V.
Successa la pace nella nobile famiglia Barbarò di Panigale, la Mary e l'Angelica si videro assai meno frequentemente, per quanto il commendatore cercasse tutti i modi di mantenere stretta l'intimità fra le due cugine. La marchesa di Collalto schivava di recarsi in casa Barbarò per non incontrare il signor Pompeo, ma d'altra parte, non volendo che la Mary s'accorgesse della sua freddezza, si recava più di rado a Milano, e ci andava solamente nei giorni di visita al Collegio militare, dove Stefanuccio non si diportava troppo bene, e avea bisogno continuamente di prediche e di esortazioni. Era negligente, svogliato, e nemmeno mostrava molta intelligenza. Pieno del suo nome, dei suoi titoli, ogni anno si trovava al punto di dover ripetere gli esami, e ogni poco lo zio Diego doveva raccomandarsi ai suoi amici del Ministero della Guerra perchè non fosse mandato via dal collegio. Angelica ne soffriva assai, e dopo quelle visite, quando sapeva il Barbarò a Panigale, o a Roma, non poteva resistere, e correva dalla Mary prima di ritornare a Gallarate, per sfogare con lei tutte le sue pene.
Questo stato di cose durò così parecchio tempo, finchè un avvenimento assai importante nella vita di Angelica sopraggiunse a mutare totalmente il suo tenore di vita.
Il marchese Alberto, colpito da un nuovo insulto apopletico, era rimasto per quasi tutto un anno immobile, senza poter muovere un dito, nè profferire una parola. Gli occhi soltanto gli erano rimasti vivi per ammiccare al cibo, e la bocca per inghiottirlo. Poi, una sera, la bocca storcendosi non si era più mossa, gli occhi eran rimasti aperti, ma fissi e vitrei: il marchese Alberto era morto del tutto.
La notizia arrivò subito a Milano, e prima ancora che si facessero i funerali giunse da Milano alla marchesa Angelica una busta suggellata col bollo della Banca degli interessi Lombardi Provinciali. Conteneva una cambiale del marchese Alberto, avallata dalla moglie, e che scadeva quel giorno stesso, accompagnata da un bigliettino rispettosissimo del Barbarò, il quale le diceva che sapendola in quel momento troppo sossopra per la disgrazia di cui era stata colpita, avea ritirato lui la cambiale, assicurandola in pari tempo che la Banca l'avrebbe rinnovata colla sola firma dell'Illustrissima Signora Marchesa.
"Che fare?..."
Angelica in sulle prime si sentì offesa da quell'atto. Ricorse allo zio Diego per aver modo di pagare subito la Banca, ma lo zio le rispose che non ce n'era affatto bisogno, dal momento che la Banca stessa, com'era conveniente e naturale, le offriva il proprio credito.
—Il signor Barabao... Barabò non c'entra; deve essere stata una deliberazione presa dal Consiglio di sconto.—E siccome Angelica insisteva, il marchese con galanteria si dichiarò "desolato di non aver tesori da deporre ai piedini mignons della cara nipote.... ma soltanto i voti del suo cuore, ch'ella manteneva in uno stato di continuo bollore."
"Che fare?..."
Angelica, in quelle strette, in quello sbalordimento, non potè riparare il colpo; dovette vincersi, nascondendo il dispetto in fondo al cuore, e far buon viso alla garbatezza del commendator Pompeo, a cui inviò la nuova cambiale con due parole di ringraziamento. Il primo passo era stato fatto, e in breve, perchè quella cambiale non era la sola, e molti erano gli affari che, per la morte del marito, rimanevano alla marchesa da regolare, il Barbarò, legando destramente una cosa coll'altra, riuscì a circondare Angelica come da una fitta rete di cortesie. Sempre per gli affari, o colla scusa degli affari, trovò modo d'incontrarsi spesso con lei, e tornò finalmente ad andarle per casa. Si faceva in quattro per servirla, e si prosternava dinanzi al marchese Diego il quale lo trattava con alterigia, e consigliava alla nipote di star in guardia, di ricordarsi di Villagardiana.... ma poi non faceva nulla per aiutarla.
Angelica soffriva: soffriva nel suo amor proprio, nel suo cuore, nel suo sentimento di donna. Ogni volta che vedeva avvicinarsi il Barbarò, non poteva vincere un impeto di repulsione, ma era costretta a dominarsi.... era bastato un momento, un momento solo, e ormai era stata presa. Pure, essa affrettava con ansia indicibile il giorno in cui tutti gli affari fossero accomodati, il giorno in cui sarebbe ritornata libera, in cui non avrebbe più dovuto sopportare la presenza e i servigi di quell'uomo.... ma se avea fretta lei, non aveva fretta il Barbarò. Col fascino assorbente del danaro, senza che Angelica se ne fosse accorta, era diventato il padrone di casa sua. Il nobile Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, non era più il signor Pompeo, ed ella pure sentiva, non potendo levarselo di torno, di doverlo trattare assai diversamente. Gli altri, dai creditori alle persone di casa, che andavano in visibilio quando arrivava lui, tutti dichiaravano che era stata una gran fortuna per la marchesa, e più per il marchesino, che Don Pompeo di Panigale avesse voluto occuparsi dei loro affari. Era un suffragio universale al quale, tanto più perchè c'era di mezzo suo figlio, Angelica non poteva, non osava ribellarsi.
E poi i danari, questa forza che il Barbarò sentiva di possedere, pareva avessero affinata anche la sua furberia. Al Villino delle Grazie egli aveva saputo rendersi necessario a tutti. Mance non ne dava, ma poteva rendersi molto utile con raccomandazioni. Un suo biglietto di visita poteva far la fortuna di un uomo, ed essendo prodigo di raccomandazioni e di biglietti di visita, diventava popolare a buon mercato.
Il marchesino Stefano, lo avea fatto suo vezzeggiandolo, adulandolo, facendogli credere che lo zio Diego era un ricco sfondato, e che l'unico erede doveva esser lui.
—Che bell'ufficialetto dovrete diventare!—gli diceva spesso.—E ve ne saranno da spendere, perchè se il babbo ha sciupato, lo zio ha provveduto!
Il giovinetto montava in superbia a quelle parole, e non faceva altro che sognar grandezze. Poi quando, più tardi, superati gli esami, si trovò libero a Torino, alla Scuola d'Applicazione, cominciò a spendere allegramente.... tanto più che gli era facile trovar quattrini, perchè c'era sempre qualche usuraio che gli si metteva alle costole, pronto a servirlo.
Per tutto ciò Pompeo di Panigale trionfava allegramente. Alla Banca non lo riconoscevano più: sempre attento agli affari, ma di buon umore. Siccome andava spesso al Villino delle Grazie, aveva mutato il vecchio carrozzone in una victoria elegantissima, e si era fatto canzonare comperando a gran prezzo, e per due puri sangue, una pariglia di poco valore.... Ma a un tratto, quando proprio era al sommo di tutte le speranze, arrivando una sera a Gallarate, vi trovò il maggiore Andrea Martinengo, che gli fu presentato dalla marchesa Angelica, cogli occhi lampeggianti di contentezza.
Il Barbarò fece una smorfia, che dovea essere un sorriso, abbondò di complimenti col maggiore, ma avea la voce grossa, e se ne andò quasi subito.
Non vedeva il momento di trovarsi solo!—Invece quando fu solo si sentì peggio. Era gonfio di gelosia e di odio.
—Quella santocchia mi ha ingannato! Si è servita di me come di un ragioniere! Mi ha tenuto buono, mi ha accarezzato finchè aggiustavo i suoi affari, e adesso che si crede a buon punto fa saltar fuori l'amante e me lo butta in viso!... Svergognata! Sfrontata, peggio di tutte le altre!—Poi, sfogata l'ira, un altro pensiero lo accasciava.—Dunque.... si amano ancora?!... Dunque non è vero che quello spiantato l'abbia abbandonata!... Si amano! Si amano! Potessi farli crepare tutti e due!
Pompeo tornava a infuriarsi, e strapazzava il cocchiere perchè non faceva correre abbastanza i cavalli; ma poi a una voltata si arrabbiò perchè correvan troppo, e lo percosse col bastone sulla schiena.
Non poteva star quieto; e borbottava a mezza voce:
—Le pianterò a mezzo tutti gli affari! Penserà il maggiore a levarla dagli imbrogli. Sì.... Sì.... Domani le scriverò una lettera fulminante. Le voglio dire che non mi garba di portare il moccolo!
I cavalli correvano sempre in mezzo alla notte buia d'estate, senza stelle, senza chiaror di luna, pesa, soffocante. Un odor grasso di campagna faceva presentire la pioggia vicina. Pompeo tacque a un tratto, e si rincantucciò. Stette così lungamente, rimuginando e rodendosi i peli dei baffi.... Pensava.... pensava cogli occhi fissi, spalancati nel buio....
A un tratto si scosse, si rizzò a sedere, come per seguire un'idea che temeva gli sfuggisse.... e in fine, così solo, scoppiò in una sghignazzata.
—Ah! ah! ah!.... Sarà un colpo da disperato, ma non ho da scegliere; e poi, con questo, se non riescirò dove voglio, mi sarò almeno vendicato!
Il giorno dopo egli non scrisse nessuna lettera alla marchesa; invece continuò a prendersi cura de' suoi affari, andando al Villino delle Grazie colla solita frequenza, mostrandosi come prima servizievole e rispettoso, facendo continui complimenti al Martinengo, e esprimendo il desiderio di entrare con lui in buona amicizia.