VI.
Il prossimo matrimonio di Angelica e di Andrea era già l'argomento del giorno nei vari discorsi dei conoscenti; ma ancora nè Angelica nè Andrea volevano accettare le congratulazioni. Per tale riserbatezza c'erano due ragioni del pari importanti: una di convenienza, perchè avevano fissato di aspettare che fosse compiuto l'anno di lutto prima di partecipare il matrimonio; l'altra di opportunità, non potendo ancora sapere quando si sarebbero maritati. Nè la marchesa, la cui piccola dote si poteva toccare, nè il Martinengo, che aveva solo la sua paga di maggiore, si trovavano in istato di poter fornire la cauzione. Per questo Andrea avea combinato, d'accordo colla marchesa, di dare le proprie dimissioni e di ammogliarsi appena avesse ottenuto, mediante il suo titolo d'ingegnere, un buon impiego alle strade ferrate. Intanto aspettavano tutti e due, volendosi ogni giorno più bene. Andrea avea chiesta l'aspettativa per ragioni di famiglia, e si era stabilito anche lui a Nuvolenta, vicino a Gallarate, nella stessa casa abitata per tanto tempo da Giulietto Barbarò. L'impiego alle strade ferrate non gli poteva mancare, nè doveva tardar molto a venire, tenuto conto della capacità di cui aveva dato prova, della grande stima che godeva nell'esercito, e delle sue aderenze personali. La felicità dei due amanti era dunque sicura, e il suo compimento non presentava ostacoli; era appena questione di un po' di tempo. Nessuno poteva impedire il loro matrimonio, proprio nessuno, nemmeno lo zio Diego, che, potendo, lo avrebbe fatto molto volentieri.
—La marchesa di Collalto diventare la moglie di un impiegatuccio alle strade ferrate?!... Diventare la signora Martinengo, tout-court!... Era più che una mésalliance, era una dégringolade!... E non soltanto per il decoro del nome, il marchese Diego era irritatissimo, ma anche perchè temeva che i soldi dell'impiego fossero scarsi, e toccasse a lui, a metter mano alla borsa.
Quel matrimonio lo faceva diventar verde come i suoi capelli, e al club gli amici, quando volevano divertirsi alle sue spalle, glie ne facevano le congratulazioni. Allora il marchese montava in bestia, dava del babbuino al Martinengo, e della romantica sventata alla nipote.
—Che bisogno c'è di maritarsi?... Non era libera?... Non poteva fare tutto quel diavolo che voleva, senza impitoccarsi cogli impieghi?—E a chi, in proposito, gli citava la virtù, riconosciuta da tutti, della marchesa di Collalto, il vecchio filosofo rispondeva con un'alzata di spalle:
—La virtù?... Che virtù!... La virtù che apprezza il mondo è una sola, e consiste per gli uomini nell'aver quattrini, e per le donne nell'aver prudenza.
Ma poi, visto che l'arrabbiarsi e il gran predicare non portava nessun frutto, anche il marchese Diego si stancò, Non voleva perdere l'appetito, tanto più che lo stesso Stefanuccio sembrava contento, e invece di gridare cominciò a sfogarsi burlandosi della nipote, chiamandola la signora Guarda-freno, raccomandandole di non mostrarsi troppo alla stazione, perchè avrebbe fatto perder la testa agli impiegati, e accresciuto il numero degli scontri.
In quanto a Stefanuccio, per altro, non era vero che fosse contento del matrimonio di sua madre; non gliene importava un fico. Per il Martinengo aveva la considerazione e il rispetto disciplinare che un allievo professa ad un maggiore di artiglieria: null'altro, e nulla più.
Il giovane scapestrato aveva ben altro in mente che il matrimonio di sua madre. Fra i debiti, i cavalli, il giuoco, le ballerine e la Scuola, era affaccendato tutto il giorno e tutta la notte, sempre colla testa sossopra, sempre in moto, sempre in ansia, trascurando la Scuola per rimediare ai debiti, dimenticando i debiti dietro le donne, trascurando le donne per i cavalli.
Ma se i debiti egli li dimenticava, v'era bene chi li ricordava per lui, e fra gli altri un omino piccolo, colle gambette storte ad arco, il viso da vecchietto e gli occhi loschi. Costui, col cilindro lustro e il grosso catenone d'oro dei giorni d'affari, era seduto a un tavolino del caffè Florian, coll'aria di chi vi aspetta qualcheduno. Ma il qualcheduno aspettato tardava a mostrarsi, e l'omino domandò a un cameriere se sapeva dove abitava il marchese Stefano di Collalto.
—Sissignore: abita in Piazza Vittorio Emanuele, numero 36.
—E... sapreste indicarmi a che ora è più facile trovarlo in casa?...
—Di solito non saprei dire, ma in questi giorni lo deve trovar di certo perchè è agli arresti: portava la visiera del berretto troppo piccola, e il generale Casanova lo ha consegnato.
L'omino sorrise, poi si alzò quasi subito, e scese lentamente i Portici di Po, avviandosi verso la Piazza Vittorio Emanuele.
Beppe Micotti, l'omino non era altri che lui, inviato dal Barbarò con un incarico delicatissimo, rimuginava intanto nella sua testa ciò che dovea dire al marchese.
—Lo liscieremo e lo aduleremo...—e subito trovatosi di fronte all'ordinanza, gli domandò se Sua Eccellenza il marchese era in casa, e lo pregò di andargli a domandare se si degnava riceverlo.
—Chi gli devo dire?...
—Serafino Bianchi,—rispose il Micotti che si era preparato lungo la strada anche a quella domanda.
L'ordinanza scomparve per un uscio a cristalli smerigliati e il Micotti rimase in anticamera ad aspettare. Dopo un momento, dietro i cristalli apparve un'ombra, e dalla fessura dell'uscio si mostrò un'occhio nero che spiava, e un pezzetto di testina riccioluta. Poi l'ombra scomparve, e si sentì squillare nell'interno della camera una risata argentina di donna. Intanto si presentò sull'uscio l'ordinanza ritta, impettita, e senza dir motto fe' cenno all'altro di passare, e gli chiuse dietro la porta, lasciandolo solo col marchese.
Stefano di Collalto si voltò per guardare il suo visitatore, e con la faccetta imberbe rideva ancora dietro alla ragazza che avea fatto scappare nel gabinetto di toeletta. Era un cosino lungo lungo, magrissimo, straordinariamente calvo per la sua età, con la carnagione diafana e lentigginosa dei biondi rossicci.
Il signor Bianchi, col cappello in mano, gli fece un inchino umilissimo.
—Il signor marchese... non mi conosce di certo....
—No, non mi pare.
—Oh, io invece ho avuto l'onore di ammirarla spesso al Valentino a cavallo, e poi in Piazza d'Armi....
—Sarà benissimo!—rispose l'altro seccamente, squadrandolo d'alto in basso, e tenendolo in piedi, presso l'uscio. Il marchesino, dal preambolo, dubitò subito di aver a che fare coll'inviato di un suo creditore.
Invece, l'omino, era proprio un creditore in persona. Sempre col cappello in mano e sorridente, il signor Bianchi levò di tasca un grosso portafoglio, e dal portafoglio, con due dita, una cambiale che dopo fatto un altro inchino, presentò al marchese. Questi guardò alla sfuggita verso l'uscio del gabinetto di toeletta, poi invitando il signor Bianchi ad accomodarsi, gli tolse di mano il cappello che posò sopra una seggiola.
—Oh troppa bontà....
—Saperlotte! L'avevo dimenticata!—esclamò il marchesino dando un'occhiata alla cambiale. Poi calando il tono della voce per non farsi sentire nell'altra stanza:—Senta,—continuò,—non si potrebbe rinnovarla, per qualche giorno? Sono agli arresti, capisce, e non mi posso muovere, non posso provvedere.
—Si figuri!... Se dipendesse da me!... ma io, in questo caso, non fo altro che rappresentare il barone Castagneto di Genova; una persona stimabile quasi quanto vostra eccellenza, e che me l'ha girata per l'incasso... solamente per l'incasso.
—E...—l'altro sorrise facendo l'occhietto al signor Serafino, come usava colle donne quando voleva essere irresistibile,—e... non si potrebbe telegrafare a Genova?...
—Conosco il signor barone, e so com'è fatto. Oggi, scaduta la cambiale, vuole che sia pagata, pronto domani a scontarne una nuova, com'è naturale, avendo da trattare con persona che ha un nome illustre, un ricco patrimonio presentemente, e un avvenire (quello che gli prepara l'illustrissimo marchese Diego di Collalto) di milioni parecchi.—E il signor Bianchi spiegò di nuovo la cambiale, mettendola distesa sul tavolino.
—E allora, quando mi conosce, e sa di poter essere sicuro, mi trovi il modo lei, di rinnovare questa cambiale a tre mesi. In fine non si tratta altro che di mille cinquecento lire, e se non fossi agli arresti....
—So benissimo, signor marchese, so benissimo, che in tal caso non avrebbe bisogno di me. Ma... gli è, vede... che io sono sprovvisto: non sono un banchiere, come il signor barone; sono un agente d'affari e nulla più. Tuttavia cercherò di servirla per due o tre giorni... intanto... regolata questa pendenza, potrà rivolgersi ancora al signor barone e, se crede, penserò io a tutto, mediante una provvigione.
—S'intende, s'intende....
—Io non sono un capitalista, ripeto, e vivo sugli affari che fo per gli altri.
Dopo una simile dichiarazione Stefanuccio si sentì più tranquillo. L'amico, pensava, avea subodorato un buon affare, e per questo era venuto da lui con tanta premura.
Infatti il signor Bianchi, sempre più ossequioso, lasciò sul tavolino la cambiale scaduta, e si portò via la firma in bianco, per duemila lire, del marchese Stefano, che a quelle dimostrazioni di grande rispetto rizzava la testa e, gonfiandosi, faceva la ruota come un tacchino.
Per alcuni giorni l'agente d'affari non si fece vivo e Stefanuccio, prosciolto dagli arresti, si era già dimenticato di lui, del barone Castagneto, e della firma in bianco, quando vedendoselo una mattina comparir dinanzi al Caffè di Parigi, si consolò tutto, pensando che il signor Bianchi gli poteva procurare i quattrini che gli occorrevano per la beneficiata di madamigella Nicoly; un fiore esotico, e molto sbocciato, della compagnia equestre Ciniselli.
—Buone nuove?—gli domandò subito il Collalto che si era allontanato dai compagni, coi quali stava facendo colazione.—Buone nuove?
—Sì... e no, signor marchese.
—Fuori il sì!...
—Mi scusi, l'eccellenza sua, ma dovrei cominciare dal no.
Stefanuccio aggrottò gli occhi miopi.
—L'effetto... sa... non l'ho ancora potuto scontare.
—Quale effetto?
—Quello che mi ha lasciato in bianco, per duemila lire.
—Ah, sicuro! rispose Stefanuccio, lustrando l'occhialino colla pezzuola di battista.
L'altro lo guardò, disponendosi ad ascoltarlo colla più premurosa attenzione.
—Per la cambiale delle duemila lire, ci penserà... con comodo. A me occorrerebbe invece di conchiuder presto un altro affare....
La faccia verde del signor Bianchi si colorì a un tratto.
—Ecco... è appunto intorno a ciò che avrei buone notizie. C'è chi sarebbe disposto a trattare con lei.
—Il barone Castagneto?...
—No: qualche cosa di meglio... di molto meglio!
—Saperlotte!...
—Sarebbe un grosso banchiere di Livorno. Un mio corrispondente. Ma non ho voluto sciuparlo per la bagattella di duemila lire.
—Ha fatto benissimo!... Prende un cognac, signor Serafino?—Cameriere!... Cognac!
—Troppa bontà!... Appena ha udito il nome del signor marchese, m'ha detto Bep...—il signor Bianchi si corresse a tempo,—Serafino,—m'ha detto,—ti lascio trattare per sessantamila lire!
L'ufficiale ebbe una scossa che gli fece saltar la lente fuori dell'occhio, ma l'altro tirò dritto, imperturbabile.
—E quali sono le condizioni?—ho soggiunto io, volendo battere il ferro, mentre era caldo.
—Benissimo! Benissimo!
—Le condizioni sono presto dette.—E il signor Bianchi tacque un momento, per dar più importanza alle parole, mentre l'altro aspettava con ansiosa irrequietezza.
Il grosso banchiere di Livorno, per sua propria garanzia, voleva essere il solo creditore del marchese Stefano di Collalto. Però, colle sessantamila lire, il marchese Stefano di Collalto doveva pagare tutti gli altri suoi debiti, e sottoscrivere una dichiarazione in piena regola, colla quale si obbligava a non firmare nessun'altra cambiale, nè come traente, nè come avallante, nè come giratario.
Le tratte, fino alla ricorrenza convenuta, delle sessantamila lire, sarebbero state rinnovate di tre in tre mesi, sempre che il credito del marchesino Stefano si mantenesse tale quale lo godeva presentemente.
Ma queste parole erano chiacchiere inutili. Stefanuccio non ci badava nemmeno. Egli pensava che con quel contratto, pagati tutti i suoi debiti (erano dalle trentacinque alle quarantamila lire) gli rimanevano ancora ventimila lire da spendere, ed era contento. Accettò senz'altro. In quel momento i tre mesi erano per lui un'eternità: avrebbe sottoscritto per qualsiasi somma, per qualsiasi cosa.
Due o tre giorni dopo tutto era stato convenuto e preparato, e verso sera, un poco prima che il marchesino uscisse per andare a pranzo, ci fu la firma delle cambiali. In piedi presso lo scrittoio, colla lente ficcata nell'occhio, colla sigaretta in bocca, col berretto sotto il braccio, e i gomiti appuntati, egli si sbrigò in fretta di quella noia, mentre il signor Bianchi lo guardava di sottecchi, rodendosi le unghie.
Ma anche quelle ventimila lire durarono pochino, pochino assai, nelle mani bucate dello sventatello. Già, bisogna notare, che ventimila proprio non erano mai state, perchè Pompeo Barbarò, che non voleva buttar via quattrini più del necessario, aveva imposto al Micotti di trattenersi il frutto dell'otto per cento, e di più una provvigione di mille lire. Rimaneva sempre un bel gruzzolo, a ogni modo, ma il marchesino non aveva mai avuto tanto danaro fra le mani; e quel danaro non gli era costato nessuna fatica, e lo sciupava malamente, stupidamente, passando da una bottega all'altra colla foga, colla smania di spendere; empiendosi la casa di roba inutile, pagata il doppio del valore; invitando sempre qualche amico a colazione, e a pranzo; coprendo di regali madamigella Nicoly, che fece passare dal quartierino di via Borgo nuovo, al piano nobile dell'Hôtel D'Angleterre; giocando a rotta di collo, comperando un tilbury, poi un cavallo da tiro, poi un altro cavallo da sella.... In capo a un mese la cassa era vuota, e gli rimaneva ancora da pagare il tilbury, mezzo cavallo e il conto dell'Hôtel D'Angleterre. Madamigella Nicoly era partita per la Russia.
La marchesa, informata in parte della vita allegra del figliuolo, gli aveva scritto una lunga lettera per supplicarlo di aver molto giudizio. Gli ricordava che del babbo non c'era più nulla, che la sua dote era ben poca cosa; lo ammoniva di non farsi troppe illusioni sullo zio Diego, e tutto ciò scriveva in un modo che toccava il cuore e strappava le lacrime. E Stefanuccio pianse davvero: ebbe un giorno di luna, un altro di disperazione.... Anche il tempo aveva la sua parte. Pioveva sempre, con un buio, un vento caldo, un'uggia insopportabile.... Poi in fine, un bel mattino, Superga riapparì sulla cima ridente illuminata dal sole, e anche Stefano di Collalto si rasserenò. Scrisse alla "sua buona mammina" che era stata male informata, e che si mettesse il cuore in pace. Mademoiselle Nicoly era partita per Pietroburgo, il tilbury lo aveva a prova da un amico, il cavallo era sempre quello, che serviva da sella e da tiro; il giuoco lo aborriva, i suoi compagni lo chiamavano il certosino, e lui non faceva altro che studiare, studiare, studiare, tanto che certe volte, gli doleva il petto. Finiva poi coll'inviarle "tanti baci" e col pregarla di ricordarlo con simpatia al carissimo Andrea. Scrivendo la lettera buona si sentì rimesso a nuovo, e allora, fischiettando un'arietta della Bell'Heléne, mandò pure un bigliettino al signor Bianchi:
"Carissimo,
La prego di farsi vedere quanto prima. Venga a cercarmi a casa mia; non al Caffè di Parigi, nè alla Scuola, e ciò per evitare pettegolezzi."
Il marchesino aspettò il signor Bianchi il giorno dopo; ma questi, nè il giorno dopo, nè il seguente non si lasciò vedere. Venne invece la sera del terzo, e a Stefanuccio sembrò assai mutato. Era meno espansivo; tutto pieno di dubbi e di reticenze.
Il ragazzo, tanto per incoraggiarlo, gli lesse una lettera molto affettuosa dello zio Diego.
—Scusi, signor marchese.... scusi se le fo una domanda.
—Dica, dica....
—Da quanto tempo ha ricevuta questa lettera?
—Da una quindicina di giorni.
—Gli è, vede,—continuò l'altro con un tono particolare e assai espressivo,—gli è che in questo tempo... il suo signor zio potrebbe essersi mutato.
—Chè! mio zio non si occupa de' fatti miei.
—No, no,—continuò l'altro lentamente, lisciando il cappello col dito.—Non si dubita di lei. Si dubita che il matrimonio della signora marchesa possa spiacere al marchese Diego.
—Nessuno ha diritto di occuparsi e di parlare di un matrimonio che non è stato ancora partecipato,—rispose Stefanuccio seccamente,—e ciò non deve entrare nei nostri affari.
Il signor Bianchi si scusò, mostrandosi mortificato.
—Ora, da lei, non voglio sapere altro che una cosa: potrei avere due o tremila lire, senza firmare nessuna cambiale?
—Non vuol sapere altro che questo?... Ebbene, no, signor marchese.
Stefano si scosse a quella risposta, si turbò, e guardò bene il signor Serafino.
—Nemmeno.... millecinquecento?... mille?...
—Oggi sa, eccellenza, gli ufficiali sono un po' in discredito presso la gente d'affari.
—Ma io.... io non sono il primo venuto.
—Nella società, nell'alta aristocrazia; ma sulla piazza, mi spiace doverlo dire, il suo nome non è più così solido, come due o tre settimane fa.
—Come mai?... Perchè ho perduto al giuoco qualche migliaio di lire?...
—Chi sa?... Forse per questo... forse,—e qui il signor Bianchi marcò le parole e lisciò il cappello ancora più adagio e ancora più forte,—forse.... per qualche altra ragione.... chi sa?...
L'ufficialetto camminò su e giù per la stanza, colla testa bassa e battendo gli sproni, ad ogni passo. Anche il signor Bianchi stava pensieroso, a capo chino. Non si lustrava più il cappello, che avea messo sopra una seggiola accanto, ma gli anelli d'oro delle dita. A un tratto Stefano gli si fermò dinanzi, e gli domandò a mezza voce:
—Se si facesse la proposta a quello di Livorno.... di portare il suo credito a settan.... a settantacinquemila lire?
—Sarebbe uno sproposito. Se perde la fiducia c'è il rischio che alla fine dei tre mesi non voglia più rinnovare le cambiali.
—Questo è impossibile!—esclamò l'altro vivamente.—È obbligato a rinnovarle! Non è vero, signor Serafino che è impossibile? Che non farà questo tiro?
—Eh!—balbettò l'agente d'affari stringendosi nelle spalle, e alzando gli occhi al soffitto,—speriamo che non lo faccia!
La risposta non era troppo rassicurante; ma c'erano ancora due mesi di tempo alla scadenza, e il ragazzo non voleva cominciare a inquietarsi così per tempo. Del resto era convinto che quella titubanza fosse una tattica dell'omino per farsi valere, e guadagnare un'altra provvigione. Fatta una scrollatina, accese una spagnoletta; e persuaso che con quella gente lì non bisognava mai mostrare di averne troppo di bisogno, se ne sbrigò con poche parole:
—Lei ha capito, signor Bianchi. Se mi può trovare qualche migliaio di lire, ci sarà un buon regalo.
Il signor Bianchi se ne andò mogio mogio, senza dire quando sarebbe tornato, ma il marchesino era sicuro di rivederlo presto coi danari in tasca. Invece non si fece più vivo, se non una settimana prima dello spirare dei tre mesi. Nel frattempo Stefano di Collalto avea vissuto di espedienti; aveva venduto il tilbury, i cavalli (anche quello che gli rimaneva da pagare per metà) oltre a due selle inglesi.
—Senta,—furono le prime parole ch'egli rivolse al signor Bianchi appena lo vide entrare, senza osservar subito che era vestito molto dimesso e aveva il viso stravolto.—Senta, ella mi deve trovare la piccola somma occorrente per i frutti del rinnovo delle sessantamila lire, o ottenermi almeno che quello di Livorno, aggiunga i frutti al ca....
Ma l'altro non lo lasciò finire: spalancò le braccia, mormorando con un singulto:—Altro che frutti!... Altro che rinnovo!... Siamo traditi!... Un momento fa ho ricevuto lettera da Livorno. Cose terribili: non rinnovano più niente!
—Cheèh!—rispose il marchesino impallidendo e curvandosi, quant'era lungo, per guardare in viso il signor Serafino.
—Ah, signor marchese, signor marchese!... mi lasci parlare.... non mi chiuda più la bocca come l'altra volta: è il matrimonio della sua signora madre che rovina lei, che rovina ogni cosa! Non se n'abbia a male, eccellenza, perdoni il mio ardimento, ma al punto in cui siamo bisogna dir tutto;—devo dir tutto.
—Si spieghi.
—Ma....
—Avanti!
—La gente d'affari è sospettosa, paurosa....
—Avanti!—ripetè Stefano battendo i piedi.
—E la fiducia... è riposta soltanto nell'eredità dell'illustrissimo signor marchese di Collalto.
—Questo si sapeva! Ebbene?...
—Ma ora che il marchese Diego va dicendo che il matrimonio della sua signora madre è il disonore della famiglia, e che....
—Non sono io che mi sposo!...
—Ma l'illustrissimo signor marchese dice di averla anche con lei, perchè non si è mosso, perchè non ha impedita la cosa, perchè invece se ne mostra contento, e dichiara a tutti, e grida forte, che nemmeno a lei non lascierà più un soldo!... Tanto forte grida che l'han sentito fino a Livorno, e le cambiali non le vogliono rinnovare!
—Questa, per altro, è un'azionaccia! Avevo la parola per il rinnovo, e ci contavo!
—Oh Dio, si sa bene, la parola.... È al danaro che tengono. D'altra parte... anche in quanto alla parola... loro si vantano di essere in regola.
—Canaglia!...
—Non ricorda la clausola?
—Quale clausola?!... Mi faccia il piacere, anche lei, di non inventarmi storie!—strillò il marchesino sempre più infuriato.
—Scusi, ma....—Non si riscaldi per amor del cielo!... Dopo si sentirà male!...
—Non ci dovrà pensar lei, se mi sentirò male!... Un tiro simile... a bruciapelo.... Mi avesse almeno avvertito in tempo!...
—Ho ricevuto la lettera in questo punto....
—E mi parla di clausole!—continuava a gridare il povero ragazzo, pestando i piedi, camminando rabbiosamente in su e in giù per la stanza.
Il signor Serafino, a buon conto, stava sempre vicino all'uscio: non si sentiva troppo sicuro.
—Legga... legga, signor marchese, la lettera di convenzione. Dice espressamente: "le cambiali saranno rinnovate di tre in tre mesi sempre che il credito del marchese Stefano di Collalto si mantenga quale lo gode presentemente...." E a Livorno invece si crede che, dopo le chiacchiere, le lagnanze e le dichiarazioni del marchese Diego, anche il credito ne abbia molto scapitato.
Stefanuccio, a tali parole, passò dalla collera all'abbattimento il più profondo.
—Mi salvi, signor Bianchi, mi salvi o... succederà una catastrofe!
Il signor Bianchi, inorridito, gli fe' cenno di non dire di quegli spropositi.
—Se fossi in lei, cercherei piuttosto di indurre la marchesa a... a piegarsi al desiderio dello zio. Lo zio è vecchio, la sua signora madre è giovane ancora e... potrebbe aspettare.
—No, mai. Non domanderò mai a mia madre di sacrificarsi per me.
—Che bel cuore!—esclamò il signor Serafino guardando Stefanuccio con ammirazione.—Ma il bel cuore guasta sempre gli affari buoni!
—Mia madre... è sempre stata una....
—Gran dama!
—Una martire....
—Vero, vero!
—.... E io non voglio attraversare la sua felicità. No, no!... Piuttosto, le ripeto, succederà una catastrofe, e il rimorso lo dovrà sentir tutto lei!...
—Per amor del cielo,—io?...
—Sì: è stato lei che m'ha messo in un simile impiccio. Non sapevo io che fossero al mondo nè lei, nè il suo strozzino di Livorno!...
L'ufficiale tornava ad accendersi. Il signor Bianchi si strinse la fronte e gli occhi colla mano come per concentrare i pensieri, poi, dopo un momento di silenzio, "Finiremo" disse "donde avrei dovuto cominciare. Stasera stessa col diretto delle sette vado a Genova, propongo l'affare al barone Castagneto, e domani son di ritorno colla risposta."
—Bravo!... Avevamo dimenticato il barone Castagneto!—esclamò Stefano consolandosi subito.—Egli non era fatto per soffrire. Pensò invece di ingrazionirsi il signor Bianchi e, per renderlo più caldo nel servirlo, uscì con lui, facendo i portici insieme, a braccetto (a quell'ora i suoi conoscenti erano a pranzo, e sperava di non esser visto); gli offrì un rhum al caffè di Roma, e in fine gli strinse forte la mano nell'accomiatarsi, non senza raccomandargli di ritornare subito, con buone notizie. Raccomandazione che, invero, dopo il grande onore che gli aveva fatto, stimava un di più. Era sicuro che l'omino si sarebbe fatto in quattro per corrispondere alla sua benevolenza, come era sicuro di aver proprio sbandito ogni pericolo. Anzi, dopo pranzo, quando venne l'ordinanza al Caffè di Parigi a portargli lo spençer, gli passò fra le mani, senza farsi scorgere dai compagni, un biglietto da portar subito alla Stazione Centrale, al signor Serafino Bianchi. In quel biglietto gl'ingiungeva di trovar modo, nel trattar l'affare, di combinarlo addirittura per settantamila lire.
—Sta a vedere,—pensò poi il marchesino quando l'ordinanza se ne fu andata.—Sta a vedere che, dopo tanto chiasso, finirò col guadagnare diecimila lire!—e allegro e contento fece portare una bottiglia di Sciampagna da bersi cogli amici.