle dieci in punto ci sarò, ci saranno, e tu fa conto di averli in portafoglio. Non mi conosci, diamine?... Sono un orologio!

—E ancora non ti sei messo al Monte di Pietà?—interruppe l'altro giovanotto ch'era con Clementino e che fin'allora aveva sempre taciuto.

Le signorine dettero in una risata, e Giulietto se ne andò ridendo anche lui allegramente, intanto che l'amico gli gridava dietro "futuro imperatore di tutte le Californie!"

Ritornò verso casa cantarellando. Credeva che l'altro ci fosse stato davvero dall'Hagy e non passò nemmeno di là per sincerarsene. Passò invece dalla Galleria Vittorio Emanuele e si fermò estatico dinanzi alla mostra del Confalonieri.

—Quanta bella roba!... Più che una vetrina sembra un cielo stellato! E dire che se mio padre fosse un altro, potrei coprire la Mary di brillanti!... "Se domani... basta, domani si vedrà." Egli guardava un braccialettino, un filo d'oro massiccio, con uno smeraldo e un brillante, e pensava. "Quel braccialettino lì, non dovrebbe costare più di otto o novecento lire...."

—Dunque?—domandò subito la Mary al marito, appena questi fa di ritorno...—dunque?...

—Ci sono.

—Ah, finalmente, respiro!...

—Ci sono, e li avrò domattina.

Il respiro si fermò a mezzo.

—Li avrò domattina, alle dieci.

—Hai parlato col Vacchetti?

—No; è fuori di Milano, ma torna subito.

—Allora, Dio mio, sei al punto di prima.

—Niente paura. Il Vacchetti non può dir di no.

—Come lo sai?

—Ho la parola di Clementino.

—Speriamo!... Pensa, che doman l'altro siamo all'ultimo del mese!...

—Pagherò le cambiali, e poi, se mi riesce un certo giro che ho in testa, vedrai... vedrai, Merina, mia, che bella improvvisata!

Invece l'improvvisata l'ebbe il buon Giulietto. Clementino fu puntuale, ma l'altro che lo aspettava dietro i vetri della finestra, capì subito appena lo vide venire dinoccolato, colla testa bassa, in mezzo alla nebbiarella mattutina, che la spedizione era fallita. Non si camminava a quel modo, con otto mila lire in tasca!

—Ha detto di no!... Ha detto di no, e non ho più un soldo!

Gli ultimi spiccioli gli aveva dati alla Filomena per la spesa di casa.

Non ebbe il coraggio di andare incontro a Clementino; si sedette sul canapè, in faccia all'uscio.

—Niente?...—gli domandò appena l'altro fu entrato, con quella voce cavernosa che indica il vuoto dello stomaco e della borsa.

—Non l'ho preso per il collo, quel cane, perchè non volevo insudiciarmi le mani!—Clementino si buttò sopra una sedia, come disfatto.

—Ha detto di no? Non si fida?

—Non ci mancherebbe altro!... Ti darebbe la casa, ti darebbe!... Tutta la casa, e senza nemmeno la firma: basta la tua parola.—So che avrei da fare con un gentiluomo,—ha detto;—ma... Mi confessò di non aver quattrini. Me lo confessò colle lacrime agli occhi. Guarda se non siamo sfortunati: ieri, come ieri, ha prestato ottanta mila lire ad uno dei primi giovinotti della nostra aristocrazia, uno del club che va a Roma a sposare un'americana arcimilionaria come te!

Clementino si era alzato, e camminava per la stanza dandosi pugni sulla testa da sbalordire.

—Vedi, quando si nasce colla iettatura? Io sono nato colla iettatura!

—Sono io, sono io che l'ho addosso la disdetta,—mormorò Giulio, cupamente.—Tu mi avevi fatto la cosa tanto sicura che... che non ho provvisto in nessun modo... capisci, Clementino?...

Clementino era andato alla finestra, e gli voltava le spalle.—Invece di rispondere battè colle dita il tamburello sui vetri, fischiettando piano la marcia funebre della Jone.

—La cambiale di tre mila lire...—seguitò l'altro, colla voce sempre più rauca,—mi scade domani....

—Allora c'è tempo tre giorni.... In tre giorni col tuo nome, si deve trovare a Milano... mezzo milione!...

—Proviamo alla Banca....

—Alla Banca?...—domandò Clementino interrompendo la marcia.

—Alla Banca, sicuro;—alla Banca cooperativa fra gli agenti e i commessi di negozio!

—La Banca non sconta altro che il Venerdì.

—Quasi una settimana da aspettare... È troppo tardi. E... e quella signora Amalia di Via Torino?

—Andiamoci subito: se li ha, li dà.—Figurati; a uno che si chiama Barbarò!...

—Allora non gli avrà,—mormorò l'altro con tono lugubre.

Clementino si cacciò il cappello in testa con un pugno, e poi giù di corsa per le scale, con Giulietto dietro, pallido, ammusato, che continuava a borbottare.—Allora non gli avrà, allora non gli avrà,—ma sempre colla speranza, la speranza è l'ultima che si perde, di sentirsi rispondere il contrario.

La signora Amalia di Via Torino era una donnetta ancora giovane e abbastanza piacente, ma col viso imbellettato e le sopracciglia dipinte. Faceva un po' la sentimentale, un po' la sensitiva, arrossendo con smorfiette pudibonde ai complimenti di Clementino.

Quando sentì la cifra che i due le domandavano, sospirò, alzò gli occhi al cielo, e premendosi le mani sul cuore, mormorò languidamente:

—Otto mila lire?... Otto mila lire?... Oh pazzarello, pazzarellone! Ma come vuole che una poveretta, con tante disgrazie,—e la signora sospirò di nuovo, e di nuovo gemette,—possa disporre... ma è una dote, un patrimonio, ottomila lire!

Clementino non si lasciò battere dai gemiti e le presentò il suo amico, il quale "per un caso, di quelli che succedono a tutti nella vita, si trovava, al momento, in bisogno di poche migliaia di lire. Il signor Giulio Barbarò."

—Barbarò!—esclamò la signora Amalia, con un lampo di cupidigia negli occhi.—Sarebbe forse parente del....

—È suo figlio: suo figlio unico e solo. Erede di tutti i milioni.

—Perdonerà... perdonerà, signore... ecco, le dirò, mio cognato.... Ma prego... mi faccia l'onore... Venga... s'accomodi!—e tutta complimentosa e scodinzolando, la signora Amalia andò innanzi per condurli nel salotto, spalancando gli usci con enfasi, voltandosi quasi a ogni passo con un s'accomodiscusi tanto, diretto al figlio del Barbarò.

Clementino spinse innanzi Giulietto con un pugno nella schiena, sussurrandogli piano, all'orecchio:

—Siamo a cavallo.... Ti dà le otto mila lire, e poi il cuore, e poi il resto!...

Il salotto era buio; la signora Amalia si affrettò per tirar su le tendine, ed aprir le finestre, ma le cordicelle non giravano, e ci volle l'aiuto di Clementino.

—Non ci vengo mai,—esclamò quando entrò la luce.—Dacchè è morto mio marito,—e sospirò per la terza volta,—vivo così ritirata.... Prima si faceva un po' di musica, adesso non ricevo più... non vedo più nessuno.

Infatti nel salotto spirava un odorino di muffa e di richiuso. Era una stanza di mezzanino, bassa e larga, coi mobili coperti di tela unta, rossiccia. Qua e là vicino agli usci, e sotto le finestre pappagalli e altri uccelli d'America imbalsamati, e dappertutto sulle tavole, sulle mensole, sui palchettini, e appesi alle pareti orologi grandi e piccoli, di ogni forma, di ogni qualità, a molla, a pendolo, a squilla. Il marito della signora Amalia, era stato un orologiaio fallito.

—Si accomodino, signori. E lei,—soggiunse rivolgendosi al Barbarò con tutta la grazietta della sua civetteria,—si compiaccia di deporre il cappello,—e glielo tolse di mano per metterlo sul tavolino.

—Mio marito ha conosciuto moltissimo il signor deputato, e me ne parlava sempre con grande ammirazione. Anche mio marito, sa...—e a questo punto, la sensibile signora Amalia, alzò un'altra volta gli occhi al cielo sospirando,—anche mio marito, non faccio per vantarmi, era una testa fina. Ma il poveretto... non è stato fortunato.

—Non è stato fortunato?... Sacripante! Con un fior di donnina come lei?—esclamò Clementino stringendo i denti e sgranando gli occhi.

La signora Amalia arrossì, e chinò il capo mormorando "pazzarello pazzarellone!" poi facendo le più amabili smorfiette, e colla voce più carezzevole, piegandosi mollemente sul canapè, disse al signor Giulio di ripassare da lei il giorno dopo, che gli avrebbe dato una risposta. Lei, la somma, non l'aveva proprio, assicurava, ma ne avrebbe parlato con suo cognato, e riteneva di poter combinare.

—Per altro... devo avvertirla di una cosa...—Giulio tornò a passare dal batticuore della speranza a quello del dubbio—mio cognato... forse... poveretto, anche lui è tanto disgraziato! non avrà nemmeno tutto il denaro, che le occorre, dovrà rivolgersi a terze persone... e sa bene... in giornata il danaro è molto, molto caro....—Ma la signora Amalia disse quel molto, molto caro, dolcemente, languidamente, rivolgendosi colla testina piegata e socchiudendo gli occhi al giovane Barbarò... come se il molto, molto caro, fosse proprio lui... il molto caro del suo cuore.

—Oh il mio amico è un gentiluomo,—esclamò Clementino, mentre l'altro, che avea riacquistata la parlantina, assicurava la signora, che non faceva questione per il frutto.—Il mio amico si trova per caso in un piccolo bisogno. Ha da fare un viaggetto di qualche giorno.

—Oh il viaggiare!—esclamò la signora Amalia;—come sarei beata di poter viaggiare!

—Deve andare a Genova.

—A Genova? Il mare?... Oh il mare!—e la sensibile signora socchiuse gli occhi, respirando con abbandono.

—Sicuro, e il mio amico non vuol dipendere da suo padre, non vuol rivolgersi, per estrema delicatezza, ai suoi mille e cento ragionieri per cui se suo cognato gli volesse procurare la sommetta, ci sarà il caffè anche per lui.

—Oh, a questo noi non ci si abbada. Se si può fare un piacere si fa... per rendere servizio a una persona di garbo.

Clementino, vista la buona disposizione, domandò se non era possibile aver la risposta in giornata.

La signora disse loro di tornare alle due, e quando gli amici si accomiatarono, stringendo la mano di Giulio mormorò ancora, con voce flebile:

—Mi saluti il mare!... Il mio bel mare!...

Appena in Via Torino, Giulio si sentì piovere un pugno, tra capo e collo.

—L'hai magnetizzata!—esclamò Clementino.—Ti dà tutto quello che vuoi!

Andarono a far colazione: Giulio invitò l'amico in una trattoria, dove era sicuro che gli facevano credito.

Come avrebbe potuto tornare all'ufficio?... Con ottomila lire da intascare alle due?... All'ufficio ci sarebbe andato più tardi.

La colazione fu lietissima: e Clementino contraccambiò l'amico dandogli, a bocca piena, i più preziosi consigli del mondo.

—La signora Amalia, è una gattina,—te lo dico io;—a saperla lisciare, se ne fa tutto quello che si vuole. E poi tu le piaci; si vede! Tu, dà retta a me; gli dovrai usare qualche piccola attenzione: un mazzo di fiori alla sua festa, un panettone al Natale; e vedrai cosa ti dico: ti rinnova per tutta la vita!

Rimasero a tavola fino al tocco e tre quarti. Giulio, cogli occhi lustri, nuotava nell'azzurro.

—Dobbiamo avviarci?—disse per il primo all'amico.

—Andiamo!

—E se la risposta fosse negativa?

—Settemila e cinquecento lire, te le dò io, qui subito, tanto sono sicuro di guadagnare il resto.

Dinanzi all'uscio della signora Amalia si fermarono per infilarsi i guanti, poi fu Clementino, era lui l'uomo d'azione, che suonò il campanello. Ma non si sentì venir gente.

—Ohi,—mormorò Giulietto, di subito impensierito,—che la signora non si faccia trovare?...

—Chè!—rispose l'amico dando una strappata più forte.

Dopo un altro po' di silenzio si udì un rumore di ciabatte nell'anticamera.

—Ecco la serva!...

Ma la serva, apparsa all'uscio, guardò i due quasi in cagnesco, rispondendo loro con voce rauca, da beona, che la signora non era in casa.

—Come,—esclamò Clementino, mentre Giulietto non avea più fiato,—non è in casa?...

—Se sono que' due che dovevan venire per la risposta di suo cognato, ho qui una lettera...—accidenti, dove l'ho ficcata!—La serva lasciò nell'anticamera Giulio e Clementino che si guardavano senza dir motto, e tornò brontolando con una lettera gialla, diretta a Clementino.

—A Clementino?... Brutto segno—pensò Giulietto, e il Chianti della colazione, gli fece nodo alla gola.

Clementino aprì la lettera, ci dette un'occhiata, poi infilò mogio la porta, senza lasciare i saluti per la padrona.

Giulietto gli teneva dietro colla testa bassa: le ottomila lire erano andate in fumo.

Infatti la signora Amalia scriveva, che suo cognato era, come lei, addoloratissimo di non poter servire l'egregio signor Giulio Barbarò, causa i gravi e molteplici impegni della fine del mese.

—Se fo il cappellaio, nasce la gente senza testa!...—esclamò Clementino stracciando la lettera.

—Son io il disgraziato,—borbottò Giulio cogli occhi torvi, e lasciò l'amico salutandolo con un sorriso amaro.

—Maledetto te, e il tuo eccesso di buon cuore! Ora mi trovo senza un soldo, e colla scadenza alla gola! Aveva ragione la Mary, di non fidarsene... Povera Mary!...

A ritornare all'ufficio, per quel giorno non ci pensò nemmeno. Invece corse dalla moglie, a sfogarsi con lei.

Pure, non c'era tempo nemmeno di piangere... un rimedio bisognava trovarlo. D'accordo colla Mary scrisse una lunga lettera al signor Ambrogio Vitalis, uno dei soci della Ditta Industriale, dipingendogli il suo stato, e implorando il suo aiuto per le cambiali: egli lo avrebbe pagato un tanto al mese sullo stipendio. Ma anche scritta, e mandata la lettera, continuò a gemere. La notte, non dormì punto, e la Mary dovette alzarsi due volte: la prima per fargli un caffè, e l'altra una limonata.—Ah,—mormorava Giulietto fra le convulsioni,—se non avessi sbagliato il colpo!... Sarebbe stato meglio per tutti!...

La Mary, rimangiando le sue lacrime, cercava di consolarlo dicendogli che non doveva lasciarsi abbattere in quel modo, e che forse il signor Ambrogio avrebbe potuto rispondere una buona parola.

Ma la mattina dopo, era proprio il giorno della scadenza, il signor Ambrogio invece di una buona parola, mandò un ottimo consiglio, quello che "un giovane per conservare la quiete d'animo, e per vivere onorato, non dovea mai mettersi a far cambiali." In quanto poi alla Ditta, aveva il dispiacere di avvertirlo, che dovendo ridurre il numero dei propri impiegati, per il mese venturo, lo lasciava in libertà.

Il povero Giulietto non disse una parola; si cacciò in letto, e la Filomena fu mandata in cerca del medico. La vecchietta, di sua testa, andò poi anche da Donna Lucrezia.

—È tempo, signora padrona, che si metta in moto per quei poveri ragazzi!...

—Il mio dovere l'ho sempre fatto, siora Pampaluga!

—Bisogna aiutare quelle due creature che mancano di tutto, e che credo minacciate da una gran rovina, per via di un pagamento grosso.

—Bagattelle!—esclamò la Balladoro trasecolata,—ci sarà per aria una qualche cambiale!—Ma poi soggiunse con gravità:—In tutti i casi non abbandonerò il mio sangue; el cuor no l'è una patata!

E gli aiutò in modo che i due giovani furono rovinati intieramente.

Ricorse a un cavalocchio il quale riuscì ad allontanare per altri tre mesi la catastrofe, ma la Mary gli dovette metter nelle mani tutto il suo, e così, con un'ipoteca messa sull'altra, il capitale fu coperto, e alla nuova scadenza c'erano più debiti di prima, senza l'impiego, senza danari, e senza più speranze di poterne trovare.

La Mary voleva resistere ad ogni costo, e resisteva ancora. Si era messa a lavorare, e ricamava e cuciva di bianco, giorno e notte. Voleva resistere e resisteva, ma erano colpi terribili per il suo coraggio ogni volta che vedeva soffrire il marito, sempre ammalato, ogni volta che vedeva il bimbo gracilino, languire e intristirsi. Si era trovata in mezzo ai protesti, ai sequestri, agli insulti dei creditori; si era ridotta a vivere in una soffitta. A poco a poco aveva venduta la roba che le era rimasta, e la Filomena avea rifatte le luride scale delle Agenzie di prestiti. Per il continuo lavorar d'ago le si sciupavano gli occhi; si spezzava il petto sul tombolo, e Giulio imprecava disperandosi, e si dava pugni nel capo, poi le domandava scusa, fra i nodi di tosse. Il medico non prediceva nulla di buono pel bambino, se non lo conducevano ai bagni di mare. Pure essa sentiva il dovere sacro, imprescindibile che le incombeva verso la memoria del padre suo; aveva fede nelle preghiere, in un miracolo della mamma, e si ostinava a resistere fino all'ultimo, quantunque anche la gente si allontanasse da lei perchè tutti la condannavano; tutti, meno la Filomena che non si reputava da tanto di giudicarla, e meno la marchesa di Collalto, che poco poteva fare, perchè era a corto di quattrini anche lei, col marito che precipitava verso la fine, e pareva volesse ingoiare tutta la casa.

Quanto poi a Donna Lucrezia, era un nuovo tormento, invece di un aiuto.

La Mary era costretta colla zia a fingere di essere sempre allegra, se no le piovevano prediche e strapazzate, che non finivano mai. Si sentiva dare della testarda, della mata senza cuor, perchè non voleva fare quell'atto di sommissione, doverosa per una fia, che l'avrebbe ricondotta ad occupare, colla sua famiglia, la prima posizion di Milano!

—In fin dei conti, anche il mondo vol la sua parte, e il mondo ormai s'inchina tutto quanto dinanzi al Commendator, e come se questo non bastasse, anche re Vittorio in persona, el ga stretto la man!... E ricordati, creatura benedetta, che se anche il governo l'è birbon, il re, è sempre il gran re dei galantomini!

E ciò era verissimo. Mentre la soffitta di Giulio e della Mary si faceva sempre più misera, Panigale riempiva i giornali e le bocche dei Milanesi.

In quei dintorni era stata fatta una finta battaglia da un corpo d'esercito, in presenza di Vittorio Emanuele, che per assistere più da vicino alle operazioni militari, abitò due giorni nella Villa del deputato di Panigale.

Vittorio Emanuele non avea mai sentito parlare di Pompeo Barbarò, ma era stato subito informato dagli aiutanti della straordinaria ricchezza del suo ospite, e avendolo invitato a colazione, scherzando con lui, che impacciato non sapeva infilar due parole, gli disse con quella sua bonarietà, finamente sarcastica, di re democratico:

"Mi i soun un re ch'a ubidiss; ma chiel coun i so milioun a l'è un re ch'a coumanda!..."

Per il ricevimento e per la visita reale, Pompeo Barbarò avea speso 50 mila lire, che diventarono 100 e 150 mila nei discorsi della gente. Ed anche il dottore del buon Giulietto ne era rimasto impressionato, tanto da dar pienamente ragione a Donna Lucrezia, e torto marcio alla Mary.

Il brav'uomo, dopo aver tastato il polso all'ammalato e guardato la lingua al bambino:—Biftecche ci vogliono,—esclamava crollando il capo,—biftecche, passeggiate in carrozza all'aria buona, e una cura climatica ricostituente. Poi distrazione, poi tranquillità d'animo. E un giorno a sgravio di coscienza volle parlar chiaro anche alla signora.

—Suo marito,—le disse,—non può rimettersi, se non riprende la vita agiata di prima, e suo figlio finirà col portare la conseguenza tutta la vita, di questo stato di angosce e di privazioni.—Lui non voleva dar consigli, ma ci pensasse la signora... finchè era in tempo.

Queste parole furono una trafitta al cuore per la povera Mary. Ne parlò con Giulio, e Giulio, reso irascibile dal male, le rispose di lasciarlo morire in pace. Si confidò all'Angelica, e questa, pur ammirando il suo coraggio, le disse che, forse, poteva aver ragione il dottore, e che, in tal caso, la salute di suo figlio doveva andare innanzi a tutto.

—Anche tu, anche tu!—mormorò la Mary scossa, e maravigliata.—Anche tu, Angelica, anche tu così buona, anche tu così santa?...

Angelica si strinse al cuore la testina dell'amica e le sussurrò fra i baci:

—Ormai il tuo dovere è quello di dimenticare!...

—Ma tu, nel caso mio, che cosa faresti?

—.... È per la tua creatura: in te non ci può più essere altro che la madre!

Pure la Mary esitava ancora; e si lasciava mettere in croce continuamente. In seguito alla visita reale e all'inaugurazione dei lavori del Canale Barbarò, il commendator Pompeo era stato creato nobile di Panigale, e la Balladoro dichiarava "a tutti quanti" che avrebbe strozzato quella mata da ligàr, colle stesse sue mani, vedendola così ostinata nel rovinarsi.

—La dignità! Le memorie del passato! I giuramenti! Tutta roba bella e bona... ma per chi ga tanto in pentola, da poter dire le proprie ragioni!... A borsa vuota e a digiun, sono... mincionerie!...—Minchionerie inperdonabili! E in quanto alla mia eredità, non stia a far calcoli; il suo nome, sul mio testamento, non lo vede di sicuro!... Sarà questo per la sua punizion... e po'... Poi non son più giovane, è vero, ma forse una certa persona di garbo e di talento potrà preferire alla bellezza passeggiera dell'aseno, la devozione di una sposa fedele, congiunta al tenero cuor di una madre!

La Mary voleva resistere, resisteva ancora e lasciava sempre gridare la zia a sua posta, senza mai risponderle nulla; ma una sera Giulio si era aggravato, il bimbo aveva fame, la cameretta squallida e fredda mancava di tutto, e la Filomena, che avea sempre preso, tacitamente, le difese della Mary le mormorò anche lei a bassa voce:

—Bisogna cedere, padrona, il Signore vuol così!... Non ci aiuta più.

La Mary, disperata, proruppe in pianto, mormorando convulsamente:—padre mio!... Mamma mia, perdonatemi!

Sul tardi venne Donna Lucrezia come al solito, ma quella sera uscì raggiante dalla povera soffitta.

—Corocochè!... La Regina delle Antille anderà in scena di sicuro!

La Mary vinta, non dal proprio dolore, ma dal dolore dei suoi, aveva ceduto, e sarebbe stata posta di mezzo Donna Lucrezia per la riconciliazione.


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